Spirito
Mons. Aguer elogia la rinascita della Messa in latino tra i giovani e dice: l’inventore della Messa nuova era massone
Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Héctor Agüer, vescovo emerito di La Plata, Argentina, apparso sul sito Rorate Coeli.
I media e, soprattutto, i social network segnalano che in diversi paesi europei, in particolare tra i giovani, la «Messa tradizionale» viene vissuta con fervore, accompagnata da numerose processioni e pellegrinaggi. Le folle giovanili che hanno fatto rivivere il tradizionale pellegrinaggio Parigi-Chartres hanno attirato grande attenzione, con un’età media di 22 anni. Si tratta di un recupero della tradizione cattolica, soffocata in quei paesi dal liberalismo, dal progressismo e dall’ateismo.
La «Messa Tradizionale» può essere definita tale perché risale al VII e VIII secolo [in realtà, al IV e V secolo, ndt] e rimase in vigore per secoli almeno fino al Concilio di Trento, che la rivide e la ripubblicò affinché giungesse fino ai giorni nostri. Essenziale per essa è la sua identificazione con il Sacrificio della Croce, istituito come Sacramento del Sacrificio durante l’Ultima Cena di Gesù con i suoi Apostoli.
Questo Sacramento è il mistero della Passione e Resurrezione, consacrato dallo Spirito Santo. La Messa è rivolta alla Gloria del Dio Trino, al quale offre il Sacrificio di Gesù. Nella Chiesa Cattolica, viene offerta come oblazione di pane e vino, che, attraverso le immutabili parole della Consacrazione, diventano il Corpo e il Sangue di Gesù, cibo di immortalità per i fedeli.
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La Messa ha definito il Cattolicesimo dal Concilio di Trento al Concilio Vaticano II. Durante il pontificato di Paolo VI (Giovanni Battista Montini), successore del breve pontificato di Giovanni XXIII (che aveva convocato il Concilio Ecumenico), venne creata una nuova Messa. Si sarebbero potute apportare alcune modifiche alla «Messa Tradizionale», come era stato fatto durante la sua esistenza plurisecolare. Ma no; il Vaticano II cercò di rinnovare tutto, e una nuova Messa doveva nascere dal suo spirito. Sempre valida, certamente; ma non priva di ambiguità che furono lasciate alla discrezione dei celebranti.
L’autore della nuova messa fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, riconosciuto come massone secondo documenti inconfutabili, sebbene in segreto, in accordo con la natura stessa della massoneria. In essa, il sacerdote si pone di fronte al popolo; le letture bibliche sono moltiplicate e, nel tempo, sono state autorizzate diverse Preghiere Eucaristiche, che ricreano il Canone Unico della «Messa Tradizionale». Sembrerebbe che nella messa di Paolo VI e di Bugnini, il sacerdote che celebra il rito debba sforzarsi di rivolgersi a Dio e di assicurarsi che i fedeli non si confondano.
Gli scopi della Messa sono molteplici, ma quello latreutico – l’adorazione e la lode di Dio – è il primario; senza dubbio, la preghiera e la comunione arricchiscono il Popolo di Dio. Questa è la Messa che celebro, nella quale sono stato ordinato quasi 54 anni fa; lo faccio con la massima devozione possibile. Ricordo però che da bambino, da chierichetto, partecipavo regolarmente alla «Messa Tradizionale», un rito che non è mai stato invalidato e che ha accompagnato quello di Paolo VI fino ad oggi, e che, come ho detto all’inizio, viene riscoperto con entusiasmo dai giovani.
Pellegrinaggi come quello di Parigi-Chartres, e quelli di Rawson-Luján (Argentina), Oviedo-Covadonga (Spagna), Roma-Subiaco (Italia), e altri che stanno nascendo qua e là, ci parlano di qualcosa di innegabile: l’ortodossia e la Tradizione godono di buona salute e sono una garanzia per il futuro.
Bisognerebbe prendere esempio da un certo vescovo che è entrato in Messa su uno skateboard, o da alcuni sacerdoti che si travestono da clown durante le celebrazioni. Tali oltraggi possono solo innescare un effetto domino.
Come giustamente insegna la Chiesa, «nessuno, neanche se sacerdote, può aggiungere, togliere o cambiare nulla» di ciò che è stabilito nei libri liturgici.
Non si tratta di creatività, ma di fedeltà.
+Héctor Agüer
Emerito di La Plata, Argentina
1° giugno 2026
Festa di San Giustino, martire.
