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Epidemie

RSA e anziani: ci risiamo?

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Ci risiamo. Le RSA sono di nuovo sotto la lente di ingrandimento, tuttavia come sempre lasciate nell’incertezza e senza un vero supporto davanti a decisioni che comportano grandi responsabilità: civili, morali, sociali e, perché no, in alcuni casi anche penali. 

 

Nelle ultime ore e più in generale negli ultimi giorni, trapelano notizie che rialzano l’indice di allerta per luoghi considerati ad alto rischio perché ospitanti soggetti fragili, ovvero persone anziane con comorbilità per la stragrande maggioranza dei casi. Se da una parte abbiamo la quotidiana campagna di terrore propugnata dai media che parlano di un rialzo dei contagi senza ricordare il calcolo delle proporzioni che dovrebbe avere come principale oggetto il numero dei tamponi eseguiti ogni giorno di più, dall’altra non si possono sottovalutare i rischi che il COVID-19 potrebbe ri-comportare nelle residenze per anziani o per disabili. 

 

L’emergenza, per questo genere di servizi, è tutt’altro che finita

La Regione Lombardia, ad esempio, ha da qualche giorno rallentato gli accessi dei visitatori/parenti all’interno delle strutture, arrivando, nelle ultime ore, a chiuderle del tutto almeno fino al 19 ottobre prossimo. Alcuni focolai sono stati registrati in diverse RSA estese su tutto il territorio nazionale

 

In una Casa Residenza Anziani del Trentino Alto-Adige sono morti 6 anziani in 5 giorni dopo aver riscontrato un focolaio all’interno della struttura. 

 

L’emergenza, per questo genere di servizi, è tutt’altro che finita, specialmente se si pensa che la volontà di migliorare le prestazioni socio-assistenziali strutturandole con un traino di tipo sanitario dopo il periodo COVID è totalmente tramontata ancora prima di partire. Questo perché le istituzioni sanitarie, ricolme di promesse da marinaio dopo la catastrofe palesatesi nelle RSA, hanno calato la propria maschera mostrando che, ancora una volta, l’interesse è zero: le residenze per anziani sono ritornate, dopo un periodo di lavoro meglio strutturato e più incline alle competenze sanitarie, ai livelli pre-COVID se non peggio. Anzi sicuramente peggio, dal momento che si è verificato l’esodo degli infermieri, quasi tutti risucchiati dal sistema sanitario nazionale che può permettersi gli esuberi lasciando i servizi privati o accreditati pressoché privi di personale sanitario operativo. 

 

Si è verificato l’esodo degli infermieri, quasi tutti risucchiati dal sistema sanitario nazionale che può permettersi gli esuberi lasciando i servizi privati o accreditati pressoché privi di personale sanitario operativo

Le strutture per anziani si ritrovano dunque davanti all’ennesimo campanello di allarme senza avere indicazioni precise, carenti di un qualsiasi supporto organizzativo che permetta di comprendere se è meglio chiudere le visite di persone esterne (familiari degli ospiti) oppure no. Un dilemma enorme che non solo prevede una grossa responsabilità a livello amministrativo, quanto piuttosto un impiego della morale e della coscienza già fin troppo provate dalla prima, vera emergenza protrattasi da febbraio ad aprile. 

 

Non chiudere comporta rischi, certo; chiudere nuovamente però comporta nuove angosce per gli anziani, incertezza, paure che già per troppo tempo hanno messa a dura prova la vita devi ospiti e la professione degli operatori sanitari, oltre che la loro integrità psicologica.

 

Ci sarebbe necessità di chiarezza e non di perpetuo «scarica barile» da parte di chi inizialmente ha scelto male e ora, per non rischiare, preferisce non scegliere e non dare indicazioni, facendo orecchie da mercante. 

 

Ci sarebbe necessità di chiarezza e non di perpetuo «scarica barile» da parte di chi inizialmente ha scelto male e ora, per non rischiare, preferisce non scegliere e non dare indicazioni, facendo orecchie da mercante. 

