Spirito
La morte di Benedetto XVI: analisi e commenti
La morte di Benedetto XVI il 31 dicembre 2022, all’età di 95 anni, seguita dai suoi funerali in piazza San Pietro a Roma, il 5 gennaio, ha suscitato una valanga di analisi e commenti sulla stampa. Per non perdersi in questa mole di documenti è utile raggrupparli in quattro sezioni.
1. La cerimonia funebre: sobrietà o meschinità?
La messa funebre, il 5 gennaio, ha riunito 130 cardinali, 400 vescovi, 3.700 sacerdoti e 50.000 fedeli; è stato seguito da più di 600 giornalisti provenienti da tutto il mondo. Arrivato in sedia a rotelle, Papa Francesco ha presieduto la celebrazione, ma è stato sostituito all’altare dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, a causa dei suoi persistenti problemi di salute al ginocchio.
L’omelia era attesa per sapere se Francesco avrebbe reso un omaggio personale al suo predecessore. Si è trattato di una breve meditazione sulle ultime parole di Cristo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», che ha presentato come il «programma di vita» del pastore.
Sul suo blog, il 5 gennaio, Leonardo Lugaresi commenta: «purtroppo, qualunque cosa si pensi dell’omelia di Francesco (e in generale del suo comportamento in questo frangente), mi pare indiscutibile che si è trattato di un discorso assolutamente generico, che sarebbe andato bene per qualsiasi altro defunto, anzi fruibile quasi senza modifiche per ogni altra occasione».
Su Il Giornale dell’8 gennaio Nico Spuntoni annotava: «si sono diffusi i malumori per il mancato lutto in Città del Vaticano, il corteo-lampo dal monastero Mater Ecclesiae [dove risiedeva Benedetto XVI] alla Basilica di San Pietro su un semplice minibus, la prosecuzione delle attività ufficiali come l’udienza generale, la richiesta ai governi di partecipare ai funerali in forma privata e non con delegazioni ufficiali, con l’eccezione di quello italiano e di quello tedesco».
Da parte sua, il connazionale del papa argentino che firma The Wanderer non ha esitato, il 5 gennaio, a parlare di «meschinità», adducendo alcuni fatti:
«Molti cardinali e vescovi sono rimasti delusi di non potersi unire alla processione che ha portato le spoglie del defunto Papa dal monastero Mater Ecclesiae alla Basilica di San Pietro. In qualunque paese, in qualunque monarchia, questa processione assume una particolare e austera solennità, anche quando non si tratta della morte del monarca regnante (si ricordi il caso di Don Juan de Borbón, o della Regina Madre d’Inghilterra o del Principe Filippo di Edimburgo)».
«Le spoglie mortali di Benedetto XVI sono state trasportate in un furgone grigio. Né Francesco né il cardinale vicario hanno presieduto la processione. Dietro il veicolo c’erano semplicemente mons. Georg Gänswein e le donne che hanno assistito Benedetto XVI in questi anni. In curia, questo è stato percepito molto male: “Non lo si fa nemmeno per un vicino del paese più piccolo d’Italia”, si è detto».
«Molti vescovi e cardinali di tutto il mondo, venuti a salutare il papa emerito, sono rimasti stupiti – e lo hanno fatto sapere al loro entourage – per l’indolenza dei gesti e delle parole di papa Francesco nei confronti del suo predecessore. Uno di loro ha dichiarato: “Sfamare le anime e non le bocche, tale è la missione della Chiesa”».
Il sito in lingua spagnola Infovaticana del 6 gennaio ha ripreso il termine «meschinità» in particolare per l’omelia del Papa, riportando alcune delle osservazioni fatte dopo la cerimonia: «L’omelia di Francesco è già diventata motivo di scherno: “Non posso credere a ciò che ho sentito: non una parola sull’immensa eredità di Benedetto XVI”».
«Infatti, ha a malapena menzionato l’uomo, se non brevemente alla fine, per dire “benvenuto”. “Che atto vergognoso. Un segno di immensa mancanza di rispetto”. “Lo scandalo non è quello che ha detto Francesco, ma quello che non ha detto. Avrebbe potuto pronunciare la stessa omelia per il suo maggiordomo”».
