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Droga

Narcobande spagnuole combattono la polizia con armi destinate all’Ucraina

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Le bande criminali nel Sud della Spagna hanno ottenuto moderne armi di tipo militare che si dice siano state contrabbandate dall’Ucraina. Lo riporta il quotidiano iberico El Independiente.

 

Il problema avrebbe raggiunto proporzioni tali che le forze dell’ordine hanno chiesto al governo di adottare «misure urgenti» per affrontarlo, ha affermato il giornale spagnuolo.

 

Il numero di armi da combattimento di fabbricazione occidentale finite nelle mani dei criminali è aumentato nelle ultime settimane, ha affermato El Independiente. Secondo le fonti, sono arrivati ​​in Spagna attraverso un mercato nero collegato all’Ucraina per armi provenienti da spedizioni occidentali a Kiev.

 

Lo scorso settembre, la Guardia Civile spagnola ha riferito di aver sequestrato due fucili d’assalto di fabbricazione statunitense – un Arad Lite AR-10 e un APC223 – entrambi con «munizioni calibro NATO». Le armi sono state sequestrate durante un raid contro una banda di trafficanti di droga a Barcellona, ​​si legge nell’articolo.

 

Nel mese di maggio, un raid nella città di Cadice si è trasformato in un feroce scontro a fuoco tra la Guardia Civile e i trafficanti di droga, scrive El Independiente, spiegando che durante l’operazione, i criminali avrebbero «scaricato numerosi colpi di armi automatiche di tipo militare» contro gli agenti, spingendoli a rispondere al fuoco. Nove persone sono state arrestate in seguito all’incidente, scrive la testata madrilena.

 

Secondo il quotidiano, l’Associazione Unificata della Guardia Civile ha invitato il governo spagnolo ad adottare «misure urgenti» per controllare questa «situazione molto grave».

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Il continuo flusso di armi di tipo militare verso il mercato nero e nelle mani di criminali rappresenta «un rischio molto grande per i cittadini in generale», ha detto il portavoce dell’organizzazione, Pedro Carmona.

 

Nel suo Rapporto annuale sulla sicurezza nazionale del 2023 pubblicato a marzo, il governo spagnolo ha sottolineato che i conflitti armati rappresentano un rischio significativo in termini di «maggiore disponibilità di armi» e della loro «possibile diversione nel commercio illegale di armi da fuoco». Tuttavia non si menziona direttamente il conflitto in Ucraina.

 

Mosca ha avvertito che le armi occidentali inviate a Kiev potrebbero finire nel mercato nero e finire nelle mani di terroristi o gruppi criminali organizzati.

 

Nel 2022 l’Europol aveva dichiarato che le armi spedite in Ucraina come «aiuti» saranno da gruppi criminali nel prossimo futuro.

 

Nell’ottobre 2022, l’Unità di Intelligence per il Crimine Organizzato Unit del Dipartimento Nazionale di Indagini finlandese (Keskusrikospoliisi, KRP) avesse dichiarato come previsione di Europol sarebbe già sia realtà in Finlandia, con le armi «ucraine» finite nelle mani della criminalità organizzata finnica.

 

Secondo quanto riferito, armi fornite a Kiev furono trovate all’epoca anche in Svezia, Danimarca e Paesi Bassi.

 

Come riportato da Renovatio 21, armamenti americani destinati agli ucraini erano spuntati fuori in Siria, nella zona ancora turbolenta, e infestata di terroristi islamisti, di Idlib.

 

Lo stesso Pentagono due anni fa aveva ammesso di non avere idea di che fine facessero le armi una volta varcato il confine, con la certezza che in parte finiscano al mercato nero. Il ramo arabo della testata russa Sputnik aveva in seguito scoperto che grandi quantità di armi americane regalate a Kiev sono ora sul Dark Web, spedite a chiunque le possa pagare con sofisticati sistemi di container cargo.

 

A dicembre 2022 il presidente nigeriano Muhammadu Buhari afferma che le armi trasferite dall’Occidente al governo ucraino hanno iniziato a proliferare nella regione dell’Africa occidentale, destabilizzando l’area..

