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Ambiente

Morti di caldo, morti di inciviltà

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Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.

 

È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.

 

Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.

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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.

 

Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.

 

Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.

 

Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.

 

Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.

 

In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.

 

In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.

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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?

 

Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.

 

Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.

 

Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.

 

Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.

 

Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.

 

Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.

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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.

 

Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.

 

Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.

 

Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.

 

E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).

 

Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.

 

Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»

 

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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?

 

Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.

 

C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.

 

La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.

 

E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.

 

Roberto Dal Bosco

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Ambiente

Gli agricoltori hanno bisogno delle api per coltivare alcuni prodotti alimentari. Un pesticida le sta uccidendo

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Tra le numerose sostanze chimiche utilizzate per il controllo dei parassiti agricoli, alcune delle più insidiose sono i «regolatori della crescita degli insetti»: composti che non uccidono direttamente gli insetti, ma ne alterano lo sviluppo impedendo loro di diventare adulti sani e in grado di riprodursi. Una di queste sostanze chimiche, la buprofezina, è stata collegata alla moria delle api. Purtroppo, in assenza di etichette di avvertimento, gli agricoltori potrebbero non essere consapevoli di star uccidendo le api.   Tra le numerose sostanze chimiche inventate dall’uomo per controllare i parassiti in agricoltura, alcune delle più insidiose sono chiamate «regolatori della crescita degli insetti».   Come suggerisce il nome, questi composti non uccidono direttamente gli insetti; ne alterano lo sviluppo in modo che non possano crescere fino a diventare adulti sani e in grado di riprodursi. Questo rende i regolatori della crescita degli insetti uno strumento straordinariamente utile per tenere sotto controllo le popolazioni di insetti come mosche bianche e cocciniglie, che possono diffondere malattie e impoverire le colture alimentari di sostanze nutritive.   C’è solo un problema: gli agricoltori non vogliono regolamentare tutti gli insetti in questo modo. Gli insetti utili come le api da miele rischiano di finire nel mirino di queste sostanze chimiche, a discapito degli agricoltori che hanno bisogno del loro servizio di impollinazione per produrre colture come pere e ciliegie.   Un particolare regolatore della crescita degli insetti è emerso come potenziale problema per gli impollinatori : il buprofezin. Una ricerca in corso presso la Washington State University (WSU) suggerisce che il buprofezin potrebbe essere pericoloso per le api da miele anche a concentrazioni 10 volte inferiori a quelle comunemente riscontrate nel polline.   Uno studio pubblicato nel 2024 ha collegato il composto a una «grave mortalità della covata».   Durante una riunione della Washington State Beekeeping Association il mese scorso, il professore di entomologia della WSU Brandon Hopkins ha affermato che i prodotti a base di buprofezin dovrebbero essere venduti con un’avvertenza per gli impollinatori, in contrasto con i requisiti attuali dell’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA).   «Il buprofezin dovrebbe avere la stessa etichetta di avvertenza per le api che hanno alcuni di questi pesticidi più diretti», ha detto Hopkins a US Right to Know. «Quello che vogliamo fare è contribuire a migliorare la comunicazione e l’informazione sull’uso di questo… per ridurre l’esposizione».

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L’uso della buprofesina è aumentato rapidamente dal 2000.

