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Immigrazione

Le ciabatte degli immigrati e l’anarco-tirannia

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Un video, l’ennesimo, pubblicato dal noto account X che raccoglie su scala globale filmati con le follie, assurde e quasi sempre violente, della società «multiculturale» caricatasi in ogni Paese in questi anni.

 

Ci sono degli africani che paiono discutere con dei soldati italiani, che paiono essere proprio di quelli messi in strada dai governi di Roma come cerottino nei confronti del degrado.

 

A colpire nel fimato è essenzialmente la tracotanza civile degli immigrati. Il cittadino italiano medio – quello che con le sue tasse paga l’invasione islamo-africana, sovvenzionando la vita del tizio che si vede nelle immagini – davanti ad un capannello di militari in città ha, di default, un senso di deferenza, se non di timore: perché si tratta di uomini armati, innanzitutto. Perché, fatto che agisce nella psiche appena sopra l’istinto del pericolo, il contribuente sa che quegli uomini armati agiscono come il braccio del potere primario dello Stato, ossia il puro e semplice monopolio della violenza.

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Non conosco tanti esempi di persone che si avvicinano naturalmente ai soldati, o ai carabinieri, o ai poliziotti per chiacchierare, talvolta nemmeno per chiedere informazioni, talvolta nemmeno quando questi palesemente non sono in servizio: figuriamoci mettersi a litigare. Questa è esattamente la loro funzione: ricordare al popolo che lo Stato detiene una facoltà superiore alla sua, quella dell’uso della forza fisica – e le armi impugnate in bella vista essenzialmente sono, prima che strumenti fisici, simboli di questo.

 

L’immigrato mantenuto dal contribuente non sembra avere nessuno di questi pensieri, né timori. Possibile che, davanti ad un uomo armato mandato dallo Stato non abbia, d’istinto, un po’ di paura? Sì, possibile. Perché l’istinto è sopraffatto dal ragionamento: questo sono operatori dello stesso Stato che, come un Babbo Natale incomprensibile, riempi l’immigrato di soldi, case, vestiti alla moda, telefonini, diritti superiori a quelli dei cittadini che pagano le tasse.

 

È ovvio quindi che l’immigrato non può prendere sul serio l’autorità in Italia, nemmeno quando essa si presenta con le armi.

 

Come abbiamo già visto in diversi casi – ricorderemo sempre quello di Peschiera del Garda, letteralmente conquistata per un giorno del 2022 da orde di maranza e di altri giovanissimi extracomunitari di seconda generazione – l’immigrato può vedere l’Italia, come ogni altro Paese europeo della democrazia terminale, come un territorio facilmente espugnabile, dove la sovranità degli autoctoni e dei loro eserciti può essere vinta con facilità. La creazione in tutto il continente di no-go zone (Finsbury Park, Molenbeek, Berlino, Malmo, San Siro) deriva da qui.

 

Tuttavia, quello che colpisce qui è altro, è un dettaglio apparentemente molto minore, ma in realtà fondamentale per la comprensione della dimensione politica nella quale stiamo entrando: l’immigrato, e pure a quanto pare l’amico che filma, portano delle ciabatte.

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Non si tratta di calzature tradizionali di qualche cultura lontana, ma di anonime, orrende ciabatte da mare in plastica, di quelle che si usano per fare il tragitto dallo spogliatoio alla vasca in piscina, o in villeggiatura quando si è nei pressi della spiaggia. Quelle con cui – ma potrebbe essere una leggenda metropolitana – è illegale guidare, e se ti beccano chissà cosa ti fanno, le autorità. (Pensa, cittadino italiano: temete l’autorità dello Stato moderno anche per le ciabatte in macchina)

 

Si tratta di quelle ciabatte che, non sappiamo ancora per quanto, sono, se portate in luogo pubblico, un simbolo di sciatteria intollerabile, si danno come segno di sciatteria assoluta, irricevibile, offensiva del contesto, come una mancanza di rispetto. Quella roba non credo che vi sia qualcuno che se la metta ai piedi in un luogo di lavoro. Non in un evento di qualche tipo. Non per andare a trovare qualcuno, a meno che non si abbia confidenza totale, o se si tratta di uno spostamento estomporaneo (tipo: pisciare il cane, con verbo romanamente transitivo).

