Terrorismo
Tempio indù attaccato in Canada dai separatisti Sikh
Il governo indiano ha condannato l’attacco da parte di presunti attivisti separatisti sikh a un tempio indù in Canada, dove la missione diplomatica aveva organizzato un campo consolare, definendo l’incidente «profondamente inquietante».
L’attacco avviene in un contesto di scontro diplomatico tra i due Paesi in seguito alle accuse di Ottawa secondo cui Nuova Delhi avrebbe preso di mira gli estremisti sikh sul suolo canadese.
In alcuni video ampiamente condivisi domenica, un gruppo di uomini armati di bastoni è stato visto attaccare i visitatori del campo fuori dal tempio di Brampton, appena fuori Toronto. Gli uomini portavano bandiere legate a gruppi pro-Khalistan, che sostengono uno stato-nazione separato per i Sikh ricavato dallo stato indiano del Punjab. Anche donne e bambini sono stati presi di mira durante l’attacco, secondo un rapporto del Times of India che cita la fondazione non-profit Hindu Canadian Foundation.
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«Abbiamo assistito oggi a violenti disordini orchestrati da elementi anti-India fuori dal campo consolare co-organizzato con l’Hindu Sabha Mandir a Brampton, vicino a Toronto», ha dichiarato l’Alto Commissariato indiano in Canada il giorno X.
L’incidente ha suscitato grande indignazione in entrambi i Paesi.
Il primo ministro canadese Giustino Trudeau, il cui governo all’inizio di questo mese ha accusato i funzionari indiani di aver compiuto «violenza» in Canada, prendendo di mira in particolare i sostenitori del Khalistan, ha condannato l’attacco. «Gli atti di violenza all’Hindu Sabha Mandir di Brampton oggi sono inaccettabili. Ogni canadese ha il diritto di praticare la propria fede liberamente e in sicurezza», ha scritto in un post su X, ringraziando la Peel Regional Police per la loro rapida risposta.
Il deputato Chandra Arya del Partito Liberale di Trudeau, tuttavia, ha attribuito l’attacco agli estremisti pro-Khalistan, affermando che «è stata superata una linea rossa». «Questo dimostra quanto profondo e sfacciato sia diventato l’estremismo violento dei Khalistan in Canada», ha osservato.
L’Arya ha espresso preoccupazione per il fatto che potrebbe esserci del vero nei resoconti che suggeriscono che i sostenitori dei Khalistan si sono infiltrati nelle agenzie politiche e di polizia canadesi.
A red line has been crossed by Canadian Khalistani extremists today.
The attack by Khalistanis on the Hindu-Canadian devotees inside the premises of the Hindu Sabha temple in Brampton shows how deep and brazen has Khalistani violent extremism has become in Canada.
I begin to feel… pic.twitter.com/vPDdk9oble— Chandra Arya (@AryaCanada) November 3, 2024
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Anche il leader dell’opposizione canadese Pierre Poilievre ha denunciato la violenza, definendola «completamente inaccettabile».
Nuova Delhi, che ha respinto le accuse contro i suoi funzionari, tra cui il ministro degli Interni Amit Shah, ha precedentemente accusato il governo guidato da Trudeau di sostenere attivisti pro-Khalistan e di «ospitare» terroristi per ottenere vantaggi politici interni.
Nel mezzo della disputa diplomatica che ha portato all’espulsione di sei diplomatici, tra cui alti commissari, da parte di ogni paese all’inizio di questo mese, l’ex inviato indiano Sanjay Kumar Verma ha affermato che gli attivisti khalistani vengono utilizzati dalle agenzie di intelligence canadesi.
«Questa è la mia accusa; non sto fornendo alcuna prova a riguardo, ma so che alcuni di questi estremisti e terroristi khalistani sono risorse profonde dell’agenzia di intelligence canadese CSIS», ha affermato in un’intervista al canale canadese CTV News.
L’India ha costantemente sollevato preoccupazioni per gli attacchi alle missioni diplomatiche e ai templi indù nell’ultimo anno. A luglio, il BAPS Swaminarayan Mandir a Edmonton è stato vandalizzato e, in precedenza, un tempio indù a Windsor è stato deturpato con graffiti anti-India, scatenando una condanna diffusa e richieste di intervento da parte di funzionari sia canadesi che indiani.
All’inizio di questo mese, Nuova Delhi ha dichiarato di aver condiviso almeno due dozzine di richieste di estradizione contro individui legati al movimento Khalistan, accusati di terrorismo e crimini correlati in India, ma che tali richieste non sono state prese in considerazione dal governo canadese.
Nelle scorse ore si è tenuta una manifestazione di indiani canadesi in protesta all’attacco del tempio induista, in cui hanno cantato l’inno nazionale canadese.
