Geopolitica
La polifonia vaticana sulla guerra in Ucraina
Mentre il conflitto tra Ucraina e Russia entra nel suo terzo anno, nelle dichiarazioni ufficiali della Santa Sede sono emersi diversi punti di vista, sia da parte del Santo Padre che dei servizi diplomatici della Segreteria di Stato.
Sinfonia? Cacofonia? Dissonanza intenzionale? Che si sia entusiasti o meno dell’attuale pontificato, varia notevolmente l’apprezzamento delle differenze di tono che si osservano al di là del Tevere nella trattazione del conflitto russo-ucraino.
Da parte del Papa, Papa Francesco ripete da mesi costantemente i suoi appelli alla pace per la ragione che «la guerra è sempre una sconfitta» e che coloro che vincono sono i “fabbricanti di armi”. È una posizione che ha il merito di restare immutata.
In un’intervista alla televisione svizzera RTS del 2 febbraio 2024, andata in onda a marzo, il Papa ha invitato l’Ucraina ad avere «il coraggio di negoziare»: «credo che il più forte sia chi vede la situazione, chi pensa del popolo, che ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare», ha dichiarato, chiedendo che la mediazione venga effettuata da un paese che lo ha offerto, come la Turchia.
Sarà un negoziato necessario per evitare il «suicidio» del Paese. Il Papa ha poi risposto a una domanda sul tema del «bianco», parlando delle virtù del bianco ma anche della «bandiera bianca». Le sue dichiarazioni hanno innescato una crisi diplomatica tra Santa Sede e Ucraina, ma che avrebbero lo scopo di sottolineare la posizione pacifista di un Papa che mette la sacralità della vita al di sopra di ogni altra cosa.
Per il capo della diplomazia ucraina, a cui si uniscono le voci più critiche all’interno della Chiesa nei confronti dell’attuale Romano Pontefice, si tratterebbe di un atteggiamento che evoca la «neutralità osservata da Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale».
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Il Vaticano ha tentato di chiudere la polemica: «il Papa usa il termine bandiera bianca, e risponde riprendendo l’immagine proposta dall’intervistatore, per indicare una cessazione delle ostilità, una tregua raggiunta con il coraggio del negoziato», ha spiegato il direttore della Lo ha affermato la Sala Stampa della Santa Sede.
Il 24 aprile Francesco insisteva e affermava in una nuova intervista concessa al canale americano CBS: «cercate di negoziare. Cerca la pace. Una pace negoziata è meglio di una guerra senza fine», sottolinea il Sommo Pontefice, alludendo sia alla guerra in Ucraina che alla situazione a Gaza.
Da parte della Segreteria di Stato i toni non sono esattamente gli stessi. Dall’inizio del conflitto, la diplomazia vaticana non ha mai difeso una capitolazione dell’Ucraina. In più occasioni, i suoi due più alti funzionari, il cardinale Pietro Parolin e l’arcivescovo Paul Gallagher, hanno ammesso pubblicamente la legittimità di una guerra difensiva, inviando anche armi per realizzarla.
In una recente intervista con la rivista America del 25 marzo 2024, l’arcivescovo Gallagher ha affermato di ritenere che «la Russia non stabilisce le condizioni necessarie [per negoziare]. Le condizioni necessarie, che sono nelle mani della Russia, sono fermare gli attacchi, fermare i missili». Afferma anche della Santa Sede che «non sosteniamo che i confini dei paesi debbano essere modificati con la forza».
I gesuiti della Civiltà Cattolica – rivista influente in Italia, e teoricamente vidimata dalla Santa Sede prima della pubblicazione – hanno difeso una posizione diversa da quella di Papa Francesco e della Segreteria di Stato, sostenendo una futura controffensiva ucraina e un sostegno più forte dall’Europa e dalla NATO per l’Ucraina. Cosa si può dire di questo concerto a più voci?
Un funzionario vaticano, citato in condizione di anonimato da La Croix, riassume la situazione dipingendo un quadro sfumato della più antica diplomazia del mondo: «Siamo neutrali ma senza indifferenza etica. La storia è più complessa di un mondo in bianco e nero. Per noi Ucraina e Russia non sono due realtà sociopolitiche completamente separate…»
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
Geopolitica
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Geopolitica
Il Pakistan amplia i poteri del capo militare
Il Pakistan ha esteso in modo significativo i poteri del Capo di Stato Maggiore della Difesa (CDF) Asim Munir tramite due nuove leggi approvate lo scorso giovedì.
