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Immigrazione

Le ciabatte degli immigrati e l’anarco-tirannia

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Un video, l’ennesimo, pubblicato dal noto account X che raccoglie su scala globale filmati con le follie, assurde e quasi sempre violente, della società «multiculturale» caricatasi in ogni Paese in questi anni.

 

Ci sono degli africani che paiono discutere con dei soldati italiani, che paiono essere proprio di quelli messi in strada dai governi di Roma come cerottino nei confronti del degrado.

 

A colpire nel fimato è essenzialmente la tracotanza civile degli immigrati. Il cittadino italiano medio – quello che con le sue tasse paga l’invasione islamo-africana, sovvenzionando la vita del tizio che si vede nelle immagini – davanti ad un capannello di militari in città ha, di default, un senso di deferenza, se non di timore: perché si tratta di uomini armati, innanzitutto. Perché, fatto che agisce nella psiche appena sopra l’istinto del pericolo, il contribuente sa che quegli uomini armati agiscono come il braccio del potere primario dello Stato, ossia il puro e semplice monopolio della violenza.

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Non conosco tanti esempi di persone che si avvicinano naturalmente ai soldati, o ai carabinieri, o ai poliziotti per chiacchierare, talvolta nemmeno per chiedere informazioni, talvolta nemmeno quando questi palesemente non sono in servizio: figuriamoci mettersi a litigare. Questa è esattamente la loro funzione: ricordare al popolo che lo Stato detiene una facoltà superiore alla sua, quella dell’uso della forza fisica – e le armi impugnate in bella vista essenzialmente sono, prima che strumenti fisici, simboli di questo.

 

L’immigrato mantenuto dal contribuente non sembra avere nessuno di questi pensieri, né timori. Possibile che, davanti ad un uomo armato mandato dallo Stato non abbia, d’istinto, un po’ di paura? Sì, possibile. Perché l’istinto è sopraffatto dal ragionamento: questo sono operatori dello stesso Stato che, come un Babbo Natale incomprensibile, riempi l’immigrato di soldi, case, vestiti alla moda, telefonini, diritti superiori a quelli dei cittadini che pagano le tasse.

 

È ovvio quindi che l’immigrato non può prendere sul serio l’autorità in Italia, nemmeno quando essa si presenta con le armi.

 

Come abbiamo già visto in diversi casi – ricorderemo sempre quello di Peschiera del Garda, letteralmente conquistata per un giorno del 2022 da orde di maranza e di altri giovanissimi extracomunitari di seconda generazione – l’immigrato può vedere l’Italia, come ogni altro Paese europeo della democrazia terminale, come un territorio facilmente espugnabile, dove la sovranità degli autoctoni e dei loro eserciti può essere vinta con facilità. La creazione in tutto il continente di no-go zone (Finsbury Park, Molenbeek, Berlino, Malmo, San Siro) deriva da qui.

 

Tuttavia, quello che colpisce qui è altro, è un dettaglio apparentemente molto minore, ma in realtà fondamentale per la comprensione della dimensione politica nella quale stiamo entrando: l’immigrato, e pure a quanto pare l’amico che filma, portano delle ciabatte.

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Non si tratta di calzature tradizionali di qualche cultura lontana, ma di anonime, orrende ciabatte da mare in plastica, di quelle che si usano per fare il tragitto dallo spogliatoio alla vasca in piscina, o in villeggiatura quando si è nei pressi della spiaggia. Quelle con cui – ma potrebbe essere una leggenda metropolitana – è illegale guidare, e se ti beccano chissà cosa ti fanno, le autorità. (Pensa, cittadino italiano: temete l’autorità dello Stato moderno anche per le ciabatte in macchina)

 

Si tratta di quelle ciabatte che, non sappiamo ancora per quanto, sono, se portate in luogo pubblico, un simbolo di sciatteria intollerabile, si danno come segno di sciatteria assoluta, irricevibile, offensiva del contesto, come una mancanza di rispetto. Quella roba non credo che vi sia qualcuno che se la metta ai piedi in un luogo di lavoro. Non in un evento di qualche tipo. Non per andare a trovare qualcuno, a meno che non si abbia confidenza totale, o se si tratta di uno spostamento estomporaneo (tipo: pisciare il cane, con verbo romanamente transitivo).

