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Immigrazione

Le ciabatte degli immigrati e l’anarco-tirannia

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Un video, l’ennesimo, pubblicato dal noto account X che raccoglie su scala globale filmati con le follie, assurde e quasi sempre violente, della società «multiculturale» caricatasi in ogni Paese in questi anni.

 

Ci sono degli africani che paiono discutere con dei soldati italiani, che paiono essere proprio di quelli messi in strada dai governi di Roma come cerottino nei confronti del degrado.

 

A colpire nel fimato è essenzialmente la tracotanza civile degli immigrati. Il cittadino italiano medio – quello che con le sue tasse paga l’invasione islamo-africana, sovvenzionando la vita del tizio che si vede nelle immagini – davanti ad un capannello di militari in città ha, di default, un senso di deferenza, se non di timore: perché si tratta di uomini armati, innanzitutto. Perché, fatto che agisce nella psiche appena sopra l’istinto del pericolo, il contribuente sa che quegli uomini armati agiscono come il braccio del potere primario dello Stato, ossia il puro e semplice monopolio della violenza.

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Non conosco tanti esempi di persone che si avvicinano naturalmente ai soldati, o ai carabinieri, o ai poliziotti per chiacchierare, talvolta nemmeno per chiedere informazioni, talvolta nemmeno quando questi palesemente non sono in servizio: figuriamoci mettersi a litigare. Questa è esattamente la loro funzione: ricordare al popolo che lo Stato detiene una facoltà superiore alla sua, quella dell’uso della forza fisica – e le armi impugnate in bella vista essenzialmente sono, prima che strumenti fisici, simboli di questo.

 

L’immigrato mantenuto dal contribuente non sembra avere nessuno di questi pensieri, né timori. Possibile che, davanti ad un uomo armato mandato dallo Stato non abbia, d’istinto, un po’ di paura? Sì, possibile. Perché l’istinto è sopraffatto dal ragionamento: questo sono operatori dello stesso Stato che, come un Babbo Natale incomprensibile, riempi l’immigrato di soldi, case, vestiti alla moda, telefonini, diritti superiori a quelli dei cittadini che pagano le tasse.

 

È ovvio quindi che l’immigrato non può prendere sul serio l’autorità in Italia, nemmeno quando essa si presenta con le armi.

 

Come abbiamo già visto in diversi casi – ricorderemo sempre quello di Peschiera del Garda, letteralmente conquistata per un giorno del 2022 da orde di maranza e di altri giovanissimi extracomunitari di seconda generazione – l’immigrato può vedere l’Italia, come ogni altro Paese europeo della democrazia terminale, come un territorio facilmente espugnabile, dove la sovranità degli autoctoni e dei loro eserciti può essere vinta con facilità. La creazione in tutto il continente di no-go zone (Finsbury Park, Molenbeek, Berlino, Malmo, San Siro) deriva da qui.

 

Tuttavia, quello che colpisce qui è altro, è un dettaglio apparentemente molto minore, ma in realtà fondamentale per la comprensione della dimensione politica nella quale stiamo entrando: l’immigrato, e pure a quanto pare l’amico che filma, portano delle ciabatte.

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Non si tratta di calzature tradizionali di qualche cultura lontana, ma di anonime, orrende ciabatte da mare in plastica, di quelle che si usano per fare il tragitto dallo spogliatoio alla vasca in piscina, o in villeggiatura quando si è nei pressi della spiaggia. Quelle con cui – ma potrebbe essere una leggenda metropolitana – è illegale guidare, e se ti beccano chissà cosa ti fanno, le autorità. (Pensa, cittadino italiano: temete l’autorità dello Stato moderno anche per le ciabatte in macchina)

 

Si tratta di quelle ciabatte che, non sappiamo ancora per quanto, sono, se portate in luogo pubblico, un simbolo di sciatteria intollerabile, si danno come segno di sciatteria assoluta, irricevibile, offensiva del contesto, come una mancanza di rispetto. Quella roba non credo che vi sia qualcuno che se la metta ai piedi in un luogo di lavoro. Non in un evento di qualche tipo. Non per andare a trovare qualcuno, a meno che non si abbia confidenza totale, o se si tratta di uno spostamento estomporaneo (tipo: pisciare il cane, con verbo romanamente transitivo).