 

Fu ad una riunione pro-life a Bologna quasi tre lustri fa che mi resi conto che uno dei capetti del giro probiotico ovino (non faccio nomi: mi sono quasi dimenticato come si chiamava) ci stava parlando dalla cattedra ma appena sotto indossava, visione rivoltante, delle ciabattazze da mare. Lì mi entrò in testa un’idea non solo sulla serietà con cui prendeva la missione, ma anche del come veramente egli vedeva i convenuti all’incontro.

 

Il genere della ciabattona di plastica è talmente infimo che nemmeno la moda sembra riuscire a metterci davvero le mani: negli ultimi anni c’era stato un marchio che vi piazzava, per ragioni a noi ignote, la bandiera massonica del Brasile, ma nemmeno quello sembra aver attecchito – le grandi aziende sembrano volerci mettere il brand ma non riescono a creare un modello memorabile, un qualcosa che la gente vuole veramente.

 

Ebbene, la ciabatta nel Terzo Mondo è, tuttavia una realtà indefettibile. Chi è stato in Africa, o in India, o in tantissimi altri Paesi diversamente sviluppati, lo sa. La maggior parte delle persone che vedi in strada hanno le ciabatte. Perché il senso di decoro lì non è il nostro, chiaro, ma non è solo quello: è il fatto che di default molte di quelle società ancora contemplano l’andare per il mondo scalzi, una pratica ancora diffusa o da cui da poco si stanno cercando di affrancare.

 

Ecco quindi che la ciabatta diventa il primo passo al di fuori della preistoria pedonale nella quale languono ancora tutte quelle società terzomondiali. Anzi: è possibile pensare che per molti di loro la ciabattella rappresenta uno status symbol, la volontà di ergersi sopra la parte tradizionale del proprio consorzio umano, un segno di eleganza e modernità.

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Ora, tutto questo dovrebbe crollare una volta che l’immigrato arriva in Italia, e trova circa sessanta milioni di persone – tra le quali, in teoria, dovrebbe voler vivere in armonia, o almeno così ci dicono le sinistre e pure le destre inani dinanzi all’aggressione demografica – che vanno in giro quasi esclusivamente con delle scarpe, cioè degli oggetti che avvolgono più o meno interamente il piede, impedendogli di venire a contatto con lo sporco delle strade, e impedendo al prossimo di venire a contatto con la potenziale maleonza podale che affligge una certa porzione dell’umanità.

 

E così è stato, vorremo dire, per tanto tempo: i primi immigrati che arrivati più di trenta anni fa con la legge Martelli sembravano inseguire, scimmiottando talvolta, i modi di vestire di noi autoctoni. Congolesi in conceria, egiziani in pizzeria, gambiani da fonderia e persino i marocchini zonali generici non si presentavano in ciabatte – e qualcuno ricorderà il termine desueto vucumprà, cioè l’ambulante maghrebino balneare, che magari circolava per le spiagge con le scarpe ai piedi.

 

Cerchiamo di capire: l’immigrazione dell’epoca – che giudichiamo pur sempre, consci del programma calergista, come drammatica e nociva per tutti – era sostanzialmente diversa. L’intento di assimilazione era in qualche modo presente, e pure visibile.

 

Ho in mente quando ho cominciato a notare questo segno: circa una quindicina di anni fa, quando arrivavo tardi col treno, vedevo la stazione popolarsi non solo di tipici balordi ferroviari, ma anche di immigrati più stanzializzati che aspettavano con evidenza qualcuno da accompagnare. Lì, in quel viaggio di passaggio, in quel contesto in cui si sentiva sempre più a suo agio per la predominanza dei suoi simili (le stazioni conquistate dagli immigrati), pure l’africano con permesso di soggiorno sentiva la possibilità di ciabattarsi.

 

Da allora, l’immigrazione è tanto cambiata, per quantità e qualità, e la società europea, pure. Non solo sono ovunque gli immigrati inciabattati: a questo punto pare abbiano cominciato ad utilizzare in scioltezza la camminata ciabattante, sconosciuta alla società occidentale – che cammina, non si trascina – o condannata come fenomeno da condannare (il bambino svogliato che striscia il passo). Il lettore conoscerà la questione: stranieri, uomini e donne, che strisciano le suole della calzatura mentre deambulano in strada, rendendo ancora più evidente, pensa l’indigeno benpensante, la mancanza di scopo di queste persone qui.

