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Bioetica

La religione del Cambiamento Climatico e i suoi sacrifici umani (Addio P.)

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Non esiste Stato laico. Non esiste laicità: ogni realtà umana ha alla base una sua religione.

Persino la società più atea ha in fondo un afflato religioso: lo psicoanalista Carl Gustav Jung scriveva della vitalità spirituale dell’Unione Sovietica, che di fatto religiosamente spandeva con zelo il suo verbo in tutto il mondo.

 

Dobbiamo quindi cercare di capire quale sia la religione che si appresta a dominare la nostra era.

 

La chiesa climatica

La religione d’Europa, e di larga porzione del mondo sviluppato e non, è stata fino a ieri il Cristianesimo. Esso è durato a lungo, ma ha avuto le sue traversie. Per secoli hanno tentato di soppiantare il Cristianesimo con persecuzioni ed invasioni – come noto, mai prevalendo. Al punto che in molti – un nome a caso, Napoleone – in là con gli anni arrivarono a vedere la granitica consistenza del papismo.

 

Ecco la sostituzione del Cristianesimo con questa nuova, disperata «Religione Climatica»

Contro di essa si sta ora tentando un nuovo trick: l’infiltrazione della Chiesa Cattolica, la cui evidenza è emersa con la catastrofe del Concilio Vaticano II, ora sta seguendo un nuovo programmìno di autoindotta sostituzione del Cristianesimo con questa nuova, disperata «Religione Climatica».

 

Quella religione che nell’ultimo hanno ha trovato addirittura un volto pubblicitario: quello, incredibile, di una bambina nordica (forse) affetta da sindrome di Asperger – probabilmente come prova per vedere fino a che punto sono, appunto, autistiche le masse che si mettono al seguito, con tanto di giustificazioni ministeriali.

 

Questa Religione Climatica è costruita come un copia/incolla del Cattolicesimo e della sua morfologia. Per esempio:

 

I) La Religione Climatica dispone di inviolabili dogmi: come la Religione Cattolica.

 

II) La Religione Climatica dispone di una sua apocalisse. Una apocalisse che ha un valore «morale»: il castigo arriva a causa delle azioni degli uomini.

 

III) La Religione Climatica è nemica dell’autosalvazione: l’uomo non può salvarsi da solo, al contrario egli deve necessariamente essere aiutatoe guidato da un’autorità superiore in cui egli deve riporre la sua più totale  fede. 

Questa Religione Climatica è costruita come un copia/incolla del Cattolicesimo e della sua morfologia

 

IV) La Religione Climatica vuol indurre l’uomo a sentire il peso della colpa per il suo peccato; tale ineliminabile peccare è sia quotidiano (nei consumi di ogni giorno) sia ereditato alla nascita ( la cosiddetta carbon footprint), cioè per pressoché ineliminabili questioni puramente umane: un vero e proprio nuovo Peccato Originale.

 

V) La Religione Climatica ha il suo animale simbolico: nel Cattolicesimo era l’Agnello, qui abbiamo l’Orso Polare, e quello che – bufala più bufala meno – vendono come il suo sacrificio.

 

La lista potrebbe andare avanti, al momento ci fermiamo qua. Almeno, bisogna dire, stanno copiando da quelli bravi.

 

Bambini uccisi per il clima

Qualche mese fa abbiamo notato l’apparizione di un bizzarro articolo sul New York Times.

 

Il pezzo si intitolava «Massacre of Children in Peru Might Have Been a Sacrifice to Stop Bad Weather». La lettura lasciava un po’ sgomenti.

 

Vi si narrava di come gli archeologi in Perù avessero annunciato la scoperta di un immane massacro rituale. Essi ritengono che sia il più grande caso conosciuto di sacrificio infantile mai trovato. Sepolti sotto le sabbie di un sito del XV secolo chiamato Huanchaquito-Las Llamas c’erano circa 140 scheletri di bambini, così come i resti di 200 animali, dei lama. Il massacro sarebbe avvenuto presso la civiltà Chimù nel XV secolo.

 

«Mentre il ragionamento dietro il macabro omicidio di massa di ragazzi e ragazze “che avevano solo tra i 5 ei 14 anni” non può essere determinato in modo definitivo, i ricercatori ora dicono che l’atto è stato fatto per disperazione in risposta a un disastroso evento climatico: El Niño».