 

Fu ad una riunione pro-life a Bologna quasi tre lustri fa che mi resi conto che uno dei capetti del giro probiotico ovino (non faccio nomi: mi sono quasi dimenticato come si chiamava) ci stava parlando dalla cattedra ma appena sotto indossava, visione rivoltante, delle ciabattazze da mare. Lì mi entrò in testa un’idea non solo sulla serietà con cui prendeva la missione, ma anche del come veramente egli vedeva i convenuti all’incontro.

 

Il genere della ciabattona di plastica è talmente infimo che nemmeno la moda sembra riuscire a metterci davvero le mani: negli ultimi anni c’era stato un marchio che vi piazzava, per ragioni a noi ignote, la bandiera massonica del Brasile, ma nemmeno quello sembra aver attecchito – le grandi aziende sembrano volerci mettere il brand ma non riescono a creare un modello memorabile, un qualcosa che la gente vuole veramente.

 

Ebbene, la ciabatta nel Terzo Mondo è, tuttavia una realtà indefettibile. Chi è stato in Africa, o in India, o in tantissimi altri Paesi diversamente sviluppati, lo sa. La maggior parte delle persone che vedi in strada hanno le ciabatte. Perché il senso di decoro lì non è il nostro, chiaro, ma non è solo quello: è il fatto che di default molte di quelle società ancora contemplano l’andare per il mondo scalzi, una pratica ancora diffusa o da cui da poco si stanno cercando di affrancare.

 

Ecco quindi che la ciabatta diventa il primo passo al di fuori della preistoria pedonale nella quale languono ancora tutte quelle società terzomondiali. Anzi: è possibile pensare che per molti di loro la ciabattella rappresenta uno status symbol, la volontà di ergersi sopra la parte tradizionale del proprio consorzio umano, un segno di eleganza e modernità.

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Ora, tutto questo dovrebbe crollare una volta che l’immigrato arriva in Italia, e trova circa sessanta milioni di persone – tra le quali, in teoria, dovrebbe voler vivere in armonia, o almeno così ci dicono le sinistre e pure le destre inani dinanzi all’aggressione demografica – che vanno in giro quasi esclusivamente con delle scarpe, cioè degli oggetti che avvolgono più o meno interamente il piede, impedendogli di venire a contatto con lo sporco delle strade, e impedendo al prossimo di venire a contatto con la potenziale maleonza podale che affligge una certa porzione dell’umanità.

 

E così è stato, vorremo dire, per tanto tempo: i primi immigrati che arrivati più di trenta anni fa con la legge Martelli sembravano inseguire, scimmiottando talvolta, i modi di vestire di noi autoctoni. Congolesi in conceria, egiziani in pizzeria, gambiani da fonderia e persino i marocchini zonali generici non si presentavano in ciabatte – e qualcuno ricorderà il termine desueto vucumprà, cioè l’ambulante maghrebino balneare, che magari circolava per le spiagge con le scarpe ai piedi.

 

Cerchiamo di capire: l’immigrazione dell’epoca – che giudichiamo pur sempre, consci del programma calergista, come drammatica e nociva per tutti – era sostanzialmente diversa. L’intento di assimilazione era in qualche modo presente, e pure visibile.

 

Ho in mente quando ho cominciato a notare questo segno: circa una quindicina di anni fa, quando arrivavo tardi col treno, vedevo la stazione popolarsi non solo di tipici balordi ferroviari, ma anche di immigrati più stanzializzati che aspettavano con evidenza qualcuno da accompagnare. Lì, in quel viaggio di passaggio, in quel contesto in cui si sentiva sempre più a suo agio per la predominanza dei suoi simili (le stazioni conquistate dagli immigrati), pure l’africano con permesso di soggiorno sentiva la possibilità di ciabattarsi.

