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La mafia ebraica, quella siciliana e il traffico di droga USA nel periodo interbellico

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Secondo Alfred W. McCoy nel suo The Politics of Heroin: CIA Complicity in the Global Drug Trade, dagli anni venti del Ottocento negli Stati Uniti la malavita ebraica aveva controllato lo smercio dell’eroina per le strade americane. Si era creata questa situazione soprattutto perché la mafia siciliana aveva seguito una linea tradizionale ed idealistica in cui vietava al suo interno gli affari riguardanti prostituzione e narcotraffico.

 

In questo modo, questo tipo di affari venne prese completamente in mano da potenti gangster ebrei come Irving «Waxey Gordon» Wexler, Arnold Rothstein o Louis «Lepke» Buchalter. 

 

Nel 1917 il New York Kehillah, un’agenzia della comunità ebraica, aveva pubblicato una serie di studi sul problema della droga a New York City. I risultati raccontavano come su 283 spacciatori di droga catalogati si potevano contare tra loro, 83 ebrei, 23 italiani, 8 irlandesi, 5 afroamericani e 3 greci. Riguardo lo specifico caso dello smercio della cocaina riscontrarono come l’85% fossero costituito da ebrei e il restante 15% da italiani. 

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Allo stesso modo quando il proibizionismo cominciò nel 1920, altri criminali ebrei cominciarono i loro affari, Benjamin «Bugsy» Siegel, Arthur Schulz e Meyer Lansky e in breve tempo avevano preso il controllo del contrabbando di liquori. Negli anni Venti, delle diciassette maggiori organizzazioni, sette erano ebree, cinque italiane, tre irlandesi. Prima dell’inizio della guerra i nomi più noti vennero piano piano fatti fuori o arrestati, l’unico che rimase e che continuò la sua ascesa fu Lansky grazie ad un’alleanza con gli italiani. 

 

Dagli anni Trenta però una nuova generazione di malavitosi italiani cominciarono a prendere il potere all’interno della mafia. In seguito anche a una guerra senza precedenti che lasciò sul campo più di sessanta gangsters uccisi si cominciò a modificare il codice d’onore della tradizione. Il carismatico capofila di questa nuova ondata di giovani mafiosi era Salvatore C. Lucania, meglio conosciuto come Lucky Luciano. 

 

Dopo una serie di «riunioni» dove eliminò la vecchia guardia, delineò la sua idea di riorganizzazione del cartello in un sistema più moderno e di respiro mondiale. Vincendo il supporto delle ventiquattro famiglie mafiose americane, Luciano fu in grado di far diventare la mafia la più importante organizzazione criminale americana, mettendo in atto tecniche organizzative pionieristiche per l’epoca.

 

L’alleanza con la malavita ebraica, in particolar modo con la persona di Meyer Lansky, durò oltre quarant’anni contribuendo a farla diventare la caratteristica principale della criminalità organizzata americana. 

 

L’eroina era un sostituto interessante per l’alcool. Nonostante i numeri dei tossicodipendenti non fossero comparabili, l’eroina aveva dei notevoli vantaggi. La sua recente entrata nella famiglia delle sostanze proibite la rendeva attraente per via di un mercato enorme ancora da esplorare. Era più leggera e si trasportava con meno spesa. Le sue fonti produttive limitate la rendevano facile da monopolizzare. 

 

L’eroina oltretutto si rendeva perfettamente complementare all’altro nuovo segmento di mercato esplorato da Luciano: l’organizzazione della prostituzione su una scala mai vista prima. L’unione tra tossicodipendenza e prostituzione organizzata divenne il marchio di fabbrica della mafia di Luciano negli anni trenta. Nel 1935 controllava duecento bordelli solamente a New York e circa mille duecento prostitute, unendo questo alle scommesse e dal controllo dei sindacati la mafia aveva nuovamente raggiunto la sua sicurezza finanziaria. 

 

Attraverso minacce e taglio dei prezzi la svolta data da Luciano si fece sentire presto nelle strade di New York. Con il crollo della purezza dell’eroina, fumarla non produceva più gli effetti desiderati, costringendo i consumatori a doversela iniettare sotto pelle. Secondo uno spacciatore di Times Square: «gli italiani stavano vendendo merda piena di chimica e acidi… sono talmente tanto affamati di soldi che l’hanno tagliata almeno una mezza dozzina di volte».

 

Verso la fine degli anni Trenta, in ogni caso, l’organizzazione di Luciano cominciò a perdere colpi. Lo schema quasi industriale con cui aveva costruito il suo monopolio sulla prostituzione soprattutto, si rivoltò contro di lui. Le prostitute si organizzarono per denunciarlo. Thomas Edmund Dewey quindi, procuratore distrettuale di New York, dopo aver già condannato Waxey Gordon, riuscì a infliggere una pena dai trenta ai cinquant’anni a Luciano e ai suoi nove coimputati italiani ed ebrei, per prostituzione forzata.

 

Durante gli anni Trenta la quasi totalità dell’eroina arrivava da raffinerie posizionate a Shanghai e a Tientsin, con qualche eccezione della Marsiglia dei corsi e della tratta del Medio Oriente in mano ai fratelli Eliopoulos. Con la fine della guerra le raffinerie cinesi avevano appena ricominciato a produrre ma con l’arrivo a Shanghai di Mao Tse-Tung e del suo esercito, tutti i trafficanti dovettero sparire. I fratelli Eliopoulos si erano ritirati con l’arrivo del conflitto e i marsigliesi soffrirono dell’alleanza con la Gestapo che li aveva infine portati alla rovina o all’esilio. La mafia in Sicilia allo stesso modo era ridotta ai minimi termini avendo sofferto vent’anni di oppressione da parte della polizia fascista di Mussolini. 