 

Centinaia di bambini sacrificati al dio del clima, cinque secoli fa

C’est-à-dire: centinaia di bambini sacrificati al dio del clima, cinque secoli fa.

 

Gli antropologi hanno cercato di ricostruire la storia del perché abbiano ucciso questi bambini, presumibilmente aprendo il petto e strappando loro il cuore.

 

«Le uccisioni, suggeriscono gli autori, sono state fatte per ordine dello stato Chimù come appello ai loro dei o spiriti ancestrali per mitigare le piogge».

 

In pratica, dalla lettura dell’articolo del Times si arrivava quasi a giustificare i sacrifici umani nel Perù del XV secolo mettendoli in correlazione con i cambiamenti climatici del loro tempo.

 

«Il quadro che inizia a emergere è che in condizioni di grave disastro climatico, il sacrificio dei bambini potrebbe essere stato il mezzo più potente di comunicazione con il soprannaturale»

 

«Portare a termine un massacro massivo di bambini costituiva un richiamo al potere e all’autorità dei leader sui loro cittadini. È un ottimo modo per far sì che le persone si mettano in fila». Bambini in fila, società indottrinata. Vi dice qualcosa?

 

Ma soprattutto, ci chiediamo: siamo in piena finestra di Overton per l’infanticidio di massa su base climatica?

 

Siamo in piena finestra di Overton per l’infanticidio di massa su base climatica?

In verità sì: come in ogni vera battaglia culturale del sistema, l’obbiettivo è sempre e solo la riproduzione umana: «siamo troppi sul pianeta!». «Sovrappopolazione!». Refrain che abbiamo sentito ripetere anche in questi giorni. Bisogna pur fare qualcosa! Aborto , contraccezione, fecondazione in provetta servono agli stessi scopi dei sacrifici umani peruviani: solo con numeri esponenzialmente più alti.

 

Addio P.

Ma non è dei massimi sistemi che qui voglio dire. Volevo raccontarvi di P.

Di lui in realtà vi ho accennato alla fine di uno scritto, un po’ doloroso, di oramai un anno fa, «La vita senza il dolore».

 

Ma è da tanti anni che volevo scrivere estesamente di P.

Un po’ per pudore, un po’ per altre esitazioni, non ce l’ ho mai fatta. Ora lo voglio ricordare.

 

P. era il fratello di una compagna di liceo. Era alto, aveva i capelli rossi, e fondamentalmente era una persona buona. Frequentava la parrocchia, studiava con grande tranquillità. La famiglia gli voleva bene, e lui contraccambiava senza il minimo tentennamento. Stava qualche anno davanti a noi, e in lui intravedevo, e un po’ invidiavo, la traiettoria esistenziale di una persona sostanzialmente pulita, spensierata. Pura.

 

Come in ogni vera battaglia culturale del sistema, l’obbiettivo è sempre e solo la riproduzione umana

P. era uno di quelli che finita l’università, si era gettato con entusiasmo nel mondo della cosiddetta cooperazione internazionale. E con successo. Viaggi in Africa, villaggi sperduti dove creava il sistema di istruzione per bambini neri sorridenti. Alcuni miei lettori forse lo sanno, ho sempre detestato questo mondo, tuttavia che P. vi trionfasse mi pareva una bella cosa.

 

Via Facebook, avevo visto poi che era tornato in Europa, si era rimesso a studiare per un Master prestigioso in Inghilterra, aveva preso casa in Isvizzera, insomma tutta la trafila – anche questa invidiabile – delle fortune dei globetrotter da ONU o da ONG. Opportunità di stare ovunque, danaro sufficiente, una certa pienezza dell’esistenza dovuta al fatto che si ama quel che si fa, e quel che si fa, cosa importante, si crede sia per il Bene del pianeta.

 

Tra una foto di una maratona, di un compleanno tra amici internazionali o di un giro in bici con la tutina di lycra attillata sui muscoli, avevo notato erano comparsi messaggi insistenti su una tematica: il cambiamento climatico.

 

«Non è questione di se, è questione di quando» scriveva P.

Il linguaggio era quello di uno zelota. Non pareva convinto dell’argomento: pareva esserne invasato. Come, appunto, si può essere invasati di una religione.

