Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Raid USA in Siria e Iraq in risposta alla morte dei soldati americani

Pubblicato

il

Le forze statunitensi hanno avviato attacchi aerei contro militanti sostenuti dall’Iran in Siria e Iraq in risposta a una serie di assalti alle basi militari americane nella regione, incluso un attacco di droni che ha ucciso tre soldati americani e ferito più di altri 40.

 

Gli ultimi attacchi di Washington arrivano quasi una settimana dopo l’attacco mortale di domenica contro una base americana segreta in Giordania, vicino ai confini siriano e iracheno, chiamata Torre 22.

 

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha scritto su Twitter che «alle 16:00 (EST) Il 2 febbraio, le forze del CENTCOM hanno condotto attacchi aerei in Iraq e Siria contro la Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana (IRGC) e gruppi di milizie affiliate.»

 

 

«Le forze militari statunitensi hanno colpito più di 85 obiettivi, con numerosi aerei tra cui bombardieri a lungo raggio volati dagli Stati Uniti. Gli attacchi aerei hanno impiegato più di 125 munizioni di precisione».

 

 

«Le strutture colpite hanno incluso centri operativi di comando e controllo, centri di intelligence, razzi e missili, depositi di veicoli aerei senza pilota, strutture logistiche e di fornitura di munizioni di gruppi di milizie e dei loro sponsor dell’IRGC che hanno facilitato gli attacchi contro le forze statunitensi e della coalizione».

 

I raid di ritorsione segnano «l’inizio di quella che sarà probabilmente una serie di attacchi statunitensi su larga scala» sulle milizie appoggiate dall’Iran che hanno effettuato attacchi contro le truppe statunitensi in Medio Oriente», ha riferito venerdì la CNN, citando due funzionari americani non identificati.

 

In rete già circolano filmati degli attacchi notturni.

 

Sostieni Renovatio 21

Un funzionario non identificato del Pentagono ha detto al New York Times che gli attacchi aerei di ieri hanno preso di mira una mezza dozzina di siti in Iraq e Siria, «segnando una forte escalation della guerra in Medio Oriente che l’amministrazione Biden ha cercato di evitare per quattro mesi».

 

L’attacco alla Torre 22 è stato «pianificato, finanziato e facilitato» dalla Resistenza Islamica in Iraq, ha detto mercoledì il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, l’ammiraglio John Kirby. Il gruppo è composto da diverse milizie, tra cui Kataib Hezbollah, che ha lanciato numerosi attacchi con razzi e droni contro le forze statunitensi nella regione da quando è iniziata la guerra tra Israele e Hamas in ottobre.

 

Kirby ha suggerito che la risposta degli Stati Uniti sarebbe stata portata avanti nell’arco di più giorni. «Non sarà solo una tantum», ha detto. «Come ho detto, la prima cosa che vedrai non sarà l’ultima» aggiungendo che Biden starebbe ancora cercando di evitare una guerra più ampia con l’Iran.

 

I resoconti dei media negli ultimi giorni hanno sollevato la preoccupazione che Biden stesse telegrafando i suoi piani e dando alle milizie troppo tempo per compiere passi preparatori, come liberare obiettivi che ovviamente sarebbero stati colpiti. Il capo del Pentagono Lloyd Austin ha cercato di sviare queste preoccupazioni venerdì, negando che l’amministrazione stesse dando all’Iran troppi avvertimenti e dicendo che la risposta degli Stati Uniti sarà «a più livelli» e ha insistito sul fatto che né lui né Biden tollereranno attacchi alle truppe americane.

Aiuta Renovatio 21

Biden ha accusato l’Iran di aver fornito le armi che i militanti islamici hanno utilizzato per attaccare le forze statunitensi in Medio Oriente più di 150 volte dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas. Il senile presidente ha dovuto affrontare pressioni politiche per rispondere in modo aggressivo, compresi gli appelli dei legislatori repubblicani a lanciare attacchi devastanti all’interno dell’Iran.

