Pensiero
«Phantom pain»: la tragedia dell’elettore fantasma, da Di Maio a Calenda
Più guardo al panorama politico che si avvia alle elezioni, più sento un peso tragico posarsi sulla mia mente per farmi cadere le braccia e non solo quelle.
Sento già chi mi corregge: maddai, con la torma scappati di casa, descritti nell’articolo di due giorni fa, la situazione è semmai tragicomica, più che tragica.
Invece io sento proprio dolore e tristezza, ancorché poco catartici. Un dramma, allora, diciamo così.
L’evento più drammatico di queste settimane è stato a mio giudizio la quantità di storie attorno a Di Maio. Un rapido susseguirsi al limite del surrealismo.
Eccolo che si ferma all’ineffabile distributore politico-simbolico di Tabacci, così da saltare quella cosa delle firme: il partito nuovo è pronto, sul simbolo c’è un’ape. Neanche il complottista più zelota pensa all’alveare come simbolo massonico, perché tutti sappiamo che non c’è il livello. Tutti invece si accorgono dell’impagabile effetto rebus: è l’Ape Maio. Tutti se ne accorgono, tranne lui, forse, che magari è troppo giovane per ricordare l’infame insetto giapponese propalato dalla RAI.
Ma la spinta bestiale forse è più concreta del previsto.
Questa è di poche ore fa: «è in corso un’interlocuzione con i vertici di Impegno Civico per definire insieme una proposta concreta che caratterizzi Impegno Civico oltre che per la sua sensibilità ambientale anche per una sensibilità animalista», annuncia la Presidenza del Partito Animalista Italiano. In pratica l’Ape Maio tratta con il mondo-animal, del resto si era detto animalista quando da capo della diplomazia italiana – sì – insultò Putin in diretta TV, dicendo che era «più atroce di un animale», qualsiasi cosa voglia dire.
Tuttavia, la riflessione tremenda che si impone riguarda gli esseri umani, o meglio la mancanza di essi.
Ora, si è scritto a lungo della trasformazione del ragazzo partenopeo in una figura di caratura democristiana. «Trasformazione» è la parola sbagliata: quando nel 2013 per la prima volta lo vedemmo distribuire televisivamente le frasi fatte a braccia conserte, completo importante e taglio di capelli freschissimo, avevamo già capito quasi tutto.
I vecchi democristiani erano viscidi, sì. Erano furbi, calcolatori. Non avevano ideali, se non la spartizione del potere, il tirare a campare di elezione in elezione, mercanteggiando la morale e l’interesse del popolo, l’onore e la vita umana (le leggi su aborto, divorzio e financo, in fase post-mortem partitica, sulla fecondazione in vitro, le hanno prodotte personaggi DC).
I democristiani potevano permettersi di chiedere, e sgomitare nella riffa del potere, perché avevano qualcosa di importante, innegabile, insostituibile: avevano i voti.
Dietro a ogni deputato, soprattutto dietro a ogni politico di rilevanza, c’era una quota certa, inattaccabile, di elettori del territorio. Il feudo elettorale: c’era, eccome.
Prendete Andreotti: nella circoscrizione XIX Roma Viterbo Latina Frosinone prendeva centinaia di migliaia di voti. Se li meritava: perché non erano preferenze che scattavano per sindrome da cartellone, persistenza TV, o soggezione del feudatario. No: come noto, e reso bene nel brutto film di Sorrentino Il divo, Andreotti riceveva uno ad uno i suoi elettori, dal più povero al più criminale, a cui pagava talvolta l’avvocato. Riceveva, come un professore universitario, come un vescovo serio che dà udienza ai fedeli. Il 14 giugno 1987 nel suo feudo ciociaro, Belzebù beccò 329.599 preferenze.