2. Omaggi ambivalenti
Gli omaggi rivolti a Benedetto XVI sono stati ambivalenti, in quanto ognuno ha voluto conservare solo l’aspetto del papa emerito che gli conveniva. Così Francesco, la sera della morte, il 31 dicembre, ha parlato della «gentilezza» del suo predecessore – gentilezza che ha presentato come una «virtù civica» che gioca un ruolo importante nella «cultura del dialogo».
Allo stesso modo, durante l’udienza generale di mercoledì 4 gennaio, ha parlato del «grande maestro della catechesi» che, secondo lui, era Benedetto XVI, lodando il suo «pensiero acuto e garbato» che «non era autoreferenziale ma ecclesiale».
Nella prefazione che ha scritto per una raccolta di pensieri spirituali di Benedetto XVI, che è uscito il 14 gennaio alla Libreria Editrice Vaticana, Francesco afferma che il suo predecessore stava facendo «teologia in ginocchio», la stessa espressione che ha usato con il cardinale Walter Kasper nel 2014, durante il concistoro sulla famiglia, che stava preparando Amoris laetitia e la comunione dei divorziati «risposati».
Per l’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich, in una dichiarazione del 31 dicembre, Benedetto XVI è davvero un papa del Vaticano II:
«Ultimo papa ad aver partecipato al Concilio Vaticano II, Joseph Ratzinger ha meditato a lungo sul mistero della Chiesa nel nostro mondo, a partire dalla costituzione conciliare Lumen Gentium, per la quale ha lavorato come giovane teologo, nonché il posto del Popolo di Dio nel dialogo tra il Signore e gli uomini e le donne del nostro tempo».
«Al termine del suo pontificato, Benedetto XVI ha individuato proprio in questo dialogo, voluto da Dio, tra la Chiesa e l’umanità, i frutti che il Concilio ha continuato a portare per 60 anni, e di cui possiamo anche oggi stupirci: lo sviluppo costante della dottrina sociale della Chiesa, la libertà di coscienza, il dialogo interreligioso».
Questa ambivalenza degli omaggi resi a Benedetto XVI si spiega con il fatto che nella mole di dichiarazioni del papa emerito ciascuno può trovare ciò che gli fa comodo. La denuncia di una «dittatura del relativismo» convive con l’elogio della «laicità aperta» nello spirito della libertà religiosa promossa dal Vaticano II:
– «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». [Omelia della Messa Pro eligendo romano Pontifice, prima del conclave che lo avrebbe eletto, nel 2005]
– «Le religioni non possono avere paura di una laicità equa, una laicità aperta che permetta a ciascuno di vivere ciò che crede, secondo coscienza». [Video trasmesso il 25 marzo 2011, per i cattolici francesi il cui governo rilancia il dibattito sulla laicità]
In questo contesto equivoco, i presuli conservatori conservano soprattutto da Benedetto XVI l’opposizione al relativismo, non senza suggerire una contrapposizione con il relativismo dottrinale e morale che regna attualmente in Vaticano; cosicché l’omaggio reso al papa emerito diventa una critica sottilmente velata all’attuale papa.
Così scrive sul suo blog, ripreso da La Nuova Bussola Quotidiana del 4 gennaio, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, già vescovo di Hong Kong e oppositore della politica vaticana nei confronti della Cina comunista: «ha difeso la verità contro la dittatura del relativismo. Non ha avuto paura di sembrare retrogrado davanti a tanti che esaltano un pluralismo ad oltranza, un inclusivismo indiscriminato».
«Ha detto che l’amore senza un fondamento nella verità diventa un guscio che può contenere qualsiasi cosa». E aggiunge: «Da quando la parola “conservativo” significa un peccato? Purtroppo la fedeltà alla Tradizione può essere presa come “rigidità” o “indietrismo”».
– Quest’ultima parola è un neologismo coniato da Francesco [indietrismo], che può essere tradotto come «arretratezza» o «spirito retrogrado». Serve a castigare tutti coloro che l’attuale papa trova “rigidi” dottrinalmente, moralmente, liturgicamente…
Il presule cinese conclude con una critica mascherata alla politica vaticana di compromesso con le autorità comuniste, in opposizione a quanto stava facendo Benedetto XVI:
«Nell’Angelus del 26 Dicembre 2006, Papa Benedetto esortava i fedeli in Cina a perseverare nella fede, anche se nel momento presente tutto sembra essere un fallimento. Nonostante il suo grande sforzo, Papa Benedetto non era riuscito a migliorare la situazione della Chiesa in Cina. Non poteva accettare un compromesso qualunque».
