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800.000 persone in place de la Concorde, secondo giorno di Leone XIV in Francia

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Sabato 26 settembre, papa Leone XIV ha concluso il suo soggiorno a Parigi prima di recarsi a Lourdes. Dopo aver incontrato i migranti alla Casa Bakhita, ha pregato al Memoriale dei Martiri Carmelitani e ha parlato ai catecumeni presso l’Istituto Cattolico. Ha celebrato poi la Messa in Place de la Concorde davanti a una folla stimata in 800.000 persone. La sera, nella Grotta di Massabielle, ha affidato la Francia alla Madonna.

 

Alla Maison Bakhita, incontro con i migranti

La giornata è iniziata nel 18° arrondissement di Parigi, alla Maison Bakhita. Quest’opera della diocesi sostiene i migranti nell’apprendimento del francese e nella loro integrazione. Le dimensioni ridotte dei locali hanno limitato l’incontro a una quarantina di persone. Leone XIV ha ascoltato tre persone raccontare il loro viaggio di esilio, di accoglienza e di ricostruzione.

 

Il papa ha elogiato il lavoro dei volontari e delle monache scalabriniane. Riferendosi a Joséphine Bakhita, ex schiava sudanese da cui la casa prende il nome, ha chiesto di accogliere coloro che rimangono invisibili e di aiutare le persone oggi sottoposte a nuove forme di schiavitù. Per i cristiani, ha ricordato, citando l’esortazione Dilexi te, i poveri «non sono una categoria sociologica, ma la carne stessa di Cristo».

 

Leone XIV ha insistito anche su ciò che ognuno porta all’incontro: «Nessuno è così povero da non avere nulla da dare; nessuno è così ricco da non avere nulla da ricevere». L’accoglienza non si riduce quindi all’assistenza materiale, presuppone il riconoscimento della dignità e dei doni di coloro che riceviamo.

 

La visita alla Casa Bakhita mette in luce un’opera di carità verso le persone concrete. Tuttavia, non risolve la questione politica dell’immigrazione, che è particolarmente urgente nella nostra epoca di massicce migrazioni tra paesi con culture molto diverse. Ciò impone di considerare la capacità di accoglienza, il bene comune delle nazioni e l’insicurezza cronica vissuta da alcuni paesi. Questo tema, che riguarda l’opinione pubblica francese, non è stato affrontato dal Papa durante questa visita.

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All’Istituto Cattolico, formazione dei neobattezzati

Il Papa si è poi recato all’Istituto Cattolico di Parigi. Nella chiesa Saint-Joseph-des-Carmes, poi davanti al memoriale dei martiri del settembre 1792, ha pregato in un luogo segnato dal massacro di più di cento sacerdoti durante la Rivoluzione. La stele reca la scritta Hic ceciderunt («Qui caddero»).

 

Di fronte ai membri dell’assemblea ecclesiale provinciale, catecumeni e neofiti, Leone ha espresso il suo stupore per il numero di adolescenti e adulti che oggi in Francia chiedono il battesimo: 21.000 entro Pasqua 2026, rispetto ai 4.100 del 2016. Questa crescita, in una società fortemente secolarizzata, dimostra l’opera della grazia. Ma ha anche chiesto di non legarsi ad una «ingenua beatitudine»: la Chiesa deve accompagnare queste persone prima e dopo aver ricevuto i sacramenti, per evitare il «vuoto post-battesimale».

 

Il papa ha auspicato una formazione che introduca la dottrina, le esigenze della vita morale e della liturgia. Ha chiesto che le comunità offrano ai neobattezzati uno «spazio familiare» dove la loro fede possa unificarsi con la loro vita. Questa insistenza sulla trasmissione della fede risponde ad una necessità molto reale. Nello stesso discorso Leone XIV, però, ha collegato l’accompagnamento liturgico dei catecumeni agli insegnamenti del Vaticano II. Resta irrisolto il problema della riforma liturgica scaturita dal Concilio, già presente nel suo intervento del giorno prima a Notre-Dame.