La buprofezina è stata sviluppata negli anni ’80 da un’azienda agrochimica giapponese chiamata Nihon Nohyaku. È stata ufficialmente registrata negli Stati Uniti nel 2000 e commercializzata da una delle sue filiali, Nichino America, inizialmente con il nome commerciale Applaud.   Inizialmente, gli agricoltori adottarono il pesticida per contrastare la proliferazione delle mosche bianche in California e Arizona. Il suo utilizzo si diffuse rapidamente tra gli anni 2000 e 2010, e secondo il Pesticide National Synthesis Project, entro il 2018 venivano spruzzate annualmente sulle colture statunitensi oltre 350.000 libbre di questa sostanza chimica.   Quell’anno, le applicazioni più intense si concentrarono lungo la costa occidentale, in diversi stati del Medio Atlantico, in Florida e in Texas, principalmente su alberi da frutto e cotone.   Per gran parte della sua storia, gli agricoltori hanno potuto presumere che il buprofezin agisse solo sugli insetti che distruggevano i raccolti. Le linee guida dell’EPA affermavano che «non vi erano restrizioni che impedissero l’applicazione alle colture durante la fioritura», mentre i prodotti a base di buprofezin erano etichettati con un messaggio che indicava che «non erano dannosi per gli insetti utili».   Ma le prove contrarie a questa idea si sono accumulate nel tempo. Nel 2019, l’EPA ha intimato alle aziende di rimuovere la dicitura “non dannoso” dalle etichette dei loro prodotti, poiché non è possibile escludere effetti su insetti «non bersaglio» come gli impollinatori.   La valutazione preliminare del rischio ecologico condotta dall’agenzia ha individuato tre articoli pubblicati tra il 2000 e il 2006 che suggerivano che la sostanza chimica potesse uccidere le larve di bombi e coccinelle in fase di sviluppo, sebbene non siano stati trovati studi sugli effetti cronici sulle larve degli insetti che potessero fornire una base più solida per la regolamentazione.   L’EPA ha ricevuto da Nichino almeno uno studio su questi impatti cronici. Tuttavia, tale studio non è disponibile al pubblico e l’EPA non ha risposto alla richiesta di US Right to Know di visionarlo o di discuterne i risultati.   In una dichiarazione, Nichino non ha risposto direttamente alle domande sullo studio sulle larve d’ape, ma ha espresso l’impegno dell’azienda a «perseguire iniziative che armonizzino il progresso agricolo con il benessere ecologico», in linea con le normative dell’EPA.

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I ricercatori collegano l’«estrema mortalità della covata» al buprofessin  Hopkins non si era prefissato di studiare specificamente il buprofezino; il suo progetto di ricerca del 2022-2023 ha esaminato una serie di pesticidi che influenzano le api mellifere durante i loro spostamenti da una coltura all’altra nel corso di due stagioni di impollinazione.   Lui e i suoi colleghi ricercatori hanno rivolto la loro attenzione al regolatore della crescita degli insetti solo dopo aver osservato «livelli estremi» di covata morta sia all’interno che all’esterno degli alveari.   «Abbiamo visto centinaia di migliaia di api morte», ha affermato Ge Zhang, ex professore assistente alla WSU e autore principale dell’articolo che descrive i risultati della ricerca. (Zhang è ora professore di entomologia presso l’Università Agraria dello Shandong, in Cina)   Zhang ha affermato di aver riscontrato elevate concentrazioni di buprofezina nel polline delle api in diversi alveari e che la mortalità larvale era particolarmente alta subito dopo l’impollinazione degli alberi da frutto.   Secondo lo studio, alti livelli di buprofezina «hanno causato effetti a lungo termine sulla salute delle api».   «Le popolazioni delle colonie di api non potevano essere mantenute», e mancavano della capacità di «riprodurre un numero sufficiente di nuove generazioni di api adulte, il che portava alla mortalità delle colonie a fine stagione».   «Questo caso di avvelenamento della covata da buprofezin rappresenta uno scenario allarmante che evidenzia la necessità di monitorare l’esposizione delle api mellifere ai pesticidi in condizioni naturali sul campo, nonché la necessità di attuare modifiche alle normative in materia di sicurezza dei pesticidi», aggiunge l’articolo.   Reed Johnson, professore di entomologia all’Università dell’Ohio che non ha partecipato alla ricerca, ha affermato che l’articolo era «ben fatto».   Sebbene il nesso tra la mortalità delle api e il buprofezin non sia ancora definitivo, è «del tutto plausibile» che un regolatore della crescita degli insetti possa danneggiare le larve delle api.   «Questo è esattamente il tipo di effetto che ci si aspetterebbe di vedere», ha dichiarato a US Right to Know. «Penso che contribuisca in modo significativo a spiegare i problemi che gli apicoltori stanno riscontrando nelle colonie». Da allora, il laboratorio di Hopkins ha condotto ulteriori ricerche sulla buprofezina grazie ai finanziamenti dell’organizzazione no-profit di ricerca Project Apis m. È di questo lavoro che Hopkins ha parlato alla conferenza sulle api di Washington.   In un esperimento, ha esposto le colonie a diverse concentrazioni di buprofezina, inclusa una dose 10 volte inferiore alla dose «rilevante sul campo» di 10 parti per milione.   Anche in questo caso, ha riscontrato un’elevata mortalità. Dal 64 al 79% delle api è morto dopo essere state nutrite con il pesticida, rispetto a solo il 5% del gruppo di controllo.   Questi risultati non sono ancora stati pubblicati o sottoposti a revisione paritaria, e Hopkins desidera svolgere ulteriori ricerche di laboratorio. Ha affermato che i prodotti a base di buprofezin, compresi quelli commercializzati da Nichino, dovrebbero riportare un’avvertenza per gli impollinatori. Tali avvertenze sono obbligatorie anche per altri composti come l’imidacloprid, uno dei pesticidi neonicotinoidi collegati alla moria delle api.   Avvertono che il prodotto «può uccidere le api e altri insetti impollinatori» e forniscono alcune istruzioni specifiche per l’applicazione al fine di ridurre al minimo il rischio di esposizione. Hopkins ha affermato che un’etichetta appropriata per il buprofezin dovrebbe avvertire gli agricoltori di non spruzzare il prodotto quando le colture sono in fiore e attraggono le api.   In risposta alla richiesta di commento di US Right to Know, un portavoce di Nichino ha dichiarato che le etichette approvate dall’EPA sono «documenti legalmente vincolanti che i produttori non possono modificare senza la necessaria autorizzazione».

