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Spirito

Le oscene parole di Bergoglio contro la Santa Messa e la Tradizione cattolica

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La Civiltà cattolica, giornale della Compagnia di Gesù, ha pubblicato il testo delle parole pronunciate da Bergoglio durante la visita alla nunziatura apostolica di Budapest, dove ha incontrato un gruppo di 32 gesuiti – come lui – con cui si è intrattenuto, e a cui ha detto che erano liberi di fare domande.

 

I gesuiti presenti gli hanno quindi chiesto riguardo alla pastorale giovanile, alla formazione dei giovani che entrano nella Compagnia di Gesù… e pure degli abusi sessuali e dei gesuiti argentini imprigionati nel 1976, due argomenti verso i quali ci si aspetterebbe imbarazzo, riserbo… o almeno, così potrebbe pensare chi conosce gli scandali attraverso cui è passato l’argentino.

 

Riguardo ai gesuiti desaparecidos durante la dittatura militare a Buenos Aires, il papa parte con un excusatio.

 

«Si è sviluppata la leggenda che sarei stato io a consegnarli perché fossero imprigionati. Sappiate che un mese fa la Conferenza episcopale argentina ha pubblicato due volumi dei tre previsti con tutti i documenti relativi a quanto accaduto tra la Chiesa e i militari. Trovate tutto lì» si difende Bergoglio, negando, senza citarle, le accuse che il giornalista suo compaesano Horacio Verbitsky fece nel suo libro L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina (2005), in cui denunciava il ruolo della gerarchia ecclesiastica nella violenta dittatura arrivando ad accusare il Nunzio a Buones Aires Pio Laghi, papa Paolo VI e lo stesso Jorge Mario Bergoglio.  Come noto, il Verbitsky dichiarò di considerare l’elezione di Bergoglio al Soglio «una disgrazia per l’Argentina e per il Sudamerica».

 

Sugli abusi sessuali e l’amore cristiano verso chi se ne macchia, dice che si tratta di una faccenda «non facile».

 

«Non è affatto facile. Noi oggi abbiamo compreso che la realtà dell’abuso è molto ampia: ci sono abusi sessuali, psicologici, economici, con i migranti… Tu ti riferisci agli abusi sessuali. Come avvicinarci, come parlare agli abusatori per i quali proviamo ribrezzo? Sì, anche questi sono figli di Dio. Ma come si può amarli? La tua domanda è molto forte» risponde Bergoglio al gesuita che ha posto la questione.

 

«Quando senti che cosa l’abuso lascia nel cuore delle persone abusate, l’impressione che ne ricevi è tremenda. Anche parlare con l’abusatore ci fa ribrezzo, non è facile. Ma anche loro sono figli di Dio. E ci vuole una pastorale».

 

La memoria di chi non resetta ciclicamente il cervello va a scandali conclamati che hanno lambito la storia di Bergoglio, come quelli del cardinale McCarrick, del sacerdote cileno Karadima, del prete del Ciellistan don Inzoli, e, secondo alcune accuse rimbalzate sui giornali, della Casita de Dios, un istituto per bambini sordomuti tra l’Argentina e il veronese dove sarebbero avvenute violenze sessuali indicibili.

 

«L’abusatore va condannato, infatti, ma come fratello. Condannarlo è da intendere come un atto di carità. C’è una logica, una forma di amare il nemico che si esprime anche così. E non è facile da capire e da vivere».

 

Insomma, anche qui, niente del passato dell’uomo viene tirato fuori – e a differenza che in Argentina con i desaparecidos qui non può rivendicare la pubblicazione delle carte da parte dei vescovi…

 

Tuttavia, riguardo al Concilio Vaticano II e alla Messa Tridentina – cioè, sui tradizionalisti – Bergoglio non ha esitato a tirar fuori l’artiglieria pesante.