 

Crediamo che la situazione sia più molto più grave di così: le ciabatte, e il ciabattamento, sono un segno politico, psicopolitico, metapolitico immenso. Di fatto l’immigrato non rifiuta più solo l’autorità, ma anche ogni residua volontà di integrazione civile. È il simbolo incontrovertibile del fatto che non è l’africano che viene in Europa, ma l’Africa stessa, la sua sensibilità, la sua anima – e non c’è più alcun pudore in questo.

 

Non c’è più alcun bisogno di rispettare chi ti ospita: e questo non lo dice solo il crimine dilagante di mafie nigeriane et similia, non lo vediamo solo nelle immagini inguardabili di mancanza di rispetto delle nostre autorità perfino quando sono armate (e sarebbe da aggiungere: in cosa si sono trasformate le nostre Questure, se non in uffici per servizi agli immigrati?), lo dicono, a chiare lettere le ciabatte. Noi non vi rispettiamo, noi non riteniamo la vostra società come degna di emulazione, noi siamo qui per fare le stesse cose che facevamo in Africa, o peggio (perché in certi Paesi il crimine viene magari punito più che in Italia, compreso quello di immigrazione clandestina), e lo facciamo a spese vostre, della vostra stupidità di ospiti che si lasciano parassitare ad libitum. Siete la massa bovina – la massa vaccina che mungeremo come ci pare, quanto ci pare, senza sforzo alcuno, nemmeno quello di mettersi delle scarpe, che crediamo – qui è un punto da approfondire – che cooperative e ONG magari pure offrono assieme agli abiti alla moda e agli smartphone.

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Le ciabatte assurgono quindi a veri simboli dell’anarco-tirannia, la dimensione politica verso cui, Renovatio 21 lo ripete da anni, tutta l’Europa sta dirigendosi: per il cittadino leggi draconiane, sulle tasse, sulle cinture di sicurezza, sui vaccini su qualsiasi cosa, e implementazione massiva di sistemi punitivi dello Stato; per l’immigrato un mondo di balocchi dove i suoi crimini vengono raramente perseguiti, dove gli è possibile vivere in hotel con vestiti e telefonini forniti dallo Stato moderno stesso.

 

Anarchia e tirannia nello stesso sistema: l’ossimoro ha più senso di quanto non sembra a prima vista, perché la presenza di una classe di barbari liberi di gozzovigliare extra-legem, con la creazione di intere aree urbane dominate da una ferocia extra-europea, serve a tener buono il popolo, preoccupato più della propria sopravvivenza che, magari, del fisco oppressivo, della follia geopolitica che non permette di riscaldare le case, dello sfruttamento economico e morale che ha isterilito il Paese.

 

Proprio così: la decadenza nazionale, violenta e inguardabile, passa anche da qui. Si trascina con le ciabatte dell’anarco-tirannia.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immigrazione

La Germania respinge il 95% delle richieste di asilo presentate da cittadini siriani

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La Germania ha respinto il 95% di tutte le nuove richieste di asilo presentate da migranti siriani, a seguito di una revisione delle politiche del Paese mediorientale. Lo riporta la stampa tedesca.   Questo cambiamento rappresenta una netta inversione di tendenza rispetto al picco dei flussi migratori del 2014-2015, quando i tassi di riconoscimento dello status di rifugiato per i siriani superavano spesso il 90%. La Germania era emersa come destinazione principale per i siriani in fuga dalla guerra, grazie anche alla politica di apertura dell’allora cancelliera Angela Merkel.   Da allora, il Paese è diventato la patria di una delle più grandi diaspore siriane in Europa, con stime che indicano una popolazione di quasi un milione di persone.   I dati provengono da una risposta del governo tedesco a un’interrogazione parlamentare presentata dalla deputata del partito di sinistra Clara Bunger, e sono stati riportati giovedì da diversi organi di stampa.

