Immigrazione
Le ciabatte degli immigrati e l’anarco-tirannia
Un video, l’ennesimo, pubblicato dal noto account X che raccoglie su scala globale filmati con le follie, assurde e quasi sempre violente, della società «multiculturale» caricatasi in ogni Paese in questi anni.
Ci sono degli africani che paiono discutere con dei soldati italiani, che paiono essere proprio di quelli messi in strada dai governi di Roma come cerottino nei confronti del degrado.
A colpire nel fimato è essenzialmente la tracotanza civile degli immigrati. Il cittadino italiano medio – quello che con le sue tasse paga l’invasione islamo-africana, sovvenzionando la vita del tizio che si vede nelle immagini – davanti ad un capannello di militari in città ha, di default, un senso di deferenza, se non di timore: perché si tratta di uomini armati, innanzitutto. Perché, fatto che agisce nella psiche appena sopra l’istinto del pericolo, il contribuente sa che quegli uomini armati agiscono come il braccio del potere primario dello Stato, ossia il puro e semplice monopolio della violenza.
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Non conosco tanti esempi di persone che si avvicinano naturalmente ai soldati, o ai carabinieri, o ai poliziotti per chiacchierare, talvolta nemmeno per chiedere informazioni, talvolta nemmeno quando questi palesemente non sono in servizio: figuriamoci mettersi a litigare. Questa è esattamente la loro funzione: ricordare al popolo che lo Stato detiene una facoltà superiore alla sua, quella dell’uso della forza fisica – e le armi impugnate in bella vista essenzialmente sono, prima che strumenti fisici, simboli di questo.
L’immigrato mantenuto dal contribuente non sembra avere nessuno di questi pensieri, né timori. Possibile che, davanti ad un uomo armato mandato dallo Stato non abbia, d’istinto, un po’ di paura? Sì, possibile. Perché l’istinto è sopraffatto dal ragionamento: questo sono operatori dello stesso Stato che, come un Babbo Natale incomprensibile, riempi l’immigrato di soldi, case, vestiti alla moda, telefonini, diritti superiori a quelli dei cittadini che pagano le tasse.
È ovvio quindi che l’immigrato non può prendere sul serio l’autorità in Italia, nemmeno quando essa si presenta con le armi.
Come abbiamo già visto in diversi casi – ricorderemo sempre quello di Peschiera del Garda, letteralmente conquistata per un giorno del 2022 da orde di maranza e di altri giovanissimi extracomunitari di seconda generazione – l’immigrato può vedere l’Italia, come ogni altro Paese europeo della democrazia terminale, come un territorio facilmente espugnabile, dove la sovranità degli autoctoni e dei loro eserciti può essere vinta con facilità. La creazione in tutto il continente di no-go zone (Finsbury Park, Molenbeek, Berlino, Malmo, San Siro) deriva da qui.
Tuttavia, quello che colpisce qui è altro, è un dettaglio apparentemente molto minore, ma in realtà fondamentale per la comprensione della dimensione politica nella quale stiamo entrando: l’immigrato, e pure a quanto pare l’amico che filma, portano delle ciabatte.
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Non si tratta di calzature tradizionali di qualche cultura lontana, ma di anonime, orrende ciabatte da mare in plastica, di quelle che si usano per fare il tragitto dallo spogliatoio alla vasca in piscina, o in villeggiatura quando si è nei pressi della spiaggia. Quelle con cui – ma potrebbe essere una leggenda metropolitana – è illegale guidare, e se ti beccano chissà cosa ti fanno, le autorità. (Pensa, cittadino italiano: temete l’autorità dello Stato moderno anche per le ciabatte in macchina)
Si tratta di quelle ciabatte che, non sappiamo ancora per quanto, sono, se portate in luogo pubblico, un simbolo di sciatteria intollerabile, si danno come segno di sciatteria assoluta, irricevibile, offensiva del contesto, come una mancanza di rispetto. Quella roba non credo che vi sia qualcuno che se la metta ai piedi in un luogo di lavoro. Non in un evento di qualche tipo. Non per andare a trovare qualcuno, a meno che non si abbia confidenza totale, o se si tratta di uno spostamento estomporaneo (tipo: pisciare il cane, con verbo romanamente transitivo).