 

Una milizia irachena aveva lanciato un attacco di droni alla guarnigione usa di Al-Tanf in Siria due mesi fa. Mesi fa il presidente siriano Bashar al Assad, in visita a Mosca, ha rivelato che proprio nella base di siriana Al Tanf gli USA addestrerebbero terroristi. Anche milizie arabe avevano attaccato gli americani in Siria ancora due mesi fa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi mesi ore si erano diffuse voci di violenti scontri tra l’esercito siriano e forze americane e dei curdi filoamericani. Tensioni si erano registrate anche due mesi fa, mentre a marzo le basi americane erano state attaccate da missili.

 

Due settimane fa è stata la volta di un attacco missilistico – che l’Iran ha rivendicato come contro «terroristi e spie» – vicino al consolato americano di Erbil.

 

Gli Stati Uniti mantengono una forza di circa 900 militari in Siria, mantenendo un’impronta nel Paese dilaniato dalla guerra dal 2016. Tuttavia, la loro presenza laggiù non ha legalità, non avendo acquisito né il permesso di Damasco né un mandato da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21



Immagine CC0 via Flickr

 

Continua a leggere

Geopolitica

Disputa tra la Francia e l’ex colonia Mauritius per l’isola di Tromelin

Pubblicato

il

Da

La Francia deve affrontare una disputa decennale con la sua ex colonia, l’arcipelago di Mauritius, sul controllo dell’isola di Tromelin, ha insistito il ministro degli Esteri mauriziano.   Il territorio dell’Oceano Indiano, che comprende un’ampia zona economica esclusiva, fa parte di Mauritius, ha dichiarato Dhananjay Ramful all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.   Mauritius sostiene che Tromelin fosse tra le dipendenze cedute insieme a Mauritius alla Gran Bretagna con un trattato del 1814. Ha rivendicato formalmente la sovranità nel 1976, otto anni dopo l’indipendenza. La Francia, però, continua ad amministrare l’isola, in gran parte disabitata, e ne rivendica la sovranità.   «L’isola di Tromelin è parte integrante del territorio della Repubblica di Mauritius», ha detto Ramful a Nuova York venerdì. Ha invitato Parigi a impegnarsi «nello spirito di amicizia» per chiudere la controversia.

Sostieni Renovatio 21

Tromelin misura circa 1 km², ma la zona economica esclusiva circostante supera i 280.000 km² e ospita preziosi banchi di pesca. La Francia la amministra dal 1954, quando vi installò una stazione meteorologica.   Nel 2010 i due Paesi firmarono un accordo per la gestione congiunta di pesca, tutela ambientale e ricerca intorno a Tromelin, senza però definire a chi appartenesse la proprietà. Il Senato francese approvò l’intesa nel 2012, ma il governo la ritirò dal dibattito all’Assemblea nazionale nel 2017, di fronte alle opposizioni alla gestione condivisa. L’accordo non è ancora ratificato.   Tromelin non è l’unica disputa territoriale tra la Francia e un’ex colonia africana. Il Madagascar rivendica quattro isole amministrate dalla Francia nel Canale del Mozambico; le Comore rivendicano Mayotte, governata da Parigi come dipartimento d’oltremare.   Mauritius ha anche una controversia con la Gran Bretagna sull’arcipelago delle Chagos. Londra separò le isole dalle Mauritius sotto dominio britannico nel 1965. Nel discorso all’ONU Ramful ha definito la sovranità mauriziana sulle Chagos «non negoziabile» e ha indicato un trattato firmato con la Gran Bretagna nel maggio 2025 come possibile via per risolvere la questione.   Lo scorso anno la Gran Bretagna ha firmato un trattato per trasferire a Mauritius la sovranità sulle Chagos, mantenendo la base congiunta anglo-americana di Diego Garcia con un affitto di 99 anni. L’intesa segue una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2019, secondo cui la separazione delle isole da Mauritius prima dell’indipendenza era illegittima. Il trattato non è ancora in vigore.   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo ha definito un «accordo terribile» e si è opposto al trasferimento delle isole, strategicamente rilevanti. Londra ha sospeso l’attuazione: il ministro della Difesa Wes Streeting ha detto la scorsa settimana che «non si può procedere senza il sostegno americano».  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Jean-Claude Hanon via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, 2.5 Generic, 2.0 Generic e 1.0 Generic  
Continua a leggere