 

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In Place de la Concorde, un invito a trasmettere la fede

Nel pomeriggio, Papa Leone XIV ha percorso gli Champs-Élysées a bordo della papamobile, salutando i fedeli e benedicendo i bambini accompagnati dai genitori. La folla si estendeva da Place de la Concorde fino alle vicinanze dell’Arco di Trionfo, dove molti hanno seguito la Messa su maxi-schermi, a volte senza riuscire nemmeno a intravedere l’altare. Secondo i dati diffusi dalle autorità locali, circa 800.000 persone hanno partecipato alla celebrazione. Inni, la recita del rosario e le confessioni offerte tra i presenti hanno riempito le ore di attesa. Circa 14.000 volontari sono stati mobilitati per tutti gli eventi parigini.

 

Anche il luogo stesso rivestiva un significato storico: durante la Rivoluzione francese, in questa piazza fu eretta la ghigliottina, dove Luigi XVI, Maria Antonietta, Madame Élisabeth e oltre mille altre vittime trovarono la morte. Poche ore dopo il momento di riflessione del Papa al Memoriale dei Martiri Carmelitani, la celebrazione della Messa in Place de la Concorde ha immerso questa folla di cattolici in una storia dolorosa che Parigi porta ancora dentro di sé.

 

Erano presenti quasi 3.000 sacerdoti e diaconi, oltre a un centinaio di vescovi. Tra le personalità presenti alla Messa figuravano Bernard Arnault, presidente del gruppo di beni di lusso LVMH, accompagnato dalla sua famiglia; il Primo Ministro Sébastien Lecornu; Brigitte Macron; i presidenti del Senato e dell’Assemblea Nazionale, Gérard Larcher e Yaël Braun-Pivet; l’ex Presidente Nicolas Sarkozy; gli ex Primi Ministri François Fillon ed Édouard Philippe; nonché Gabriel Attal, Bruno Retailleau, Marine Le Pen e Jordan Bardella.

 

La Messa votiva alla Vergine Maria, Fonte di Salvezza, ha offerto a Papa Leone XIV l’opportunità di pronunciare un’omelia sul tema dell’acqua viva. Partendo dall’invito di Cristo – «Se qualcuno ha sete, venga a me» – il Papa ha chiesto a tutti di esaminare la propria sete più profonda. Gli esseri umani desiderano felicità, amore e appagamento, ma i beni materiali, i piaceri e il divertimento non riescono a soddisfarli. Anche dopo il successo, ha osservato, «il vuoto interiore riemerge, ancora più profondo». La sua risposta è stata chiara: «Solo Dio può colmare il vuoto interiore».

 

Leone XIV ha poi collegato la visione di Ezechiele, in cui l’acqua sgorga dal Tempio e dona vita a tutto ciò che tocca, al costato trafitto di Cristo. Gesù incontra ogni persona nella sua storia e le offre acqua capace di dissetare la sua «sete di significato, di verità e di appagamento». Il Papa ha invitato i francesi ad abbeverarsi profondamente al Cuore di Gesù e a non tenere per sé questa fede: coloro che accolgono la vita di Cristo possono a loro volta diventare, secondo l’immagine mutuata da Origene, un «pozzo», una «sorgente», un «fiume» per gli altri. «Sta a voi portare la speranza dove regnano lo scoraggiamento e l’aridità spirituale», ha dichiarato.

 

Davanti a questa folla, il Papa ha anche ricordato che Cristo conosce personalmente ogni persona, anche nelle sue debolezze: per Lui nessuno è un numero o una cifra identificativa. Ha esortato i francesi a «costruire una nazione rinnovata dalle sue radici, nutrita dalla fede». Per evocare queste radici, ha citato i primi martiri Blandina, Potino e Ireneo, poi San Martino, San Francesco di Sales, San Vincenzo de’ Paoli, Federico Ozanam e Santa Giovanna Jugan. La loro eredità continua, ha affermato, in coloro che oggi si impegnano «per la vita, la famiglia, la verità, la pace, la fraternità e la giustizia».