Fu ad una riunione pro-life a Bologna quasi tre lustri fa che mi resi conto che uno dei capetti del giro probiotico ovino (non faccio nomi: mi sono quasi dimenticato come si chiamava) ci stava parlando dalla cattedra ma appena sotto indossava, visione rivoltante, delle ciabattazze da mare. Lì mi entrò in testa un’idea non solo sulla serietà con cui prendeva la missione, ma anche del come veramente egli vedeva i convenuti all’incontro.
Il genere della ciabattona di plastica è talmente infimo che nemmeno la moda sembra riuscire a metterci davvero le mani: negli ultimi anni c’era stato un marchio che vi piazzava, per ragioni a noi ignote, la bandiera massonica del Brasile, ma nemmeno quello sembra aver attecchito – le grandi aziende sembrano volerci mettere il brand ma non riescono a creare un modello memorabile, un qualcosa che la gente vuole veramente.
Ebbene, la ciabatta nel Terzo Mondo è, tuttavia una realtà indefettibile. Chi è stato in Africa, o in India, o in tantissimi altri Paesi diversamente sviluppati, lo sa. La maggior parte delle persone che vedi in strada hanno le ciabatte. Perché il senso di decoro lì non è il nostro, chiaro, ma non è solo quello: è il fatto che di default molte di quelle società ancora contemplano l’andare per il mondo scalzi, una pratica ancora diffusa o da cui da poco si stanno cercando di affrancare.
Ecco quindi che la ciabatta diventa il primo passo al di fuori della preistoria pedonale nella quale languono ancora tutte quelle società terzomondiali. Anzi: è possibile pensare che per molti di loro la ciabattella rappresenta uno status symbol, la volontà di ergersi sopra la parte tradizionale del proprio consorzio umano, un segno di eleganza e modernità.
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Ora, tutto questo dovrebbe crollare una volta che l’immigrato arriva in Italia, e trova circa sessanta milioni di persone – tra le quali, in teoria, dovrebbe voler vivere in armonia, o almeno così ci dicono le sinistre e pure le destre inani dinanzi all’aggressione demografica – che vanno in giro quasi esclusivamente con delle scarpe, cioè degli oggetti che avvolgono più o meno interamente il piede, impedendogli di venire a contatto con lo sporco delle strade, e impedendo al prossimo di venire a contatto con la potenziale maleonza podale che affligge una certa porzione dell’umanità.
E così è stato, vorremo dire, per tanto tempo: i primi immigrati che arrivati più di trenta anni fa con la legge Martelli sembravano inseguire, scimmiottando talvolta, i modi di vestire di noi autoctoni. Congolesi in conceria, egiziani in pizzeria, gambiani da fonderia e persino i marocchini zonali generici non si presentavano in ciabatte – e qualcuno ricorderà il termine desueto vucumprà, cioè l’ambulante maghrebino balneare, che magari circolava per le spiagge con le scarpe ai piedi.
Cerchiamo di capire: l’immigrazione dell’epoca – che giudichiamo pur sempre, consci del programma calergista, come drammatica e nociva per tutti – era sostanzialmente diversa. L’intento di assimilazione era in qualche modo presente, e pure visibile.
Ho in mente quando ho cominciato a notare questo segno: circa una quindicina di anni fa, quando arrivavo tardi col treno, vedevo la stazione popolarsi non solo di tipici balordi ferroviari, ma anche di immigrati più stanzializzati che aspettavano con evidenza qualcuno da accompagnare. Lì, in quel viaggio di passaggio, in quel contesto in cui si sentiva sempre più a suo agio per la predominanza dei suoi simili (le stazioni conquistate dagli immigrati), pure l’africano con permesso di soggiorno sentiva la possibilità di ciabattarsi.
Da allora, l’immigrazione è tanto cambiata, per quantità e qualità, e la società europea, pure. Non solo sono ovunque gli immigrati inciabattati: a questo punto pare abbiano cominciato ad utilizzare in scioltezza la camminata ciabattante, sconosciuta alla società occidentale – che cammina, non si trascina – o condannata come fenomeno da condannare (il bambino svogliato che striscia il passo). Il lettore conoscerà la questione: stranieri, uomini e donne, che strisciano le suole della calzatura mentre deambulano in strada, rendendo ancora più evidente, pensa l’indigeno benpensante, la mancanza di scopo di queste persone qui.