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L’Unione Europea sta già limitando l’uso della buprofezina per motivi di salute umana.

Barbara Berardi Tadié, responsabile delle politiche per l’organizzazione no-profit Pesticide Action Network Europe, si è detta d’accordo con l’idea di un’etichetta di avvertenza per il buprofezin, o addirittura di un divieto totale di irrorazione durante la stagione della fioritura.   L’Unione Europea sta già adottando misure più incisive, sebbene le sue azioni si basino su preoccupazioni per la salute umana piuttosto che per gli impollinatori. Già nel 2017, la Commissione Europea aveva vietato il buprofezino su colture alimentari come pomodori e lattuga, dopo che i ricercatori avevano dimostrato che i residui di buprofezino potevano decomporsi in anilina, una sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo.   Il mese scorso la Commissione si è spinta oltre, approvando un divieto totale, citando prove che dimostrano come il composto sia un perturbatore endocrino per gli esseri umani. Studi condotti su ratti e cani hanno collegato la buprofezina a un aumento del peso della tiroide, che può causare problemi respiratori ed è spesso un segno di un disturbo ormonale sottostante.   Un rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare non ha trovato dati conclusivi sulla perturbazione endocrina negli insetti. Tadié ha affermato che ora è improbabile che l’agenzia richieda ulteriori dati sugli impollinatori, poiché »ci sono già ragioni sufficienti per vietare [il buprofezin]».   Negli Stati Uniti, l’EPA non ha ancora finalizzato la ri-registrazione del buprofezin ; deve ancora completare una valutazione formale come interferente endocrino e stabilire se il pesticida abbia effetti su piante e animali elencati nella legge sulle specie in via di estinzione.   L’agenzia ha mancato la scadenza per completare la ri-registrazione del buprofezin e di centinaia di altri pesticidi all’inizio di questo mese e ora si prevede che otterrà una proroga di cinque anni in base a una proposta contenuta nel Farm Bill del 2026.   In assenza di restrizioni ufficiali o di un’etichetta imposta dall’EPA, Hopkins ha affermato che le organizzazioni di frutticoltori e altri gruppi del settore agricolo potrebbero avviare una campagna di sensibilizzazione per informare gli agricoltori di non applicare il buprofezin in determinati periodi.   Potrebbero inoltre sviluppare volontariamente una serie di buone pratiche per la gestione dei frutteti, tenendo conto dei diversi periodi di fioritura di pere, mele, ciliegie e altre colture che spesso vengono piantate una accanto all’altra.   Né la Washington State Tree Fruit Association né l’International Fresh Produce Association hanno risposto alla richiesta di commento di US Right to Know.   Un portavoce della US Apple Association ha dichiarato di non aver avuto l’opportunità di esaminare la ricerca sul buprofezino, ma ha affermato a US Right to Know che «le api da miele e gli altri impollinatori sono assolutamente essenziali per la produzione di mele e proteggere la loro salute è una priorità per i nostri coltivatori».   In effetti, gli agricoltori pagano centinaia di milioni di dollari ogni anno per i servizi di impollinazione delle api e hanno un interesse materiale a tutelarne la salute.   Il rappresentante di Apple negli Stati Uniti ha fatto riferimento alle linee guida per la protezione degli impollinatori, sviluppate congiuntamente dalla sua organizzazione e dalla Honey Bee Health Coalition, e ha auspicato «una continua ricerca, formazione e collaborazione tra coltivatori, ricercatori, apicoltori e autorità di regolamentazione».   Joseph Winter   Originariamente pubblicato da US Right to Know.   Joseph Winters è un pluripremiato giornalista investigativo che si occupa di salute pubblica, clima e ambiente.