 

Vittime di un dio falso che odia l’uomo

Confesso, avevo provato fastidio nel leggere quei post. Pensavo: eccolo qui, il politicamente corretto globale; del resto non farebbe parte di quel mondo, se non ne avesse accettato ciecamente i dogmi più antiumani. Tuttavia, visto che le foto di viaggi e conseguimenti vari continuavano, non avevo nemmeno lontanamente pensato che potesse succedere quel che poi è accaduto.

 

Il traffico ferroviario fermo per un giorno intero. Ricordo ancora le imprecazioni che io stesso tirai «al solito suicida» che, in genere durante la primavera (con i picchi a marzo e a maggio) decide di ammazzarsi rovinando la giornata a tutti i viaggiatori della bisettrice Milano-Venezia.

 

Lo avrei saputo solo giorni dopo. Il «solito suicida», era P.

Aveva camminato, il mattino presto, lungo i binari appena fuori dalla stazione. Avrei poi saputo che una conoscente di mia zia lo aveva visto dalla finestra; un uomo che cammina sui binari si nota. Lui si era sentito come scoperto, aveva abbassato la testa, quasi si vergognasse. Probabilmente questa è stata l’ultima interazione umana che P. ha avuto su questa terra.

 

Quindi, si è gettato sotto un treno in corsa.

Addio P.

 

Non so fino a che punto la religione climatica avesse in lui sostituito la fede cattolica; non so nemmeno in realtà se, nel caso, se ne rendesse conto. So che mille volte ho pensato che se invece del Climate Change avesse avuto nel cuore l’immagine dell’Inferno, forse sotto quel treno non si sarebbe buttato. Forse se vi fosse stata ancora una religione che gli avesse detto «sei figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza» invece che «sei un parassita colpevole, il pianeta non ti vuole», lui sarebbe qui.

 

Certo, tutti hanno detto che era la depressione la causa dell’autosacrificio di P.; tuttavia, tra questo e l’ecatombe dei bambini sacrificati sugli altari pagani del Perù del XV secolo non v’è una grande distanza.

 

Vittime di un dio falso che odia l’uomo. 

 

Addio P. Ancora ti penso. Ancora sento il dovere di combattere la falsa religione del niente e della morte che ti ha portato via, e che ci vuole sacrificare tutti al Niente e all’Inferno.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Bioetica

Una madre e i medici sudcoreani condannati dopo che un neonato nato vivo è stato messo nel congelatore per morire

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Una donna sudcoreana sulla ventina, identificata con il cognome Kwon, è stata condannata insieme a due medici per l’omicidio del suo neonato. Lo riporta LifeSite.

 

Come prevedibile, la stampa mainstream sta presentando la vicenda, che era emersa lo scorso anno, come prova della necessità dell’aborto tardivo legale.

 

«La donna voleva interrompere la gravidanza a 36 settimane, ma i pubblici ministeri hanno affermato che il bambino è nato vivo e poi è stato ucciso», ha riferito la BBC. Naturalmente, «interrompere la gravidanza» avrebbe comportato anche l’uccisione dello stesso bambino, dopo che avrebbe potuto sopravvivere fuori dall’utero.

 

Il bambino era nato vivo tramite parto cesareo e i medici lo hanno messo in un congelatore. Il bambino è così morto assiderato. La Kwon, che insistette di non sapere «che la procedura sarebbe stata eseguita in quel modo» (come disse la BBC), è stata condannata a tre anni di carcere con sospensione condizionale; il chirurgo che aveva operato e il direttore dell’ospedale sono stati condannati a quattro e sei anni di carcere.

 

Il caso ha attirato enorme attenzione pubblica in Corea del Sud. Kwon aveva caricato un vlog su YouTube nel 2024 in cui descriveva la sua esperienza di quello che lei chiamava aborto a 36 settimane; il video aveva suscitato indignazione pubblica, accuse di infanticidio e richieste di un’indagine ufficiale. Il ministero della Salute e del Welfare richiese un’indagine di polizia, che ha scoperto che il bambino era nato vivo e successivamente ucciso.

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Quando si è scoperto che il bambino era nato vivo, la polizia ha cambiato l’indagine da «aborto non regolamentato» a omicidio – il che, come il caso evidenzia in modo agghiacciante, è una distinzione senza alcuna differenza. Tuttavia, la stampa mainstream sottolinea che queste condanne segnano «la prima volta che vengono mosse accuse di omicidio contro donne che chiedevano un’interruzione di gravidanza in fase avanzata e contro i medici coinvolti nella procedura».