Geopolitica

Netanyahu vuole portare Erdogan alla Corte Penale Internazionale

Pubblicato

il

Da

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu starebbe preparando un possibile caso presso la Corte penale internazionale (CPI) contro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, da usare come leva nella disputa crescente tra i due Paesi. Lo riporta i24NEWS, che cita alcune fonti.

 

La mossa segue l’annuncio di un mese fa della Turchia, che ha chiesto all’Interpol un mandato di cattura internazionale (Red Notice) per Netanyahu, dopo che un tribunale turco aveva emesso un mandato di arresto nei suoi confronti, tra le altre accuse quella di genocidio, per l’intercettazione israeliana della flottiglia Global Sumud diretta a Gaza all’inizio di quest’anno.

 

Netanyahu ha replicato attaccando il leader turco, definendolo «un dittatore antisemita» e accusandolo di massacrare i curdi e di dare rifugio a membri di Hamas. Ha ribadito le accuse nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la scorsa settimana, descrivendo la Turchia come «l’ultimo Paese a diventare un super diffusore di menzogne ​​antisemite». Il direttore della comunicazione turco, Burhanettin Duran, ha respinto le affermazioni come «accuse infondate».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Secondo alcune fonti, Netanyahu avrebbe incaricato una squadra interministeriale israeliana e il capo del Dipartimento di diritto internazionale di preparare un dossier incentrato soprattutto sui presunti attacchi alle minoranze curde. Il fascicolo tratterebbe anche le accuse secondo cui il governo di Erdogan finanzia Hamas.

 

La CPI, con sede all’Aia, è nata con lo Statuto di Roma, in vigore dal 2002, per perseguire genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Secondo i24NEWS, è più probabile che Israele proceda tramite una terza parte, anche se resta la possibilità di avviare il procedimento in proprio.

 

Israele, tuttavia, spera di evitare entrambe le strade e «mira a usare l’esistenza del caso come leva contro Erdogan, utilizzandola di fatto come deterrente», secondo fonti citate dalla testata.

 

Nel novembre 2024 la CPI ha emesso un mandato di arresto per Netanyahu, accusandolo di aver usato «la fame come metodo di guerra», di aver diretto intenzionalmente attacchi contro i civili a Gaza e di aver commesso crimini contro l’umanità.

 

Né Israele né la Turchia sono parte dello Statuto di Roma; lo stesso vale per gli Stati Uniti, alleato più stretto di Israele e fermo oppositore del mandato contro Netanyahu. Washington ha sanzionato la presidente della CPI, Tomoko Akane, e l’avvocato Abdoulaye Seye, accusando la Corte di aver oltrepassato il proprio mandato. La CPI ha dichiarato di «respingere con forza» le sanzioni, definendole «un flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale».

 

La Corte non ha mezzi propri per far eseguire il mandato e dipende dai singoli Stati. Un sondaggio di luglio di Economist/YouGov ha rilevato che il 49% degli americani riteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto arrestare Netanyahu se fosse entrato nel Paese.

 

Come riportato da Renovatio 21, quattro mesi fa l’Erdogan ha espresso una dura critica nei confronti del premier israeliano Benjamino Netanyahu per la distruzione di Gaza, mettendo in guardia sul fatto che i musulmani potrebbero presto impartirgli una «lezione».

Iscriviti al canale Telegram

Come riportato da Renovatio 21, nel settembre 2024 Erdogan aveva chiesto la creazione di un’alleanza più ampia di Paesi islamici per affrontare la percepita «minaccia di espansionismo» proveniente da Israele.