Nello stesso spirito di velata critica, possiamo leggere su L’Homme Nouveau del 5 gennaio questa dichiarazione del cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Non dobbiamo lasciarci ingannare dalla promessa che la rinuncia all’affermazione della verità di Gesù Cristo porti alla tolleranza della diversità delle verità soggettive, mentre conduce piuttosto alla dittatura del relativismo».
«Lo vediamo nel brutale regno della dissolutezza dominante del mondo occidentale e nel disumano controllo assoluto del pensiero e del comportamento nelle dittature asiatiche. Per noi la parola di Cristo, unico Salvatore del mondo, è: “Così conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32)».
E ricorda il ruolo del successore di Pietro di confermare i suoi fratelli nella fede: «il Papa è il principio e il fondamento permanente della Chiesa nella verità della fede e nella comunione di tutti i vescovi e credenti, perché in lui tutta la Chiesa volge lo sguardo a Gesù e confessa: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”».
«E indissolubilmente legata a questo è la promessa fatta a Pietro e ai suoi successori a Roma: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e il potere dell’inferno non la vincerà. Ti darò le chiavi del regno dei cieli”. (Mt 16, 18-19)».
3. Il pontificato di Francesco può cambiare dopo la morte di Benedetto XVI?
Su La Nuova Bussola Quotidiana del 7 gennaio, Stefano Fontana pone la questione dell’eredità di Benedetto XVI. Secondo lui, questo patrimonio consiste nel «nel riprendere in mano l’intera questione del concilio e del post-concilio da dove egli l’ha lasciata, proseguendo nel fermo delle tendenze dissolutrici e proseguendo nella ricostruzione. Per Francesco invece il dibattito su concilio e post-concilio è finito e la Chiesa è ancora in posizione di conservazione e non di uscita».
Afferma Stefano Fontana: «egli [Francesco] vuole essere post-postconciliare. È vero che egli richiama spesso il Concilio, ma proprio per dire che non è più il caso di attardarsi su di esso e sull’epoca da esso inaugurata. Il dibattito cu concilio e post-concilio per lui è finito».
«La prova più evidente di questa sua posizione, tra le infinite che potremmo ricordare, è stato il motu proprio Traditionis custodes il quale ha stabilito che la “questione liturgica” è finita e, con essa, la questione di una intera epoca. Ma proprio questa era invece la principale questione che secondo Benedetto XVI bisognava lasciare aperta».
Questo significa che con lui è morto il ruolo di «rallentatore» o «freno» svolto da Benedetto XVI? Il giornalista italiano pensa invece che «Benedetto e la sua eredità influiranno sulla Chiesa più di prima, più adesso, dopo la sua morte fisica, che prima, quando era ancora in vita. Tutti ricordiamo i suoi due ultimi interventi pubblici: l’uno a proposito degli abusi da parte del clero e l’altro sul celibato sacerdotale insieme al cardinale Sarah».
«Questi due interventi hanno “frenato” alcuni processi negativi e impedito decisioni che forse erano già stata prese ma che vennero congelate. Con la sua morte ciò non sarà più possibile, ma quest’opera, da ora in poi, sarà proseguita da quanti si sono fatti carico in questi giorni della sua eredità».
Questa ipotesi di Stefano Fontana solleva una domanda. Dobbiamo vedere «l’ermeneutica della riforma nella continuità» promossa da Benedetto XVI nel 2005, come capace di produrre concretamente solo il «rallentamento» di una caduta inesorabile?
Come un paracadute che rallenta la discesa, ma non impedisce la caduta a terra, rendendola solo meno brutale? Questa eredità di Benedetto XVI non è conforme al programma del pontificato di san Pio X: «Restaurare tutto in Cristo» (Ep 1, 10).
Per The Wanderer dell’8 gennaio, seguendo il Tagespost tedesco, «con la morte di Benedetto XVI inizia una nuova tappa del pontificato di Francesco, anzi della stessa Chiesa. E il motivo è che Ratzinger ha agito come una sorta di cuscinetto che ha smorzato la furia dei conservatori per gli eccessi di Bergoglio».
