Droga
Il Belgio sta diventando un narco-Stato: allarme della magistratura
Il Belgio rischia di trasformarsi in uno «narco-Stato» poiché le organizzazioni criminali dedite al traffico di droga stanno infiltrando polizia e magistratura, secondo un giudice istruttore in una lettera anonima pubblicata lunedì sul portale ufficiale della giustizia belga.
Nella missiva, indirizzata alla Commissione Giustizia del Parlamento belga, si descrive una situazione ad Anversa e in tutto il Paese che ha superato i confini della criminalità ordinaria, rappresentando una minaccia organizzata capace di erodere le istituzioni nazionali.
«Si sono insediate vaste strutture di tipo mafioso, che costituiscono un potere parallelo in grado di sfidare non solo la polizia, ma anche la magistratura», si legge nella lettera.
Il documento sostiene che il Belgio esibisce ormai tutte le caratteristiche di un narco-stato: un’economia illegale su larga scala, corruzione endemica e violenza in aumento. Il traffico di stupefacenti ha generato un’«economia da miliardi di dollari operante al di fuori dei circuiti ufficiali» attraverso il porto di Anversa.
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Secondo il giudice, corruzione e intimidazioni si stanno diffondendo nelle istituzioni belghe, coinvolgendo lavoratori portuali, funzionari doganali, agenti di polizia e persino personale penitenziario, corrotti o costretti con la forza. Le bande di narcotrafficanti consolidano il loro dominio attraverso torture, rapimenti e attentati esplosivi contro abitazioni private.
Alcuni magistrati sono stati costretti a vivere per mesi in case protette sotto scorta della polizia a causa di minacce dirette alla loro vita e a quella delle loro famiglie, ha rivelato l’autore.
Lunedì, la ministra della Giustizia belga Annelies Verlinden ha definito la situazione descritta dal giudice «inaccettabile» in un’intervista all’emittente VRT, impegnandosi a rafforzare la sicurezza per gli operatori giudiziari.
Il giudice ha messo in guardia sul fatto che tali intimidazioni stanno indebolendo il sistema giudiziario belga e, di conseguenza, la democrazia del Paese. Rivolgendosi al Parlamento, la lettera ha chiesto una strategia complessiva per garantire che i magistrati possano operare in sicurezza ed efficacia.
Il Belgio rappresenta un punto d’ingresso cruciale per la cocaina in Europa tramite il porto di Anversa (e il complesso collegato di Anversa-Bruges), uno dei principali hub marittimi del continente.
Nel 2024, le autorità doganali belghe hanno sequestrato 44 tonnellate di cocaina, in calo rispetto al record di 121 tonnellate dell’anno precedente. Tuttavia, i funzionari hanno precisato che la riduzione non indica progressi, ma piuttosto un adattamento dei trafficanti, che frammentano le spedizioni in lotti più piccoli per eludere i controlli.
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Anche i Paesi confinanti con il Belgio vivono il problema del narco-Stato incipiente.
Come riportato da Renovatio 21, la polizia olandese pochi hanni fa ha dichiarato come il Paese si stia trasformando in un «narco-Stato 2.0» dominato dalla Mokro-mafia, cioè il crimine organizzato marocchino.
Il termine «Mocro» è stato coniato da un romanzo del 2014, Mocro Maffia, di Marijn Schrijver e Wouter Laumans. Il libro ha contribuito a portare la banda criminale all’attenzione del pubblico, raccontando come un gruppo di ladri di gioielli marocchini ad Amsterdam abbia creato una delle organizzazioni criminali più potenti d’Europa. Il suo nome deriva dall’insulto olandese «mocro», usato per le persone di origine marocchina che vivono in Belgio o nei Paesi Bassi. Il motto dell’organizzazione è «Wie praat, die gaat» ossia «Chi parla, muore». L’organizzazione ha iniziato contrabbandando hashish dal Marocco all’Europa prima di diventare uno dei più potenti cartelli del traffico di cocaina nei Paesi Bassi e poi in Belgio negli anni 2010.
Nel 2021 giornalista veterano di cronaca nera Peter R. de Vries, che è stato colpito a colpi di arma da fuoco l’anno scorso per le strade di Amsterdam. De Vries è morto pochi giorni dopo. Il giornalista aveva assistito un testimone nel processo di alto profilo per banda criminale «Marengo», per il quale il capo della banda è stato estradato nei Paesi Bassi nel 2019.
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Droga
Ritrovati 1.600 denti da latte in una fossa comune di un narcocartello messicano
Un gruppo di volontari in Messico sostiene di aver rinvenuto 1.600 denti da latte tra i resti umani in una fossa comune legata a un cartello della droga.