 

«So che il Concilio è ancora in via di applicazione» dichiara Bergoglio in risposta ad una domanda di un gesuita. «Ci vuole un secolo perché un Concilio sia assimilato, dicono. E so che le resistenze sono terribili. C’è un restaurazionismo incredibile. Quello che io chiamo “indietrismo”, (…) . Il flusso della storia e della grazia va da giù in su come la linfa di un albero che dà frutto. Ma senza questo flusso tu rimani una mummia. Andando indietro non si conserva la vita, mai».

 

«Si deve cambiare, come scrive nel Commonitórium primum san Vincenzo di Lérins quando afferma che anche il dogma della religione cristiana progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età».

 

Appoggiandosi non si sa come al santo del V secolo Vincenzo di Lerino,  pare che Bergoglio finalmente pronunzi apertis verbis il suo appoggio al concetto di «evoluzione del dogma», eterno caposaldo della teologia modernista espressamente condannata già da San Pio X nella Pascendi Domini Gregis.

 

«Siccome [il sentimento religioso modernista] che ha per obbietto l’assoluto, porge infiniti aspetti, dei quali oggi l’uno domani l’altro può apparire; e similmente colui che crede può passare per altre ed altre condizioni, ne segue che le formole altresì che noi chiamiamo dogmi devono sottostare ad uguali vicende ed essere perciò variabili. Così si ha aperto il varco alla intima evoluzione dei dogmi. Infinito cumulo di sofismi che abbatte e distrugge ogni religione!» tuonava San Pio X. «E questa, non pur possibile, ma necessaria evoluzione e mutazione dei dogmi non solo i modernisti l’affermano arditamente ma è conseguenza legittima delle loro sentenze».

 

Se avesse ancora senso parlarne, si potrebbe dire che Bergoglio, per il suo santo predecessore papa Sarto, è ora tecnicamente un modernista.

 

Ma nelle chiacchiere infragesuitiche magiare si è andato oltre, andando a colpire – sorpresa sorpresa – il rito antico, cioè la Santa Messa di sempre, chiamata spuriamente «Messa in Latino».

 

«Il pericolo oggi è l’indietrismo, la reazione contro il moderno. È una malattia nostalgica. Questo è il motivo per cui ho deciso che ora è obbligatorio ottenere la concessione di celebrare secondo il Messale romano del 1962 per tutti i nuovi preti appena consacrati. Dopo tutte le consultazioni necessarie, l’ho deciso perché ho visto che quella misura pastorale ben fatta da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI veniva usata in modo ideologico, per tornare indietro. Bisognava fermare questo indietrismo, che non era nella visione pastorale dei miei predecessori».

 

Il papa rivendica così la lettera Traditionis custodes, cioè il motu proprio del 2021 con cui di fatto seppelliva vivo Ratzinger e la sua apertura al rito tradizionale, il Summorum Pontificum del 2007.

 

Che volete farci: è il papa della messa maya, quella con gli echi incontrovertibilmente pagani (di quel paganesimo fatto di sacrifici umani).

 

È il papa che ha partecipato a riti negromantici in Canada.

 

È il papa che non ha detto una parola sui documenti che comprovano la volontà dell’FBI di spiare e schedare i cattolici tradizionalisti.

 

È il papa che ha lasciato tranquillamente mano libera alla Cina comunista, tradendo milioni di cristiani sotterranei, in molti casi fedeli usque ad effusionem sanguinis, cioè veri martiri della fede nostri coevi.

 

È il papa dei vaccini, inflitti a ogni persona che lo accompagna e perfino alle guardie svizzere, e ammanniti ad un miliardo di fedeli in unione di Big Pharma. Sì, quei vaccini derivati da linee cellulari di feto abortito – sì, il papa del battesimo di Satana.

 

Persecuzione ovunque verso la vera fede: apertura totale verso gli idoli pagani, i persecutori, i demoni.

 

Volete trovare voi una definizione di questo papa?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Spirito

Vescovo belga sta formando uomini sposati affinché possano essere ordinati sacerdoti entro il 2028

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Il vescovo Johan Bonny di Anversa, in Belgio, ha annunciato a marzo l’intenzione di ordinare al sacerdozio uomini sposati entro il 2028. Ora, afferma, sta provvedendo alla formazione teologica e pastorale di diversi candidati al sacerdozio da lui individuati. Lo riporta il sito belga LaLibre.be.