A tal proposito, non possiamo che fare nostro uno degli ultimi puntuali e illuminanti commenti del Prof. Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, che già più volte abbiamo voluto riprendere e menzionare sulle colonne di Renovatio 21:

 

«Siamo di nuovo alla chiusura delle viste ai parenti nelle RSA. Non mi permetto di giudicare la decisone, perchè non ho una responsabilità diretta nella gestione di una struttura e quindi non vivo personalmente le incertezze e le angoscia di chi invece deve decidere. Posso solo esprimere vicinanza e comprensione verso chi si trova a dover compiere atti difficili, senza punti d’appoggio forti»

 

«Mi pongo, però, il problema ben noto della condizione di sofferenza di molti ospiti, anche perché il rimbalzo da una condizione all’altra indurrà certamente nuove sofferenze». 

 

«Mi chiedo se come comunità civile possiamo permetterci di far soffrire in questo modo i vecchi più fragili o se, proprio come comunità civile, non dovremmo invece avere il coraggio di decidere per l’apertura, accettandone assieme i rischi e le conseguenze. In questo modo si ridurrebbe, almeno in parte, il peso che devono portare sulle loro spalle i responsabili delle strutture».

 

Il coraggio è quello che rende una società forte, virile, l’unica capace di difendere, senza compromessi e menzogne, i deboli e gli ultimi.

Il coraggio, per quanto abbia come nemico sottinteso il rischio, è quello che rende una società forte, virile, l’unica capace di difendere, senza compromessi e menzogne, i deboli e gli ultimi.

 

Cristiano Lugli

 

 

 

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Epidemie

Il virus Ebola è stato identificato quasi 50 anni fa: perché non esistono trattamenti per l’ultima epidemia?

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Il virus Ebola è stato scoperto per la prima volta nel 1976 vicino al fiume Ebola, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo. Da allora, vaccini autorizzati come Ervebo della Merck hanno dimostrato una forte protezione contro il ceppo Zaire del virus Ebola. Tuttavia, non esiste ancora un vaccino approvato o un trattamento antivirale specifico per il ceppo Bundibugyo, responsabile dell’ultima epidemia.

 

Mentre le autorità sanitarie si adoperano per contenere la crescente epidemia di Ebola in Africa centrale, riemergono interrogativi sul perché alcune varianti del virus non dispongano ancora di trattamenti approvati a quasi 50 anni dalla sua prima identificazione.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato 900 casi sospetti di infezione e 220 decessi dovuti alla continua trasmissione del virus Ebola in alcune zone della Repubblica Democratica del Congo (RDC) e dell’Uganda.

 

L’agenzia ha avvertito che le epidemie nelle regioni colpite da conflitti e prive di risorse possono aggravarsi rapidamente se gli sforzi di contenimento falliscono.

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Il virus fu scoperto per la prima volta nel 1976 vicino al fiume Ebola nello Zaire, ora Repubblica Democratica del Congo. Da allora, i vaccini autorizzati, come Ervebo della Merck, hanno dimostrato una forte protezione contro il ceppo Zaire di Ebola, responsabile di importanti epidemie in Africa occidentale dal 2014 al 2016 e nella RDC dal 2018 al 2020.

 

Tuttavia, non esiste ancora alcun vaccino approvato o trattamento antivirale specifico per il ceppo Bundibugyo, responsabile dell’ultima epidemia.

 

Secondo gli esperti di sanità pubblica, questa lacuna riflette le priorità di ricerca di lunga data, incentrate sulle varianti di Ebola più diffuse e letali, lasciando le varianti meno comuni con un numero inferiore di rimedi medici.

 

Il dottor Amesh Adalja, ricercatore senior presso il Johns Hopkins Center for Health Security di Baltimora, nel Maryland, ha affermato che lo sviluppo del vaccino contro l’Ebola si è inizialmente concentrato sul ceppo Zaire a causa sia della sua storia epidemica sia dell’interesse per la biodifesa.

 

«I vaccini mirati alla variante Zaire dell’Ebola sono stati sviluppati per primi perché questa variante era la forma più comune di Ebola ed era anche oggetto degli sforzi sovietici per lo sviluppo di armi biologiche», ha affermato Adalja.

 

«Negli ultimi anni sono stati sviluppati programmi per contrastare la seconda forma più diffusa di Ebola, quella sudanese, e c’è interesse anche per le contromisure contro il virus Bundibugyo».