La legge sulle forze di difesa del 2026 e la legge sull’autorità di comando nazionale modificata del 2010 ampliano il ruolo statutario del Capo di Stato Maggiore della Difesa, una carica istituita solo lo scorso anno.
La legge sulle forze di difesa autorizza il Capo di Stato Maggiore della Difesa a esercitare i poteri e a svolgere le funzioni necessarie per «l’integrazione multidominio, la coesione operativa, il coordinamento e la supervisione di tutte le questioni che hanno implicazioni congiunte, interforze e strategiche per le forze armate e la sicurezza nazionale del Pakistan».
Tali poteri consentono inoltre a Munir di mandare in pensione, licenziare, accettare o rifiutare le dimissioni di chiunque, oppure di trattenerlo in servizio, fatta eccezione per le posizioni le cui nomine spettano al presidente su consiglio del primo ministro, come quelle di capo dell’esercito, della marina e dell’aeronautica.
Egli può inoltre attenuare i limiti di età o di servizio per il pensionamento di qualsiasi membro del personale militare.
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La costituzione pakistana stabilisce che il Capo di Stato Maggiore della Difesa (CDF) sia anche il capo dell’esercito, carica considerata la più potente del Paese, attribuendo di fatto a Munir il controllo su esercito, marina e aeronautica. Il CDF è inoltre il principale consigliere militare del comando nucleare pakistano.
Le recenti modifiche assegnano a Munir un’ampia influenza sulla carriera degli ufficiali militari. Designando il Capo di Stato Maggiore della Difesa (CDF) come consigliere militare senior del Primo Ministro, le leggi rafforzano anche il ruolo della leadership militare nel processo decisionale.
Il gabinetto federale guidato dal primo ministro Shehbaz Sharif ha approvato i disegni di legge giovedì, e questi sono stati presentati all’Assemblea Nazionale dal Ministro della Difesa Khawaja Asif, pur non figurando all’ordine del giorno.
I disegni di legge, elaborati come seguito al 27° emendamento costituzionale, sono stati poi approvati tra le proteste dell’opposizione, che ha abbandonato l’aula.
Lo scorso anno il 27° emendamento costituzionale ha riorganizzato il comando militare pakistano, istituendo le figure di Capo di Stato Maggiore della Difesa (CDF) e di Comandante del Comando Strategico Nazionale. L’emendamento ha assicurato a Munir l’immunità dall’arresto o da procedimenti giudiziari per azioni ufficiali o personali connesse al suo mandato e al suo grado.
Il Munir è stato promosso al grado di feldmaresciallo il 20 maggio 2025, diventando il secondo ufficiale nella storia militare del Pakistan, dopo Ayub Khan, a ricevere tale grado.
Diversi analisti e riviste accademiche descrivono l’attuale assetto sotto il comando del capo dell’esercito Asim Munir come una fase di forte consolidamento del potere militare, con l’esercito, tradizionale «kingmaker» della politica pakistana, che ha rafforzato il proprio predominio attraverso un governo civile debole e remissivo.
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Alcuni commentatori sono ancora più netti: un articolo recente della Columbia Political Review sostiene che, a quasi ottant’anni dall’indipendenza, il Paese abbia vissuto oltre tre decenni di vera e propria dittatura militare, che nessun primo ministro sia mai riuscito a completare un mandato di cinque anni, e che la contraddizione tra questa realtà e l’etichetta di «democrazia» non sia più sostenibile.
Altre analisi parlano di un’evoluzione verso una «governance ibrida», in cui il potere formale democratico convive con un’influenza sostanziale e non elettiva dei militari, un equilibrio precario piuttosto che una vera supremazia civile.
Alcuni studiosi usano per descrivere il Pakistan l’espressione Garrison State («stato di guarnigione») sottolineando che dietro le elezioni e le istituzioni formali resta un controllo militare pervasivo.
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Immagine di Inter Services Public Relations Pakistan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Geopolitica
La Russia effettua testa missili vicino alle isole Curili fra le proteste giapponesi
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