 

Secondo monsignor Bonny, la loro preparazione è paragonabile a quella dei seminaristi. La formazione si sta svolgendo «in modo trasparente ma discreto, lontano dai riflettori dei media», ha sottolineato.

 

«I criteri applicati ai candidati sono gli stessi di quelli per i diaconi permanenti», ha spiegato il vescovo fiammingo. I candidati devono avere almeno 35 anni, il consenso delle mogli, una vita familiare stabile e non avere figli molto piccoli.

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Nel mese di giugno monsignor Bonny ha informato due cardinali dei suoi progetti: il prefetto del Dicastero per il Clero, il cardinale Lazarus You Heung-sik, e il segretario generale del Sinodo dei Vescovi, il cardinale Mario Grech.Secondo quanto riferito, i cardinali della Curia gli avrebbero detto che avrebbero discusso la questione con papa Leone XIV, scrive LifeSite.

 

Monsignor Bonny ha dichiarato di agire per «necessità», sottolineando la carenza di sacerdoti nella sua diocesi, che conta meno di 70 sacerdoti di età inferiore ai 70 anni. Due terzi di questi sacerdoti provengono da altri Paesi.

 

In una lettera pastorale pubblicata il 20 marzo, in cui si affrontava il tema della carenza di vocazioni, il vescovo aveva affermato che «la questione non è più se la Chiesa possa ordinare sacerdoti uomini sposati, ma quando lo farà e chi lo farà».

 

«È un’illusione pensare che un serio processo sinodale-missionario in Occidente abbia ancora una possibilità senza ordinare al sacerdozio anche gli uomini sposati», ha affermato il vescovo anversano.

 

«In molte diocesi si registra una storica carenza di sacerdoti locali. Il numero di uomini non sposati che desiderano diventare sacerdoti è sceso a poco più dello zero», ha scritto Bonny, promettendo che si impegnerà «al massimo per ordinare sacerdoti uomini sposati nella nostra diocesi entro il 2028».

 

Monsignor Bonny ha sottolineato di voler dedicare i prossimi due anni alla preparazione di queste ordinazioni con la Santa Sede e la Conferenza episcopale belga, affermando che per lui e per molti altri vescovi «l’ordinazione di uomini sposati è diventata una questione di coscienza. Anche a questo livello, trasparenza, responsabilità e valutazione sono importanti per la credibilità della Chiesa».

 

Il prelato belga ha inoltre tentato di usare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero come giustificazione per il suo controverso piano, affermando che «la questione degli abusi sessuali continua a pesare molto. Le sottoculture e gli stili di vita clericali hanno fatto il loro tempo».

 

Il vescovo anversano che non si sarebbe limitato a rompere con la disciplina, la tradizione e il diritto canonico della Chiesa ordinando uomini sposati, ma che avrebbe voluto ordinare anche donne, il che avrebbe violato la dottrina cattolica, definendo «doloroso» il rapporto del Sinodo sulla Sinodalità relativo all’ordinazione femminile, che alla fine ha respinto il diaconato femminile. Il monsignore ha affermato che «gli argomenti addotti sono teologicamente deboli e antropologicamente superati. Hanno perso la loro forza persuasiva. Sembrano contrari a ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese».

 

Il vescovo Bonny è noto per la sua opposizione alla dottrina cattolica tradizionale, essendo da tempo un sostenitore delle benedizioni per le coppie dello stesso sesso e della difesa dei diritti omotransessualisti all’interno della Chiesa.

 

Come riportato da Renovatio 21, la questione di benedizioni omosessualiste era esplosa in Belgio quattro anni fa, prima della Fiducia Supplicans, con l’approvazione da parte dei vescovi e l’accettazione da parte di papa Francesco. I vescovi fiamminghi erano arrivati a scrivere un testo liturgico destinato alle benedizioni omosessuali.