 

James Lyons-Weiler, Ph.D., autore di Ebola: An Evolving Story, ha affermato che le contromisure adottate per combattere il Bundibugyo sono state lente a causa di diagnosi tardive e di una generale mancanza di preparazione.

 

«Tutti fingono di essere stati colti di sorpresa dall’agente patogeno», ha affermato Lyons-Weiler. «Il Bundibugyo non è comparso dal nulla. Bisogna agire prima, non dopo».

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Il ceppo Bundibugyo era considerato di «bassa priorità»

L’OMS ha dichiarato che sono in fase di sviluppo due potenziali vaccini per il ceppo Bundibugyo.

 

L’Università di Oxford e il Serum Institute of India stanno sviluppando un vaccino basato sulla piattaforma ChAdOx, originariamente creata per combattere il virus Nipah, una malattia mortale che può diffondersi dai pipistrelli e dai maiali all’uomo attraverso cibo contaminato o contatto ravvicinato.

 

Secondo l’Università di Oxford, i vaccini ChAdOx1 sono vettori virali non replicanti, il che significa che non possono moltiplicarsi nell’organismo né causare la malattia contro cui il vaccino è progettato per proteggere.

 

L’Iniziativa Internazionale per i Vaccini contro l’AIDS sta sviluppando un vaccino monodose contro il virus ricombinante della stomatite vescicolare (rVSV) denominato Bundibugyo, con l’obiettivo di prevenire malattie zoonotiche simili ai virus di Lassa, Marburg ed Ebola del Sudan, come ha riferito un rappresentante dell’OMS al quotidiano The Defender.

 

Ricercatori cinesi hanno descritto sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences un vaccino a mRNA multivalente in grado di proteggere gli animali dai virus Ebola, Sudan e Bundibugyo, grazie alla combinazione di molteplici antigeni virali in una singola nanoparticella lipidica. Il vaccino, che utilizza la stessa tecnologia dei vaccini contro il COVID-19, è progettato per rafforzare il sistema immunitario contro diversi ortoebolavirus.

 

Nel frattempo, secondo Bloomberg, il Pandemic Sciences Institute dell’Università di Oxford, in collaborazione con il Serum Institute of India, sta preparando un vaccino sperimentale contro l’Ebola per possibili sperimentazioni cliniche entro due o tre mesi.

 

Il vaccino è attualmente in fase di sperimentazione sugli animali e sta procedendo a ritmo accelerato, mentre l’epidemia di Bundibugyo continua nella Repubblica Democratica del Congo.

 

L’ultima diffusione del virus Bundibugyo rappresenta il 17° focolaio di Ebola registrato nella Repubblica Democratica del Congo. Secondo l’OMS, l’ultimo contagio da Bundibugyo nella regione si è verificato nel 2012, e prima ancora in Uganda tra il 2007 e il 2008.

 

«Il bundibugyo non è una specie di Ebola più comune e, pertanto, ha avuto una priorità inferiore nella ricerca e nello sviluppo», ha affermato Nyka Alexander, responsabile della comunicazione dell’OMS.

 

«La priorità, al momento, è garantire una risposta efficace e misure di controllo efficaci: cure sicure e ottimizzate, diagnosi precoce, adeguate misure di prevenzione e controllo delle infezioni, tracciamento rigoroso dei contatti, sepolture sicure e coinvolgimento della comunità», ha affermato Alexander.

 

L’OMS ha dichiarato di aver organizzato riunioni su vaccini e terapie nelle ultime due settimane e prevede di pubblicare a breve le raccomandazioni degli esperti.

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Prima grande prova della risposta globale all’epidemia

Una nuova analisi dell’organizzazione di politica sanitaria KFF afferma che la crescente epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo sta diventando il primo grande banco di prova per le capacità di risposta globale degli Stati Uniti alle epidemie, a seguito dei tagli agli aiuti esteri e ai programmi di sanità pubblica.

 

Secondo la KFF, gli Stati Uniti hanno promesso 23 milioni di dollari in finanziamenti di emergenza, attivato le operazioni di emergenza dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), inviato personale e promesso supporto per un massimo di 50 unità di trattamento per l’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda.