 

Come riportato da Renovatio 21, questa estate era emerso come il canale TV americano CBS News ha curiosamente cancellato un documentario in cui diceva di aver scoperto come solo il «30%» dell’assistenza militare inviata in Ucraina dai Paesi occidentali durante i primi mesi del conflitto con la Russia fosse effettivamente arrivata al fronte.

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Droga

Le droghe che governano il mondo

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Il 26 giugno 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine ha presentato a Vienna il suo rapporto annuale. Nel 2024 hanno usato droghe illegali 331 milioni di persone, il 6,2% della popolazione mondiale tra i 15 e i 64 anni, contro il 5,2% di dieci anni prima. È un record assoluto. La direttrice esecutiva Monica Juma ha parlato di un’impennata senza precedenti di nuove sostanze, alcune «più potenti o pericolose di prima».   Eppure quel numero racconta solo una parte della storia. Le Nazioni Unite contano soltanto le sostanze proibite: restano fuori il caffè, il tè, la birra, il vino, la sigaretta. Se si mettono tutte insieme, legali e illegali, la classifica delle droghe più usate dall’umanità si capovolge. Le sostanze più diffuse sono proprio quelle che compriamo al bar o dal tabaccaio, con lo Stato che incassa le accise.   L’etnobotanico italiano Giorgio Samorini ha raccolto in uno studio le datazioni archeologiche più antiche per ciascuna pianta inebriante. Il primato spetta all’alcol. In una grotta del Monte Carmelo in Israele i granuli d’amido rimasti sugli utensili mostrano le deformazioni tipiche della fabbricazione della birra: l’uomo si ubriaca da almeno 13.000 anni. Le altre seguono a distanza. La cannabis compare in Giappone su frammenti di ceramica dell’8200 avanti Cristo. Le foglie di coca sono documentate nel pavimento di una casa del Perù settentrionale intorno al 6000 a.C. Il papavero da oppio sarebbe addirittura nato in Italia: in un villaggio neolitico vicino a Roma sono state trovate forme intermedie tra il papavero selvatico e quello narcotico, selezionate intorno al 5600 a.C. Il tè risale al 3500 a.C. nella provincia cinese dello Zhejiang.   Le due grandi droghe legali dei nostri giorni sono arrivate tardi sulla scena globale. Il caffè si diffonde dallo Yemen nel Quattrocento, raggiunge Costantinopoli poi l’Europa. La prima bottega del caffè dell’Occidente apre a Venezia nel 1683 sotto i portici di Piazza San Marco. Il tabacco, fumato da millenni nelle Americhe, sbarca in Europa dopo i viaggi di Cristoforo Colombo (1451-1506). La nicotina deve il nome a Jean Nicot (1530-1600), l’ambasciatore francese che portò la pianta alla corte di Caterina de’ Medici (1519-1589). Il fumo diventa però un consumo di massa soltanto dal Settecento.   Il vero salto arriva con la chimica dell’Ottocento. Nel 1804 il farmacista tedesco Friedrich Sertürner (1783-1841) isola la morfina dall’oppio. Nel 1860 Albert Niemann (1834-1861) ricava la cocaina dalla foglia di coca. Nel 1898 la Bayer mette in commercio l’eroina come sciroppo per la tosse. Le piante che gli sciamani usavano a piccole dosi diventano polveri purissime prodotte in fabbrica.   Volendo costruire una classifica, sulla vetta più alta del mondo c’è la caffeina, la sostanza psicoattiva più consumata del pianeta. Ogni giorno nel mondo si bevono circa 3,1 miliardi di tazzine di caffè, senza contare il tè, le bibite alla cola o gli energy drink.   Al secondo posto c’è l’alcol. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2019 beveva più della metà degli uomini adulti del pianeta insieme a oltre un terzo delle donne: ben più di due miliardi di persone. Circa 400 milioni di loro convivono con un disturbo da uso di alcol, 209 milioni sono dipendenti. Terzo è il tabacco, che conta ancora oltre 1,3 miliardi di consumatori anche se la quota scende da un quarto di secolo: nel 2000 lo usava un adulto su tre, oggi uno su cinque.   Solo dopo arrivano le droghe proibite. La cannabis ha 256 milioni di consumatori, cresciuti del 40% in dieci anni. Seguono gli oppiacei con 63 milioni, le anfetamine con 32 milioni, la cocaina con 25 milioni, l’ecstasy con 21 milioni. La somma supera i 331 milioni del totale perché molti consumatori usano più di una sostanza. Tutte le sostanze illegali messe insieme raccolgono appena un quarto dei consumatori di tabacco.