Il collettivo Buscando Cuerpos en Todo México («Alla ricerca di cadaveri in tutto il Messico») nel 2021 ha indagato su un sito vicino a Zacapu, nello Stato di Michoacan, associato al cartello di Sinaloa.
Lì ha trovato resti, tra cui un dente di bambino. Da allora ha continuato a setacciare l’area in cerca di resti umani. Questa settimana ha dichiarato di aver individuato ben 1.600 denti da latte.
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La deputata del Michoacan Margarita Lopez, che ha contribuito a fondare il gruppo, sostiene che i denti appartengano probabilmente a bambini vittime di tratta, eventualmente sfruttati sessualmente o per gli organi.
L’ufficio del procuratore generale dello Stato ha finora rifiutato di verificare le affermazioni.
«Dal 2021 ad oggi, non è pervenuta alcuna denuncia, segnalazione alle autorità o richiesta di intervento forense in relazione a questi eventi», ha dichiarato l’ufficio.
La Lopez ha replicato con tono accesa so Facebook: «Vogliono minimizzare l’incidente, ma l’operazione per recuperare i 1.600 denti da latte ha coinvolto agenti della Procura generale dello Stato di Michoacán, che agivano in virtù di un mandato ufficiale per garantire la sicurezza del perimetro, e tutto è documentato nell’indagine preliminare», ha scritto.
La deputata aggiunto che un procuratore federale e personale forense erano presenti durante il recupero dei resti, chiedendo l’intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa per contribuire alle indagini.
«Da quando è scoppiato il caso dei “1.600 dentini”, il governo messicano è rimasto in silenzio o ha negato la scoperta», ha affermato la Lopez.
Le fosse comuni sono il simbolo più duro della violenza legata al narcotraffico in Messico.
Un rapporto governativo di marzo 2026 conta 132.534 persone scomparse, mentre la Comisión Nacional de Búsqueda parla di circa 135.000 casi. Il 97% di chi risulta nel registro è scomparso dopo il 2006, cioè dall’inizio della guerra ai cartelli lanciata dal governo Calderón. Prima dei Mondiali il governo Sheinbaum ha rivisto i dati, portando i casi attivi a circa 43.000, una scelta criticata da parenti e ONG perché minimizzerebbe il problema. Il ritmo dei desaparecidos messicani resta alto: nel 2025 risultavano scomparse 34.554 persone, e tra ottobre 2024 e metà settembre 2026 i casi registrati sono 62.378, di cui 20.072 non ancora rintracciati e 3.457 ritrovati morti.
Tra il 2007 e il 2023 le autorità hanno trovato quasi 5.700 fosse comuni clandestine. La maggior parte è stata scoperta dai collettivi di familiari (le madres buscadoras, le madri e i parenti che scavano in proprio). Un collettivo di Sonora da solo ha ritrovato 1.230 corpi in fosse clandestine dal 2019. Chi cerca è a rischio: ad aprile 2025 due madri cercatrici sono state uccise in Jalisco.
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Proprio lo Stato di Jalisco ha oltre 16.000 scomparsi ancora nel registro, il dato più alto del Paese. Secondo un collettivo locale, intorno a uno stadio dei Mondiali sarebbero stati trovati 456 sacchi con resti umani. Un’analisi del Mexico Peace Index rileva inoltre che un terzo dei corpi recuperati dalle fosse clandestine dal 2006 proviene da Jalisco.
Un’inchiesta giornalistica ha rilevato oltre 72.000 resti classificati come non identificati dal 2006 al 2023, per lo più sepolti in fosse municipali. Un’altra fonte parla di 38.891 corpi non identificati, di cui 27.271 sepolti in fosse comuni, a fronte di oltre 275.000 omicidi registrati dal 2006.
Il governo ha annunciato un calo degli omicidi del 30% nel 2025, ma alcuni analisti sospettano che parte delle vittime sia finita in categorie diverse, come sparizioni o corpi nascosti nelle fosse. L’impunità è molto diffusa: secondo Human Rights Watch, solo il 17% degli omicidi volontari tra il 2010 e il 2022 ha portato a mandati d’arresto o procedimenti. L’ONU ha dichiarato che ci sono «prove fondate» che le sparizioni forzate siano diffuse o sistematiche, e quindi crimini contro l’umanità.
Molte fosse non sono depositi di singole «stragi» con un numero preciso di vittime: sono luoghi dove i corpi si sono accumulati nel tempo.
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