Storia
Quattro omicidi di presidenti USA «legati alle multinazionali». Parla il capo della sicurezza russa Patrushev
Nell’ampia intervista data dal segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev al settimanale Argumenti i Fakti (aif.ru) il 10 gennaio, l’alto funzionario del Cremlino accusa lo Stato americano di essere solo una «copertura per un conglomerato di grandi società che governano il Paese e cercare di dominare il mondo», e che «tutti e quattro gli omicidi di leader americani sono legati a una traccia corporativa» cioè agli interessi delle multinazionali statunitensi.
Il Patrushev non ha fornito ulteriori dettagli su questo punto, ma ha aggiunto che queste multinazionali trattano anche i presidenti degli Stati Uniti come «semplici prestanome che possono essere messi a tacere, come è successo con Trump».
«Le autorità statunitensi, alleate delle grandi imprese, servono gli interessi delle corporazioni transnazionali, compreso il complesso militare-industriale. La politica assertiva della Casa Bianca, l’aggressività sfrenata della NATO, l’emergere del blocco militare AUKUS e altri, sono anche una conseguenza dell’influenza delle multinazionali», ha affermato Patrushev, aggiungendo che le multinazionali impiegano «i metodi più cinici» per influenzare la politica, inclusi «esperimenti con agenti patogeni e virus pericolosi condotti nei laboratori biologici militari gestiti dal Pentagono».
Il conglomerato USA, dice il segretario del Consiglio di sicurezza del Cremlino, «impone valori neoliberisti e di altro tipo, alcuni dei quali sono essenzialmente contrari alla natura umana», ad esempio, «solo ieri promuovevano gli OGM senza preoccuparsi delle conseguenze che tali prodotti potevano causare, e oggi esortano le donne a non avere figli per il gusto di lottare contro il cambiamento climatico»
«I ricercatori d’oltremare suggeriscono di giudicare le persone in base alla loro impronta di carbonio… Stanno misurando e calcolando gli esseri umani come facevano gli scienziati nazisti, misurando i teschi umani per stabilire i criteri per distinguere le “razze superiori” e le “razze inferiori”», ha dichiarato il Patrushev.
Come riportato da Renovatio 21, nell’intervista a Fakti i Argumenti il Patrushev, che non è nuovo a tirate contro le élite anglosassoni e quello che nei circoli politico-diplomatici russi ormai si chiama il «miliardo d’oro», ha inoltre dichiarato che la Russia sta affrontando «l’intera NATO in Ucraina». Tre mesi fa, aveva invece detto che gli USA starebbero cercando di far rivivere il fascismo in Europa.
Come noto, quattro presidenti USA in carica sono stati uccisi: Abraham Lincoln (1865, assassino John Wilkes Booth), James A. Garfield (1881, assassino Charles J. Guiteau), William McKinley (1901, assassino Leon Czolgosz) e John F. Kennedy (1963, assassino, sulla carta, Lee Harvey Oswald). Inoltre, due presidenti sono stati feriti in tentati omicidi: l’ex presidente Teodoro Roosevelt (1912, attentatore John Flammang Schrank) e Ronald Reagan (1981, attentatore John Hinckley Jr.). In tutti questi casi, l’arma dell’aggressore era un’arma da fuoco.
Come riportato da Renovatio 21, ha destato enorme clamore nelle scorse settimane la trasmissione TV di Fox News del conduttore Tucker Carlson che ha affermato, forte di una fonte che ha letto le carte, che la Central Intelligence Agency (CIA), il maggior servizio segreto degli USA e probabilmente del mondo, sarebbe direttamente coinvolta nell’assassinio del presidente Kennedy. Alcuni sospettano che l’informatore di Carlson sia lo stesso Donald Trump.
Robert F. Kennedy jr., nipote del presidente assassinato che ha vissuto anche il torbido assassinio del padre Bob Kennedy sr., ha celebrato le rivelazioni con parole chiarissime.
«Il telegiornale più coraggioso degli ultimi 60 anni. L’assassinio di mio zio da parte della CIA è stato un colpo di stato riuscito dal quale la nostra democrazia non si è mai ripresa».
The most courageous newscast in 60 years. The CIA’s murder of my uncle was a successful coup d'état from which our democracy has never recovered. @TuckerCarlson https://t.co/qJ1sUdhe4t
— Robert F. Kennedy Jr (@RobertKennedyJr) December 17, 2022
Storia
Sri Lanka, giorno del ricordo: i Tamil omaggiano i caduti di guerra in un clima di libertà
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Le comunità del nord e dell’est dello Sri Lanka il 27 novembre hanno commemorato pacificamenti i combattenti morti nella guerra civile. Nonostante il maltempo, sono stati deposti fiori, candele e frutta nei Maaveerar Thuyilam Illam, luoghi del riposo. Nessuna restrizione è stata imposta dal nuovo governo. Muthukumara, businessman di Colombo ad AsiaNews: «sono esseri umani. Continuare con questa pace».