 

Il rapporto afferma però che la risposta si sta verificando in «circostanze molto diverse» rispetto alle precedenti epidemie di Ebola a causa dello scioglimento dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), della riduzione degli aiuti esteri e del ritiro degli Stati Uniti dall’OMS.

 

Robert Byamungu Buraga, che ha lavorato alla risposta all’Ebola come responsabile della flotta dell’OMS in quattro province della Repubblica Democratica del Congo, ha affermato che le debolezze strutturali e la sfiducia nelle autorità continuano a complicare gli sforzi di contenimento.

 

«I recenti tagli ai finanziamenti statunitensi all’OMS, all’USAID e ad alcune università e istituti di ricerca potrebbero avere conseguenze negative sugli sforzi per trovare una cura o un vaccino”, ha affermato.

 

Buraga, che risiede nella Repubblica Democratica del Congo, ha affermato che anni di disordini nel Congo orientale hanno minato la fiducia nel governo e negli operatori internazionali, rendendo il coinvolgimento della comunità una sfida fondamentale.

 

Buraga ha aggiunto:

 

«Decenni di conflitti interminabili e una governance sanitaria ed economica debole hanno alimentato la diffidenza nei confronti delle autorità e delle agenzie nazionali e internazionali. L’improvviso intervento di queste autorità per far fronte a questa epidemia è alquanto insolito e persino sospetto per le comunità locali».

 

«Gli antropologi dovrebbero essere nuovamente chiamati in causa, e questi aspetti antropologici della questione dovrebbero essere affrontati come è stato fatto durante l’epidemia del 2018-2020… un buon e solido coordinamento a tutti i livelli della gestione e della leadership della risposta è fondamentale per il suo successo».

 

La prossima «pandemia significativa”?

L’ex direttore del CDC, Robert Redfield, ha recentemente dichiarato a NewsNation che l’ultima epidemia di Ebola potrebbe trasformarsi in una «pandemia di notevole portata». (Il dottor Redfield non ha risposto alle numerose richieste di commento da parte di The Defender)

 

Al contrario, altri esperti medici sottolineano che la modalità di propagazione dell’Ebola la rende fondamentalmente diversa dai virus a trasmissione aerea come il COVID-19.

 

La dottoressa Meryl Nass ha affermato che tale distinzione rimane fondamentale per il controllo delle epidemie.

 

«È importante sottolineare che la modalità di trasmissione avviene tramite fluidi corporei, il che significa che non ci si può contrarre in modo casuale», ha affermato Nass. «Non è qualcosa che si trasmette per via aerea come il COVID. I focolai possono essere contenuti autonomamente una volta che le persone capiscono cosa non devono fare».

 

Henrick Karoliszyn

 

© 27 maggio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Immagine di Pan American Health Organisation PAHO via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0

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Epidemie

L’India non conferma alcun caso di virus Ebola

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Finora in India non è stato confermato alcun caso del letale virus Ebola, ha dichiarato il ministero della Salute. L’India continua a condurre attività di screening, sorveglianza e misure precauzionali, monitorando al contempo la rapida diffusione della malattia in Africa centrale, ha affermato DD News, emittente sostenuta dal governo, in un post su Facebook.   Un cittadino ugandese, messo in quarantena nella città meridionale di Bangalore con il sospetto di aver contratto la malattia, è risultato negativo al test, hanno dichiarato le autorità mercoledì.   La donna di 28 anni, che aveva viaggiato di recente in quel paese dell’Africa orientale, aveva sviluppato lievi sintomi di Ebola ed è stata trasferita da un hotel all’ospedale statale per le malattie epidemiche il 26 maggio.   «L’Istituto Nazionale di Virologia (NIV) di Pune ha comunicato verbalmente che l’esame del sangue della donna è risultato negativo», ha dichiarato un alto funzionario sanitario dello stato meridionale del Karnataka, secondo quanto riportato dal quotidiano nazionale The Hindu.   L’India sta implementando protocolli di salute pubblica in linea con le linee guida dell’OMS per l’epidemia. Il 17 maggio l’OMS ha dichiarato l’epidemia di Ebola in Africa un’emergenza sanitaria pubblica globale.