 

Nel 2023 monsignor Bonny ha anche contraddetto la dottrina della Chiesa sul suicidio assistito, affermando che l’eutanasia potrebbe essere moralmente accettabile in determinate condizioni.

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Per quanto riguarda i sacerdoti sposati, fin dai primi tempi della Chiesa era inteso che gli uomini già sposati, al momento dell’ordinazione al sacerdozio, dovessero diventare celibi. Nella Chiesa primitiva, agli uomini sposati era permesso di essere ordinati sacerdoti solo a condizione che diventassero «eunuchi per amore del regno dei cieli»: «Perchè vi son degli eunuchi che sono nati così dal seno della madre, e vi son degli eunuchi che furon fatti tali dagli uomini, e ve ne son di quelli che si son fatti eunuchi da sè in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda». (Mt 19,12).

 

San Paolo, tuttavia, espresse preoccupazione per le difficoltà che un ecclesiastico sposato si trovava ad affrontare: «Chi è celibe si preoccupa delle cose del Signore come possa piacergli,ma chi è sposato pensa alle cose del mondo, come possa piacere alla moglie; e resta diviso» (1Cor 7, 32-33).

 

San Giovanni Crisostomo scrisse: «Il sacerdote deve essere così puro che, se venisse elevato e posto nei cieli stessi, potrebbe occupare un posto in mezzo agli angeli».

 

La Chiesa primitiva delinea la legge della continenza dei cheirici. Papa Leone Magno scrisse nella sua lettera al vescovo di Narbona:

 

«La legge della continenza è la stessa per i ministri dell’altare, per i vescovi e per i sacerdoti; quando erano (ancora) laici o lettori, potevano liberamente prendere moglie e generare figli. Ma una volta raggiunti i ranghi sopra menzionati, ciò che era permesso non lo è più». (Epist. ad Rusticum Narbonensem episcopum, Inquis, III., Resp. PL 54, 1 204a.)

 

Il Concilio di Elvira (circa 305 d.C.) si pronunciò in modo molto chiaro sulla pratica dei rapporti coniugali dopo l’ordinazione, stabilendo che è «assolutamente proibito avere rapporti coniugali con le proprie mogli e generare figli». Il Concilio di Arles (314 d.C.) andò oltre, affermando che la ragione di questa continenza risiedeva nel fatto che «essi sono al servizio del ministero ogni giorno».

 

Questi decreti non rappresentavano nuove rivelazioni, bensì «una reazione alla diffusa inosservanza di un obbligo tradizionale ben noto», come osserva il cardinale tradizionalista austriaco Alfons Stickler (1910-2007) nel suo testo Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici.

 

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Spirito

Andate e dialogate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

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Il 16 settembre 2026 compare sul sito della Santa Sede l’ultimo documento approvato da Papa Leone XIV e sottoscritto dai Prefetti dei Dicasteri per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Dialogo Interreligioso e la Dottrina della Fede. Particolarmente rilevante quest’ultimo, nella persona di Mons. Fernández, a voler sottolineare il valore dottrinale del documento.   Si tratta della Nota Un Cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra ætate. Titolo e sottotitolo già dicono praticamente tutto e noi ci limiteremo a qualche chiosa. Chi volesse approfondire, troverà ampi pascoli nei testi citati in calce.   La Nota ricorda che «la Dichiarazione Nostra ætate nasce dopo la seconda guerra mondiale e inizialmente non era riferita al dialogo con le altre religioni, ma si poneva come risposta alle tragiche conseguenze dell’antisemitismo culminato nella Shoah». Fu dopo l’incontro «con l’ebreo Jules Isaac [ateo e comunista, ndr], reso possibile dalla mediazione della fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche, Maria Vingiani», che Giovanni XXIII, «già molto sensibile a questa tematica, […] incaricò il cardinale Augustin Bea di stilare un testo conciliare volto a risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico» (§ 4).