 

Nelle sue osservazioni conclusive, Leone XIV ha ringraziato le famiglie che perseverano nonostante le difficoltà quotidiane. Ai giovani che aveva incontrato il giorno precedente allo Stade de France, ha dichiarato: «Voi siete la Chiesa di oggi!». Si è rivolto anche ai catecumeni e ai neofiti che aveva ascoltato quella mattina, invitandoli a condividere i loro percorsi affinché, a loro volta, potessero ispirare altri a porsi delle domande. Infine, ha chiesto l’intercessione della Vergine Maria affinché «semi di fede, speranza e carità» fioriscano in tutta la Francia.

 

Questa immensa folla ha testimoniato l’attesa che il Papa ha orientato verso Cristo, alla conversione e alla trasmissione della fede. Il fervore religioso manifestato a Parigi rende ancora più necessario trasmettere la fede cattolica nella sua interezza e far conoscere la liturgia tradizionale, tesori della Chiesa di cui tante anime sono state private per decenni.

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A Lourdes, una preghiera per la Francia

Dopo la Messa, Papa Leone è partito da Parigi per Lourdes. Accolto in serata dal mons. Jean-Marc Micas, vescovo di Tarbes e Lourdes, si è recato alla Grotta di Massabielle. Lì ha pregato in silenzio, ha toccato la roccia, ha bevuto l’acqua della sorgente e acceso una candela, compiendo i gesti tradizionali dei pellegrini. Ha offerto poi una rosa d’oro alla Madonna.

 

Nella preghiera che ha letto in francese, il Papa ha chiesto alla Vergine Maria di ottenere per il popolo francese «il dono della concordia fraterna» e per il Paese «capi saggi e generosi, pronti al sacrificio, capaci di affrontare le sfide e disposti a servire il bene comune». Le ha affidato le famiglie cristiane, auspicando che siano «generosamente aperte alla vita« e che Dio susciti in loro vocazioni sacerdotali e religiose.

 

Infine, Leone ha presentato alla Madonna gli ammalati, i sofferenti e i loro compagni. La sua preghiera si concludeva con una richiesta che conferisce a questo giorno il suo significato spirituale: che vengano rimossi gli ostacoli che separano l’umanità da suo Figlio, «e che Egli possa regnare in tutti i cuori».

 

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Dal piccolo gruppo riunito alla Maison Bakhita alla folla sugli Champs-Élysées, fino al silenzio di Massabielle, questa seconda giornata ha rivelato volti molto diversi della Francia.

 

Intervistato da CNews, padre Jean-François Thomas, gesuita, ha visto in questo afflusso molto più di un entusiasmo passeggero: «Credo che stiamo assistendo a un cambiamento nel ruolo del cattolicesimo nella società francese. Dagli anni Sessanta, la tendenza, anche all’interno del clero, è stata quella di nascondersi e rendersi invisibili. Ma ora stiamo assistendo al fenomeno opposto, che non proviene principalmente dalla gerarchia o dal clero, bensì dai fedeli laici. Il loro entusiasmo non è meramente superficiale: è un fervore interiore. Certamente, questa gioia si manifesta esteriormente, ma è molto più profonda».

 

Questo fervore, visibile nelle strade di Parigi, ora ha bisogno di crescere e portare frutti duraturi. Potrà contare sulla solida roccia di duemila anni di storia della Chiesa?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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«L’Europa consegna i suoi Paesi ad una nuova invasione». Mons. Viganò, messaggio per Lepanto

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Renovatio 21 pubblica il messaggio per la ricorrenza della battaglia di Lepanto dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.   Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta della Lega Santa affrontava a Lepanto un nemico che pareva invincibile, San Pio V e il popolo cristiano pregavano il Rosario. Vinse allora ciò che aveva vinto con Gedeone: «ne glorietur contra me Israel, et dicat: Meis viribus liberatus sum». [«Perché Israele non si vanti contro di me dicendo: “La mia mano mi ha salvato”», ndr]   Il Signore tolse al suo condottiero ventinovemila uomini e gliene lasciò trecento, perché nessuno attribuisse alle proprie forze una vittoria che era Sua.  