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Anche sul piano del denaro le droghe legali stravincono. L’alcol muove circa 1.900 miliardi di dollari l’anno, circa quattro quinti del prodotto interno lordo italiano. Segue il tabacco con 926 miliardi di dollari nel 2025. Il caffè secondo la FAO genera un giro d’affari superiore ai 200 miliardi di dollari, dando da vivere a circa 25 milioni di agricoltori.   Il narcotraffico gioca nella stessa categoria del tabacco. Secondo la stima più recente, pubblicata nell’ottobre 2025 da un centro studi di Washington, nel 2024 il traffico di droga valeva tra 840 e 1.440 miliardi di dollari. È il terzo mercato criminale del pianeta dopo la criminalità informatica e la contraffazione, oltre un decimo del giro d’affari di tutto il crimine transnazionale.   Due terzi del valore vengono dalla cannabis, che da sola rappresenta anche l’82% delle droghe sequestrate. La cocaina vale invece un quarto del mercato pur pesando appena l’8% dei sequestri: a parità di peso vale molto di più. Il resto si divide tra oppioidi con il 4%, anfetamine con il 2% e nuove sostanze psicoattive con circa l’1%.   Il tabacco uccide ogni anno più di 8 milioni di persone, senza contare 1,2 milioni di vittime del fumo passivo. L’alcol ne uccide 2,6 milioni, il 4,7% di tutti i decessi del pianeta. Tutte le altre droghe psicoattive messe insieme ne causano 600.000. Le due sostanze vendute con licenza dello Stato fanno dunque quasi diciotto volte i morti di quelle contro cui si combatte da mezzo secolo una guerra planetaria.   In quarant’anni gli Stati Uniti hanno attraversato due epidemie che mostrano come nasce una droga di massa. La prima arriva negli anni Ottanta. Secondo la DEA il crack, cocaina cotta con il bicarbonato per essere fumata, compare nel 1981 a Los Angeles, San Diego e Houston. Nel 1986 è segnalato in 28 Stati, nel 1988 in quasi tutto il Paese: una dose costa 10 dollari contro i 100 di un grammo di cocaina in polvere. Nei pronto soccorso i casi legati alla cocaina passano da 8.201 nel 1984 a 32.776 nel 1987. Tra chi l’aveva fumata tre pazienti su quattro erano neri.   Nel 1986 il Congresso approva una legge che punisce il crack cento volte più della cocaina in polvere. Gli arresti per droga salgono da 937.400 nel 1987 a 1.361.700 nel 1989. Il consumo poi cala senza scomparire: nel 2024 lo hanno usato 749.000 americani secondo l’indagine federale annuale. Solo nel 2010 il rapporto tra le pene scende a 18 a 1.   Nel 1996 il giornalista Gary Webb (1955-2004) collegò l’arrivo del crack a Los Angeles alla rete di trafficanti nicaraguensi che finanziava i Contras, in una serie di articoli intitolata Dark Alliance poi diventata un libro. Le sue conclusioni furono contestate dalla grande stampa oltre che da due inchieste federali. Morì nel 2004 con due colpi di pistola alla testa, un bizzarro caso archiviato come suicidio.   La seconda arriva negli anni Novanta, questa volta dalle farmacie: negli Stati Uniti la chiamano opioid crisis. Nel 1996 la Purdue Pharma della famiglia Sackler lancia l’OxyContin, un antidolorifico a base di ossicodone presentato ai medici come poco capace di creare dipendenza. La campagna per farlo prescrivere su larga scala le frutterà circa 30 miliardi di dollari.