«Oppure, come ha detto il cardinale Müller, i conservatori potevano andare a farsi assistere al monastero Mater Ecclesiæ. Ora non c’è il cuscinetto e non c’è nemmeno la casa di cura. Il confronto è inevitabile».
Tuttavia, secondo il commentatore argentino, il contesto attuale modifica gli equilibri di potere: «la morte di Benedetto XVI è arrivata tardi; la storia sarebbe stata molto diversa se fosse accaduta cinque o sei anni fa. Adesso Bergoglio è un pontefice logoro e indebolito, e tutti intorno a lui, in circoli più o meno ristretti, attendono la sua morte. […]. Come dicono da qualche mese gli esperti, il Vaticano odora di conclave».
Inoltre, «lo stile di governo estremamente autoritario di Francesco gli ha creato nemici ovunque, anche tra coloro che condividono il suo progressismo. Pensiamo, ad esempio, a come il cardinale vicario e tutto il clero romano possano essere stati colpiti dalla costituzione apostolica da lui promulgata venerdì scorso [In Ecclesiarum comunione, 6 gennaio 2023], intervenendo di fatto nel governo della diocesi di Roma e obbligando il suo vicario, ad esempio, a consultarlo sulla nomina di tutti i parroci o sull’ordinazione dei seminaristi».
A Francesco, inoltre, «manca anche il sostegno delle più potenti forze progressiste: l’episcopato tedesco e, con esso, quello di altri Paesi nella sua orbita. Manca anche il sostegno popolare. Il popolo, il “popolo fedele”, non è vicino a papa Francesco. Basta guardare la scarsa affluenza a ciascuna delle sue apparizioni pubbliche».
«Bergoglio è quindi debole perché è vecchio e malato, perché il suo pontificato si è esaurito in tanto rumore per nulla, perché il suo stile di governo gli ha procurato innumerevoli nemici e perché gli manca il sostegno e la devozione popolare».
The Wanderer, però, non vede emergere una reazione da parte dei prelati conservatori che cita senza un ordine: «Cardinali Burke, Sarah; vescovi come Viganò o Schneider, sono forse i più noti. Ma includerei in questo gruppo anche i cardinali Müller, Pell [che ha da poco reso la sua anima a Dio, lo scorso 10 gennaio. Ndr], Erdö ed Eijk, e un buon numero di vescovi americani».
Non c’è nessuna reazione conservatrice, perché tra questi prelati non c’è un leader capace di unirli. Anche se attualmente la stampa progressista designa l’uomo da abbattere: monsignor Georg Gänswein, l’ex segretario particolare di Benedetto XVI, che il lancio del suo libro Nient’altro che la verità, la mia vita accanto Benedetto XVI, Edizioni Piemme, ha messo sotto i riflettori.
Il sito argentino ritiene che per catalizzare una reazione ci vorrebbe un evento particolarmente forte. Lo vede nella possibile nomina di un progressista chimicamente puro a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede: «Negli ambienti vaticani gira voce che la vera intenzione di Francesco sia quella di nominare prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il vescovo tedesco Heiner Wilmer».
«È un personaggio descritto da tutti come ultraprogressista, allineato alle decisioni più estreme del Cammino sinodale tedesco. Per lui, ad esempio, la Santa Messa non è un elemento importante della vita cristiana, e propone una revisione completa dell’insegnamento della Chiesa sulla sessualità. Si dice che non sia ancora stato nominato per la forte opposizione che Francesco ha incontrato da parte di molti vescovi e cardinali, come il cardinale Müller».
«Ma se dovesse fare pressioni per questa nomina, cosa molto probabile date le circostanze, non c’è dubbio che la Chiesa entrerebbe in una lotta e divisione molto profonde, e nessuno sa come andrebbe a finire».
4. La questione della Messa tradizionale, pietra d’inciampo tra Benedetto e Francesco?
Una dichiarazione di mons. Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, mostra che i rapporti tra papa Francesco e il suo predecessore non sono sempre stati così fraterni come hanno mostrato le fotografie ufficiali. Rispondendo alle domande del vaticanista Guido Horst del Tagespost, il 2 gennaio il presule tedesco ha affermato a proposito del motu proprio Traditionis custodes che ha praticamente annullato il Summorum pontificum:
«Sì, credo che sia stata una ferita dolorosa. Quando Benedetto XVI ha letto questo motu proprio aveva il dolore nel cuore, perché lui voleva aiutare proprio coloro che hanno trovato nel rito antico la loro casa, a ritrovare la pace interiore e la pace liturgica, per tirarli via da Lefebvre».