 

Fu ad una riunione pro-life a Bologna quasi tre lustri fa che mi resi conto che uno dei capetti del giro probiotico ovino (non faccio nomi: mi sono quasi dimenticato come si chiamava) ci stava parlando dalla cattedra ma appena sotto indossava, visione rivoltante, delle ciabattazze da mare. Lì mi entrò in testa un’idea non solo sulla serietà con cui prendeva la missione, ma anche del come veramente egli vedeva i convenuti all’incontro.

 

Il genere della ciabattona di plastica è talmente infimo che nemmeno la moda sembra riuscire a metterci davvero le mani: negli ultimi anni c’era stato un marchio che vi piazzava, per ragioni a noi ignote, la bandiera massonica del Brasile, ma nemmeno quello sembra aver attecchito – le grandi aziende sembrano volerci mettere il brand ma non riescono a creare un modello memorabile, un qualcosa che la gente vuole veramente.

 

Ebbene, la ciabatta nel Terzo Mondo è, tuttavia una realtà indefettibile. Chi è stato in Africa, o in India, o in tantissimi altri Paesi diversamente sviluppati, lo sa. La maggior parte delle persone che vedi in strada hanno le ciabatte. Perché il senso di decoro lì non è il nostro, chiaro, ma non è solo quello: è il fatto che di default molte di quelle società ancora contemplano l’andare per il mondo scalzi, una pratica ancora diffusa o da cui da poco si stanno cercando di affrancare.

 

Ecco quindi che la ciabatta diventa il primo passo al di fuori della preistoria pedonale nella quale languono ancora tutte quelle società terzomondiali. Anzi: è possibile pensare che per molti di loro la ciabattella rappresenta uno status symbol, la volontà di ergersi sopra la parte tradizionale del proprio consorzio umano, un segno di eleganza e modernità.

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Ora, tutto questo dovrebbe crollare una volta che l’immigrato arriva in Italia, e trova circa sessanta milioni di persone – tra le quali, in teoria, dovrebbe voler vivere in armonia, o almeno così ci dicono le sinistre e pure le destre inani dinanzi all’aggressione demografica – che vanno in giro quasi esclusivamente con delle scarpe, cioè degli oggetti che avvolgono più o meno interamente il piede, impedendogli di venire a contatto con lo sporco delle strade, e impedendo al prossimo di venire a contatto con la potenziale maleonza podale che affligge una certa porzione dell’umanità.

 

E così è stato, vorremo dire, per tanto tempo: i primi immigrati che arrivati più di trenta anni fa con la legge Martelli sembravano inseguire, scimmiottando talvolta, i modi di vestire di noi autoctoni. Congolesi in conceria, egiziani in pizzeria, gambiani da fonderia e persino i marocchini zonali generici non si presentavano in ciabatte – e qualcuno ricorderà il termine desueto vucumprà, cioè l’ambulante maghrebino balneare, che magari circolava per le spiagge con le scarpe ai piedi.

 

Cerchiamo di capire: l’immigrazione dell’epoca – che giudichiamo pur sempre, consci del programma calergista, come drammatica e nociva per tutti – era sostanzialmente diversa. L’intento di assimilazione era in qualche modo presente, e pure visibile.

 

Ho in mente quando ho cominciato a notare questo segno: circa una quindicina di anni fa, quando arrivavo tardi col treno, vedevo la stazione popolarsi non solo di tipici balordi ferroviari, ma anche di immigrati più stanzializzati che aspettavano con evidenza qualcuno da accompagnare. Lì, in quel viaggio di passaggio, in quel contesto in cui si sentiva sempre più a suo agio per la predominanza dei suoi simili (le stazioni conquistate dagli immigrati), pure l’africano con permesso di soggiorno sentiva la possibilità di ciabattarsi.

 

Da allora, l’immigrazione è tanto cambiata, per quantità e qualità, e la società europea, pure. Non solo sono ovunque gli immigrati inciabattati: a questo punto pare abbiano cominciato ad utilizzare in scioltezza la camminata ciabattante, sconosciuta alla società occidentale – che cammina, non si trascina – o condannata come fenomeno da condannare (il bambino svogliato che striscia il passo). Il lettore conoscerà la questione: stranieri, uomini e donne, che strisciano le suole della calzatura mentre deambulano in strada, rendendo ancora più evidente, pensa l’indigeno benpensante, la mancanza di scopo di queste persone qui.