Questo discorso possiamo farlo per tantissimi altri politici di DC. Infinite serie di mani strette ad infinite sagre, campanelli suonati in tutte le strade, nomi di famigli minorenni e ottuagenari imparati a memoria per avere quel singolo voto…
Nella mia ingenuità, avevo pensato che Di Maio avesse speso questi 10 anni per crearsi a Pomigliano e dintorni una dimensione di questo tipo. Immaginavo che, con tutto quel ben di Dio di potere che gli è capitato addosso, avesse investito tempo, risorse ed arguzia per democristianizzare il suo feudo. Del resto, avevo visto i servizi de Le Iene sui suoi compagni di liceo (perché l’Università non l’ha fatta, e va bene) finiti tutti in alto, in altissimo, perfino nei board delle immense multinazionali parastatali che vendono aerei, etc.
Chi può, nella zona, non votarlo? Mi ero detto. Intorno a lui, mi avevano raccontato, si erano assiepati tutta una serie di personaggi, nella politica e nell’amministrazione, ciascuno proveniente da quelle ridenti terre subvulcaniche.
Dove immaginare il mio shock quando saltò fuori che, invece che candidarsi a casa sua, si parlava di farlo candidare – per il PD – a Modena.
Eh?
I giornali fecero subito i titoli su Bibbiano: lui, quello che tuonò «partito di Bibbiano» dicendo che faceva «l’elettroscioc ai bbambini» dicendo che mai si sarebbe alleato con loro (salvo poi farci il governo Conte 2 pochi giorni dopo), candidato proprio lì? Il PD di Bibbiano, dove il partito alle ultime regionali è passato dall’80% a «appena» il 60%, ha fatto sapere che aspetta ancora le scuse.
A me è venuta in mente un’altra cosa: che a Modena, l’ultima volta, paracadutarono un ulteriore personaggio interessante con un suo partitello: Beatrice Lorenzin. Lo ricordo bene, perché a poche ore dal silenzio elettorale, Renovatio 21 fece una conferenza per pregare i modenesi di attaccarsi al telefono e chiedere ai parenti piddificati di non votare la ministro vaccinale. Aveva nevicato pazzamente, quella sera, ma la sala era comunque strapiena.
Non servì a nulla: il voto robotico piddinoide, infallibile, fece passare la Lorenzin, che, appena eletta, andò in visitaa Modena per ringraziare, e, profonda conoscitrice del territorio, davanti ad una foto di Enzo Ferrari chiese se quello fosse Gino Paoli. Altro che Andreotti.
Avevo chiesto a un amico avvocato di Modena se una scena del genere si potrebbe ripetere. Mi è stato risposto: «certamente».
Apprendiamo che anche questa prospettiva è sfumata. Non si sa bene perché, ma invece che incistarsi con il PD, ora pare che Giggino voglia correre da solo all’uninominale. Forse addirittura in Campania, a casa sua.
Dicono che ora che Calenda se ne è andato (ci arriviamo fra un attimo), per Di Maio la situazione «riapre i giochi. Non solo per il leader, ma anche per 3-4 fedelissimi, vedi l’ex ministro Vincenzo Spadafora, coordinatore politico del neo-nato partito dell’ape. Tutti tornano in ballo per un seggio quasi blindato».
Eh?
«3-4 fedelissimi»?
Fateci capire, Di Maio si disse che, per far continuare il governo del Draghi (bel lavoro, riuscito), aveva portato via qualcosa come 60 deputati e 11 senatori.
Quindi, tutta quell’intrepida truppa che ha tradito il partito e l’elettore grillino, lo ha fatto senza nemmeno lo straccia di una poltrona per uno su dieci? Forse nemmeno quelli?
Sì, perché tutti questi calcoli sono stati presi senza lontanamente considerare una variante importante: i voti.
Non importa che voti prendi, dove ti candidi, etc.: importa solo il paracadute nel collegio giusto; importa, cioè, un accordo preso nel segreto del palazzo, senza considerare nemmeno lontanamente l’elettore.
È un assunto dello Stato moderno: l’elettore, come Dio, è morto. Si può, al massimo, dover esperire la persistenza del suo fantasma. Tuttavia, il politico sa che esiste una grande, costante operazione di esorcismo nei confronti dello spettro: dalla UE a Mario Draghi, dalla NATO alla Troika, dalla censura social alla legge elettorale, tutto è predisposto per scacciare l’ectoplasma dell’elettore qualora esso appaia dopo che ha dato il voto.