«E non dobbiamo dimenticare che tanti giovani nati dopo il Concilio Vaticano II, e che non comprendono veramente tutto il dramma che ha riguardato il Concilio, anche la nuova Messa, hanno trovato nella Messa tradizionale una dimora spirituale, un tesoro spirituale. Strappare questo tesoro ai fedeli… devo dire che è una cosa che non mi piace».
Siamo felici di apprendere che Benedetto XVI e il suo segretario condividevano lo stesso attaccamento al tesoro spirituale della Messa tridentina, ma siamo sorpresi di sentire, per bocca di mons. Gänswein, che questo attaccamento doveva essere accompagnato da un distacco: abbandonare la posizione di Mons. Lefebvre.
Poiché il fondatore della Fraternità San Pio X non ha mai affermato di avere una dottrina personale, né una posizione originale, viene da chiedersi cosa significhi esattamente l’affermazione del prelato tedesco. Un elemento di risposta ce lo fornisce Luisella Scrosati su La Nuova Bussola Quotidiana del 5 gennaio:
«Il cardinale Joseph Ratzinger aveva, infatti, a lungo lavorato per permettere a quanti erano profondamente legati al rito antico di poter avere il loro posto nella Chiesa, senza che fossero considerati una riserva indiana di nostalgici, ma comprendendo il loro amore per quel rito venerando della Chiesa».
«Quando ci furono le ordinazioni episcopali senza mandato pontificio da parte di mons. Marcel Lefebvre e mons. Antônio de Castro Mayer, nel 1988, sembrava che l’unica possibilità per poter continuare ad abbeverarsi a quella inesauribile e sicura sorgente spirituale, fosse quella di seguire mons. Lefebvre nella creazione di una realtà canonicamente non riconosciuta dalla Chiesa e nell’adesione alle sue posizioni di sostanziale rifiuto dei documenti del Vaticano II, del magistero post-conciliare e della riforma liturgica».
Continua la giornalista italiana: «Ratzinger fu in prima linea nella creazione di una configurazione canonica perché intere comunità e singoli sacerdoti e fedeli non dovessero più trovarsi di fronte all’incredibile dilemma: o il rito antico o la comunione ecclesiale».
«Così venne creata la Pontificia Commissione Ecclesia Dei e i vari istituti sacerdotali e comunità monastiche e religiose ad essa afferenti. Fu un primo passo importante, ma era chiaro che in questo modo non si usciva dalla realtà della “zona protetta” e dall’idea che il rito antico fosse interesse di qualche nostalgico, magari anche un po’ fanatico. Il Summorum Pontificum fu il grande riconoscimento che quel rito appartiene pienamente all’espressione liturgica della Chiesa, nel rito romano».
In risposta al «dilemma» posto da Luisella Scrosatti, «o il rito antico o la comunione ecclesiale», non citeremo espressioni come «zona protetta di qualche nostalgico» o «magari anche un po’ fanatico», citeremo semplicemente un vescovo che non appartiene alla Fraternità San Pio X, ma che vede oggi quello che vedeva Mons. Lefebvre proprio all’inizio della crisi.
Infatti, in una videointervista trasmessa da LifeSiteNews il 13 settembre 2022, mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana in Kazakistan, ha detto della Fraternità fondata da mons. Lefebvre: «dobbiamo essere realisti. La situazione della Fraternità San Pio X è legata alla straordinaria crisi della Chiesa».
«Essi [i suoi sacerdoti] fanno solo quello che la Chiesa ha sempre fatto fino al Concilio: non ci sono cose nuove, semplicemente hanno continuato a fare quello che hanno fatto i santi stessi, e ripeto: la loro situazione è canonicamente irregolare a causa della grande crisi che stiamo attraversando dal Concilio. Dobbiamo essere onesti e vederlo».