Fiori, lampade, candele, noci di cocco e frutta. Sono gli oggetti offerti ai caduti di guerra, il 27 novembre, secondo la tradizione tamil. Nonostante le forti piogge e la minaccia del ciclone Fengal, le comunità del nord e dell’est hanno osservato il «Maaveerar Naal», il giorno in cui si ricordano le vittime del conflitto concluso nel 2009. Per l’occasione sono state accese lampade e recitate preghiere solenni.
È la prima volta in 15 anni che le popolazioni tamil commemorano i defunti con libertà. Molti nel sud hanno detto ad AsiaNews che il ricordo pacifico «è un diritto dei Tamil». Diversamente dagli anni passati, il nuovo governo del National People’s Power non ha imposto restrizioni né ha cercato di fermare gli eventi con iniziative di legge.
Le famiglie di quanti hanno perso i loro cari si sono unite in preghiere comuni e si sono radunate nei luoghi di riposo chiamati «Maaveerar Thuyilam Illam», ovvero cimiteri per i caduti in guerra, ma anche in templi e chiese per offrire i loro omaggi. Speciali strutture sopraelevate sostenute da pali sono state erette dai Tamil per permettere alla gente di riunirsi per rendere omaggio a chi ha combattuto per la liberazione della loro patria tradizionale nel nord e nell’est dello Sri Lanka – tra il 1983 e il 2009, nelle fila delle Tigri per la liberazione della patria Tamil (LTTE).
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Secondo i reporter che lavorano nelle province settentrionali e orientali, sono stati più di 200 i cimiteri visitati, presenti in quasi tutti i distretti del Nord e dell’Est.
Ramalingam Chandrasekar, ministro della Pesca e delle Risorse Acquatiche e Oceaniche nel nuovo governo guidato da Dissanayake, ha dichiarato che il governo non fermerà coloro che vogliono celebrare «Maaveerar Naal», aggiungendo che hanno il diritto di farlo.
Centinaia di persone si sono riunite al «Thuyilum Illam» di Kanagapuram, dove sono stati resi i tributi, decorando il luogo con bandiere rosse e gialle, che secondo i testimoni sventolavano tra la pioggia e il vento. Eventi simili si sono tenuti nei cimiteri di Mullaitivu Theravil, Mannar Atkattiveli e Jaffna Kodikamam, dove amici e familiari, compresi i bambini, si sono riuniti.
Dopo 15 anni dalla fine guerra civile – sancita dalla sconfitta delle Tigri per la liberazione della patria Tamil – i genitori di quanti hanno perso la vita affrontando l’esercito dello Sri Lanka, e sono stati deposti nel cimitero di Theravil, erano presenti per rendere omaggio ai loro figli e figlie. A Jaffna e nella parte orientale di Batticaloa i Tamil hanno offerto pacificamente il proprio omaggio al cimitero di Tharavai, e al Campus dell’Università Orientale. La gente si è presentata in gran numero con fiori, candele e bastoncini d’incenso.
Sono stati organizzati eventi anche a Tharmapuram, nel distretto di Killinochi, al Koppai «Maaveerar Thuyilum Illam» e all’Università di Jaffna. A Mullaitivu, i militari e la polizia in uniforme non hanno interrotto i preparativi per il Maaveerar Day, ma il comitato organizzatore riferisce di una continua sorveglianza e intimidazione da parte dell’intelligence.
Anche a Mullivaikkal, dove si è svolta l’ultima battaglia, i genitori dei caduti in guerra, i loro parenti, gli ex membri delle Tigri per la liberazione della patria Tamil (LTTE) e il pubblico si sono riuniti, sfidando la pioggia battente, e hanno reso solenni omaggi.
Anche politici nelle province settentrionali e orientali si sono uniti alle commemorazioni organizzate nelle rispettive aree. Come il leader del Fronte Popolare Nazionale Tamil e deputato del distretto di Jaffna Gajendrakumar Ponnambalam, il deputato di Batticaloa Shanakkiyan Rasamanikkam, il deputato del distretto di Vanni e leader dell’Alleanza Nazionale Democratica Tamil, Selvam Adaikalanathan.
«Noi del sud e anche i governi passati consideravano questa ricorrenza ogni anno come un grande atto terroristico compiuto dai Tamil. Questo è molto sbagliato. Tutti sono esseri umani, coloro che sono morti sono anche loro parenti. Se un uomo non permette a un altro uomo di commemorare i suoi parenti morti, allora chi lo farà?», ha dichiarato ad AsiaNews Namal Muthukumara, un uomo d’affari di Colombo.