Di Maio non ha voti. Non li ha per i suoi fedelissimi, che lo hanno seguito a caro prezzo. Non li ha forse neanche per lui. Soprattutto, mi sconvolge che non li abbia neanche a casa sua.
Sono un naif.
Tuttavia, avevo osservato questo schema anche con un altro personaggio di cui per motivi misteriosi si parla in continuazione: Carlo Calenda.
Sono anni che, quando vedo Calenda sui giornali, non capisco bene di cosa si tratti.
Prima di Renzi, non lo avevamo mai sentito. Uscì dal cappello del tizio di Rignano nel 2016: fu nominato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea, in pratica euroambasciatore d’Italia. Gli ambasciatori, quelli veri, si incazzarono, e in massa. Il tutto durò 20 giorni: Renzi riportò il personaggio a Roma per dargli un ministero importantissimo, quello dello Sviluppo Economico.
Ma chi era questo tizio? Cominciarono a fioccare biografie, interviste, agiografie di ogni sorta. Pariolino, anzi, del rione Prati. Figlio della regista Cristina Comencini quando aveva 16 anni, quindi nipote del regista Luigi Comencini, per cui il Carlo reciterà da bambino nello sceneggiato Cuore, dal libro del massone De Amicis. Fa una figlia, anche lui a 16 anni, con la segretaria del compagno produttore della madre, poi va a lavorare in Ferrari con Montezemolo.
Da lì, passando per Confindustria, ce lo ritroviamo al governo: vicesegretario al MISE di Letta, e pure in quello di Renzi. Diventa ministro quando Federica Guidi finisce nello scandalo di intercettazioni che coinvolge il fidanzato (il caso «Tempa Rossa»).
Rimane in sella al MISE perfino con Gentiloni. Non siamo sicuri che al MISE abbiano pianto quando è andato via. Tuttavia ricordiamo i suoi discorsi paternalistici agli operai durante dei tour che faceva da ministro nelle fabbriche.
Da dove viene questa ascesa inarrestabile? Non sappiamo dirlo.
Nel 2012, aveva firmato il manifesto dell’Associazione Italia Futura, che doveva essere l’embrione del partito del suo boss Montezemolo: non si andò da nessuna parte.
Nel 2013 si candidò in Lazio, casa sua, per Scelta Civica, il partito di Monti: trombato, nonostante il partito, ora biodegradato (lo chiamavano, infatti, «Sciolta Civica») avesse preso un ragguardevole 8,3%.
Nel 2015 aveva detto che lasciava Scelta Civica per iscriversi al PD. «Tale annuncio non ha però avuto seguito», scrive Wikipedia.
Nel 2019, tuttavia, il PD gli fa comunque un bel regalo: primo nella lista alle Europee nella circoscrizione Nord Est, che vuol dire Veneto, Trentino, Friuli-Venezia Giulia e soprattutto Emilia-Romagna. Maree di voti assicurati, e un posto nel listino dove spingono miriadi di politici locali piddini, magari di quelli che hanno fatto per anni anni un egregio lavoro come sindaci, portando voti al partito. (Ne conosciamo qualcuno)
Non importa: deve passare Calenda, che poco dopo però lascia il partito, perché irritato dall’alleanza PD-M5S. Si tiene ovviamente la poltrona da europarlamentare.
Lancia suo partitino, «Siamo Europei», a cui farà a stretto giro un rebranding: ecco il partito Azione.
Nel 2020 si candida a sindaco di Roma, arriva terzo.
Non importa, lui prosegue imperterrito la sua cavalcata spavalda sui media, attacca tutti, i sovranisti, i grillini, i suoi giovani candidati con il Rolex, se stesso («per 30 anni ho ripetuto cazzate sul liberismo»), si mostra mezzo nudo (lui!) mentre fa il bagno in un elegante laghetto di montagna, si presenta scravattato e a volte con vestiti che pare tirino, è disinibito a livelli olimpionici.
In tutta questo, pare chiare che, a parte il voto robotico piddino dell’Emilia-Romagna, è tutto meno che certo che questo personaggio abbia mai avuto con sé e il suop partitello un singolo elettore.