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Secondo il documento, l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati (BAMF) sta ora applicando valutazioni caso per caso più rigorose. Nell’ottobre 2025, il BAMF si è pronunciato su 3.134 domande di asilo siriane, concedendo protezione solo a 26 richiedenti in tutte le categorie. I tassi di riconoscimento rimangono a quanto pare più elevati per alcune minoranze, tra cui yazidi, cristiani e alawiti.   Il cambio di politica è avvenuto dopo che l’ex comandante jihadista al-Jolani, ora chiamantesi Ahmed al-Shara,a ha preso il potere nel 2024, rovesciando il leader siriano di lunga data, Bashar al-Assad. Le autorità tedesche sostengono che una protezione generalizzata non sia più giustificata e che le decisioni debbano basarsi sempre più sul rischio individuale piuttosto che sull’insicurezza generale.   Dopo l’incontro con al-Sharaa a Berlino alla fine di marzo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che fino all’80% dei siriani residenti in Germania potrebbe tornare in patria nei prossimi tre anni, descrivendo l’iniziativa come parte di uno sforzo congiunto a sostegno della ricostruzione.   In seguito, Merz ha fatto marcia indietro, affermando che la cifra era stata proposta dalla parte siriana, un’affermazione che al-Sharaa definì esagerata e non rispecchiava la sua posizione.   Il cambio di rotta del governo in materia di politica migratoria avviene sotto la pressione di Alternativa per la Germania (AfD) che mostra i migranti come causa di criminalità e disordini sociali.   Ciò fa seguito a una serie di crimini violenti che hanno coinvolto richiedenti asilo, tra cui un attacco con coltello avvenuto nel 2024 a Solingen alla «Festa dell’inclusione», in cui un cittadino siriano ha accoltellato a morte tre persone e ne ha ferite altre otto.   Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa un uomo tedesco è stato gettato sui binari della stazione da immigrati dalla Siria. Lo scorso dicembre era stato sventato un attacco terroristico ad un mercatino di Natale bavarese nel cui commando era presente un siriano.   In un episodio di insolenza rivelatrice, a fine 2024 masse di immigrati siriani invasero i mercatini di Natale tedeschi gridando «Allahu akbar», in celebrazione della presa di Damasco da parte degli islamisti anti-Assad.

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Immigrazione

La linea dura di Tokyo contro l’immigrazione, record di espulsioni nel 2025

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Lo scorso anno il Giappone ha espulso 318 cittadini stranieri, un aumento del 30%), rispetto all’anno precedente e ora punta ad accelerare le procedure di rimpatrio, nonostante una forte carenza di manodopera. Le ong denunciano il rischio di violazioni del principio di non respingimento dei rifugiati e un clima crescente di paura anche tra chi risiede nel Paese da anni.

 

L’inasprimento delle politiche migratorie in Giappone sta alimentando paure e incertezze tra i residenti stranieri ma anche tra i richiedenti asilo, hanno sottolineato alcune organizzazioni per i diritti umani.

 

Secondo i dati ufficiali, nel 2025 è stato espulso un numero record di 318 cittadini stranieri, un aumento del 30% rispetto all’anno precedente e una conseguenza diretta dello «Zero Illegal Foreign Residents Plan», programma lanciato nel maggio scorso per accelerare le espulsioni di chi ha già presentato più volte la richiesta di asilo. Tra le persone migranti espulse, 52 avevano presentato domanda di protezione internazionale tre o più volte.

 

La politica riflette la crescente insofferenza della società giapponese nei confronti della presenza di stranieri, siano essi residenti o turisti. La Japan Association for Refugees ha però denunciato che l’aumento delle espulsioni sta generando un clima di forte insicurezza tra gli stranieri, inclusi coloro che vivono nel Paese da decenni o che rischiano di essere perseguitati nei loro Paesi d’origine.

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Persino tra i minori cresciuti in Giappone e perfettamente integrati dal punto di vista linguistico e culturale. L’organizzazione per i diritti umani ha già segnalato i casi di persone rimpatriate che hanno subito persecuzioni dopo il ritorno, tra cui una famiglia curda rimandata in Turchia lo scorso anno: all’arrivo il padre è stato arrestato.