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Dalle pillole si passa all’eroina di strada, poi al fentanyl: un oppioide sintetico circa 50 volte più potente dell’eroina, prodotto nei laboratori clandestini messicani con precursori chimici cinesi.   Dal 1999 oltre un milione di americani sono morti per overdose da oppioidi. I decessi per overdose hanno toccato il picco di 112.000 nel 2022 per scendere a 80.391 nel 2024, il calo più forte mai registrato. La Purdue si è dichiarata colpevole due volte, nel 2007 poi nel 2020. I Sackler non hanno mai ammesso illeciti: nel 2025 hanno chiuso le cause civili con un accordo da 7,4 miliardi di dollari, contro i circa 12 miliardi ricavati dalla famiglia tra il 1995 e il 2017.   Oggi l’America mostra due movimenti opposti. Il primo riguarda i numeri. Nel 2024 la cannabis è stata usata da 64,2 milioni di americani, 2,4 milioni in più dell’anno prima secondo l’indagine federale. Tra i 19 e i 30 anni la usa ogni giorno un giovane su dieci, il livello più alto mai registrato. Da cinque anni crescono anche gli allucinogeni come l’LSD o i funghi a base di psilocibina, mentre calano cocaina, crack, oppioidi da prescrizione.   Il secondo movimento riguarda la chimica. Nel maggio 2026 la DEA ha avvertito che il fentanyl venduto per strada è sempre più spesso mescolato con sostanze nuove. La medetomidina è un sedativo veterinario fino a 300 volte più potente della xilazina. I nitazeni sono oppioidi sintetici spediti per posta dalla Cina in piccole quantità: dal 2020 ne sono stati identificati 22 tipi diversi. La cicloclorfina, circa dieci volte più potente del fentanyl, non compare nei normali test ospedalieri. Chi le assume di solito non sa di averle comprate.   Marco Dolcetta Capuzzo

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Droga

Storia geopolitica dell’oppio

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Il 26 giugno 2026 le Nazioni Unite hanno presentato il loro rapporto annuale sulla droga: nel 2024 avrebbero fatto uso di stupefacenti circa 331 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni. Di queste circa 63 milioni consumano oppioidi, la seconda famiglia di droghe più diffusa al mondo dopo la cannabis. Dietro queste cifre si nasconde una storia lunga più di cinquemila anni in cui un fiore ha accompagnato riti religiosi, cure mediche, imperi commerciali, guerre coloniali e operazioni dei servizi segreti.

 

Nella bassa Mesopotamia i Sumeri coltivavano il papavero già intorno al 3000 a.C. chiamandolo hul gil, cioè pianta della gioia. Da lì la pianta passa agli Assiri, ai Babilonesi e agli Egizi, poi ai Greci e ai Romani. Omero ne celebra le virtù nell’Odissea mentre i medici dell’antichità la usano per indurre il sonno e calmare il dolore.

 

Il papiro di Ebers, uno dei più antichi trattati medici egizi, ne raccomanda l’uso perfino per calmare i bambini che piangono. Per millenni però l’oppio resta legato soprattutto alla medicina e alla religione: un consumo ristretto di cui non esiste alcuna misura.

 

La svolta arriva nel Seicento quando in India e in Persia si comincia a mangiare e bere oppio a scopo ricreativo. In Cina il consumo esplode dopo che il fumo dell’oppio prende il posto del tabacco appena messo al bando: nascono le fumerie che più tardi si diffonderanno in mezzo mondo.

 

È a questo punto che il papavero diventa un affare di Stato. Nel 1729 l’imperatore Yongzheng (1678-1735) ne vieta il fumo. In quell’anno le importazioni nell’impero sono di circa 200 casse da 63,5 chili ciascuna: poco più di dodici tonnellate. Poi entra in scena la Compagnia britannica delle Indie Orientali e le casse diventano circa 1.000 nel 1767. Nemmeno i divieti ribaditi dall’imperatore Jiaqing (1760-1820) nel 1796 e nel 1800 fermano la crescita: le casse arrivano a 10.000 l’anno tra il 1820 e il 1830 fino alle 40.000 del 1838, secondo i dati dell’Enciclopedia Britannica.