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La donna verrà sottoposta a un nuovo test tra 48 ore, secondo i protocolli previsti. «Al momento, la persona gode di buona salute», hanno dichiarato i funzionari.   Sempre mercoledì, un uomo di 47 anni rientrato dall’Uganda è stato posto in isolamento domiciliare a Nagpur, nell’India occidentale. L’individuo non ha finora manifestato alcun sintomo di Ebola e ha dichiarato di non essere entrato in contatto con alcun paziente affetto da Ebola in Uganda.   Il 23 maggio Nuova Delhi ha emesso un avviso di viaggio per i propri cittadini, raccomandando di evitare tutti i viaggi non essenziali nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in Uganda e nel Sud Sudan.   Il sito web dell’OMS afferma che il tasso di mortalità medio per la malattia da Ebola si aggira intorno al 50%. Il Centro statunitense per la prevenzione e il controllo delle malattie ha dichiarato che finora sono stati segnalati oltre 100 decessi.   Il virus Bundibugyo è un ceppo relativamente raro di Ebola, identificato per la prima volta in Uganda nel 2007. A differenza del ceppo Zaire, più comune, al momento non esiste un vaccino approvato contro l’Ebola Bundibugyo. Il virus si diffonde attraverso il contatto ravvicinato con fluidi corporei infetti.

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Immagine di CDC Global via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Epidemie

Ebola, i casi salgono a 900

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Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo si è estesa a oltre 900 casi sospetti, con 101 infezioni confermate finora.

 

Kinshasa ha dichiarato l’epidemia il 15 maggio, segnando la 17ª crisi di Ebola registrata nel Paese da quando il virus è stato identificato per la prima volta nel 1976. Due giorni dopo, l’OMS ha classificato il ceppo Bundibugyo, rilevato nella Repubblica Democratica del Congo e nella vicina Uganda, come un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, pur senza dichiarare un’emergenza di livello pandemico.

 

In un post pubblicato domenica su X, il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito che la violenza e gli sfollamenti di massa nella provincia di Ituri, epicentro dell’epidemia, stanno complicando gravemente gli sforzi per contenere il virus.

 

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«Quasi 5 milioni di persone vivono in zone di conflitto. Oggi, 1 persona su 4 ha bisogno di assistenza umanitaria e 1 su 5 è uno sfollato interno», ha scritto Tedros, avvertendo che la situazione ha ostacolato «gravemente» gli sforzi per ampliare il tracciamento dei contatti e individuare le infezioni abbastanza presto da poter fornire assistenza.

 

Il Ghebreyesus ha aggiunto che l’OMS e i suoi partner continuano a operare in alcune delle aree più insicure e difficili da raggiungere dell’Ituri, dove le comunità si trovano ad affrontare non solo l’Ebola, ma anche una più ampia crisi sanitaria che coinvolge molteplici malattie.

 

«Offrire un pacchetto completo di servizi sanitari è essenziale», ha scritto, affermando che un’assistenza medica più ampia è fondamentale per costruire fiducia e rafforzare la risposta.

 

Il virus Bundibugyo è un raro ceppo di Ebola identificato per la prima volta in Uganda nel 2007, che secondo quanto riportato uccide circa un terzo delle persone infette. Gli scienziati ritengono che sia trasmesso dai pipistrelli della frutta e si diffonda attraverso il contatto con animali infetti e fluidi corporei. Attualmente non esiste un vaccino approvato per questo ceppo.

 

Secondo quanto riportato, gli scienziati britannici starebbero accelerando lo sviluppo di un vaccino sperimentale basato su una tecnologia sviluppata durante la pandemia di Covid-19. I ricercatori affermano che il vaccino potrebbe essere pronto per le sperimentazioni cliniche entro pochi mesi, sebbene la sua efficacia rimanga sconosciuta.

 

Sebbene l’OMS abbia innalzato il livello di rischio derivante dall’attuale epidemia di Ebola da «alto» a «molto alto» nella Repubblica Democratica del Congo, a livello internazionale rimane basso.

 

Come riportato da Renovatio 21, in settimana manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo essere stati impediti di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.

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Immagine di World Bank Photos via Flickr pubblicata su licenza 

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