 

Da allora, l’immigrazione è tanto cambiata, per quantità e qualità, e la società europea, pure. Non solo sono ovunque gli immigrati inciabattati: a questo punto pare abbiano cominciato ad utilizzare in scioltezza la camminata ciabattante, sconosciuta alla società occidentale – che cammina, non si trascina – o condannata come fenomeno da condannare (il bambino svogliato che striscia il passo). Il lettore conoscerà la questione: stranieri, uomini e donne, che strisciano le suole della calzatura mentre deambulano in strada, rendendo ancora più evidente, pensa l’indigeno benpensante, la mancanza di scopo di queste persone qui.

 

Crediamo che la situazione sia più molto più grave di così: le ciabatte, e il ciabattamento, sono un segno politico, psicopolitico, metapolitico immenso. Di fatto l’immigrato non rifiuta più solo l’autorità, ma anche ogni residua volontà di integrazione civile. È il simbolo incontrovertibile del fatto che non è l’africano che viene in Europa, ma l’Africa stessa, la sua sensibilità, la sua anima – e non c’è più alcun pudore in questo.

 

Non c’è più alcun bisogno di rispettare chi ti ospita: e questo non lo dice solo il crimine dilagante di mafie nigeriane et similia, non lo vediamo solo nelle immagini inguardabili di mancanza di rispetto delle nostre autorità perfino quando sono armate (e sarebbe da aggiungere: in cosa si sono trasformate le nostre Questure, se non in uffici per servizi agli immigrati?), lo dicono, a chiare lettere le ciabatte. Noi non vi rispettiamo, noi non riteniamo la vostra società come degna di emulazione, noi siamo qui per fare le stesse cose che facevamo in Africa, o peggio (perché in certi Paesi il crimine viene magari punito più che in Italia, compreso quello di immigrazione clandestina), e lo facciamo a spese vostre, della vostra stupidità di ospiti che si lasciano parassitare ad libitum. Siete la massa bovina – la massa vaccina che mungeremo come ci pare, quanto ci pare, senza sforzo alcuno, nemmeno quello di mettersi delle scarpe, che crediamo – qui è un punto da approfondire – che cooperative e ONG magari pure offrono assieme agli abiti alla moda e agli smartphone.

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Le ciabatte assurgono quindi a veri simboli dell’anarco-tirannia, la dimensione politica verso cui, Renovatio 21 lo ripete da anni, tutta l’Europa sta dirigendosi: per il cittadino leggi draconiane, sulle tasse, sulle cinture di sicurezza, sui vaccini su qualsiasi cosa, e implementazione massiva di sistemi punitivi dello Stato; per l’immigrato un mondo di balocchi dove i suoi crimini vengono raramente perseguiti, dove gli è possibile vivere in hotel con vestiti e telefonini forniti dallo Stato moderno stesso.

 

Anarchia e tirannia nello stesso sistema: l’ossimoro ha più senso di quanto non sembra a prima vista, perché la presenza di una classe di barbari liberi di gozzovigliare extra-legem, con la creazione di intere aree urbane dominate da una ferocia extra-europea, serve a tener buono il popolo, preoccupato più della propria sopravvivenza che, magari, del fisco oppressivo, della follia geopolitica che non permette di riscaldare le case, dello sfruttamento economico e morale che ha isterilito il Paese.

 

Proprio così: la decadenza nazionale, violenta e inguardabile, passa anche da qui. Si trascina con le ciabatte dell’anarco-tirannia.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immigrazione