Il meccanismo era semplice: la Compagnia pagava in argento il tè, la seta e le porcellane cinesi per poi riequilibrare i conti esportando a Canton l’oppio coltivato nel Bengala. Nel 1839 il commissario imperiale Lin Zexu (1785-1850) fa sequestrare ai mercanti stranieri oltre mille tonnellate di oppio che distrugge in pubblico. Lord Palmerston (1784-1865) manda la flotta a difendere gli interessi dei trafficanti: è la Prima guerra dell’oppio che William Gladstone (1809-1898) definirà «la guerra più ingiusta di cui avesse mai sentito parlare».

 

Con il trattato di Nanchino del 1842 la Cina cede Hong Kong ma soprattutto paga un’indennità di cui sei milioni di dollari d’argento servono a risarcire i trafficanti per l’oppio distrutto. Lin Zexu invece viene destituito ed esiliato. Pochi anni dopo i ribelli Taiping inseriranno nel loro programma il divieto di oppio, alcol e prostituzione.

 

La sconfitta cinese non chiude la partita. Dopo la Seconda guerra dell’oppio le importazioni toccano nel 1858 le 70.000 casse e il commercio viene legalizzato, come annotano i documenti dell’amministrazione coloniale britannica di Hong Kong: circa 4.500 tonnellate. In 130 anni il flusso verso la Cina si è moltiplicato per 350.

 

Intanto anche l’Europa si scopre consumatrice. Nel 1821 Thomas De Quincey (1785-1859) pubblica le Confessioni di un mangiatore d’oppio in cui racconta il consumo quotidiano di laudano, all’epoca un antidolorifico venduto legalmente in farmacia. La chimica fa il resto. Nel 1804 il farmacista tedesco Friedrich Sertürner (1783-1841) isola la morfina, dieci volte più potente dell’oppio.

 

Con l’invenzione della siringa la morfina entra negli ospedali da campo: durante la guerra civile americana si stima che circa 400.000 soldati ne siano diventati dipendenti.

 

Nel 1898 la Bayer mette in commercio l’eroina presentandola come un sostituto della morfina privo di rischi di dipendenza oltre che come rimedio per la tosse. Il successo è immediato: la produzione passa dai 45 chili del primo anno ai 970 del 1913. Più di venti volte tanto in quindici anni. Eppure già nel 1899 un medico ne denunciava la pericolosità in un articolo scientifico.

 

Il picco storico arriva all’inizio del Novecento. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga nel 1906-07 la produzione mondiale di oppio è stimata in circa 41.600 tonnellate, quasi cinque volte quella illecita di un secolo dopo. In Cina quasi un quarto degli uomini consuma oppio mentre circa il 5% dell’intera popolazione ne è dipendente.

 

Il primo importatore mondiale è la Cina con 3.300 tonnellate mentre il maggiore importatore europeo è il Regno Unito con 386 tonnellate, in gran parte riesportate. È da qui che nasce il proibizionismo moderno: la Commissione internazionale di Shanghai del 1909 apre la strada alla Convenzione dell’Aia del 1912 cioè al primo trattato internazionale sulle droghe. Il trattato limita oppio, morfina e cocaina all’uso medico: dopo il 1919 entra nei trattati di pace della Grande guerra diventando di fatto globale mentre il consumo non medico passa dalle farmacie al mercato nero.

La produzione legale crolla ma il mercato non scompare: cambia padroni. Lo storico Alfred McCoy lo ha documentato nel libro Politics of Heroin che la CIA cercò di vedere prima della pubblicazione. In Laos il traffico del nord-est era controllato dal generale Vang Pao (1929-2011), il comandante dei mercenari sostenuti dall’agenzia, mentre gli aerei e gli elicotteri della Air America affittati dalla CIA trasportavano regolarmente oppio.