 

L’indagine della polizia ha rivelato che l’ospedale aveva falsificato i propri registri, registrando la morte del bambino, morto nel congelatore, come un feto morto. L’ospedale gestiva un’attività di aborto e, secondo i pubblici ministeri, «avrebbe ricevuto un totale di 1,4 miliardi di won (816.260 dollari) per praticare aborti su oltre 500 pazienti», la maggior parte delle quali, come Kwon, era stata presentata all’ospedale da intermediari.

 

Al processo, sia il direttore dell’ospedale che il chirurgo curante hanno confessato di aver ucciso il bambino della Kwon, ed entrambi sono stati immediatamente arrestati. La Kwon ha affermato di non aver saputo di essere incinta fino al settimo mese e di aver cercato di abortire perché aveva bevuto alcolici, fumato e non aveva un reddito stabile.

 

Ma il giudice ha stabilito che la Kwon era stata informata dal personale medico che il suo bambino era sano e aveva sentito il battito cardiaco tramite un’ecografia; è stato anche confermato che la Kwon era consapevole che il suo bambino sarebbe nato vivo tramite taglio cesareo. Il giudice, tuttavia, le ha inflitto una pena più mite a causa della mancanza di supporto per Kwon nella «fase avanzata della gravidanza» e della confusione che circonda il regime abortivo della Corea del Sud.

 

La Corte Costituzionale della Corea del Sud ha annullato il divieto di aborto nel Paese nel 2019 e ha raccomandato ai legislatori di approvare emendamenti che consentano l’aborto fino a 22 settimane (la prima settimana di vita di un bambino fuori dall’utero è di 21 settimane). Il Parlamento ha avuto tempo fino alla fine del 2020 per modificare le leggi sull’aborto. Il governo dio Seul ha proposto un disegno di legge che legalizza l’aborto su richiesta fino a 14 settimane, con il feticidio consentito fino a 24 settimane in caso di stupro o specifiche condizioni di salute.

 

«Tuttavia, quel disegno di legge è rimasto bloccato in Parlamento, a causa dell’opposizione dei legislatori conservatori per motivi religiosi», ha riferito la BBC. «Quando la rimozione del divieto è entrata in vigore nel 2021, il Paese non aveva alcuna legislazione in vigore per regolamentare l’aborto». Pertanto, l’aborto è ora praticato in un vuoto giuridico.

 

L’aborto è depenalizzato e non regolamentato: il Paese estremo orientale, dove spopolano sette protestanti di ogni genere, è ora un Far West del feticidio.

 

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Bioetica

Il Lussemburgo vuole sancire l’aborto nella sua Costituzione

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Seguendo l’esempio della Francia, il Granducato del Lussemburgo si prepara a sancire il «diritto» all’aborto nella sua legge fondamentale. Spinto da una coalizione guidata dal Partito Cristiano Sociale, il Paese sta sprofondando in una deriva ideologica che volta le spalle alla tutela della vita e all’eredità cristiana del Vecchio Continente.   «C’è qualcosa di marcio nello stato di Danimarca», fece dire Shakespeare a Marcello. Ma sembra che l’elenco sia ben lungi dall’essere limitato al paese di Amleto: sotto l’impulso del déi Lénk (partito di sinistra) e sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare, il Granducato di Lussemburgo ha compiuto, il 3 marzo 2026, un primo passo decisivo verso l’inserimento della libertà di aborto nella sua Costituzione.   Questa votazione, che ha avuto luogo alla Camera dei Deputati, segna un nuovo passo avanti nella secolarizzazione radicale che sta dilagando in Europa, dopo la Francia del 2024.

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Un tradimento delle radici cattoliche

Per chi sostiene una cultura della vita, lo shock rimane profondo. Il CSV, storico partito cristiano-sociale, ha votato a stragrande maggioranza (circa 16 membri su 21), nonostante la sua eredità cattolica. Accettando questa iscrizione per consolidare la sua coalizione con il Partito Democratico (DP) e altri, sembra allontanarsi dai suoi valori fondanti.   Come può un partito che si dichiara cristiano contribuire a stabilire come principio costituzionale ciò che per molti resta un crimine, una tragedia umana e un attentato alla vita innocente?   Consacrando questa libertà nella legge fondamentale, lo Stato non si limita più a depenalizzare l’aborto a determinate condizioni (come dal 1978, con recenti allentamenti): lo protegge in modo permanente da qualsiasi arretramento politico, presentandolo come una conquista irreversibile.