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Oggi i governanti d’Europa, dimentichi dell’identità dei loro popoli forgiata dal Cattolicesimo Romano, consegnano inermi i propri Paesi a una nuova invasione. E la gerarchia sedicente cattolica, che dovrebbe chiamare a raccolta i fedeli, incoraggia la sostituzione etnica, benedice chi la promuove e chiama «dialogo» la propria vile e abbietta diserzione.   Ma i primi nemici dei popoli europei non sono coloro che violano i nostri confini: sono quanti, servi dei potentati finanziari che pretendono di governare le nazioni, se ne servono per scardinare la Religione e l’ordine sociale, e imporre così la propria tirannide tecnocratica. Alle genti che arrivano la Chiesa Cattolica deve la carità e l’annuncio di Cristo; ai loro strumentalizzatori, la coraggiosa denuncia e la resistenza.   Un’Europa apostata dalla Fede e pervertita nella Morale non ha più galee, perché non ha più Rosari. Ma la Vergine è la stessa, e Dio non ha mutato il suo giudizio sui numeri: gli bastano trecento uomini, purché siano in ginocchio. «Cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo». [«Rallegrati, Vergine Maria, tu sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero», ndr]   Torniamo ai piedi dell’altare. Torniamo al Rosario quotidiano.   Carlo Maria Viganò + Arcivescovo

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Immagine: cerchia di Andries van Eertvelt (1590–1652), La battaglia di Lepanto (1622), collezione privata. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.  
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Domani, l’Anticristo? Quando la teologia fa luce sulla geopolitica

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Nel numero 700 del Courrier de Rome (settembre 2026), padre Jean-Michel Gleize si interroga sulla possibilità di spiegare il sostegno americano a Israele unicamente con motivazioni geopolitiche e rintraccia le radici religiose e messianiche di questa alleanza fino alla questione dell’Anticristo. Padre Philippe Bourrat, dal canto suo, ripercorre l’intervento di San Clemente di Roma nella crisi della Chiesa di Corinto.

 

Israele, il Tempio e l’Anticristo

«Domani, l’Anticristo?”: Dietro questo titolo interrogativo, padre Jean-Michel Gleize inizia ponendo una questione metodologica. La scienza, nel senso moderno del termine, cerca le cause immediate e osservabili dei fenomeni. La «saggezza» va più indietro, alle loro cause profonde. Che dire allora della geopolitica? Può spiegare pienamente gli eventi che osserva, o dobbiamo, in certi casi, guardare più in profondità?

 

L’autore applica questa questione alle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Dal riconoscimento dello Stato ebraico al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme sotto la presidenza di Donald Trump, passando per l’entità degli aiuti concessi a Israele, egli osserva una convergenza che sembra difficile da spiegare unicamente con interessi economici, finanziari o strategici. «È possibile che considerazioni teologico-politiche prevalgano in questo caso sulla geopolitica?», si chiede.

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Fu allora che emerse il sionismo cristiano, una branca del protestantesimo evangelico per la quale la creazione dello Stato di Israele era vista come il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Il raduno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Terzo Tempio erano, in quest’ottica, finalizzati a preparare il ritorno di Cristo e la conversione di Israele. L’abate Gleize individua dunque, dietro alcune scelte della politica americana, una motivazione religiosa che trascende la mera geopolitica.

 

Ma questa convergenza cela una profonda divergenza. L’autore esamina l’aspettativa messianica ebraica, basandosi in particolare sull’opera di Elijah Benamozegh: il Messia atteso deve instaurare un ordine universale incentrato su Gerusalemme e sul suo Tempio. La ricostruzione del Tempio assume quindi un significato messianico per entrambe le parti, ma non conduce allo stesso Messia.

 

È a questo punto che lo studio si allinea al suo titolo. Padre Gleize mette a confronto questa aspettativa con i principi della teologia cattolica, in particolare quelli di San Paolo, Sant’Ireneo e San Tommaso d’Aquino. Il falso Messia che apparirà alla fine dei tempi e sarà accolto come tale è l’Anticristo; Sant’Ireneo lo descrive mentre instaura il suo regno a Gerusalemme e siede nel Tempio. La convergenza tra il sionismo evangelico americano e la causa israeliana appare quindi come una temporanea «coincidenza di interessi».