 

Negli anni Ottanta in Afghanistan la guerra segreta contro i sovietici fa esplodere la produzione al confine con il Pakistan. Dopo l’invasione americana del 2001 la parabola si ripete: la produzione afghana di oppio passa da circa 180 tonnellate nel 2001 a oltre 8.000 nel 2007. Nel 2009 il Paese arriva a produrre il 92% dell’oppio mondiale fino al record di 9.000 tonnellate del 2017. Sotto l’occupazione occidentale la produzione si moltiplica per cinquanta.

 

Negli stessi anni in cui l’eroina afghana inonda i mercati gli oppioidi tornano dove erano nati nell’Ottocento: in farmacia. Protagonista è la Purdue Pharma, acquistata nel 1952 dai fratelli Arthur (1913-1987), Mortimer (1916-2010) e Raymond Sackler (1920-2017), una famiglia celebre per le donazioni a musei e università. Nel 1996 l’azienda lancia l’OxyContin, un antidolorifico a base di ossicodone presentato come poco rischioso grazie al rilascio lento: bastava però frantumare la compressa per ottenere tutta la dose in un colpo.

 

Le vendite passano dai 45 milioni di dollari del primo anno ai 3,1 miliardi del 2010. La crisi degli oppioidi che ne è seguita avrebbe causato circa 700.000 vittime in due decenni. L’azienda si è dichiarata colpevole di frode per il marketing del farmaco per poi chiudere con i Sackler un accordo da 7,4 miliardi di dollari. La famiglia non ha mai ammesso di aver commesso illeciti. Nel 2010 la Purdue cambia la formula per renderla difficile da frantumare. Molti consumatori ormai dipendenti passano allora all’eroina di strada più economica e poi al fentanyl prodotto nei laboratori clandestini.

 

Oggi la mappa del papavero è stata ridisegnata. Dopo il divieto talebano del 2022 la produzione afghana è crollata mentre il Myanmar è passato da 420 tonnellate nel 2021 a oltre 1.000 nel 2025 senza però compensare le oltre 6.000 prodotte dall’Afghanistan nel 2022, come riferiscono i rapporti ONU. Le stesse Nazioni Unite parlano di una svolta nel mercato con la diffusione di oppioidi sintetici come fentanili e nitazeni. Il conto si paga in vite: secondo le stesse Nazioni Unite nel 2023 le morti per overdose sono state 172.000, in gran parte causate da oppioidi.

 

Se si guarda soltanto al papavero la parabola sembra chiudersi: dalle dodici tonnellate entrate in Cina nel 1729 alle oltre 41.000 prodotte nel mondo nel 1906 fino alle poche migliaia di oggi. È un’illusione. La morfina è dieci volte più forte dell’oppio mentre il fentanyl lo è fino a cento volte più della morfina.

 

Il mondo coltiva una piccola frazione del papavero di un secolo fa ma consuma una potenza farmacologica che nessun fumatore cinese dell’Ottocento poteva immaginare. Sono cambiati i padroni del commercio: la Compagnia delle Indie, poi i servizi segreti della guerra fredda, infine una famiglia di industriali farmaceutici e i laboratori clandestini dei cartelli. Cartelli che oggi sono vere imprese: in Messico contano circa 175.000 affiliati che ne fanno il quinto datore di lavoro del Paese.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Droga

Le carceri canadesi forniranno ai detenuti kit per l’inalazione sicura di droghe

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Il Servizio penitenziario del Canada, l’ente che gestisce le carceri federali, userà denaro pubblico per mettere gratuitamente a disposizione dei detenuti kit pensati per «sniffare in modo più sicuro». Lo si apprende da una nota interna rivolta al personale, poi circolata sui social media, nella quale il dipartimento annuncia l’introduzione di cannucce di carta «destinate all’inalazione di sostanze in polvere o di vapori derivanti da sostanze riscaldate». Lo riporta LifeSite.   Secondo il documento, le cannucce di carta «ridurranno i danni», dal momento che i reclusi oggi ricorrono a cannucce di plastica o ad altri strumenti di fortuna per assumere le sostanze in polvere. L’amministrazione penitenziaria sostiene inoltre che questo accorgimento contribuirà a contenere la trasmissione di malattie come l’epatite B e C. La nota prevede infine la distribuzione di strisce di alluminio per «fumare in modo più sicuro».   L’autenticità del memorandum è stata confermata dal quotidiano canadese National Post, al quale il dipartimento ha spiegato di averlo redatto per fornire «informazioni a tutti i dipendenti in merito all’ampliamento dell’utilizzo di prodotti per la riduzione del danno».