«Ovviamente dobbiamo pregare affinché ottengano la piena struttura canonica e aiutarli, ma quando c’è un’emergenza in materia di fede, l’aspetto legale canonico è secondario. Viene prima la fede, la verità e la liturgia, e tutto questo la Chiesa l’ha sempre custodito, come avvenne nel IV secolo durante la crisi ariana».
«Sant’Atanasio fu scomunicato e disse: Loro [gli ariani] hanno preso tutte le chiese, ma noi abbiamo la fede. Loro hanno gli edifici, noi abbiamo la fede. Forse [i neo-ariani] hanno il potere canonico e le strutture, ma tanti vescovi non hanno la fede… o non hanno la piena fede».
E conclude: «dobbiamo quindi avere una visione globale, e pregare perché ci sia [un giorno] un Papa che riconosca e dia tutte le facoltà alla Fraternità San Pio X, e alle altre comunità che si sforzano di custodire la fede».
Il 21 novembre 1974 Mons. Lefebvre fece questa dichiarazione, divenuta famosa:
«Per questo ci atteniamo fermamente a tutto ciò che è stato creduto e praticato nella fede, i costumi, il culto, l’insegnamento del catechismo, la formazione del sacerdote, l’istituzione della Chiesa, della Chiesa di sempre e codificato nei libri apparsi prima dell’influenza modernista del Concilio, attendendo che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna».
E precisa: «così facendo siamo convinti, con la grazia di Dio, l’aiuto della Vergine Maria, di San Giuseppe, di San Pio X, di rimanere fedeli alla Chiesa Cattolica e Romana, a tutti i successori di Pietro e di essere i fideles dispensatores mysteriorum Domini Nostri Jesu Christi in Spiritu Sancto. Amen».
Quasi 50 anni dopo, la validità dei principi enunciati dal fondatore della Fraternità San Pio X si manifesta a vescovi, sacerdoti e fedeli che non lo conoscevano, ma che onestamente riconoscono che questi principi tradizionali illuminano la situazione attuale e rendono possibile lavorare per la salvezza delle anime.
Somma di articoli previamente apparsi su FSSPX.news.
Immagine di Agência Lusa via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)
Occulto
Papa Leone nomina il nuovo arcivescovo di Città del Capo che considerava l’aggiunta di un rito pagano alla liturgia
Papa Leone XIV ha nominato il vescovo Sithembele Anton Sipuka arcivescovo di Città del Capo, in Sudafrica, dopo che il prelato in precedenza ha guidato un importante organismo ecumenico progressista e si è battuto per l’inculturazione liturgica di un rito pagano locale. Lo riporta LifeSiteNews.
Il 9 gennaio, papa Leone ha nominato Sipuka arcivescovo di Città del Capo, dopo i suoi anni di servizio come vescovo di Mthatha, presidente della Conferenza Episcopale Cattolica dell’Africa meridionale dal 2019 al 2025 e presidente del Consiglio delle Chiese sudafricano dal 2024.
Nell’ottobre 2024, monsignor Sipuka è stato eletto presidente del Consiglio delle Chiese sudafricano (SACC), diventando il primo cattolico – e il primo vescovo cattolico – a ricoprire tale carica. Il SACC è un organismo ecumenico che riunisce un’ampia gamma di confessioni cristiane in Sudafrica e vanta una lunga storia pubblica che risale all’era anti-apartheid.
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Il SACC è storicamente associato all’attivismo di sinistra e tra i suoi leader più noti a livello internazionale c’era l’arcivescovo anglicano pro-LGBT Desmond Tutu. L’elezione di Sipuka ha segnato un momento significativo per il consiglio, dato che la sua presidenza era stata precedentemente ricoperta da non cattolici.
Il 22 giugno 2025, monsignor Sipuka tenne un’omelia in qualità di presidente della SACC durante un servizio di preghiera ecumenico chiamato «Giornata nazionale di preghiera per la guarigione e la riconciliazione», tenutosi presso la Grace Bible Church di Soweto, una congregazione protestante.
Secondo monsignor Sipuka, le divisioni tra cristiani sono dovute al fatto che «i muri divisori che a noi sembrano così permanenti non lo sono per Dio», poiché «le categorie che definiscono i nostri conflitti – noi e loro, dentro e fuori, meritevoli e immeritevoli – sono costruzioni umane, non decreti divini».