 

Crediamo che la situazione sia più molto più grave di così: le ciabatte, e il ciabattamento, sono un segno politico, psicopolitico, metapolitico immenso. Di fatto l’immigrato non rifiuta più solo l’autorità, ma anche ogni residua volontà di integrazione civile. È il simbolo incontrovertibile del fatto che non è l’africano che viene in Europa, ma l’Africa stessa, la sua sensibilità, la sua anima – e non c’è più alcun pudore in questo.

 

Non c’è più alcun bisogno di rispettare chi ti ospita: e questo non lo dice solo il crimine dilagante di mafie nigeriane et similia, non lo vediamo solo nelle immagini inguardabili di mancanza di rispetto delle nostre autorità perfino quando sono armate (e sarebbe da aggiungere: in cosa si sono trasformate le nostre Questure, se non in uffici per servizi agli immigrati?), lo dicono, a chiare lettere le ciabatte. Noi non vi rispettiamo, noi non riteniamo la vostra società come degna di emulazione, noi siamo qui per fare le stesse cose che facevamo in Africa, o peggio (perché in certi Paesi il crimine viene magari punito più che in Italia, compreso quello di immigrazione clandestina), e lo facciamo a spese vostre, della vostra stupidità di ospiti che si lasciano parassitare ad libitum. Siete la massa bovina – la massa vaccina che mungeremo come ci pare, quanto ci pare, senza sforzo alcuno, nemmeno quello di mettersi delle scarpe, che crediamo – qui è un punto da approfondire – che cooperative e ONG magari pure offrono assieme agli abiti alla moda e agli smartphone.

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Le ciabatte assurgono quindi a veri simboli dell’anarco-tirannia, la dimensione politica verso cui, Renovatio 21 lo ripete da anni, tutta l’Europa sta dirigendosi: per il cittadino leggi draconiane, sulle tasse, sulle cinture di sicurezza, sui vaccini su qualsiasi cosa, e implementazione massiva di sistemi punitivi dello Stato; per l’immigrato un mondo di balocchi dove i suoi crimini vengono raramente perseguiti, dove gli è possibile vivere in hotel con vestiti e telefonini forniti dallo Stato moderno stesso.

 

Anarchia e tirannia nello stesso sistema: l’ossimoro ha più senso di quanto non sembra a prima vista, perché la presenza di una classe di barbari liberi di gozzovigliare extra-legem, con la creazione di intere aree urbane dominate da una ferocia extra-europea, serve a tener buono il popolo, preoccupato più della propria sopravvivenza che, magari, del fisco oppressivo, della follia geopolitica che non permette di riscaldare le case, dello sfruttamento economico e morale che ha isterilito il Paese.

 

Proprio così: la decadenza nazionale, violenta e inguardabile, passa anche da qui. Si trascina con le ciabatte dell’anarco-tirannia.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immigrazione

Legge anti-burqa in Portogallo

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Il presidente portoghese António José Seguro ha firmato ufficialmente una normativa che vieta gli abiti atti a coprire il viso negli spazi pubblici, un provvedimento che pare rivolto in modo particolare ai veli islamici integrali come il burqa e il niqab, il velo presente nella tradizione araba.   Intervenendo sul dibattito interno, il presidente Seguro ha contestualizzato la scelta in chiave di relazione tra le persone, dichiarando: «Il volto dovrebbe essere considerato un elemento centrale dell’identità e della comunicazione umana.» Ciononostante, l’ex leader del Partito Socialista ha ammesso il carattere controverso del divieto, riconoscendo che si tratta di una questione di grande delicatezza culturale e sociale.   La legge ha trovato ampio sostegno tra i politici di destra del Paese ed è stata soprannominata «legge del burqa» dai media portoghesi. È stata approvata dal Parlamento a luglio con i voti delle forze di destra, mentre la sinistra si è opposta con decisione.