Crediamo che la situazione sia più molto più grave di così: le ciabatte, e il ciabattamento, sono un segno politico, psicopolitico, metapolitico immenso. Di fatto l’immigrato non rifiuta più solo l’autorità, ma anche ogni residua volontà di integrazione civile. È il simbolo incontrovertibile del fatto che non è l’africano che viene in Europa, ma l’Africa stessa, la sua sensibilità, la sua anima – e non c’è più alcun pudore in questo.
Non c’è più alcun bisogno di rispettare chi ti ospita: e questo non lo dice solo il crimine dilagante di mafie nigeriane et similia, non lo vediamo solo nelle immagini inguardabili di mancanza di rispetto delle nostre autorità perfino quando sono armate (e sarebbe da aggiungere: in cosa si sono trasformate le nostre Questure, se non in uffici per servizi agli immigrati?), lo dicono, a chiare lettere le ciabatte. Noi non vi rispettiamo, noi non riteniamo la vostra società come degna di emulazione, noi siamo qui per fare le stesse cose che facevamo in Africa, o peggio (perché in certi Paesi il crimine viene magari punito più che in Italia, compreso quello di immigrazione clandestina), e lo facciamo a spese vostre, della vostra stupidità di ospiti che si lasciano parassitare ad libitum. Siete la massa bovina – la massa vaccina che mungeremo come ci pare, quanto ci pare, senza sforzo alcuno, nemmeno quello di mettersi delle scarpe, che crediamo – qui è un punto da approfondire – che cooperative e ONG magari pure offrono assieme agli abiti alla moda e agli smartphone.
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Le ciabatte assurgono quindi a veri simboli dell’anarco-tirannia, la dimensione politica verso cui, Renovatio 21 lo ripete da anni, tutta l’Europa sta dirigendosi: per il cittadino leggi draconiane, sulle tasse, sulle cinture di sicurezza, sui vaccini su qualsiasi cosa, e implementazione massiva di sistemi punitivi dello Stato; per l’immigrato un mondo di balocchi dove i suoi crimini vengono raramente perseguiti, dove gli è possibile vivere in hotel con vestiti e telefonini forniti dallo Stato moderno stesso.
Anarchia e tirannia nello stesso sistema: l’ossimoro ha più senso di quanto non sembra a prima vista, perché la presenza di una classe di barbari liberi di gozzovigliare extra-legem, con la creazione di intere aree urbane dominate da una ferocia extra-europea, serve a tener buono il popolo, preoccupato più della propria sopravvivenza che, magari, del fisco oppressivo, della follia geopolitica che non permette di riscaldare le case, dello sfruttamento economico e morale che ha isterilito il Paese.
Proprio così: la decadenza nazionale, violenta e inguardabile, passa anche da qui. Si trascina con le ciabatte dell’anarco-tirannia.
Roberto Dal Bosco
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Immigrazione
Sacerdote invoca la «Reconquista» del Marocco dopo l’ondata di migranti islamici in Spagna
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«Ora stiamo assistendo a un’invasione. Non si tratta di rifugiati, no, questa è un’invasione dell’islamizzazione di massa dell’Europa», ha affermato il vescovo in un breve video. «E quindi questo è un piano politico globale dei potenti del mondo: distruggere l’Europa culturalmente e religiosamente, e in definitiva distruggere il cristianesimo in Europa».Bishop Schneider: “They are not refugees, they’re invaders who want to Islamize Europe. They want to destroy Europe’s religion and culture.” pic.twitter.com/vsblccWr8D
— Sign of the Cross (@CatholicSOTC) August 3, 2026
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Immigrazione
Mons. Viganò: l’invasione programmata dell’Occidente apostata è un piano diabolico di sostituzione etnica
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X l’invasione migratoria materializzatasi nell’exclave spagnola di Ceuta in questi giorni, delineando la natura metapolitica e spirituale della catastrofe in corso.