Si scopre che i «minori migranti» sono in realtà degli adulti

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Dieci dei diciannove migranti destinati a essere affidati a famiglie affidatarie o a istituti di assistenza all’infanzia nel Kent, in Inghilterra, si sono rivelati adulti. Lo riporta il quotidiano britannico The Sun.   Il Kent rappresenta il principale punto di arrivo per i migranti che attraversano la Manica su piccole imbarcazioni. Gli attraversamenti illegali restano un tema molto caldo, che alimenta il sentimento anti-immigrazione insieme a numerosi casi penali di alto profilo legati ai migranti. Secondo i dati governativi, quasi 1.000 migranti senza documenti hanno attraversato il Canale della Manica a bordo di piccole imbarcazioni solo negli ultimi cinque giorni.   Un gruppo di migranti affidati alle cure del Consiglio della contea di Kent è stato sottoposto a una nuova valutazione lo scorso anno dopo che il personale aveva espresso preoccupazioni sulla loro età, secondo quanto riferito dal Sun, che cita dati governativi resi pubblici in base alle leggi sulla libertà di informazione.   «Questo mette in pericolo i bambini già in affido o in case famiglia», ha dichiarato Chris Philp, ministro degli Interni ombra britannico. «Abbiamo visto casi assurdi in cui immigrati clandestini, tra cui un uomo sudanese con stempiatura e barba, si sono finti bambini quando erano chiaramente adulti».   La situazione «peggiorerà ora che è stata approvata la legge sui confini del governo laburista, che non consente più di considerare gli immigrati clandestini come maggiorenni se si rifiutano di sottoporsi a un test di verifica dell’età», ha aggiunto Philp.

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Nelle recenti elezioni locali e parlamentari, il Partito Laburista ha perso terreno a favore del partito euroscettico e anti-immigrazione Reform UK. Il governo ha tentato varie soluzioni per affrontare il problema migratorio, tra cui il piano promosso dai Conservatori per il trasferimento di migranti irregolari e richiedenti asilo in Ruanda, poi abbandonato dopo l’ascesa al potere dei laburisti nel 2024.   Il numero di migranti adulti che si fingono bambini è quadruplicato nell’ultimo decennio, raggiungendo quota 1.000 lo scorso anno, secondo quanto riportato dal Daily Mail, che cita dati del Ministero dell’Interno.   Nel 2022 il governo del re si era impegnato a migliorare i metodi per la valutazione dell’età dei richiedenti asilo, inclusi radiografie, TAC e risonanza magnetica. L’anno scorso la BBC aveva riferito che le autorità stavano pianificando di utilizzare la tecnologia dell’intelligenza artificiale per verificare l’età dei migranti.   L’età si determina attraverso la stima dell’età ossea. Si esegue principalmente con una radiografia della mano e del polso sinistro. I medici confrontano le dimensioni, la forma e la fusione delle ossa (cartilagine di accrescimento) con atlanti standard o sistemi di punteggio per valutare il grado di maturazione scheletrica.   Il caso più estremo documentato a livello internazionale di un richiedente asilo che si è spacciato per minorenne, pur avendo un’età biologica eccezionalmente avanzata, è quello scoperto in Gran Bretagna nel 2018, dove un uomo iraniano di 41 anni era riuscito a farsi registrare come un adolescente di 15 anni. In mancanza di documenti e basandosi sulla sua dichiarazione iniziale, le autorità lo avevano inserito nella Stoke High School di Ipswich, facendolo frequentare la classe «Year 11» (l’equivalente del primo anno di scuola superiore) insieme a ragazzini di 14 e 15 anni. Erano stati gli stessi compagni di classe a sollevare i primi fortissimi dubbi, fotografandolo e scrivendo sui social.   Sempre nel Regno Unito si era avuto il caso dell’uomo giunto nel Paese dichiarando di avere 14 anni, è stato inserito in una scuola e affidato a una famiglia adottiva. In seguito si è scoperto che aveva in realtà 19 anni. Il caso ha suscitato enorme scalpore poiché l’uomo, che aveva già alle spalle condanne per omicidio in Serbia, ha successivamente assassinato un giovane a Bournemouth prima che venisse accertata la sua reale identità.   Anche in Italia vi è stato recentemente un caso significativo: presso la Questura di Rimini è stato recentemente arrestato un cittadino tunisino che si era presentato per ben due volte alle autorità sotto false generalità dichiarandosi minorenne. Attraverso questo stratagemma è riuscito a risiedere a lungo in strutture protette, arrivando a gravare sulle casse pubbliche per oltre 50.000 euro di fondi assistenziali prima che i controlli biometrici e anagrafici svelassero la maggiore età.