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Immagine Ivar Leidus, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia 
 
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Documento sui «cambiamenti climatici»: «l’Eucarestia come scuola ecologica»

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Un ampio documento diffuso dalla Commissione Teologica Internazionale, dal titolo «Prendersi cura della nostra Casa comune – Una risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario», definisce il Santo Sacrificio della Messa una «scuola ecologica».

 

All’interno del testo, datato 2 settembre e incentrato sulle tematiche ambientali, sulla «conversione ecologica» e sul cosiddetto «cambiamenti climatici», la Commissione Teologica riserva un intero paragrafo — il numero 108 del Capitolo 2 — alla descrizione della Messa e della Santa Eucaristia come «scuola ecologica». Pur riconoscendo, in questo passaggio, che il fine ultimo della Messa resta la glorificazione di Dio, il documento sembra ridimensionarne il significato, presentando la Messa e il Santissimo Sacramento soprattutto come strumenti per «prendersi cura del creato».

 

Il documento scrive: «Dall’Eucaristia si sprigiona una spiritualità capace di sostenere e incoraggiare la conversione ecologica che abbiamo così urgentemente bisogno di intraprendere come famiglia umana (cf. LS 236). In essa riconosciamo nella natura i doni di Dio. L’intelligenza si apre alla diafanità di Dio nella creazione. La natura rivela la sua intrinseca dimensione epifanica».

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Il testo prosegue: «L’Eucaristia è banchetto di comunione, tavola comune da condividere. Per questo edifica la comunità. Non è possibile celebrare l’Eucaristia e non preoccuparsi dei poveri».

 

Al punto 99 del documento vi è un attacco preciso all’antropocentrismo, definito predatorio: «Senz’altro l’antropocentrismo predatorio, che considera l’umanità come padrona assoluta di tutto il creato, con ius utendi et abutendi, deve essere chiaramente rifiutato dai cristiani». Non è chiarissimo a cosa si stia riferendo il testo vaticano, che prova a spiegare: «seguendo la logica immanente che lo anima, l’antropocentrismo predatorio porta con sé una dinamica di violenza e sfruttamento, poiché non è regolato dal rispetto per l’altro (la natura) né per gli altri (il prossimo) né per l’Altro (Dio Creatore), finendo per sfigurare l’immagine di Dio impressa nell’essere umano ed espressa nelle relazioni in cui vive, imprigionandolo nella tristezza di una coscienza isolata (EG 2). Si saccheggiano e si sacrificano vite, e con esse il futuro di molte altre vite, a partire dalla soddisfazione indiscriminata del proprio egoismo autocentrato».

 

Viene proposta tuttavia una soluzione di sapore intellettualoide. Contro l’antropocentrismo predatorio, «Papa Francesco ha proposto la formula dell’«antropocentrismo situato» per descrivere il modo in cui l’umanità si relaziona con il resto del creato secondo il disegno di Dio (LD 67); aspetto ripreso da Papa Leone XIV».