«L’invasione programmata dell’Occidente apostata non è un fenomeno spontaneo, ma un piano diabolico di sostituzione etnica, di distruzione deliberata del tessuto sociale e di provocazione di disordini e guerra civile» scrive monsignore. «Popoli senza fede, senza radici e senza identità vengono immersi in masse di stranieri che non condividono né la Fede, né la cultura, né la legge naturale, allo scopo di spezzare ogni coesione e di rendere impossibile ogni resistenza».
«Così si compie la maledizione che Dio aveva già pronunciato contro il Suo popolo disobbediente: “Lo straniero che è in mezzo a te salirà sempre più in alto sopra di te e tu scenderai sempre più in basso. Egli ti presterà e tu non gli presterai; egli sarà la testa e tu la coda” (Dt 28, 43-44)».
L’invasione programmata dell’Occidente apostata non è un fenomeno spontaneo, ma un piano diabolico di sostituzione etnica, di distruzione deliberata del tessuto sociale e di provocazione di disordini e guerra civile. Popoli senza fede, senza radici e senza identità vengono… https://t.co/nrKhc1qJpc
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) August 5, 2026
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«La Gerarchia sinodale, apostata e traditrice, non soltanto tace, ma è parte attiva di questo disegno infernale» tuona l’arcivescovo. «Con le sue parole di accoglienza incondizionata, con i suoi documenti che negano il primato della Fede e della civiltà cristiana, con il suo silenzio complice di fronte alla cancellazione del Cristianesimo dalle famiglie e dalla società, essa collabora alla rovina di ciò che resta della Cristianità».
«Questa non è carità: è complicità. Non è misericordia: è tradimento» conclude il prelato.
«Chi ha orecchi per intendere, intenda. E chi vuole salvare la propria anima e la propria terra, torni a Dio e alla Sua Legge, prima che sia troppo tardi».
Monsignor Viganò altre volte si era scagliato contro l’immigrazione da lui definita «ingegneria sociale del globalismo». In uno scritto del 2023 l’ex nunzio apostolico negli USA delineava la natura religioso del fenomeno migratorio.
«L’invasione di immigrati clandestini è voluta dall’élite globalista con due scopi: il primo è la sostituzione etnica nelle nazioni al fine di cancellarne l’identità, le tradizioni e la fede. Il secondo è alimentare il racket dei negrieri e delle organizzazioni pseudoassistenziali che lucrano sul fenomeno migratorio (tanto laiche quanto ecclesiastiche)».
«La prova della strumentalità di questa invasione sta nel fatto che la maggioranza dei clandestini è di religione islamica o indù, e che provengono da regioni in cui non ci sono conflitti» continua il prelato.
«Viceversa, non vi è praticamente nessun corridoio umanitario per accogliere i profughi di stati in cui vi è la guerra civile e in cui i Cristiani sono perseguitati. Se infatti l’Europa accogliesse rifugiati Cristiani, rafforzerebbe la loro presenza e non creerebbe alcun conflitto sociale, mentre vuole ottenere lo scopo diametralmente opposto».
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A ottobre dello scorso anno Sua Eccellenza scrisse un puntuale commento riguardo al fenomeno delle migrazioni di massa e alla loro storia. Secondo Viganò, i migranti irregolari di oggi sono «usati come contingenti di assalto per l’islamizzazione dell’Occidente cristiano, e in particolare delle Nazioni cattoliche, contro le quali non a caso si scatena la sostituzione etnica e la propaganda di morte e sterilità dell’ideologia woke. O sfruttati per alimentare il turpe mercato della prostituzione (anche minorile), della criminalità e della predazione degli organi. O trattati come merce umana, da cui trarre profitto col business dell’accoglienza (generosamente sponsorizzata, fino a pochi mesi fa, da USAID e da altre agenzie governative a scopo eversivo)»
Come ripetuto da Renovatio 21, è sempre più impossibile non vedere come si tratti, ictu oculi, di una strategia di sostituzione della popolazione occidentale: da un punto di vista etnico così come financo da un punto di vista religioso.
Il fondatore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco ha trattato in modo approfondito questo tema durante una conferenza a Rimini di qualche anno fa.
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Immagine screenshot da Twitter rielaborata artificialmente
Immigrazione
L’Iran dice che USA e Israele hanno organizzato l’invasione migratoria di Ceuta
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