Calenda non esiste: per questo era perfetto per il PD.
È umiliante, anche per chi crede che il Paese possa essere salvato solo previa deppidificazione, vedere il segretario PD Letta implorare Calenda, vellicarlo, accarazzerlo per poi essere tradito, e piagnucolare, fino al punto di dire – a pochi giorni dalle elezioni – di aver sbagliato ed essere pronto quindi a dimettersi: per Calenda.
Qualcosa, ripeto, ci sfugge. Calenda, che voti ha? Il partito che discende da Gramsci e Togliatti, che motivo ha di tenerlo con sé?
Ci sono delle entrature di Calenda che non conosciamo, e che spingono i Letta e le Bonino a volerlo a tutti i costi, e a piangere disperati se lui se ne va, peraltro senza pagare il conto e pure insultando («hanno voluto l’ammucchiata, perderanno»)?
È una cosa che non sappiamo dire. La sicumera di Calenda, uno che avrebbe fatto il gagà sprezzante anche sul Titanic inclinato a 70°, rimane per noi un mistero.
Ci è chiaro invece in tutta questa operazione che riempie i giornali manca, come per Di Maio, un fattore in teoria importante: i voti. Gli elettori. Il popolo italiano. Quella roba là…
L’elettore è un fantasma, di quelli che non fanno neanche paura. Perché lo Stato-partito, come abbiamo detto, vive in un mondo di esorcicci e di Ghostbusters fenomenali e transnazionali, di quelli che i fantasmi sono in grado di farli sparire anche quando per due anni ogni sabato riempiono le piazze urlando contro il potere e la sua apartheid biotica.
Dicevamo, l’elettore è morto. Hanno ragione di pensarlo: come zombie, milioni di persone voteranno quel che vorrà il PD. Altri zombie voteranno Fratelli d’Italia, anche se è la scelta che è contro l’interesse dell’elettore: più armi all’Ucraina, meno gas, più vaccini… un PD con la Meloni sopra.
Vivono di questa certezza. La democrazia è finita. La Costituzione, a cui adesso ridicolmente si appellano, è stata annichilita – lo sanno, questo è un mondo post-costituzionale, post-democratico. Post-umano. Le elezioni sono un rito vestigiale, una stantia cerimonia aritmetica attraverso cui il potere accetta ancora di dover passare, nella sicurezza, però, che le cose importanti saranno conservate integre, e l’agenda prosegue come previsto, come pagato tramite l’interno immane poltronificio.
Il quale poltronificio è pure cambiato radicalmente, quantomeno nel numero: dobbiamo ancora, tutti, ben comprendere cosa significa avere ora la metà dei rappresentanti. Cosa significa per le dinamiche dei partiti, cosa significa per quelle sigle, che come abbiamo visto sono tante e grottesche, che aspirano ad arrivare in Parlamento.
I deputati di Di Maio, di Conte, di Letta etc. hanno votato più che la loro stessa fine (come abbiamo visto sopra, nemmeno i seggi per i fedelissimi…), per la castrazione elettorale del popolo italiano. E questo non è drammatico, è, come tutte le storie in cui esce il sangue, propriamente tragico.
Il Parlamento è stato amputato, reciso dal corpo che dovrebbe rappresentare. Succederà, al massimo, che sarà inviato qualche segnale da «phantom pain»: il «dolore dell’arto fantasma» che provano i mutilati per membra che non hanno più. Il potere legislativo è oramai quindi un «arto fantasma» a tutti gli effetti, separato con la lama dal corpo del popolo.
È il caso di dire: vi hanno fatto a pezzi.
Ecco perché oggi si permettono di parlare di Calenda, di Di Maio, del niente.
Perché la Repubblica Italiana ha oramai ben poco a che fare con le schede elettorali. Perché il lavoro di desovranizzazione politica intentato contro il popolo – attaccando anche la sovranità economica, famigliare, biologica – è oramai completo.
Vi hanno squartati, e ridotti a fantasmi.
Siete pronti per le urne.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
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