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Spirito
Mons. Schneider contesta l’affermazione di Papa Leone riguardo alla minore partecipazione attiva alla messa in latino
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La funzione episcopale e i suoi obblighi
Le nomine episcopali sono uno dei segnali più rivelatori dell’orientamento di un pontificato. FSSPX News lancia una serie dedicata ai vescovi scelti da Leone XIV, per presentare il loro percorso, le loro posizioni dottrinali e pastorali e gli atti significativi del loro governo.
È ben noto il detto attribuito al santo Curato d’Ars, citato da Dom Chautard in L’anima di ogni apostolato: «a un sacerdote santo, un popolo fervente; a un sacerdote fervente, un popolo pio; a un sacerdote pio, un popolo onesto; a un sacerdote onesto, un popolo empio». Quanto più si applica a un vescovo! Ma per comprenderlo appieno è necessario sapere cosa costituisce la santità di un vescovo.
La scelta dei vescovi esercita un’influenza profonda e duratura sulla vita della Chiesa. Attraverso il suo insegnamento, le sue decisioni, le sue nomine e le sue priorità pastorali, un vescovo plasma gradualmente l’orientamento della sua diocesi. Studiare gli uomini ai quali Leone XIV affidò questa responsabilità ci permette quindi di comprendere meglio la direzione che intendeva dare alla Chiesa durante il suo pontificato.
Ma per valutare l’importanza di queste nomine, dobbiamo innanzitutto ricordare cosa la Chiesa si aspetta da un vescovo e cosa costituisce la perfezione propria del suo ufficio.
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I santi vescovi nella storia della Chiesa
Sono pochi i giorni dell’anno in cui il Martirologio Romano non elenca almeno un santo vescovo da celebrare. Molte diocesi possono annoverare nella propria storia diversi di questi santi pastori. Questa santità concessa a tanti vescovi è segno della sollecitudine di Cristo per la sua Chiesa.
Furono martiri, confessori, dottori della Chiesa. Alcuni sono rimasti nella memoria dei popoli cristiani per la loro carità e devozione, come san Paolino di Nola, che si offrì in cambio dell’unico figlio di una vedova tenuta prigioniera da un barbaro. O il vescovo Henri de Belsunce di Marsiglia, che si prese cura dei malati di peste e somministrò loro il balsamo, come aveva fatto prima di lui san Carlo Borromeo a Milano.
Molti hanno difeso la fede senza paura, versando anche il proprio sangue, durante le numerose crisi che hanno segnato la storia della Chiesa. La lista dei vescovi che si sono battuti per la fede è lunga: sant’Atanasio o sant’Ilario di Poitiers ai tempi dell’arianesimo, o ancora san Giovanni Fisher martirizzato da Enrico VIII, per esempio.
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Secondo San Tommaso d’Aquino, l’episcopato è uno stato di perfezione.
Nel suo trattato Per la perfezione della vita spirituale, san Tommaso d’Aquino afferma che lo stato di perfezione è proprio dei vescovi e dei religiosi. Per stato di perfezione intende uno stato che spinge e conduce alla perfezione della vita spirituale, che egli equipara alla perfezione della carità. Questa virtù ha due aspetti: l’amore di Dio e l’amore del prossimo.
Ora, spiega il santo Dottore, la perfezione dell’amore per il prossimo ha tre aspetti: «l’amore e il servizio ai nemici; il sacrificio della propria vita per i fratelli, affrontando il pericolo di morte o dedicando tutta la propria esistenza al servizio del prossimo; e infine, la distribuzione dei beni spirituali al prossimo». E, continua, «questi sono indubbiamente tre atti ai quali i vescovi sono tenuti».
Tommaso d’Aquino poi approfondisce ciascuno di questi atti. Osserva che i vescovi, avendo ricevuto “l’incarico della Chiesa universale”, si trovano regolarmente ad affrontare varie forme di persecuzione, ed è necessario che “ripaghino i loro nemici e coloro che li perseguitano con amore e benevolenza”, a imitazione di Cristo e degli Apostoli.
I vescovi, aggiunge il Dottore Angelico, «sono anche obbligati a esporre la propria vita per la salvezza dei loro sudditi. Infatti, il Signore dice in Giovanni 10,11: “Io sono il buon pastore. Ora il buon pastore dà la propria vita per le sue pecore”. (…) In virtù dell’ufficio che gli è stato affidato, il pastore è dunque obbligato a questa perfezione d’amore che lo porta a esporre la propria vita per i suoi fratelli».