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La questione non riguarda solo i migranti, ma anche il mondo dello sport.   Il fenomeno dell’alterazione dell’età nel calcio (noto come age fraud) ha coinvolto diversi calciatori e intere selezioni giovanili in Africa. Molti casi sono emersi grazie ai controlli sui documenti o all’introduzione, da parte della FIFA e della CAF, della risonanza magnetica (anche nota come metodo MRI) al polso, che valuta la chiusura delle cartilagini di accrescimento per stanare i fuori quota nei tornei Under-17   Uno dei casi più bizzarri dal punto di vista burocratico è quello di Guélor Kabga. Nel 2021 la Federazione del Congo ha denunciato il centrocampista del Gabon affermando che i suoi documenti (che riportavano la nascita nel 1990) erano falsi. È emerso che sua madre era deceduta nel 1985, ben cinque anni prima della sua presunta data di nascita ufficiale.   Lo storico difensore nigeriano di Inter e Milan Taribo West, ha visto, anni dopo il suo ritiro, l’ex presidente del Partizan Belgrado (squadra in cui West militò nei primi anni 2000) dichiarò pubblicamente che il calciatore era stato acquistato credendo che avesse 28 anni, mentre in realtà ne aveva già 40.   L’ex attaccante ivoriano della Roma Seydou Doumbia è stato al centro di un caso curioso in Russia alla fine del 2025. Sottoposto a un test con la macchina della verità in un programma televisivo, ha fallito le risposte relative all’età. Il poligrafo ha indicato come false le sue smentite sul fatto di avere più di 40 anni, stimando un’età reale di circa 5 anni superiore a quella dichiarata.   Sotto la presidenza di Samuel Eto’o, la Federazione camerunense ha avviato una linea dura contro i furbetti dell’età. Nel gennaio 2023, ben 32 giocatori della nazionale Under-17 sono stati espulsi dopo aver fallito i test della risonanza magnetica al polso. Nel marzo 2024, la federazione ha poi sospeso 62 calciatori del campionato locale per doppia identità e falsificazione dell’età, tra cui Wilfried Nathan Doualla, inizialmente convocato in Coppa d’Africa come diciassettenne.   Prima della Coppa d’Africa di categoria under 17 del 2026, ben 26 calciatori su 60 della rosa iniziale della Nigeria fallirono i test MRI e furono rimandati a casa perché l’esame osseo dimostrò un’età biologica superiore ai 17 anni.

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Immigrazione

L’immigrazione in Germania è costata in un anno 40 miliardi

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Secondo quanto riportato dai nuovi dati del «rapporto sui costi dei rifugiati» del Ministero federale delle Finanze tedesco, i migranti sono costati ai contribuenti tedeschi – solo a livello federale – 24,8 miliardi di euro nel 2025. Tuttavia, la cifra reale è ben più alta. Lo riporta Remix News.

 

I 24,8 miliardi di euro rappresentano la spesa esclusivamente federale. Il costo nazionale effettivo dell’immigrazione per la Germania, nel suo complesso, è pari a quei 24,8 miliardi di euro, più gli ingenti miliardi che i singoli Länder e i comuni hanno dovuto attingere dalle proprie entrate fiscali locali per coprire i deficit causati dall’immigrazione di massa.

 

Die Welt osserva che la cifra totale è effettivamente molto più alta, poiché non include gli stati e i comuni locali, ma non fornisce questi dati aggregati.

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Tuttavia, gli anni precedenti indicano che questa cifra si aggira tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Ciò significa che è probabile che il totale superi di gran lunga i 40 miliardi di euro, ma, come negli anni passati, potrebbe addirittura arrivare a 50 miliardi di euro.

 

I costi totali coprono diverse aree, tra cui il contributo del governo federale per l’accoglienza dei rifugiati e i costi di integrazione sostenuti da stati e comuni. Una questione controversa riguarda l’ammontare esatto dei fondi che il governo federale trasferisce a stati e comuni, i quali sostengono che non siano sufficienti a coprire tutte le loro spese.