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Una grande rottura antropologica

Guidata in particolare dalla ministra per le Pari Opportunità, Yuriko Backes (DP), questa riforma mira a posizionare il Lussemburgo come un «pioniere» dei diritti sociali. Tuttavia, inverte la gerarchia: l’autonomia individuale prevale sul diritto naturale alla vita, spezzando il legame intergenerazionale che obbliga i più forti a proteggere i più deboli.   Segno di un generale calo di interesse, il dibattito è stato relativamente calmo, nonostante alcuni accesi scambi di opinioni. Le obiezioni morali rimangono discrete o timide. Eppure, la costituzionalizzazione dell’aborto cambia radicalmente la situazione.   Per non parlare della negazione della legge naturale che questa pratica implica, essa minimizza anche il trauma psicologico per molte donne e la mancanza critica di alternative reali – massicce politiche pro-maternità – che potrebbero offrire una vera alternativa all’aborto.   Una cosa è certa: mentre l’Europa si trova ad affrontare un inverno demografico senza precedenti , la scelta del Lussemburgo suona come un’ammissione di resa. Di fronte a questo diktat ideologico, cattolici e attivisti pro-life hanno il dovere di testimoniare che ogni vita umana è un dono del Creatore, dal concepimento alla morte naturale, un dono che nessuna maggioranza parlamentare può legittimamente abolire.

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Circoncisione, scoppia l’incidente diplomatico: il Belgio convoca l’ambasciatore americano

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Giorni fa Belgio ha convocato l’ambasciatore statunitense Bill White dopo che questi ha accusato le autorità del Paese di molestare la comunità ebraica. Si tratta di un importante sviluppo che porta alla luce il cortocircuito della circoncisione, che è di fatto una mutilazione genitale infantile al pari dell’infibulazione ma che, specie in ambito delle comunità ebraiche gode di un qualche status privilegiato, mentre va ricordato come essa abbia una sua storia precipua anche negli Stati Uniti d’America.

 

In un post su X White aveva chiesto al Belgio di ritirare l’azione penale nei confronti di tre mohel (figure religiose ebraiche che praticano circoncisioni) sospettati di aver eseguito tali procedure ad Anversa – antica capitale del taglio dei diamanti, attività principale di una nutrita comunità di famiglie ebraico-ortodosse – senza una licenza medica.

 

«Fermate questa inaccettabile molestia nei confronti della comunità ebraica qui ad Anversa e in Belgio», ha scritto White, aggiungendo che i mohel stavano «facendo ciò per cui sono stati addestrati per migliaia di anni».

 

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White ha inoltre accusato il ministro della Salute belga Frank Vandenbroucke di essere stato «molto maleducato» e di essersi rifiutato di stringergli la mano o di posare per una fotografia durante il loro primo incontro. «Era chiaro che non ti piaceva l’America», ha scritto White.

 

Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha condannato le dichiarazioni di White. «Qualsiasi insinuazione che il Belgio sia antisemita è falsa, offensiva e inaccettabile. Il Belgio condanna l’antisemitismo con la massima fermezza», ha scritto Prevot su X.

 

«Gli attacchi personali contro un ministro belga e l’ingerenza in questioni giudiziarie violano le norme diplomatiche fondamentali», ha aggiunto. Il Prevot ha precisato che, secondo la legge belga, solo i medici qualificati sono autorizzati a eseguire circoncisioni e ha affermato che si asterrà dal commentare il caso specifico.

 

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In seguito lo White ha dichiarato ai giornalisti che «non c’era bisogno di scuse» da parte sua e ha espresso la speranza che il Belgio «legalizzerebbe questo processo in modo che queste persone possano riprendere la loro vita».

 

Il ministro degli Esteri israeliano Gedeone Saar ha appoggiato White, citando quello che ha descritto come «un forte e continuo aumento degli attacchi antisemiti in Belgio», esortando il Prevot a «guardarsi attentamente allo specchio e riconoscere la realtà».