 

La conclusione ritorna dunque al problema posto nelle righe iniziali. La geopolitica, «lasciata a se stessa», rimane, per l’abate Gleize, «incapace di fornirci una vera comprensione degli eventi che si svolgono sotto i nostri occhi». La loro profonda spiegazione richiede il ricorso a «dati religiosi, biblici e teologici» e, in ultima analisi, alla «Saggezza dall’alto».

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Una sedizione a Corinto, Roma interviene

Con padre Philippe Bourrat, questo numero ci trasporta alla fine del I secolo. Intorno all’anno 98, scoppiò una sedizione nella Chiesa di Corinto: diversi sacerdoti, fino ad allora irreprensibili nel loro ministero, furono destituiti. Il terzo successore di San Pietro intervenne quindi per ristabilire l’ordine tra i Corinzi.

 

Il significato di questa epistola, tuttavia, va ben oltre l’episodio che l’ha ispirata. San Clemente riconduce i disordini visibili alle loro cause morali: gelosia, superbia e insubordinazione. Al contrario, esorta i fedeli a riscoprire l’umiltà e l’obbedienza che avevano caratterizzato la loro comunità: «vi siete tutti dimostrati umili, senza vantarvi, più inclini all’obbedienza che al comando».

 

L’epistola dispiega dunque un intero insegnamento della vita cristiana: penitenza, timore del giudizio di Dio, speranza della risurrezione, imitazione dell’umiltà di Cristo e sottomissione all’ordine stabilito da Dio. «Fratelli, impegniamoci con tutto il nostro zelo, sotto il comando di questo irreprensibile condottiero», esorta san Clemente prima di ricordare la distinzione e la gerarchia delle funzioni nella Chiesa.

 

L’abate Bourrat sottolinea in particolare ciò che questo intervento rivela sull’autorità romana in un’epoca molto vicina a quella degli Apostoli. Il vescovo di Roma interviene in un’altra Chiesa, condanna la sedizione, esige che i suoi decreti siano osservati e invia legati per riferire sul ristabilimento della concordia. San Clemente può quindi scrivere: «ci darete gioia e letizia se obbedirete a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo».

 

Le pagine conclusive mettono a confronto questa interpretazione con quella proposta nel recente manuale Alla scoperta dei Padri della Chiesa . L’abate Bourrat la critica in particolare per aver spostato l’enfasi su un presunto «eccesso di zelo» che sfocia nel fanatismo, mentre il testo di San Clemente denuncia esplicitamente la superbia, la gelosia e l’insubordinazione dei sediziosi.

 

Secondo l’autore, è proprio questo che rende questa lettera, vecchia di quasi duemila anni, così attuale: gli stessi disordini producono gli stessi risultati quando si perde lo spirito di Cristo. «Gli insegnamenti di questo venerabile testo sono ancora validi oggi», conclude.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Leone XIV elogia la Confessione di Augusta, documento fondativo luterano

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Il 1° ottobre papa Leone XIV ha ricevuto nella biblioteca privata del Palazzo Apostolico i rappresentanti della Federazione Luterana Mondiale e ha esortato cattolici e luterani a riscoprire un patrimonio «apostolico e preconfessionale» condiviso, mentre avanzano «verso la piena e visibile unità». Lo riporta LifeSite.   Il romano pontefice ha detto che il cammino ecumenico cattolico-luterano dovrebbe mirare a una «rinnovata comunione nella fede apostolica, nei sacramenti e nei ministeri». Erano presenti il presidente della Federazione, Henrik Stubkjær, e il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero vaticano per il Servizio dell’Unità dei Cristiani.   «Il 2030, anno che segna il 500° anniversario della Confessione di Augusta, può diventare uno di questi momenti condivisi: una profonda esperienza ecumenica che possa dare nuova energia e gioia ai passi che compiremo verso una piena e visibile unità», ha affermato Papa Leone.