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Resta il fatto che, pur essendo illegali le droghe pesanti, in carcere i detenuti non sembrano avere alcuna difficoltà a procurarsele. Nella nota si legge che il Servizio penitenziario dispone di «misure efficaci» per contrastare «l’introduzione, il traffico, il finanziamento e la distribuzione di sostanze non autorizzate… all’interno dei propri istituti, e ritengono responsabili coloro che vi sono coinvolti».   L’amministrazione si è spinta a precisare che, nel caso in cui un detenuto venga sorpreso con i dispositivi «più sicuri» per il consumo di droga «insieme a sostanze illecite o attrezzature non autorizzate, è necessario seguire le procedure operative standard».   I nuovi kit per l’inalazione «più sicura» e le confezioni in alluminio saranno disponibili a partire dal 13 ottobre.   Dai documenti emerge che il governo liberale guidato dall’ex premier Justin Trudeau ha investito circa 820 milioni di dollari, tra il 2017 e il 2022, nella «Strategia canadese contro le droghe e le sostanze stupefacenti». Eppure lo stesso ministero della Salute, in un rapporto del 2023, ha dovuto riconoscere che il programma antidroga dei liberali ha prodotto risultati soltanto «minimi».   Lo scorso dicembre il ministero della Salute canadese ha confermato che denaro pubblico è stato impiegato per acquistare accessori per il consumo di stupefacenti, tra cui pipe per il crack e altri oggetti rientrati nel cosiddetto programma di «fornitura sicura» voluto dall’esecutivo liberale.   Nel 2024 il governo liberale è stato costretto a interrompere un esperimento triennale di depenalizzazione nella Columbia Britannica, che consentiva ai cittadini di detenere piccole quantità di cocaina e di altre droghe pesanti senza conseguenze penali. Nel corso della sperimentazione, le proteste dell’opinione pubblica per il degrado e il disordine sociale sono cresciute in maniera vertiginosa.   Iil ministero della Salute canadese ha ammesso di recente che quella sperimentazione dell’era Trudeau, volta a legalizzare il consumo di droghe pesanti, si è rivelata un disastro e in alcune località ha portato al collasso dell’ordine pubblico.   I dati ufficiali indicano un aumento delle overdose durante il periodo di depenalizzazione: 3.313 decessi in quindici mesi, contro i 2.843 registrati nello stesso arco di tempo prima che le droghe fossero temporaneamente legalizzate.   L’obiettivo dichiarato è, come sempre, sanitario – in apparenza. Dietro alla spinta per le droghe libere nelle carceri c’è ovviamente il famigerato concetto di «riduzione del danno»: ci viene detto che la droga circola già negli istituti nonostante i divieti, e la diffusione di HIV, epatiti e dipendenze tra i detenuti è molto più alta che fuori. Chi sostiene queste misure ritiene che ridurre contagi e morti protegga anche la società, dato che quasi tutti i detenuti prima o poi escono.   A promuoverle sono soggetti pubblici e dichiarati: OMS, UNODC e UNAIDS, che raccomandano programmi simili anche nelle carceri; reti come Harm Reduction International. In Italia abbiamo enti come Antigone, i Radicali e la Società della Ragione, insieme a operatori dei servizi per le dipendenze. Alcuni di loro difendono anche una depenalizzazione più ampia, ed è qui che nasce lo scontro politico.