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Alla base, un errore logico

Il testo dice che le autorità della Chiesa, con Giovanni XXIII, si sono attivate per «risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico» come effetto delle tragiche conseguenze dell’antisemitismo. In logica, un procedimento di questo tipo si chiama non sequitur: un errore di ragionamento in cui la conclusione non deriva in modo coerente dalle premesse.   Ci chiediamo, infatti: qual è il nesso causale che lega antisemitismo e dottrina cattolica, tale per cui la Chiesa avrebbe dovuto procedere a una «rettifica” della dottrina? Nessuno. La Chiesa si era infatti già espressa in merito condannando l’antisemitismo di matrice razziale in modo cristallino (1). Ciò che invece la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato è un approccio di natura religiosa, che mai deve sfociare nella persecuzione fisica degli ebrei. Se ciò è avvenuto, resta una responsabilità personale dei singoli uomini coinvolti e in nessun modo è ascrivibile all’insegnamento bimillenario della Chiesa.  

Il Magistero tra difesa degli ebrei e critica dell’ebraismo

Perché la dottrina cattolica sulla riprovazione degli ebrei non è rettificabile? Innanzitutto perché è insegnata esplicitamente dal Salvatore in diversi luoghi del Vangelo, ma specialmente con la parabola dei vignaioli omicidi (2), e con la sentenza: «Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare»; poi perché si fonda sulla Tradizione, a cominciare dai Padri, per finire con il consenso unanime dei teologi fino al 1960, guarda un po’ (3).   Una sintesi efficace è offerta dall’insospettabile Jean Daniélou, teologo progressista francese, molto influente al Vaticano II, ed esponente della nouvelle théologie: «Rimane questo fatto essenziale che il popolo ebraico, respingendo il cristianesimo, si è effettivamente unito alla decisione dei suoi capi contro Gesù. Infatti, poiché si rifiutava di riconoscere la divinità di Cristo, doveva considerarlo un bestemmiatore e, secondo la Legge, decretare la sua morte. Se quindi si può dire che la morte di Cristo è stata nella sua prima decisione solo un affare di alcuni capi del popolo ebraico, l’intero popolo ha poi ratificato quella decisione per la sua incredulità. Pertanto, il popolo ebraico, che possedeva la Promessa e l’Alleanza, nel giorno in cui gli fu dato l’oggetto della Promessa, lo respinse. Non diremo che questo rifiuto attribuisce a ciascun membro di questo popolo una responsabilità o una riprovazione personale. Piuttosto, crediamo che sia una misteriosa economia collettiva». (4)

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Cosa dice il giudaismo sul cristianesimo

La gerarchia ecclesiastica contemporanea, però, non ne vuole sapere, e intensifica ogni anno di più i propri non sequitur. La Nota prosegue: «Quando, in riferimento all’ebraismo, affermiamo che non possiamo fare a meno gli uni degli altri, ciò implica anche che la religiosità degli attuali ebrei – e non solo quella legata al Primo Testamento – è rilevante per i cristiani. Così si esprime Papa Francesco : “Dio continua a operare nel popolo dell’Antica Alleanza” (Evangelii Gaudium). La religiosità ebraica, infatti, può essere considerata come un effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace, che essi hanno accolto, e per questa ragione si tratta di un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci» (§ 13). E tanti saluti alla teologia della sostituzione.   Ma c’è di più. Attenzione alle parole: qui si dice che la «religiosità degli attuali ebrei», in quanto «effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace», è «un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci». Ora, chiunque abbia una conoscenza appena elementare della religiosità ebraica attuale, sa che il testo fondamentale di riferimento è il Talmud, per certi versi ancor prima della stessa Torah (cioè il Pentateuco), perché il Talmud consente di interpretare la Torah cogliendone il significato più autentico e andando anche oltre con la raccolta delle varie tradizioni ebraiche.   Senza dilungarci, basti ricordare che nel Talmud Gesù è offeso con una serie di definizioni che omettiamo solo per rispetto della decenza, e si specifica che brucerebbe all’inferno immerso in escrementi bollenti. Un altro testo necessario per la fede ebraica è Il libro della conoscenza di Maimonide, raccolta di regole e rituali, nella cui versione ebraica (5) si legge che è dovere di ogni credente di «sterminare con le proprie mani» gli infedeli (i non ebrei), tra cui «Gesù di Nazareth e i suoi discepoli, […] possa il loro nome malvagio essere estinto».   La cosa interessante è che nel testo inglese a fronte, quest’ultima invocazione anticristiana non compare, e sono perciò in grado di leggerla solo gli ebrei e i conoscitori della lingua ebraica (6). Ebbene, i fedeli cattolici (o dovremmo dire i cattolici fedeli?) lo tengano a mente, perché il papa, facendo eco a Nostra ætate, ribadisce che «il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo» (§ 9).  