«Siamo felici, solo quest’anno non abbiamo sentito alcun ordine dei tribunali o molestie da parte della polizia e dell’esercito nei confronti delle persone che commemorano questa giornata. Questo governo dovrebbe andare avanti con questa pace».
Un’altra donna, dipendente di un’azienda privata di Colombo, Mala Karunaseeli, ha dichiarato ad AsiaNews: «Quando la gente di questo Paese perdonerà e stringerà la mano ai tamil innocenti rimasti nel nord e nell’est? La gente dovrebbe dimenticare i torti del passato e unirsi in pace per il bene di tutti gli esseri umani».
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Pensiero
Orban: l’egemonia occidentale lunga 500 anni è finita
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Spirito
Nell’antica capitale del regno d’Armenia i resti di una delle chiese più antiche al mondo
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Il luogo di culto, del IV secolo, rinvenuto ad Artaxata. Una scoperta frutto del lavoro congiunto di archeologi dell’università di Münster e dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia. Per gli esperti è un evento «significativo» anche perché il regno è stato il primo nella storia «ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale».
Nei giorni in cui papa Francesco nomina nuovo membro del dicastero per le Chiese orientali il patriarca di Cilicia degli Armeni Raphaël Bedros XXI Minassian, un gruppo di studiosi annuncia la scoperta dei resti di una chiesa del quarto secolo ad Artaxata, l’antica capitale del regno d’Armenia. Per gli esperti l’edificio rappresenta uno dei più antichi luoghi di culto rinvenuti al mondo e la più antica dell’area in cui sorgeva il regno che è anche il primo nella storia ad aver abbracciato il cristianesimo come religione ufficiale.
I resti della chiesa, dalla forma ottagonale, sono stati riportati alla luce ad Artaxata, l’antica capitale del regno di Armenia, da una squadra congiunta di archeologi dell’università di Münster e dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia, che hanno lavorato sul sito da settembre. La scoperta «consiste in una struttura con estensioni cruciformi» che «corrisponde a edifici commemorativi paleocristiani» come spiega l’ateneo tedesco in una nota. La costruzione era caratterizzata da “un diametro di circa 30 metri” e aveva “un semplice pavimento in malta e piastrelle di terracotta».
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I ricercatori hanno anche trovato frammenti di marmo che indicano quanto fosse «riccamente decorata» con materiali di pregio da importazione. «Nelle estensioni a forma di croce, i ricercatori hanno scoperto i resti di piattaforme di legno che sono state datate al radiocarbonio» e risalirebbero «alla metà del IV secolo d.C.» prosegue la dichiarazione.
Questa datazione ha permesso ai ricercatori di stabilire che la struttura «è la più antica chiesa archeologicamente documentata del Paese e una prova sensazionale del primo cristianesimo in Armenia» come evidenzia Achim Lichtenberger, docente dell’università di Münster.
La città di Artaxata, ora in rovina, situata su una collina nel sud del Paese lungo il confine con la Turchia, è stata fondata nel 176 a.C. e si è sviluppata nel tempo sino a diventare «una importante metropoli», in particolare durante il periodo ellenistico.
Una crescita consistente, spiegano i ricercatori, tanto da farla diventare la «capitale del regno d’Armenia per quasi sei secoli». La stessa collina, che vanta una vista spettacolare sul monte Ararat, appena al di là del confine turco, ospita Khor Virap, un antico monastero ancora attivo che è anche un luogo di pellegrinaggio.
Interpellata dal Times of Israel l’archeologa classica, biblista e storica delle religioni Jodi Magness, docente all’università di Chapel Hill nella Carolina del Nord (Stati Uniti), parla anche lei di «scoperta significativa».
«La scoperta di questa chiesa – aggiunge – ha senso dal momento che il regno armeno è stato il primo Stato ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale all’inizio del IV secolo». E nello stesso periodo, conclude, gli armeni hanno stabilito «una presenza a Gerusalemme, che hanno mantenuto attuale sino ad oggi».
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Il regno, all’epoca uno Stato-satellite legato all’impero romano, diventa formalmente cristiano nel 301, quando, «secondo la leggenda, san Gregorio Illuminatore converte al cristianesimo il re armeno Tiridate III ad Artaxata».
Eventi che occorrono ben prima del Concilio di Nicea del 325, che codifica e razionalizza i diversi dogmi del cristianesimo ma, soprattutto, prima dell’Editto di Milano del 313 col quale l’imperatore romano Costantino mette al bando la persecuzione dei cristiani e ne autorizza il culto. Per questo motivo l’Armenia è considerata il primo regno cristiano e la Chiesa ortodossa armena è una delle più antiche confessioni cristiane, oltre alla presenza di un numero significativo di armeni cattolici, che hanno tradizioni distinte sono fedeli al papa e alla Chiesa di Roma.
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