 

Fin dai primi mesi del proprio pontificato, Papa Leone XIV ha più volte ribadito l’importanza delle questioni ambientali, arrivando ad autorizzare, a pochi mesi dall’elezione, la celebrazione della «Messa per la cura del creato». In occasione della prima Messa dedicata a questo tema, Leone XIV dichiarò che «il mondo sta bruciando», sottolineando quella che a suo giudizio rappresenta la necessità di una «conversione» per quanti non avvertono ancora «l’urgenza di prendersi cura della nostra casa comune».

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Non era poi mancato il momento ultra-cringe dove, dinanzi a funzionari transnazionali, Arnoldo Schwarzenegger e hawaiani cantanti a caso, il romano pontefice aveva benedetto un blocco di ghiaccio della Groenlandia, che immaginiamo sia arrivato in Italia, in bicicletta, o su un tappeto volante offerto dal dialogo interreligioso.

 

Il papato precedente si era distinto per l’ecologismo parossistico diffuso senza requie al pari dell’immigrazionismo più vile. Renovatio 21 aveva definito l’agenda bergogliana «eco-maoismo», con sessioni di indottrinamento ecofascista su bimbi piccoli da tutto il mondo condotte dallo stesso pontefice gesuita in Aula Paolo VI.

Si arrivò alla bizzarria di veder citata nella Laudate Deum pensatrice ecofemminista (e ciber-genderista) Donna Haraway, che parlava del futuro come dello Cthulhucene, un’era di morte devastata da veri mostri, dove dissolvere la famiglia e coltivare i rapporti con gli animali.

 

L’ecomania vaticana, con evidenza, non è morta col l’argentino. In questi giorni Leone ha inaugurato il secondo «Tempo del Creato» del proprio pontificato, celebrando una nuova Messa dedicata alla «Cura del Creato».

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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Navi da guerra naziste affondate riemergono nel Danubio per l’ondata di caldo

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Diverse navi da guerra tedesche affondate durante la Seconda Guerra Mondiale, sono riemerse nel Danubio a causa di una forte ondata di calore e di una prolungata siccità. Le imbarcazioni sono diventate visibili quando il livello dell’acqua del secondo fiume più lungo d’Europa ha raggiunto minimi storici.   Foto e video pubblicati sui social media mostravano enormi relitti di navi adagiati nell’acqua e su un banco di sabbia in mezzo al canale vicino al villaggio di Prahovo, in Serbia.   In un altro luogo, il relitto di una nave mercantile ungherese affondata nel 1937 è riemerso nei pressi del villaggio croato di Opatovac.   Secondo la Banca europea per gli investimenti, circa 200 imbarcazioni potrebbero giacere sul fondo del Danubio. Il trasporto fluviale è quasi completamente bloccato a causa del basso livello dell’acqua, secondo il Ministero dei Trasporti ungherese.  

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Come riportato da Renovatio 21, anche il primo ministro ungherese Peter Magyar ha affermato che la centrale nucleare di Paks, che copre quasi la metà del fabbisogno elettrico dell’Ungheria, potrebbe rimanere chiusa per settimane a causa dell’insufficiente livello dell’acqua.   A Budapest, la scorsa settimana, è stato ritrovato un proiettile di artiglieria tedesco della Seconda Guerra Mondiale vicino al Ponte Margherita, una delle principali arterie stradali della città. Il ritrovamento ha comportato brevi chiusure di sicurezza per consentire l’intervento di una squadra di artificieri. L’autorità meteorologica nazionale ungherese ha inoltre segnalato un livello minimo record di 23 cm nel Danubio che attraversa la città. Il precedente minimo storico, registrato nel 2018, era di 33 cm.   Nella Bulgaria settentrionale, il prosciugamento di un fiume ha portato alla luce quelli che si ritiene essere i resti di un mammut. Le ossa sono state ritrovate da un abitante del villaggio di Ryahovo. Nikolay Nenov, direttore di un museo di storia regionale nella vicina città di Ruse, ha definito la scoperta «di grande importanza per la scienza».   Secondo l’agenzia Associated Press, nei prossimi giorni il livello del Danubio dovrebbe scendere ulteriormente, senza previsioni di piogge significative e con temperature che dovrebbero superare i 38 gradi Celsius nella regione.  

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