 

In sostanza, il governo federale eroga un importo forfettario di 7.500 euro per ogni domanda iniziale di asilo, stanziato tramite una modifica della ripartizione dell’IVA. Questo anticipo ha raggiunto 1,25 miliardi di euro nel 2025. Inoltre, il rapporto ipotizza che il governo federale vanti un credito di rimborso da parte degli stati pari a 250 milioni di euro per il 2025. Tuttavia, ciò copre solo una frazione dei costi. Gli stati indicano che i costi totali nel settore della fuga e della migrazione sono significativamente superiori alle risorse IVA a loro disposizione sulla base dell’aliquota forfettaria.

 

Naturalmente, tutte queste spese coprono solo aree specifiche come alloggi, sussidi sociali diretti e corsi di integrazione. Il costo reale è comunque di gran lunga superiore ai 40-50 miliardi di euro.

 

I costi, ad esempio, non coprono le spese associate alla consistente popolazione carceraria straniera. Non coprono nemmeno la necessità di un notevole incremento delle forze di polizia e degli sforzi antiterrorismo. Esistono inoltre delle «zone grigie» che generano altre tasse occulte a carico dei tedeschi, causate dall’immigrazione di massa. Ad esempio, l’immigrazione di massa ha portato a un aumento vertiginoso dei prezzi delle case, a un incremento del traffico stradale, al sovraffollamento degli ospedali e a tempi di attesa più lunghi per le cure mediche.

 

A causa dell’immigrazione di massa, i tedeschi ora pagano addirittura premi assicurativi sanitari più elevati.

 

Il presidente dell’Associazione nazionale delle casse di previdenza sanitaria (GKV-Spitzenverband) ha ripetutamente criticato il governo federale per aver creato un enorme deficit multimiliardario che li costringe ad aumentare i premi, concentrando la sua critica principalmente sulle «prestazioni non assicurative». Si tratta di sussidi di assistenza sociale, previsti dalla legge, erogati a coloro che non hanno versato i contributi previdenziali regolari. Tra questi rientrano i disoccupati di lunga durata e i rifugiati.

 

Al loro arrivo in Germania, i richiedenti asilo non sono iscritti al sistema sanitario pubblico. In base alla legge sulle prestazioni per i richiedenti asilo, le loro spese sanitarie sono coperte, con i comuni e gli uffici sociali statali che si fanno carico del pagamento delle fatture.

 

Le difficoltà finanziarie iniziano una volta approvata la domanda di asilo di un migrante, oppure se questi si trova nel paese da 36 mesi senza una decisione definitiva. A questo punto, il migrante passa al sistema di assistenza sociale standard, noto come «denaro di cittadinanza».

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Una volta che beneficiano dell’assistenza sociale, vengono pienamente integrati nel sistema sanitario pubblico. È qui che, secondo la GKV-Spitzenverband, i conti non tornano: il governo paga solo 108 euro a persona al mese per i beneficiari dell’assistenza sociale, la maggior parte dei quali sono migranti o persone con un background migratorio, quando l’assistenza costa in realtà tra i 300 e i 350 euro al mese.

 

Ciò ha comportato un deficit di diversi miliardi di euro, che secondo le compagnie assicurative dovrà ora essere scaricato sui cittadini tedeschi che effettivamente pagano la loro assicurazione sanitaria.

 

In breve, i tedeschi sono messi alle strette da ogni lato a causa dell’immigrazione di massa e, nonostante le affermazioni secondo cui sarebbero gli stranieri a pagare le pensioni della popolazione anziana tedesca, ciò è chiaramente irrealistico. Al contrario, ci si potrebbe aspettare che gli anziani tedeschi lavorino ancora più a lungo, con un forte movimento all’interno del governo volto ad innalzare l’età pensionabile a 73 anni.

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Immigrazione

Elon Musk si offre di finanziare la causa contro la polizia britannica per il ragazzo inglese ucciso dall’immigrato sikh

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Elon Musk è intervenuto pubblicamente per chiedere conto alla polizia britannica di quello che appare come uno dei più inquietanti fallimenti delle forze dell’ordine emersi in Gran Bretagna negli ultimi anni. Lo riporta Modernity News.   Il magnate della tecnologia si è offerto di finanziare una causa per omicidio colposo contro gli agenti che, a suo parere, avrebbero dato priorità alle accuse di «razzismo» formulate dall’aggressore invece di salvare la vita del diciottenne Henry Nowak.   L’intervento di Musk arriva mentre le drammatiche immagini delle telecamere indossate dagli agenti vengono proiettate alla Southampton Crown Court durante il processo per omicidio a carico di Vickrum Singh Digwa, il ventitreenne di origine sikh indiana accusato di aver accoltellato Nowak quattro volte con una lama di 21 centimetri.  