 

In risposta, il Prevot ha messo in guardia contro «l’uso inflazionistico del termine antisemitismo» e ha respinto le affermazioni di un diffuso sentimento antiebraico in Belgio – sì, persino nel «laico» (cioè, massonico) Regno del Belgio l’accusa di antisemitismo sembra essersi stinta sino a non significare più nulla, se non la protervia dell’accusatore, che è spesso giudeo o schierato per qualche ragione con gli interessi dello Stato di Israele.

 

Come riportato da Renovatio 21, accuse di antisemitismo al Paese ospitante erano state mosse anche dall’ambasciatore USA a Parigi, Kushner, palazzinaro giudeo padre del genero di Trump Jared, ex galeotto e grande finanziatore di Netanyahu in Israele (in America, invece, sosteneva il Partito Democratico).

 

La circoncisione è un tema che nessuno vuole dibattere, tuttavia la sua rivoltante contraddizione talvolta emerge dalla cronaca.

 

È bizzarro come il mondo «laico», che ritiene il battesimo dei bambini come una forzatura religiosa su di una persona che non può decidere in autonomia, non abbia niente da dire contro questa oscena mutilazione genitale infantile – e dobbiamo ancora trovare qualcuno che ci convinca del fatto che la circoncisione sia diversa dall’infibulazione, quella sì, per qualche motivo, invisa alla società.

 

«Il taglio genitale non terapeutico priva il bambino, quando diventerà l’adulto, dell’opportunità di rimanere geneticamente immodificato (o intatto)» hanno scritto due bioeticisti oxoniani i due bioeticisti Lauren Notini e Brian D. Earp «Plausibilmente, la persona le cui “parti private” saranno permanentemente influenzate dal taglio dovrebbe avere la possibilità di valutare se è ciò che desidera, alla luce delle loro preferenze e valori a lungo termine»

 

Di fatto, l’individuo circonciso perde per sempre la sua integrità, vedendosi amputata una parte del corpo straordinariamente ricca di terminazione nervose, che sono quelle che danno il piacere durante l’atto sessuale. Notoriamente, l’infibulazione – condannata da tutte le società occidentali – agisce nello stesso identico modo.

 

C’è poi la questione della sicurezza dell’operazione mutilativa: i casi di bambini morti per circoncisione abbondano, anche in Italia, Nel 2023 bambino nigeriano è morto pochi giorni fa in zona Castelli Romani dopo una circoncisione fatta in casa. A Tivoli, nel 2018, morì un altro bambino nigeriano di appena due anni: aveva subito la circoncisione da parte di un sedicente medico; in quel caso, almeno, si salvò il gemello, portato d’urgenza in ospedale. Reggio Emilia, marzo 2019: neonato di famiglia ghanese, cinque mesi, morto dopo «diverse ore di agonia». Monterotondo, provincia di Roma, tre mesi prima: bimbo nigeriano di due anni morto per lo stesso motivo. Genova, aprile 2019, neonato morto nel quartiere Quezzi, e condannato a otto anni di carcere il nigeriano 34enne che aveva eseguito il taglio del prepuzio. Torino, giugno 2016: bebè di genitori ghanesi, circonciso in casa, morto in ospedale. Treviso, ottobre 2008: bimbo di due mesi morto per emorragia. Bari, luglio 2008: bambino deceduto per grave emorragia, «causata probabilmente da circoncisione fatta a domicilio».

 

Secondo dati ripetuti in questi giorni da tutti i giornali, le circoncisioni clandestine in Italia costituirebbero il 40% del totale. Su più di 15.000 circoncisioni richieste all’anno solo 8.500 vengono eseguite su territorio nazionale, mentre 6.500 operazioni di taglio del prepuzio sono effettuate nei Paesi d’origine dove gli immigrati tornano per «turismo etnico» (talvolta, come si è appreso, anche quando si dichiarano «rifugiati» e stanno facendo il percorso burocratico per essere riconosciuti tali totalmente a spese del contribuente italiano).

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Secondo una sigla di medici stranieri operanti in Italia, il 99% delle famiglie musulmane circoncide il bambino quando ha ancora pochi mesi. La realtà è che tuttavia la circoncisione è di fatto istituzionalizzata grazie agli accordi tra lo Stato italiano e la minoranza ebraica.