Inoltre, Sipuka sembrava ridurre la nozione cristiana di redenzione a un significato sociologico di liberazione: «la tua liberazione è legata alla liberazione del tuo prossimo. Il tuo benessere è connesso al benessere del tuo nemico». Il prelato sudafrico ha anche usato il cristianesimo per giustificare gli ideali politici socialisti: «non può esserci riconciliazione senza trasformazione. La vera riconciliazione richiede un cambiamento strutturale: la trasformazione della nostra economia affinché la ricchezza sia condivisa in modo più equo».
Il 3 luglio 2025, Papa Leone XIV aveva nominato monsignor Sipuka membro del Dicastero vaticano per il dialogo interreligioso.
Nel gennaio 2023, mentre era presidente della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale, Sipuka ha rilasciato un’intervista a Radio Veritas, poi ripresa da ACI Africa. In quell’intervista, ha riflettuto sui precedenti tentativi di inculturazione nella liturgia cattolica in Sudafrica, in particolare quelli avvenuti negli anni Ottanta.
L’inculturazione liturgica mira a introdurre nel rito cattolico romano elementi tratti da culture religiose locali, estranee e talvolta più antiche della tradizione cristiana. Tali rituali sono spesso legati a superstizioni o pratiche politeistiche, basate sulla convinzione che ogni cultura possa essere espressione di adorazione verso Dio.
Tuttavia, la liturgia cattolica non appartiene alle culture ma alla Chiesa, ed è rivolta non all’uomo ma a Dio. Di conseguenza, è in grado di comunicare la grazia a ogni essere umano, indipendentemente dal contesto storico o geografico, perché il cuore umano – fatto per accogliere Dio – è sempre lo stesso ovunque. Pertanto, la liturgia non può essere rimodellata da usanze o credenze locali senza rischiare di perdere la sua vera natura.
«L’inculturazione in termini di liturgia era più forte negli anni Ottanta, poi si è fermata», si è lamentato Sipuka nell’intervista. «Stiamo facendo liturgia come se fosse inculturata da quelle esperienze, non si è sviluppata».
«Cerchiamo di comprenderlo nel suo contesto tradizionale, in modo da poter vedere come integrarlo con la fede. Il principio è che, nella cultura, ci sono molte cose buone; quindi, non riteniamo che nulla di culturale debba essere scartato».
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In particolare, monsignor Sipuka sembrava interessato a fondere la liturgia cattolica con il rito locale dell’ubungoma, una pratica spirituale tradizionale sudafricana in cui una persona diventa un guaritore o un indovino attraverso la canalizzazione degli antenati.
«Ora ci stiamo occupando dell’ubungoma», ha detto monsignor Sipuka. «Speriamo di completare la ricerca entro la fine di quest’anno e poi, auspicabilmente, entro l’anno prossimo potremo forse dare qualche indicazione», ha concluso.
Da tempo i teologi sudafricani cercano di reinterpretare questa pratica pagana nel tentativo di conciliarla con la teologia cattolica, ad esempio rileggendo la vocazione del profeta Geremia come un’esperienza collegabile all’ubungoma.
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Spirito
Il vescovo olandese Mutsaerts condanna la teologia progressista come «pericolo dall’interno» della Chiesa
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Spirito
Monsignor Schneider demolisce l’attacco del cardinale Roche alla messa in latino
Il vescovo Athanasius Schneider ha smontato la giustificazione del cardinale Arthur Roche per la soppressione della Messa tradizionale in un’intervista esclusiva con Diane Montagna pubblicata martedì. Lo riporta LifeSite.
Monsignor Schneider ha definito «manipolativo» un documento sulla liturgia distribuito da Roche nel concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV all’inizio di questo mese, in cui Roche affermava che «non possiamo tornare» alla messa latina tradizionale.
Nella missiva, monsignor Roche ha ripreso i punti di discussione di Papa Francesco, che culminano nei dettami della Traditionis Custodes, che ha soffocato la Messa antica in tutto il mondo e ha detto ai sacerdoti che devono richiedere nuovamente il permesso di offrire la Messa antica al loro vescovo diocesano, «che a sua volta dovrebbe consultare la Sede Apostolica prima di concedere questa autorizzazione».