 

Nel 2025 il Giappone ha riconosciuto 187 rifugiati, tre in meno rispetto all’anno precedente, mentre le domande di asilo sono passate da 8.377 a 14.832. La maggior parte dei permessi di soggiorno è stata concessa a cittadini afgani, mentre 26 provenivano dallo Yemen.

 

Complessivamente, nel solo 2025 sono state respinte 12.636 domande di asilo. Secondo la JAR, tra queste vi sarebbero anche persone che «chiaramente soddisfano i criteri per lo status di rifugiato», inclusi individui provenienti da aree di conflitto o vittime di violenze e detenzioni. Per esempio, Tra coloro provenienti dal Myanmar, solo 9 persone hanno ottenuto lo status di rifugiato su 1.490 richiedenti, il dato più basso da quando nel 2021 i militari hanno condotto un colpo di Stato e dato avvio a un conflitto civile che prosegue ancora oggi.

 

Il governo conservatore guidato dalla prima ministra Sanae Takaichi intende proseguire con il «Zero Plan», per arrivare a dimezzare il numero di coloro che sono senza documenti e che hanno già ricevuto un ordine di espulsione, al momento circa 3.000 stranieri.

 

Tra gli obiettivi del piano vi è anche la riduzione dei tempi di esame delle domande, passati da oltre 33 mesi nel 2022 a meno di sei mesi, per impedire che i migranti possano lavorare durante i periodi di rilascio provvisorio e complicare poi le espulsioni.

 

Secondo diversi osservatori, il dibattito pubblico è influenzato dalla crescente diffusione di sentimenti xenofobi, a loro volta favoriti dalla contrazione economica, una dinamica che ha contribuito al successo elettorale della linea dura proposta dall’attuale governo alle elezioni di febbraio.

 

Allo stesso tempo, però, la presenza straniera in Giappone, che si trova fortemente a corto di manodopera, continua a crescere: nel 2025 ha superato per la prima volta i 4 milioni di persone, con un aumento vicino al 10%. I cittadini cinesi rappresentano il gruppo più numeroso (oltre 930mila), seguiti da vietnamiti (681mila) e sudcoreani (407mila). In forte crescita anche le comunità provenienti da Myanmar (+36%) e Indonesia (+33%).

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immigrazione

Il 60% dei nordafricani richiedenti asilo in Svizzera è accusato di un reato

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Le autorità svizzere sono sottoposte a crescenti pressioni a causa di un’impennata di criminalità legata ai giovani nordafricani che transitano attraverso il sistema di asilo del Paese. Diversi cantoni avvertono che i recidivi stanno mettendo a dura prova le forze dell’ordine e la magistratura, nonostante le loro possibilità di ottenere asilo siano praticamente nulle.   La questione è stata sollevata dal quotidiano NZZ am Sonntag, che ha riportato come le richieste di asilo presentate da cittadini algerini, marocchini e tunisini non solo vengano quasi sempre respinte, ma siano anche rappresentate in modo sproporzionato nei casi di furto e piccoli reati in diverse zone della Svizzera.   Il problema è particolarmente diffuso nei cantoni di lingua tedesca, dove i funzionari affermano di essere costretti ad aumentare i pattugliamenti, accelerare i procedimenti giudiziari e rafforzare il coordinamento nel tentativo di arginare i reati prima che i sospettati scompaiano, commettano altri reati o si trasferiscano altrove, scrive Remix News.   Secondo gli ultimi dati citati nel rapporto, lo scorso anno 2.127 algerini hanno presentato domanda di asilo in Svizzera, ma solo lo 0,3% ha ottenuto protezione. Le percentuali corrispondenti sono state dello 0,7% per i marocchini e del 2,5% per i tunisini, tutte nettamente inferiori rispetto a quelle dei richiedenti provenienti da paesi come l’Eritrea e l’Afghanistan. Nonostante questi tassi di approvazione trascurabili, le autorità svizzere continuano a elaborare un gran numero di domande provenienti da paesi arabi, consentendo ai richiedenti di rimanere nel paese durante l’intero iter e spesso anche successivamente.   Uno studio condotto dalla società di consulenza Ecoplan, su commissione del governo federale e dei cantoni, ha identificato i richiedenti asilo nordafricani come il principale gruppo problematico in termini di criminalità. Il rapporto afferma che, sebbene tendano a trascorrere solo un breve periodo in Svizzera, quasi il 60% di loro è accusato di un reato durante tale periodo. Gli uomini coinvolti sono spesso indicati con il termine «Harraga», usato per i giovani migranti nordafricani che viaggiano senza documenti e che, a quanto pare, «bruciano i loro documenti».