Brave journalist, @DanielBordmanOG, led the Hindu Community in singing the Canadian National Anthem in front of the Hindu Sabha temple in Brampton. The temple was attacked by the Khalistani mob yesterday. Great turnout to protect freedom of religion. Glad to see many Canadian… pic.twitter.com/UBTHvlayGa
— Salman Sima (@SalmanSima) November 5, 2024
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Come riportato da Renovatio 21, il «Khalistan» è alla base della veemente battaglia diplomatica che si sta combattendo in questo momento, tra India e Canada: Ottawa accusa Delhi di aver ucciso un cittadino canadese sikh riconosciuto leader dei «Khalistani». L’India, che ha avuto un suo diplomatico espulso dal Canada, ha risposto per le rime con accuse a Ottawa di sostenere il terrorismo, e ha sospeso tutti i visti per i cittadini canadesi.
La storia del Khalistan ha degradato i rapporti del Canada con Delhi al punto che un diplomatico indiano ha accusato Trudeau di essere arrivato al G20 con un aereo pieno di cocaina, mentre i due Stati si scambiano tremende accuse di favoreggiamento di terrorismo e di assassinio.
Come riportato da Renovatio 21, il movimento sikh internazionale per la formazione del cosiddetto «Khalistan», uno Stato sikh nel punkab, potrebbero aver tirato su la testa anche in Italia, con episodi di frizioni interna all’interno della comunità.
La settimana scorsa il leader dei separatisti del Khalistan Gurpatwant Singh Pannun aveva chiesto a Washington e Ottawa di punire Nuova Delhi per aver tentato di mettere a tacere i dissidenti in territorio straniero.
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Immagine screenshot da YouTube
Terrorismo
Revocare la cittadinanza israeliana ai critici dell’IDF: la proposta di Netanyahu
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Terrorismo
Netanyahu ha deliberatamente favorito il massacro di Hamas del 7 ottobre: parlano le vittime
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato accusato di avere agevolato volutamente il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, avendo per anni conservato il controllo del movimento a Gaza e lasciandolo rafforzarsi. Al Netanyahu viene inoltre attribuito di avere trascurato di proposito gli indizi che preannunciavano un’offensiva.
Martedì le famiglie degli israeliani uccisi o rapiti nell’assalto hanno reso pubblico un fascicolo di dodici pagine in cui sostengono che non si è trattato soltanto di un fallimento dell’Intelligence, ma dell’esito di una linea politica prolungata portata avanti dai governi guidati da Netanyahu.
Il documento elenca ripetute scelte del governo israeliano di non colpire i dirigenti di Hamas, di facilitare i finanziamenti qatarioti destinati a Gaza e di sottovalutare in modo sistematico gli allarmi sulle crescenti capacità del gruppo, considerato invece un «rischio calcolato» e un contrappeso utile all’Autorità Palestinese.
«Hanno attaccato perché potevano. I governi israeliani, che hanno tenuto le redini del potere per quasi due decenni, lo hanno permesso», afferma il dossier.
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«Si sarebbe potuto evitare, ma il primo ministro ha scelto di non agire», ha dichiarato Merav Svirsky, parente di una delle vittime del 7 ottobre, durante la conferenza stampa, spiegando che la catastrofe «non è stata semplicemente un errore in un singolo momento. È stata la scelta di ignorare ripetutamente gli avvertimenti».
Svirsky ha citato recenti ricostruzioni secondo cui il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe avvertito personalmente Netanyahu circa dieci giorni prima del 7 ottobre che Hamas si stava preparando a un attacco di grande portata. Secondo Haaretz, Netanyahu avrebbe sminuito l’avviso e non lo avrebbe trasmesso ai responsabili della sicurezza.
L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha accusato l’esecutivo di Netanyahu di perseguire un più ampio «progetto di eliminazione» nella Cisgiordania occupata. Il suo nuovo rapporto, uscito anch’esso martedì, sostiene che le autorità israeliane e i coloni stiano smantellando in modo sistematico la vita dei palestinesi mediante violenza, limitazioni alla libertà di movimento, pressione economica, sfollamenti e occupazione del territorio.
B’Tselem e Amnesty International hanno accusato separatamente Israele di aver commesso un genocidio a Gaza, facendo riferimento a uccisioni di massa, sfollamenti e alla distruzione delle condizioni indispensabili alla sopravvivenza civile.
Le denunce si aggiungono alla condanna crescente nei confronti del governo israeliano per le sue azioni a Gaza e in Cisgiordania, da cui derivano affermazioni secondo cui Netanyahu avrebbe consentito deliberatamente l’attacco del 7 ottobre per giustificare una campagna più estesa al fine di ripulire etnicamente i territori e renderli pienamente colonizzabili dagli israeliani.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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