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Ha richiamato in particolare la Confessione di Augusta, il documento del 1530 divenuto il credo fondante del movimento luterano. A suo giudizio lo scopo originario non era fondare una confessione separata, ma cercare la riconciliazione all’interno della Chiesa occidentale.   «Quando la Confessio Augustana fu letta ad Augusta il 25 giugno 1530, l’unità della Chiesa occidentale era in pericolo, ma non ancora frantumata», ha detto. Citando Giovanni Paolo II, ha aggiunto che gli autori del XVI secolo intendevano testimoniare la loro fede nella «Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».   Leone XIV ha osservato che il documento è stato compreso solo in seguito come parte di un processo divisivo di separazione confessionale. In vista del cinquecentesimo anniversario, nel 2030, cattolici e luterani dovrebbero cercare di recuperare quello che ha definito il suo «potenziale ecumenico preconfessionale».   «Rivolgo un appello accorato a tutti i credenti, e in particolare ai teologi, affinché rivolgano la loro mente a Cristo e al suo Vangelo», ha detto il Papa. Ha auspicato un ritorno «alla fede della Chiesa primitiva e dei Padri della Chiesa» per riscoprire «l’eredità apostolica e preconfessionale che ci unisce veramente come fratelli e sorelle in Cristo».   Il Prevost inoltre ricordato i progressi del dialogo cattolico-luterano negli ultimi decenni, indicando la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata nel 1999, come tappa fondamentale, insieme ai documenti comuni precedenti sull’Eucaristia, sul ministero nella Chiesa e sui cammini verso una maggiore comunione, richiamando. Ha infine richiamato un discorso di Papa Francesco del 2021 alla Federazione Luterana Mondiale, in cui l’ecumenismo era descritto come un «cammino di grazia» piuttosto che come una «diplomazia ecclesiale».   Nel 2030 ricorrerà il 500° anniversario della Confessione di Augusta, presentata ad Augusta il 25 giugno 1530. Anche se non aveva lo scopo di dividere la Chiesa, il testo respinse comunque una serie di dottrine importanti già definite in modo autorevole dalla Chiesa stessa.

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Redatta dal teologo luterano Filippo Melantone e presentata all’imperatore cattolico Carlo V, la Confessione del 1530 mirava a dimostrare che i suoi aderenti stavano affrontando quelli che consideravano «abusi teologici ed ecclesiastici», ripristinando al contempo la fede e la pratica della «prima comunità cristiana». Tra quegli «abusi» rientravano dottrine e pratiche a lungo sostenute dalla Chiesa cattolica: la Comunione sotto un’unica specie, il celibato sacerdotale, la natura sacrificale della Messa, la concezione tradizionale della confessione sacramentale e della penitenza, e alcuni aspetti del rapporto tra autorità ecclesiastica e civile.   La risposta cattolica fu la Confutatio Augustana, una confutazione dettagliata preparata da teologi papali e presentata alle autorità imperiali. Il documento affrontava in modo sistematico le tesi luterane e sollecitava l’adesione alla pienezza della dottrina cattolica. Molte delle questioni sollevate in quello scambio furono poi esaminate più a fondo dal Concilio di Trento, che diede la risposta definitiva della Chiesa alle sfide della Rivoluzione protestante.   Le parole di papa Leone XIV fanno eco a quanto già detto all’inizio di quest’anno dall’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. In un’intervista del 22 gennaio 2026 a Vatican News, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Pace aveva elogiato la Confessio Augustana del 1530 come un tentativo significativo di individuare un terreno comune tra i cattolici e il nascente movimento protestante, e aveva suggerito che il documento potesse servire da punto di riferimento per la riflessione ecumenica in vista del cinquecentesimo anniversario del 2030.  

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Immagine: Lutero e Murner come draghi, Murnarus Leviathan, J. Grüninger, 1521, folio c3 verso, Biblioteca Nazionale e Universitaria di Strasburgo Immagine di Ji-Elle via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
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