Andate e… dialogate

Si aggiunge poi che «il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità originaria».   Strano, perché per due millenni la parola «dialogo» non compare neanche una volta nei documenti dei Concili, nelle encicliche o in qualunque altro angolo della predicazione cattolica (7); compare però 150 volte in questa Nota. Ce lo propinano, questo dialogo, come necessità di mezzo per sapere chi siamo nella relazione con chi bestemmia il nome di Cristo e vorrebbe vedere i cristiani estinguersi.   Meglio chiuderla qui, con un riepilogo veloce veloce sugli effetti di questa catechesi dialogante: «Il cattolico medio, diciamo il famoso “cattolico di Voghera”, ha cominciato a riflettere e a trarne le conseguenze. Se il parroco ci dice di andare a sentire la pastora valdese in parrocchia, o la invita addirittura a tenere l’omelia in chiesa durante la settimana per l’unità dei cristiani, allora significa che: 1. un prete cattolico e una pastora valdese sono la stessa cosa; 2. la Chiesa cattolica e i protestanti sono la stessa cosa; 3. la Messa cattolica e la funzione protestante sono la stessa cosa; 4. se uno è protestane, convertirsi al cattolicesimo non gli serve a niente; 5. anche le donne possono fare il prete e i preti possono sposarsi; 6. ascoltare il papa e la Chiesa non serve, basta leggere la Bibbia ogni tanto; 7. se uno non va a Messa la domenica, che male c’è? 8. Lutero aveva ragione; 9. la Chiesa aveva torto; 10. se la Chiesa aveva torto nel 1500, allora può avere torto anche oggi. Se poi l’invitato speciale è un rabbino, allora il “cattolico di Voghera” trarrà le seguenti, logiche, conseguenze: 1. ebrei e cristiani credono nello stesso Dio; 2, ebraismo e cristianesimo sono la stessa religione; 3. se uno è ebreo, convertirsi al cristianesimo non gli serve a niente; 4. andare il sabato nella sinagoga e la domenica in chiesa è la stessa cosa; 5. credere in Dio e credere in Gesù Cristo è la stessa cosa; 6. il rabbino è più colto, più preparato, più credente del mio parroco». (8)   Vincenzo Gubitosi   NOTE 1) Cfr. Decreto del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928, in AAS 20 (1928) pp. 103-104: «Qua caritate permota Apostolica Sedes eundem populum (iudaicum) contra iniustas vexationes protexit, et quemadmodum omnes invidias ac simultates inter populos reprobat, ita vel maxime damnat odium adversus populum olim a Deo electum, odium nempe illud, quod vulgo “antisemitismi” nomine nunc significari solet» [Mossa da questa carità, la Sede Apostolica ha protetto lo stesso popolo (ebreo) dalle ingiuste persecuzioni e, come rigetta ogni invidia e inimicizia tra i popoli, così condanna in modo particolare l’odio verso il popolo una volta eletto da Dio, ovvero quell’odio che oggi comunemente viene chiamato “antisemitismo”]. Da notare che nelle recenti traduzioni di questo passo (come in OR, Io sono Giuseppe vostro fratello, 9 giugno 2020), l’espressione «populum olim a Deo electum» è resa omettendo l’avverbio olim (una volta, un tempo, in passato), appunto come conseguenza della nuova teologia sulla «irrevocabilità» dell’Antica Alleanza. Cfr., anche, Pio XI, Discorso ai collaboratori della Radio cattolica belga, 6 settembre 1938: «Notate bene che Abramo è chiamato nostro patriarca, nostro antenato. L’antisemitismo non è compatibile col pensiero e la realtà sublimi che sono espressi in questo testo. È un movimento […] al quale noi cristiani non possiamo in alcun modo partecipare. Per il Cristo e nel Cristo noi siamo la discendenza spirituale di Abramo. No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti». 2) Cfr. Mt, 21/33-46. 3) Cfr. J.-M. Gleize, Vero Israele e falso giudaismo, Edizioni Piane, Casale Monferrato 2022, in particolare pp. 90 ss. 4) Jean Daniélou, «Jésus et Israel» in Études, n. 258, luglio-agosto 1948, p. 72-73. 5) Facciamo riferimento all’edizione del 1962 pubblicata a Gerusalemme in edizione bilingue (ebraico-inglese) da Boys Town a cura di Moses Hyanson. 6) Cfr. I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, CLS, Verrua Savoia 2006, pp. 46-47, 52-53. 7) Cfr. R. Amerio, Iota unum, Lindau, Torino 2006, pp. 323 ss. 8) A. Gnocchi – M. Palmaro, Cattivi maestri. Inchiesta sui nemici della verità, Piemme, Milano 2009, pp. 175-176.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Spirito