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Il nuovo assetto normativo restringe in modo rigoroso gli indumenti concepiti per nascondere l’identità di una persona negli spazi pubblici. La legge punisce inoltre l’imposizione a coprirsi il volto per motivi di sesso, religione o età. Chi viola le regole rischia multe comprese tra 150 e 3.000 euro.   Restano però alcune eccezioni. L’uso di coperture del viso come mascherine mediche, attrezzature professionali o artistiche e abbigliamento per condizioni meteorologiche estreme rientra tra i casi previsti dalla normativa.   La questione del velo integrale islamico ha seguito percorsi molto diversi nei principali Paesi europei. La Francia è stata la prima nazione del continente a introdurre un divieto vero e proprio: la legge del 2010, entrata in vigore nell’aprile 2011, vieta «la copertura del volto negli spazi pubblici» e colpisce sia il burqa che il niqab, con multe fino a 150 euro.   La norma fu contestata davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per presunta violazione della libertà religiosa, ma nel 2014 i giudici di Strasburgo ne confermarono la legittimità, giudicandola proporzionata all’obiettivo di preservare il «vivere insieme» dei cittadini francesi.   La Germania ha scelto invece una strada più graduale e circoscritta. Nel 2017 il Parlamento tedesco ha approvato un divieto solo parziale, limitato ai pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni — tra cui addetti elettorali, personale militare e giudiziario — senza mai arrivare a un divieto generalizzato come quello francese.   In Gran Bretagna, invece, non esiste alcuna legge nazionale che vieti il velo integrale. Il tema torna periodicamente nel dibattito politico, ma finora si è preferito lasciare la materia a regolamentazioni locali o settoriali, per esempio in scuole, tribunali o aeroporti, piuttosto che introdurre un divieto generale.   A livello di Unione Europea non esiste una normativa comune sul tema, che resta di competenza esclusiva dei singoli Stati membri. Come riportato da Renovatio 21, nel 2023, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) aveva stabilito che i datori di lavoro governativi possono vietare l’uso di abiti religiosi nell’interesse di mantenere un «ambiente amministrativo del tutto neutrale».   Oltre a Francia e Belgio, che hanno adottato un divieto totale, altri Paesi come Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Bulgaria hanno introdotto negli anni successivi divieti parziali o totali, mentre molti altri non regolano affatto la questione.   Il caso italiano merita un discorso a parte, perché l’Italia non ha mai adottato una legge specifica sul burqa. Il vuoto normativo viene colmato applicando la legge 152 del 1975, nata in un contesto di lotta al terrorismo, che vieta di indossare maschere o caschi in luogo pubblico allo scopo di evitare l’identificazione da parte delle forze dell’ordine. Questa norma è stata più volte utilizzata, soprattutto da amministrazioni locali del Nord Italia, per multare donne che indossavano il velo integrale, come in casi noti a Novara e in un comune in provincia di Como.

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La Lega Nord tentò in seguito di modificare la legge del 1975 per estendere esplicitamente il divieto agli «indumenti indossati per motivi di affiliazione religiosa», eliminando la clausola del «giustificato motivo» che alcuni tribunali avevano invocato per ammettere eccezioni di carattere religioso. Nel 2011 una commissione parlamentare approvò anche un disegno di legge che prevedeva multe salate e la reclusione per chi obbligasse una donna a coprirsi il volto, ma l’iter legislativo non si concluse mai con l’approvazione di una legge nazionale organica.   L’Italia resta dunque, ancora oggi, priva di un divieto esplicito e generalizzato, gestendo la materia attraverso ordinanze comunali e la vecchia normativa antiterrorismo del 1975, che vieta di coprirsi completamente il volto nei luoghi pubblici – ciò porta dunque ad un divieto di portare il velo integrale come un casco. Seguendo tale legge, in passato amministratori locali hanno varato ordinanze che impedivano al livello locale l’uso velo integrale o il burkini, ossia il «costume da bagno islamico».   L’hijab è un copricapo diffusamente indossato in tutto il mondo musulmano; secondo la shari’a, esso costituisce la copertura minima raccomandata per uomini e donne, poiché dovrebbe coprire i capelli e nascondere la fronte, le orecchie e la nuca. Al contrario, il niqab, più comune in Egitto e nel Vicino Oriente, copre interamente il viso, lasciando visibili solo gli occhi. Il burqa, principalmente utilizzato in Afghanistan e di colore azzurro, si differenzia dal niqab per la presenza di una mascherina grigliata che copre completamente gli occhi.