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Le autorità di sicurezza di diversi cantoni affermano ora che la portata del problema potrebbe essere persino peggiore di quanto suggerissero le cifre iniziali. In Turgovia, un recente rapporto sulla sicurezza ha evidenziato un aumento del 242% dei furti di veicoli, con il numero di casi salito da 74 a 253. Secondo il rapporto, metà dei casi risolti sono stati commessi da richiedenti asilo nordafricani.   In Argovia, le autorità hanno affermato che una parte consistente dei furti è commessa da uomini provenienti da Algeria, Marocco e Tunisia. Tre quarti dei 900 casi risolti sono stati attribuiti a sospetti provenienti da questi tre paesi. Le autorità locali tengono anche un elenco dei recidivi e 19 dei 50 nomi presenti in tale elenco provengono dai Paesi del Maghreb. Un diciassettenne algerino, secondo un portavoce della polizia, è stato condannato l’anno scorso per otto furti da veicoli, oltre a taccheggio, furti con scasso, borseggi e altri reati.   Avvisi simili sono stati emessi anche altrove. A Zurigo, il direttore della sicurezza Mario Fehr ha affermato che algerini e marocchini si distinguono in particolare per i reati di furto di ogni genere. Soletta ha annunciato la creazione di un nuovo organismo cantonale, in parte a causa dei recidivi per piccoli reati nel settore dell’accoglienza dei richiedenti asilo. A San Gallo, il governo cantonale ha dichiarato che le persone provenienti dal Maghreb tengono impegnate sia la polizia che la procura con furti di cellulari, furti d’auto e altri reati, spesso commessi utilizzando diversi pseudonimi.   Lo scorso anno, la procura di San Gallo ha emesso ben 1.765 mandati di comparizione nei confronti di questo gruppo. Florian Schneider, portavoce della polizia cantonale di San Gallo, ha dichiarato che alcuni recidivi venivano fermati ripetutamente nel giro di poche ore. «Abbiamo visto alcuni recidivi anche tre volte in un solo giorno», ha affermato, descrivendo un circolo vizioso demoralizzante per le forze dell’ordine, alimentato dalla scarsa deterrenza e dalla continua recidiva. Ha aggiunto che gli agenti si imbattono regolarmente in sospetti «spesso irascibili e molto irrispettosi», come riportato da 20 Minuten.   Le autorità svizzere stanno cercando di rispondere accelerando le procedure legali e intensificando il coordinamento tra polizia e funzionari dell’immigrazione. A livello federale, la Segreteria di Stato per la Migrazione ha indicato diverse misure già introdotte. Dall’inizio del 2024, le autorità hanno organizzato tavole rotonde strategiche, reclutato ex agenti di polizia per migliorare la condivisione di informazioni con le forze regionali e istituito una task force dedicata ai recidivi. Il governo ha inoltre dichiarato di voler accelerare le procedure di asilo e dare priorità all’espulsione dei condannati per reati gravi, con una prima valutazione del progetto pilota prevista nei prossimi mesi.   I critici sostengono che queste misure non siano affatto sufficienti. Beat Stauffer, giornalista di lungo corso ed esperto di Maghreb citato nel rapporto, ha definito la situazione attuale «una follia» e ha auspicato un approccio molto più rigoroso, affermando che la Svizzera spende ogni anno decine di milioni di franchi per elaborare le domande provenienti da paesi i cui cittadini vengono respinti con una percentuale che si avvicina al 99%, e che molti di coloro a cui viene negato l’asilo continuano a dipendere dagli aiuti di emergenza per anni. A suo avviso, le richieste di asilo provenienti da paesi come l’Algeria e il Marocco dovrebbero essere prese in considerazione solo se fin dall’inizio si possono dimostrare motivi validi e convincenti.

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