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Ha poi posto un’altra domanda diretta: «Sono stati presi provvedimenti contro gli agenti di polizia che hanno ammanettato questo ragazzo e lo hanno lasciato morire dissanguato per strada? Chi sono?»     In un altro post, Musk ha scritto: «Inconcepibile. Sono felice di finanziare una causa per omicidio colposo contro queste disgustose scuse di forze dell’ordine. Devono assolutamente essere licenziati.»   Nowak, studente del primo anno di contabilità e finanza all’Università di Southampton e originario dell’Essex, stava rientrando a casa dopo una serata con i compagni della squadra di calcio universitaria quando è stato aggredito. Secondo l’accusa, Digwa lo ha colpito quattro volte dopo che Nowak aveva tentato di fuggire.   All’arrivo della polizia, le immagini della bodycam mostrano Nowak appoggiato a un muro, sorretto dal padre di Digwa. Quest’ultimo ha detto agli agenti: «Continua a cadere, quindi sto solo cercando di tenerlo su».   Nowak ripeteva continuamente «Non riesco a respirare» e affermava di essere stato accoltellato. Invece di fornire immediato soccorso medico, gli agenti hanno ammanettato il ragazzo sanguinante e lo hanno arrestato per sospetta aggressione, basandosi sulle accuse della famiglia di Digwa secondo cui Nowak li avrebbe insultati con epiteti razzisti. Un agente ha risposto alle sue disperate suppliche rispondendo: «Non credo proprio, amico».   Henry ha perso conoscenza e è morto, annegato nel suo stesso sangue. Il fratello di Digwa ha dichiarato all’operatore del servizio di emergenza: «siamo appena stati aggrediti a sfondo razziale da una persona bianca… Ha aggredito fisicamente mio fratello. Siamo Sikh, indossiamo il turbante, e lui ha aggredito mio fratello».   I video mostrati alla giuria riprendono Digwa e il fratello mentre accusano Nowak di un attacco razziale. Nowak ha negato. Si sente Digwa affermare: «Nessuno ti ha accoltellato, fratello, sei in piedi. Sei ubriaco». Il padre di Digwa ha aggiunto: «sta fingendo, un minuto fa stava parlando con voi. Ora sta cercando di alzarsi e andarsene».

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Il Digwa portava apertamente in pubblico un grande shastar da 21 cm, una lama cerimoniale sikh, insieme al kirpan più piccolo prescritto dalla religione. I pubblici ministeri hanno sollevato dubbi sul motivo per cui l’arma più grande fosse presente.   Il ragazzo sikh nega l’omicidio. Sua madre, Kiran Kaur, è accusata di favoreggiamento per aver presumibilmente rimosso il coltello dalla scena del crimine.   L’offerta di Musk ha provocato le critiche di chi denuncia un «doppio gioco» nell’applicazione della legge, in cui le accuse di razzismo contro un cittadino britannico sembrano prevalere su evidenti emergenze mediche. Nessun agente è stato nominato o sanzionato pubblicamente. Ad oggi, non risulta confermata alcuna azione disciplinare.   Questo caso presenta parallelismi con altri episodi in cui le autorità sembrano più attente a presunti torti che alla protezione della vita. Nowak era un giovane studente britannico che stava semplicemente tornando a casa. Il team legale di Digwa sostiene che si sia trattato di legittima difesa, avvenuta «nell’impeto del momento» in seguito al presunto scambio verbale.   Tuttavia, le prove delle telecamere indossate dagli agenti, ora rese pubbliche grazie al processo, dipingono il quadro di un adolescente morente ignorato, mentre la versione dell’aggressore ha avuto la precedenza.   La disponibilità di Musk a finanziare una causa civile evidenzia la crescente frustrazione per l’inazione istituzionale. Il processo prosegue alla Southampton Crown Court. Digwa nega le accuse.   La morte di Henry Nowak dovrebbe spingere a una profonda riflessione. Quando la polizia tratta un adolescente britannico accoltellato come l’aggressore sulla base di affermazioni non verificate della famiglia dell’aggressore, mentre lui muore dissanguato dicendo di non riuscire a respirare, significa che qualcosa non funziona nelle priorità delle forze dell’ordine.   Le esenzioni religiose che permettono il porto di lame di grandi dimensioni in pubblico, unite a una cultura delle forze dell’ordine che sembra anteporre determinate accuse ai doveri immediati di salvataggio di vite umane, rendono i cittadini comuni vulnerabili.