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Immigrazione

Svizzera, l’80% dei richiedenti asilo nordafricani è stato accusato di uno o più reati

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Circa l’80,5% dei richiedenti asilo provenienti dai paesi del Nord Africa è stato accusato di uno o più reati in Svizzera, a testimonianza dell’elevato tasso di criminalità presente in questa popolazione straniera. I dati provengono dalla Segreteria di Stato per la Migrazione (SEM). Lo riporta Remix News.

 

Per i richiedenti asilo nel loro complesso, il tasso di criminalità risulta molto più basso, con solo il 12,5% accusato di uno o più reati. I cittadini di Algeria, Marocco e Tunisia sono quindi fortemente sovrarappresentati rispetto ad altri gruppi di richiedenti asilo.

 

Anche i cittadini nordafricani hanno poche possibilità di vedersi accogliere la domanda di asilo dalle autorità svizzere, con il 99% di tutte le richieste respinte, secondo il quotidiano svizzero Blick.

 

Nel 2024 è stata introdotta la regola delle «24 ore» per le procedure accelerate di richiesta di asilo per i Paesi del Nord Africa, che consente alle autorità svizzere di elaborare più rapidamente le domande di asilo con scarse probabilità di successo. I richiedenti possono comunque impugnare le decisioni, il che può aumentare significativamente i tempi di attesa per una decisione definitiva.

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«I criminali devono lasciare la Svizzera al più presto. Questa è una priorità della strategia in materia di asilo», ha dichiarato Daniel Bach, portavoce del SEM. Tuttavia, il processo viene spesso ritardato dalle azioni dei richiedenti asilo, tra cui il rifiuto di fornire le impronte digitali e la mancata presentazione agli appuntamenti per l’espulsione.

 

Molti richiedenti ostacolano la procedura accelerata: si rifiutano di fornire le impronte digitali, non si presentano agli appuntamenti o lasciano rapidamente la Svizzera. In questi casi, la loro richiesta può essere presentata senza formalità.

 

Le autorità stanno ora lavorando per attuare nuove misure per espellere rapidamente i richiedenti asilo, tra cui «l’uso sistematico di misure coercitive contro gli autori di reati ripetuti». Le autorità stanno anche pianificando di introdurre norme più severe per la detenzione amministrativa.

 

Nell’agosto 2025 nella città svizzera di Losanna, sono scoppiate rivolte per la seconda notte dopo la morte di un giovane congolese di 17 anni durante un inseguimento della polizia, uno schema già visto nei disordini etnici delle banlieues francofone del 2023 e di Milano a Corbetta e San Siro.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Svizzera aveva comunicato che ai richiedenti asilo sarebbe stato generalmente vietato viaggiare verso i loro Paesi d’origine o altri Stati, mettendo fine al fenomeno, grottesco e presente anche in Italia, degli immigrati che vanno in vacanza nei Paesi da cui dicono di voler fuggire.

 

Due anni fa il villaggio di Soyhières, che si trova nella Svizzera romanda e ospita 433 persone, fu teatro di disordini creati da una piccola banda di minori (che ora in Italia chiamano «maranza») con furti di borse, spari ai polli dei contadini con pistole ad aria compressa, incendi di un ovile con candele rubate dalla chiesa e profanazione di cimiteri, dove sarebbero state rovesciate le tombe. La chiesa cittadina ha anche riferito che la banda di bambini migranti ha danneggiato l’interno della chiesa, profanando anche una statua della Vergine Maria.

 

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Immigrazione

Manifesti del governo britannico avvertono i rifugiati di non commettere stupri o abusi sui minori

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Il governo britannico ha diffuso materiale informativo destinato ai richiedenti asilo, spiegando che non possono stuprare persone o abusare di bambini.   «Il ministero dell’Interno ha speso i vostri soldi per produrre questi manifesti per i migranti illegali. Perché permettiamo a queste persone di entrare nel nostro Paese?», ha scritto mercoledì il deputato e leader di Reform UK, Nigel Farage, in un post su Twitter, ripubblicando immagini di manifesti destinati a informare i richiedenti asilo sulla legge britannica.   «L’abuso sui minori è un reato grave nel Regno Unito», recita un manifesto. Prosegue mettendo in guardia contro specifici reati contro i minori, tra cui le lesioni fisiche o i contatti sessuali con un minore di 16 anni.