 

Come riportato in passato da Renovatio 21, grazie alla legge 101 del 1989 che ratifica l’intesa tra l’Italia e le comunità ebraiche italiane, i maschi di religione ebraica e musulmana possono usufruire di alcuni progetti «clinico-culturali» ed essere circoncisi per 400 euro da un medico in regime di attività libero professionale. La prestazione è da considerarsi al di fuori dei LEA (Livelli essenziali assistenziali). Tra i sottoscrittori il Policlinico Umberto I di Roma, l’Associazione internazionale Karol Wojtyla, la Comunità ebraica di Roma e il Centro islamico culturale d’Italia.

 

La pressione ebraica si dice abbia fatto cambiare rotta anche all’Islanda, che aveva tentato di liberarsi della pratica barbara. Si tratta della stessa procedura per cui ora, per aver parlato della circoncisione, Kennedy è definito «antisemita».

 

«Ogni individuo, non importa di che sesso o di quanti anni dovrebbe essere in grado di dare il consenso informato per una procedura che è inutile, irreversibile e può essere dannosa», aveva dichiarato nel 2018 la deputata Silja Dögg Gunnarsdóttir, 44 anni, del Partito progressista dell’Althing, il Parlamento islandese. «Il suo corpo, la sua scelta». «Autonomia» corporale: è lo slogan delle femministe e dell’aborto. È un dogma inscalfibile del mondo moderno.

 

Il disegno di legge non passò, perché le microcomunità ebraiche e musulmane alzarono un polverone: «l’impatto di questa legge sarebbe sentito molto al di là dei confini dell’Islanda», scriveva una lettera dello spaventatissimo Comitato degli affari esteri della Camera dei Rappresentanti, spiegando che la «mossa renderebbe l’Islanda la prima e unica nazione europea a mettere fuori legge la circoncisione. Mentre le popolazioni ebraiche e musulmane in Islanda possono essere poco numerose, il divieto di questo paese sarebbe sfruttato da coloro che alimentano la xenofobia e l’antisemitismo in Paesi con popolazioni più diversificate».

 

La circoncisione nel mondo è tollerata, forse, anche per la sua straordinaria diffusione presso la popolazione americana. Contrariamente a ciò che possono pensare beceramente alcuni, la questione in nessun modo è legata ai rapporti tra l’ebraismo e gli USA. La fonte della pratica è la stessa dei cereali che con probabilità il lettore consuma il mattino: John Harvey Kellogg (1852-1943).

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Il Kellogg era un dottore nutrizionista, oltre che un imprenditore di successo e un gran cultore dell’eugenetica. Tuttavia, un pensiero lo ossessionava: quello della riduzione della masturbazione presso la popolazione maschile.

 

Ecco quindi che raccomandò la circoncisione come rimedio: si taglia subito il prepuzio al bambino e lui non si toccherà crescendo. La cosa ancora più allucinante è che anche i cereali da lui commerciati (da qualche mese di proprietà della Ferrero) avevano in teoria lo stesso scopo: erano sostanze che riteneva «anafrodisiache» e che quindi andavano impiegate in massa per scoraggiare l’onanismo.

 

Kellogg, che come si è visto godeva di una certa influenza, era convinto sostenitore anche del vestirsi di bianco e dei clisteri, da praticare soprattutto se si erano assorbiti veleni come tè, caffè, cioccolato. Il Kelloggo, inoltre, scoraggiava il mescolarsi tra le razze: a fine carriera si dedicò alla creazione di una «Race Betterment Foundation, («Fondazione per il miglioramento della razza»), che propalava pure eugenetica razzista americana (registri genetici, sterilizzazioni delle «persone mentalmente difettose»), di quella che poi piacque assai allo Hitler, che – cosa poco nota – prese alcune leggi degli Stati americani come suo modello per la Germania nazionalsocialista.

 

L’America odierna, e il mondo tutto, si trova quindi ancora alle prese con l’eredità di questo tizio: circoncisione e colazione con cereali tostati. L’eugenetica, nel frattempo, la si fa con le provette.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’attuale segretario alla Saluta USA Roberto Kennedy jr. fu sommerso di critiche ed improperi quando osò ricordare studi esistenti che ipotizzano una correlazione tra la circoncisione e l’autismo.

 

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