Mons. Strickland contro il documento vaticano sul dialogo interreligioso

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Monsignor Joseph Strickland, ex vescovo di Tyler, in Texas, rimosso da papa Francesco dopo essersi rifiutato di limitare la Messa tradizionale, ha avvertito che una nuova nota del Vaticano sul dialogo interreligioso, approvata da papa Leone XIV, «può generare grave confusione». Lo riporta LifeSite.

 

Il 16 settembre, i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso hanno pubblicato «Un cammino di speranza», in occasione del 60° anniversario della Nostra Aetate.

 

«La difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo, come unica modalità di incontro con “l’altro”, non hanno ormai più senso in un mondo che somiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento», si legge nel testo vaticano, che poi citava direttamente papa Francesco: «credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire».

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Sottolineando il linguaggio ambiguo del documento, Strickland ha affermato:

 

«I fedeli possono ragionevolmente chiedersi se il dialogo sia stato posto al di sopra dell’evangelizzazione; se gli aderenti a religioni non cristiane debbano essere considerati come già in cammino su autentici percorsi verso Dio; se la Chiesa debba ancora cercare la loro conversione; e se il mandato missionario affidato da Cristo alla Sua Chiesa rimanga vincolante nella sua pienezza».

 

«In qualità di vescovo, incaricato davanti a Dio di custodire il deposito della fede e di confermare i fedeli nella verità», Strickland offre delle correzioni, notando che la salvezza non viene prodotta in modo indipendente dalle diverse religioni, che il fatto che il mondo sia diventato un «villaggio globale» interconnesso non rende obsoleto il mandato missionario, la salvezza non viene prodotta indipendentemente dalle diverse religioni, che non possiamo affermare che i sistemi religiosi che negano Cristo siano percorsi paralleli di verità rivelata.

 

Strickland ha respinto l’idea contenuta nel documento vaticano, affermando che il missionario, dopo aver testimoniato l’amore di Cristo, «semplicemente aspetta» che siano gli altri a informarsi su quell’amore. Piuttosto, ha detto, «gli Apostoli non aspettavano che le nazioni si avvicinassero a loro», prima di citare San Paolo: «Se io predico il Vangelo, non ne ho gloria, è per me una necessità il farlo; perchè guai a me se non predicassi!» (1Cor 9,16).

 

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