 

A luglio 2023 il presidente turco aveva addirittura minacciato di invadere Israele a causa del conflitto di Gaza, mentre Israele aveva avvertito che il leader turco potrebbe fare la fine di Saddam Hussein, se avesse continuato con tale retorica.

 

Come riportato da Renovatio 21 in questi anni di conflitto gazano si sono avuti più volte esempi «reductio ad Hitlerum» erdogana, con il turco a paragonare in svariate occasioni il primo ministro Beniamino Netanyahu ad Adolfo Hitler nella condanna dell’operazione militare giudaica a Gaza, arrivando a dichiarare che Israele è uno «Stato terrorista» che sta commettendo un «genocidio» a Gaza, e apostrofando il Netanyahu come «il macellaio di Gaza».

 

Lo Erdogan lo scorso novembre aveva accusato lo Stato Ebraico di «crimini di guerra» per poi attaccare l’intero mondo Occidentale (di cui Erdogan sarebbe di fatto parte, essendo la Turchia aderente alla NATO e aspirante alla UE) a Gaza «ha fallito ancora una volta la prova dell’umanità».

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Downing Street via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

 

Continua a leggere

Geopolitica

La Russia colpisce data center e siti logistici in Ucraina. Bombardata anche Vodafone

Pubblicato

il

Da

Il ministero della Difesa russo ha dichiarato che l’esercito russo ha preso di mira i data center degli operatori di telefonia mobile, oltre a numerosi magazzini e infrastrutture critiche in tutta l’Ucraina.   Domenica il ministero ha aggiornato l’ultima serie di attacchi a lungo raggio, elencando gli obiettivi. Nella regione di Kiev è stato colpito un grande magazzino del gruppo Zammler, usato per stoccare e distribuire gli aiuti militari occidentali destinati all’Ucraina.   Filmati online mostrano una colonna di fumo nero dal centro logistico nel villaggio di Krasilovka. Il magazzino avrebbe subito danni consistenti e gli impatti avrebbero innescato un incendio durato diverse ore.    

Sostieni Renovatio 21

Gli attacchi hanno colpito anche un data center a Kiev di Vodafone Ucraina. Il ministero ha descritto il principale fornitore come una delle «maggiori aziende che forniscono servizi di comunicazione mobile e internet ad alta velocità» all’esercito ucraino. Più tardi, nello stesso giorno, sono stati colpiti anche i data center del provider Omega Telecom e dell’operatore Kievstar.   Di recente Mosca ha concentrato l’attenzione sui data center ucraini: diversi fornitori di internet e telefonia hanno segnalato danni e problemi di connettività.  

Iscriviti al canale Telegram

Secondo il ministero, due magazzini usati per lo stoccaggio di droni d’attacco sono stati colpiti nell’oblast’di Nikolaev, e un altro deposito per droni intercettori a Odessa. In precedenza il produttore ucraino Pegasus Arms aveva sospeso le attività, sostenendo che lo stabilimento era stato gravemente danneggiato dai raid russi all’inizio di questa settimana. L’azienda aveva già interrotto le operazioni a fine anno scorso per gli attacchi, per poi riprenderle dopo il trasferimento della produzione.   La città portuale di Kiliya, sul Danubio, è stata colpita duramente nell’ultima ondata. Secondo il ministero sono stati presi di mira siti infrastrutturali portuali, una base navale, un posto di guardia di frontiera e quattro magazzini di equipaggiamento militare. Inoltre l’esercito ha colpito due navi da carico al largo di Odessa, ritenute usate per il trasporto di materiale militare e merci a duplice uso per le forze ucraine.   Nelle ultime settimane sia Kiev sia Mosca hanno intensificato gli attacchi a lungo raggio dopo che l’Ucraina ha lanciato la sua «campagna di pressione» durante l’estate. La Russia ha risposto ampliando in modo marcato il raggio d’azione dei raid in tutto il Paese, paralizzando di fatto il traffico marittimo ucraino nei porti del Mar Nero e causando gravi interruzioni alla logistica in altre zone.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da Twitter  
Continua a leggere

Più popolari