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In Italia i sikh non possono portare in giro il loro tradizionale pugnale sacro (kirpan). La Corte di Cassazione ha stabilito che l’esigenza religiosa non costituisce un «giustificato motivo» per derogare alle leggi nazionali sulla sicurezza. Il porto di qualsiasi coltello o lama atta ad offendere resta severamente vietato.   La Corte di Cassazione ha stabilito che l’esigenza religiosa non costituisce un «giustificato motivo» per derogare alle leggi nazionali sulla sicurezza. Il porto di qualsiasi coltello o lama atta ad offendere resta severamente vietato.   Nel 2017 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un cittadino Sikh, stabilendo che le esigenze di culto non giustificano la violazione delle leggi a tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza. Per conciliare la fede religiosa con la legge italiana, sono stati creati dei kirpan simbolici modificati, fabbricati in modo da non poter essere affilati e del tutto inidonei a offendere o tagliare.   Secondo una credenza popolare diffusa (ma per taluni priva di fondamento), il sikh dovrebbe bagnare di sangue il coltello una volta estratto – al punto che, se la situazione si calma, dovrebbe incidersi leggermente la mano per fargli «bere» almeno il proprio sangue.   Il coltello kirpan è uno dei «Cinque K» (Kakars), ovvero i cinque simboli sacri che ogni sikh battezzato (Khalsa) deve indossare sempre. Oltre al il pugnale gli altri quattro simboli sono: kesh (i capelli e la barba lasciati incontaminati e mai tagliati. Rappresentano l’accettazione del corpo così come Dio lo ha creato e la santità della vita. I capelli vengono raccolti e protetti dal tipico turbante chiamato Dastar); kangha (un piccolo pettine di legno custodito all’interno dei capelli, sotto il turbante. Simboleggia la pulizia, l’ordine mentale e la disciplina quotidiana del corpo e dello spirito); kara (un braccialetto di ferro o acciaio indossato al polso destro. La sua forma circolare, senza inizio né fine, rappresenta l’eternità di Dio e l’unità della comunità); kachera (dei calzoncini o mutande di cotone, simili a un paio di boxer, allacciati con un cordone. Simboleggiano la castità, l’autocontrollo morale e la prontezza nel difendere il prossimo in caso di necessità).   In Italia la legge non concede alcuna esenzione ai sikh nemmeno per quanto riguarda il turbante e il casco. Essi hanno l’obbligo assoluto di indossare il casco quando viaggiano in moto o in scooter: a differenza di altri Paesi (come il Regno Unito o l’India), il Codice della Strada italiano non prevede deroghe per motivi religiosi legati all’uso del dastar.   Come riportato da Renovatio 21, la diaspora sikh in tutto il mondo sta attraversando gravi tensioni ricche di violenza a causa di una spaccatura interna tra i separatisti che desiderano staccarsi dall’India e formare un vero e proprio Stato sikh (il Khalistan) e i moderati. Per un sikh battezzato, togliere il turbante in pubblico per indossare il casco è un atto fortemente contrario alla propria disciplina morale. Di conseguenza, molti Sikh in Italia scelgono semplicemente di spostarsi in auto o con i mezzi pubblici per non violare né la propria fede né la legge dello Stato.   Tale battaglia, che ha creato incidenti diplomatici di enorme rilievo tra il Canada e l’India, ha avuto qualche episodio visibile pubblicamente anche in Italia.  

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