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Un altro manifesto recita: «Nel Regno Unito, entrambe le persone devono dire “sì” al sesso. Questo si chiama consenso». Il manifesto avverte inoltre che lo stupro rimane un reato se commesso all’interno del matrimonio.   Nel Regno Unito è stata pubblicata online una guida per richiedenti asilo che informa gli immigrati irregolari sulle «aspettative» del Paese riguardo al loro comportamento e li avverte che potrebbero perdere il diritto all’asilo se commettono uno qualsiasi dei reati citati.   «Nel Regno Unito esistono leggi che tutelano la sicurezza, la dignità e i diritti di tutti. È importante comprenderle, perché non rispettare la legge britannica può avere gravi conseguenze. Potreste avere problemi con la polizia, perdere il sostegno previsto dalla legge sull’asilo o la vostra domanda di asilo potrebbe essere compromessa», si legge nella guida. «Questo opuscolo vi aiuterà a capire cosa ci si aspetta da voi quando vivete nel Regno Unito».   La guida avverte inoltre i richiedenti asilo che la violenza domestica è un reato grave, che uomini e donne godono di pari diritti nel Regno Unito e che ci si aspetta da loro che rispettino gli altri in pubblico.   Molti commentatori interpretano questi materiali come un’ammissione da parte del governo britannico del fatto che stupratori e pedofili immigrati clandestini abbiano imperversato nel Paese. Uno degli esempi più noti e eclatanti di questo fenomeno è lo scandalo di Rotherham, in cui si stima che circa 1.400 ragazze nella città di Rotherham, in Inghilterra, siano state abusate sessualmente da bande di uomini, per lo più di origine pakistana, tra il 1997 e il 2013.   Il rapporto Lowe ha rilevato che, fino a poco tempo fa, un numero ben maggiore di ragazze britanniche bianche – almeno 250.000 – erano state adescate, violentate e sfruttate da pedofili, principalmente di origine pakistana, in tutta la Gran Bretagna.   Zia Yusuf, portavoce di Reform UK per gli affari interni, ha definito il materiale «una delle cose più folli che abbia mai visto».   «Ora c’è una propaganda incessante da parte del governo secondo cui queste 200.000 persone che negli ultimi otto anni sono arrivate illegalmente sulle nostre spiagge da paesi come l’Afghanistan non rappresentano una minaccia significativa per le donne e le ragazze», ha osservato Yusuf.   «Sappiamo che non è vero. E quando Nigel Farage e altre figure del movimento riformista hanno fatto notare le minacce che queste rappresentano per le donne e le ragazze britanniche, sono stati attaccati e sgridati dall’establishment politico», ha affermato.   «Beh, questa vergogna», disse Yusuf, indicando l’opuscolo, «vi mostra esattamente cosa sa il governo. Sanno di essere una minaccia e vivono in alberghi finanziati dai contribuenti. Siete voi a pagare le loro spese di mantenimento».   Yusuf ha poi chiesto che tutti i migranti illegali vengano arrestati e deportati. «Reform (UK) schiererà la Marina nel Canale della Manica per mantenere un perimetro rigido con ordini chiari: ‘Non permettete a nessuna imbarcazione non autorizzata di raggiungere le nostre coste’», ha promesso Yusuf a condizione che Reform UK guidi la politica del governo. «E ogni migrante illegale che i Conservatori e i Laburisti hanno permesso di entrare in questo Paese verrà fermato e deportato».

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Quello delle istruzioni agli immigrati, con disegnini e frasi grottesche, è un filone oramai vetusto, del quale non siamo più in grado di ridere.   In passato agli immigrati sono stati distribuiti vari volantini che mostravano uomini in intimità, per significare che l’omosessualità è tollerata in Europa.   Ci sono tuttavia casi più drammatici, come quello delle lame immigrati in Germania. L’uso del coltello da parte degli immigrati è talmente rilevante che un land tedesco del Nord Reno-Vestflaia ha pubblicato dei volantini per scoraggiarne il possesso.   Al contempo, un sindacato della Polizei si è infuriato l’anno scorso per la libera vendita dei machete nei supermercati mentre in istrada vi sarebbe qualcosa come 80 accoltellamenti al giorno.  

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