Bioetica
Porto Rico: una legge riconosce la personalità giuridica dei bambini non ancora nati
Il 22 dicembre 2025, Jenniffer González, governatrice di Porto Rico, ha firmato la legge 183-2025 che riconosce la personalità giuridica dei nascituri. Redatto dal presidente del Senato Thomas Rivera Schatz, il testo specifica che «il nascituro, in qualsiasi fase della gestazione nel grembo materno, è una persona fisica».
Porto Rico è un territorio degli Stati Uniti. La sua Costituzione ne regola il funzionamento interno, ma è subordinata alla Costituzione degli Stati Uniti. Pertanto, le decisioni della Corte Suprema degli Stati Uniti, come la sentenza Roe contro Wade, ora annullata , che ha legalizzato l’aborto in tutti gli Stati Uniti, si applicano anche a Porto Rico.
Tuttavia, questa nuova legge non modifica la legislazione sull’aborto. A Porto Rico, l’aborto è legale per proteggere la vita o la salute della donna incinta, indipendentemente dallo stadio della gravidanza.
Il 20 dicembre, il governatore aveva promulgato un altro testo riguardante i nascituri, redatto sempre da Thomas Rivera Schatz. La legge 166-2025 riconosce come «omicidio di primo grado» qualsiasi crimine «commesso contro una donna incinta, che provochi la morte del nascituro, in qualsiasi fase della gestazione nel grembo materno», o «quando il nascituro muore a seguito dell’uso della forza o della violenza contro la donna incinta».
Queste due leggi si aggiungono alla firma, il 30 ottobre 2025, della Legge 122-2025 sull’aborto. Il testo stabilisce che almeno uno dei genitori o tutori legali di un minore di 15 anni debba dare il proprio consenso scritto in caso di aborto. Inoltre, le autorità devono essere informate in caso di sospetto stupro.
Un quarto testo, redatto dal Presidente del Senato, la Legge 63-2025, proibisce anch’esso «interventi chirurgici o trattamenti medici che alterino il sesso biologico di un minore con il pretesto della transizione di genere o come parte del trattamento della disforia di genere».
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«Questa legge rappresenta un freno assoluto all’uso di minori per promuovere idee non scientifiche e innaturali che causano loro danni fisici irreversibili», ha sottolineato la senatrice Joanne Rodríguez Veve, coautrice di due delle proposte di legge.
Il 2025 è stato un anno storico per la difesa della vita, «segnato da progressi senza precedenti», ha affermato la senatrice. Intervistata da ACI Prensa il 1° gennaio 2026, Joanne Rodríguez Veve ha spiegato che «nonostante la maggioranza della popolazione abbia costantemente espresso il proprio sostegno alla protezione della vita dei bambini non ancora nati, la classe politica, dominata principalmente da fazioni progressiste, si è rifiutata di autorizzare qualsiasi legislazione che rappresentasse anche un piccolo passo avanti nella difesa del diritto umano alla vita».
Pertanto, con queste leggi, «il cambiamento fondamentale risiede nel riconoscimento esplicito della dignità della vita umana fin dal concepimento, ripristinando così il fondamento morale che, come popolo, abbiamo stabilito quando abbiamo redatto la nostra Costituzione nel 1952».
«È partendo dal nostro patrimonio culturale e spirituale che cerco di continuare a difendere i valori che sono stati la culla e il fondamento dell’identità portoricana», spiega. «La famiglia non è un concetto astratto, ma l’istituzione e la spina dorsale di una società. L’infanzia richiede una protezione speciale da parte delle autorità pubbliche e la vita umana, fin dalla sua fase più vulnerabile, merita rispetto legale e morale».
«Riconoscendo il nascituro come persona fisica e giuridica, e classificando un attacco a una donna incinta che provoca la morte del bambino come omicidio di primo grado, riconosciamo non solo la natura umana del bambino nel grembo materno, ma anche la dignità della sua umanità», osserva Joanne Rodríguez.
Conclude: «Il messaggio è chiaro: nel grembo di una donna incinta non c’è un oggetto indefinito, ma un soggetto, un essere umano in via di sviluppo, il cui valore è intrinseco alla sua natura umana».
Si spera che questa legge sostituisca completamente la legge sull’aborto, che rimane in vigore nei casi in cui la vita o la salute della madre siano a rischio. Poiché tali circostanze sono diventate rare in un Paese con un sistema sanitario sufficientemente sviluppato, l’uccisione di un feto dovrebbe ora essere solo un evento sporadico.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Mtmelendez via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Bioetica
Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?
As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.
You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5 — Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026
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Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl
— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026
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Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
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