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I critici, tra cui sindacati della polizia penitenziaria e parte del mondo politico e cattolico, temono che si normalizzi il consumo, si complichi la sicurezza e si abbandoni l’obiettivo della cura e dell’astinenza.   La riduzione del danno (harm reduction) è un approccio di sanità pubblica nato negli anni Ottanta, quando l’epidemia di HIV tra chi si iniettava droghe spinse alcuni paesi, come i Paesi Bassi, la Svizzera e il Regno Unito, a cambiare strategia. L’idea di fondo è che, se una persona non può o non vuole smettere di usare sostanze, si possono comunque ridurre i rischi per lei e per la collettività. Gli strumenti principali sono i programmi di scambio siringhe, le terapie sostitutive con metadone e buprenorfina, la distribuzione di naloxone contro le overdose, il drug checking e, in alcuni paesi, le sale del consumo supervisionato, come per le famose «stanze del buco» in Isvizzera. Le principali evidenze scientifiche riguardano il calo dei contagi di HIV ed epatite C e la riduzione dei decessi per overdose, mentre sull’effetto sul consumo complessivo i risultati sono più discussi.   Un ruolo rilevante, oltre agli enti onusiani, è quello svolto dalle Open Society Foundations di Giorgio Soros, che da decenni finanziano programmi di riduzione del danno, ricerca e spinta per la riforma delle politiche sulle droghe. Si tratta di finanziamenti pubblici e rendicontati, e la fondazione stessa rivendica questa linea come parte della propria missione sui diritti umani e sulla salute pubblica.   I critici, tra cui parte solo una parte della destra, obiettano che questi approcci rischiano di normalizzare l’uso di droghe e di sostituire la prevenzione e il recupero con la semplice gestione della dipendenza, contestando l’influenza di grandi fondazioni private sulle politiche pubbliche, sostenendo che finanzino anche campagne per la depenalizzazione.   Materiale proveniente dal mondo della «riduzione del danno» compaiono anche ai rave party in tutta Europa. All’estero il caso più noto è Techno Plus in Francia, associazione che da decenni opera proprio nelle free party e nei teknival (i raduni non autorizzati) con informazione, materiale di prevenzione e, in alcuni casi, analisi delle sostanze. Altri esempi sono Kosmicare nel Regno Unito, nata nei festival e specializzata nell’assistenza a chi ha esperienze difficili con le sostanze, The Loop (drug checking in contesti di festa), Eve & Rave in Germania e DanceSafe negli Stati Uniti.   Il Corriere della Sera riportava che nel disastroso rave illegale che sconvolse l’Italia a metà agosto 2021 occupando terreni privati per giorni «c’erano i “laboratori” della riduzione del danno dove le sostanze venivano preventivamente analizzate per non correre rischi inutili»: in  pratica vi erano dei banchetti dove testavano la droga che si acquistava, con «opuscoli con informazioni di base diffusi fra i presenti per evitare comportamenti dannosi».   Anni fa Soros scrisse di suo pugno un articolo per il Financial Times in cui ricordava come il suo approccio fosse diverso da quello dei governi nazionali:   «La guerra alla droga è stata un fallimento da mille miliardi di dollari… Per oltre quarant’anni i governi di tutto il mondo hanno speso enormi somme su politiche repressive. Questo a discapito di programmi che funzionano». L’allusione è alle politiche della cosiddetta riduzione del danno, delle quali il Soros è munifico sostenitore. «Non è stato solo uno spreco di danaro: è stato controproducente».

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«Il proibizionismo e la lotta alle droghe hanno fatto più male che bene… Per anni, la mia Open Society Foundation ha supportato programmi di riduzione del danno come lo scambio di siringhe…» rivendicò il Sorosso.   La liberalizzazione della droga non può non sembrare come un grande processo di narcotizzazione massiva ad uso dell’oligarcato, il quale con la popolazione istupidita (gli «inutili», prospettava il filosofo delle élite davosiane Yuval Harari, vanno drogati) possono procedere alle loro gozziviglie: non solo il traffico di bene pubblico – su cui si basano i miliardi del Soros e non solo – ma anche lo sfruttamento degli esseri umani oppure, volendo, la loro eliminazione.   In un Paese come il Canada dove come la Svizzera e la Catalonia  l’eutanasia diventa sempre più chiaramente un’opzione per i carcerati, la droga penintenziaria arriverà subito. Noi seguiremo a ruota.  

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