Infine, «il pontefice è tenuto ad amministrare i beni spirituali al prossimo, come mediatore tra Dio e gli uomini. (…) Egli occupa il posto di Dio in relazione al popolo, dispensando al popolo, per così dire al posto di Dio, giudizi, insegnamenti, esempi e sacramenti». E, conclude san Tommaso, «i vescovi si impegnano a questa perfezione al momento della loro ordinazione».
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I doveri più speciali del vescovo oggi
Considerata la situazione attuale della Chiesa: ignoranza della fede, perdita dei punti di riferimento morali, scomparsa del senso del sacro, infiltrazione di numerose idee eterodosse provenienti dal mondo in molti settori della vita ecclesiale, diffusa confusione tra il naturale e il soprannaturale, per citare solo le più evidenti, un vescovo ha dei doveri imprescindibili.
Innanzitutto, il vescovo deve insegnare la fede nella sua purezza e completezza. Senza una fede chiara e integra, la vita cattolica non può fiorire in una diocesi. Il vescovo deve poi illuminare il suo gregge diocesano con pazienza, mitezza e fermezza in tutte le questioni morali. Senza una vera vita morale, la vita spirituale, che consiste essenzialmente nelle tre virtù teologali, non può prosperare.
Egli deve inoltre guidare con chiarezza i suoi sacerdoti e il suo gregge in mezzo ai molti errori che danneggiano la fede e la legge naturale: senza la lotta contro l’errore, l’insegnamento della verità non può raggiungere il suo scopo. Infine, deve vegliare in modo particolare sui suoi sacerdoti, incoraggiandoli, sostenendoli e guidandoli come fece il Buon Pastore con gli Apostoli.
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È davvero ragionevole aspettarsi questo dai vescovi di oggi?
Attendere che gli attuali vescovi agiscano come vescovi cattolici è certamente una speranza degna di nota, poiché nulla è impossibile per Dio e per il suo Cristo, che ha fondato la Chiesa e veglia su di essa. È lui, Capo invisibile del suo Corpo Mistico, che distribuisce le grazie, specialmente a coloro che sono incaricati di santificare i fedeli nel suo nome.
Ma dipende anche dalla buona o cattiva volontà delle persone coinvolte, e in particolare del papa regnante, Leone XIV, che nomina i vescovi e decide di affidare loro una parte del gregge di cui è responsabile in qualità di pastore supremo.
Per valutare l’operato del Papa, è opportuno considerare i vescovi da lui nominati sin dalla sua ascesa al soglio di Pietro. Tali nomine offrono indubbiamente uno degli indicatori più chiari e interessanti della direzione intrapresa dal nuovo pontificato, consentendo al contempo una sorta di “radiografia” dell’episcopato nascente. Questo è l’obiettivo della serie di articoli di FSSPX.News, che inizia con questo articolo preliminare.
Ciascun articolo presenterà il profilo del nuovo vescovo, le responsabilità che ha ricoperto e la situazione specifica della diocesi a lui affidata.
A seconda degli elementi realmente significativi, l’analisi può concentrarsi sul suo insegnamento dottrinale e morale, sulla sua concezione del sacerdozio, sui suoi orientamenti liturgici, sul suo atteggiamento nei confronti della Tradizione, sulla sua pratica della sinodalità, sulle sue priorità pastorali o persino sul suo modo di intendere l’attuale crisi della Chiesa.
L’obiettivo non è quello di applicare meccanicamente un modello identico a ogni prelato, né di giudicarne le intenzioni, bensì di individuare, sulla base di fatti pubblici e verificabili, l’approccio dottrinale e pastorale che caratterizza le loro azioni. Ogni diocesi ha la sua storia e ogni vescovo il suo profilo unico; pertanto, saranno presi in considerazione solo gli elementi che realmente illuminano il significato della sua nomina.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine: Baccio Ciarpi (1574–1654),San Carlo Borromeo dà la comunione agli appestati (1620-1640 circa), chiesa di Santa Maria Nuova, Cortona.
Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Il Vaticano autoghigliottinante. Se la Chiesa conciliare loda la Rivoluzione francese
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Sono stati beatificati o canonizzati 443 cattolici uccisi in quel periodo (17 santi e 426 beati), tra cui le carmelitane di Compiègne, le martiri di Orange e i vescovi e preti dei massacri di settembre.
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