Come Bergoglio, monsignor Roche ha definito la continuazione del Messale Romano come divisiva, definendola nel suo documento di concistoro «congelamento della divisione». Ciò contraddice il Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, che ha affermato che il messale del 1962 «non è mai stato abrogato» e che il suo uso continuato non è divisivo.
L’antagonismo di Roche e Francesco verso la Messa tradizionale, come manifestato nella Traditionis Custodes, contraddice anche la Quo Primum, che autorizzava in modo permanente la Messa tradizionale, dichiarando che essa può essere usata «liberamente e lecitamente» in «perpetuo».
Monsignor Schneider ritiene che il documento di Roche, che non è stato ancora discusso tra i cardinali del concistoro, «sembra guidato da un programma volto a denigrare» la tradizionale messa in latino e «in definitiva eliminarla».
Il prelato ortodosso ha detto a Montagna che secondo lui il documento non è caratterizzato da un desiderio imparziale di verità, ma da un «ragionamento manipolativo» e persino dalla distorsione delle prove storiche.
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Ad esempio, monsignor Roche cita selettivamente Quo Primum nel tentativo di sostenere la soppressione della Messa tradizionale, citandone l’affermazione secondo cui «dovrebbe esserci un solo rito per celebrare la Messa». Tuttavia, come ha sottolineato Schneider, il Quo Primum in realtà «permette esplicitamente a tutte le varianti del Rito Romano che sono state in uso ininterrottamente per almeno duecento anni di continuare legittimamente», compresi i riti ambrosiano e domenicano. «Unità non significa uniformità, come attesta la storia della Chiesa», ha osservato Schneider.
Riferirsi qui al Quo Primum è disonesto da parte di Roche, perché la bolla del 1570 contraddice chiaramente il suo punto principale, autorizzando fermamente il Messale Teologico «in perpetuo». Essa afferma che «questo Messale deve essere d’ora in poi seguito in modo assoluto, senza alcun scrupolo di coscienza o timore di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, e può essere usato liberamente e legittimamente. Né i superiori, gli amministratori, i canonici, i cappellani e gli altri sacerdoti secolari o religiosi, di qualsiasi titolo designati, sono obbligati a celebrare la Messa diversamente da come da Noi ingiunto. Allo stesso modo dichiariamo e ordiniamo… che il presente documento non può essere revocato o modificato, ma rimane sempre valido e conserva la sua piena validità».
Il vescovo Schneider contesta anche l’affermazione di Roche secondo cui il Novus Ordo sarebbe stato «voluto» dal Concilio Vaticano II e sarebbe «in piena sintonia con il vero significato della Tradizione».
Anche la «maggioranza dei Padri sinodali del 1967 – quasi tutti Padri del Concilio Vaticano II – ha respinto» il Novus Ordo Missae, in contrapposizione alla nuova Messa iniziale del 1965, secondo Schneider.
Il vescovo ha inoltre condannato l’affermazione di Roche contenuta nel documento del concistoro secondo cui il pluralismo liturgico equivale a «congelare la divisione».
«Una simile affermazione è manipolativa e disonesta, poiché contraddice non solo la pratica bimillenaria della Chiesa, che ha sempre considerato la diversità dei riti riconosciuti – o delle legittime varianti all’interno di un rito – non come fonte di divisione, ma come un arricchimento della vita ecclesiale», ha affermato Schneider. L’intolleranza per la coesistenza di diverse pratiche liturgiche è il segno di un «chierico dalla mentalità ristretta» e ha danneggiato i cristiani in passato, ha sostenuto.
Un esempio di ciò fu la proibizione della forma più antica del rito della Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo, che portò a uno scisma dei «vecchi riti», che continua ancora oggi, anche dopo che la Chiesa ortodossa russa ha ripristinato il rito più antico. «In questo caso, l’intolleranza da parte della gerarchia verso l’uso legittimo del rito più antico congelò letteralmente la divisione: i vecchi ritualisti furono esiliati dallo zar nella gelida Siberia», ha sottolineato Schneider.
Il vescovo kazako ha concluso con una dura critica al documento di Roche, definendolo «reminiscente di una lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più forti, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare attraverso argomenti manipolatori e, in ultima analisi, trasformando il potere e l’autorità in armi».
«Eppure la freschezza e la bellezza senza tempo della liturgia, insieme alla fede dei santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque».
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Immagine screenshot da YouTube
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