 

Con l’arrivo della guerra, l’attenzione maniacale derivata dalla potenziale presenza di spie aveva reso gli accessi al territorio statunitense praticamente invalicabili. La maggioranza dei tossicodipendenti erano stati forzati a trovare una soluzione alla mancanza di materia prima e di conseguenza il consumo di eroina negli Stati Uniti si era ridotto al minimo storico. Assieme a questo, gli operatori logistici illegali del traffico di stupefacenti avevano sofferto della mancanza di introiti e avevano raggiunto un livello di debolezza mai visto.

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Con la tossicodipendenza ai minimi storici nella società americana e la malavita mondiale ridotta in ginocchio da anni di distruzione e oppressione militare, la possibilità di far scomparire per sempre il narcotraffico era alla portata di mano della polizia americana. Al contrario, invece, la volontà della CIA fu quella di utilizzare questi canali irregolari per produrre dei proxy coperti in grado di operare nel momento del bisogno al lontano da sguardi indiscreti e senza necessità di ottenere l’approvazione del congresso o, peggio ancora, del popolo americano. Operazioni clandestine pagate dal narcodollaro a favore della lotta al comunismo.

 

La stessa situazione si può ritrovare a pochi decenni di distanza incontrando però attori diversi che seguono uno schema simile. La filiera produttiva latino americana venne preferita a quella asiatica ma allo stesso modo gruppi di proxy favoriti da ufficiali della CIA spinsero l’afflusso di cocaina prima e del suo surrogato povero, il crack, in seguito negli Stati Uniti. La quantità enorme di coca raffinata che arrivò in quegli anni negli Stati Uniti portò a stravolgere la cultura dell’epoca, non solo americana. 

 

Ne parlò in anticipo sui tempi Gary Webb con i suoi articoli online nel 1996 sul sito del San José Mercury News che divennero poi Dark Alliance: The CIA, the Contras and the Crack Cocaine Explosion. Venne screditato apertamente dal gotha del giornalismo e dell’intellighenzia americana che produssero contro di lui svariati rapporti negando l’esistenza di prove e assieme anche qualsiasi possibilità di replica.

 

La vita di Webb, in seguito anche a una profonda depressione conseguenza delle difficoltà che dovette affrontare, terminò con quello che è stato ritenuto un suicidio frutto di ben due colpi di pistola alla testa. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: foto segnaletica di Bugsy Siegel, dipartimento di Polizia di Nuova York, 12 aprile 1928.

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Le carceri canadesi forniranno ai detenuti kit per l’inalazione sicura di droghe

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Il Servizio penitenziario del Canada, l’ente che gestisce le carceri federali, userà denaro pubblico per mettere gratuitamente a disposizione dei detenuti kit pensati per «sniffare in modo più sicuro». Lo si apprende da una nota interna rivolta al personale, poi circolata sui social media, nella quale il dipartimento annuncia l’introduzione di cannucce di carta «destinate all’inalazione di sostanze in polvere o di vapori derivanti da sostanze riscaldate». Lo riporta LifeSite.   Secondo il documento, le cannucce di carta «ridurranno i danni», dal momento che i reclusi oggi ricorrono a cannucce di plastica o ad altri strumenti di fortuna per assumere le sostanze in polvere. L’amministrazione penitenziaria sostiene inoltre che questo accorgimento contribuirà a contenere la trasmissione di malattie come l’epatite B e C. La nota prevede infine la distribuzione di strisce di alluminio per «fumare in modo più sicuro».   L’autenticità del memorandum è stata confermata dal quotidiano canadese National Post, al quale il dipartimento ha spiegato di averlo redatto per fornire «informazioni a tutti i dipendenti in merito all’ampliamento dell’utilizzo di prodotti per la riduzione del danno».

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Resta il fatto che, pur essendo illegali le droghe pesanti, in carcere i detenuti non sembrano avere alcuna difficoltà a procurarsele. Nella nota si legge che il Servizio penitenziario dispone di «misure efficaci» per contrastare «l’introduzione, il traffico, il finanziamento e la distribuzione di sostanze non autorizzate… all’interno dei propri istituti, e ritengono responsabili coloro che vi sono coinvolti».   L’amministrazione si è spinta a precisare che, nel caso in cui un detenuto venga sorpreso con i dispositivi «più sicuri» per il consumo di droga «insieme a sostanze illecite o attrezzature non autorizzate, è necessario seguire le procedure operative standard».   I nuovi kit per l’inalazione «più sicura» e le confezioni in alluminio saranno disponibili a partire dal 13 ottobre.   Dai documenti emerge che il governo liberale guidato dall’ex premier Justin Trudeau ha investito circa 820 milioni di dollari, tra il 2017 e il 2022, nella «Strategia canadese contro le droghe e le sostanze stupefacenti». Eppure lo stesso ministero della Salute, in un rapporto del 2023, ha dovuto riconoscere che il programma antidroga dei liberali ha prodotto risultati soltanto «minimi».   Lo scorso dicembre il ministero della Salute canadese ha confermato che denaro pubblico è stato impiegato per acquistare accessori per il consumo di stupefacenti, tra cui pipe per il crack e altri oggetti rientrati nel cosiddetto programma di «fornitura sicura» voluto dall’esecutivo liberale.   Nel 2024 il governo liberale è stato costretto a interrompere un esperimento triennale di depenalizzazione nella Columbia Britannica, che consentiva ai cittadini di detenere piccole quantità di cocaina e di altre droghe pesanti senza conseguenze penali. Nel corso della sperimentazione, le proteste dell’opinione pubblica per il degrado e il disordine sociale sono cresciute in maniera vertiginosa.   Iil ministero della Salute canadese ha ammesso di recente che quella sperimentazione dell’era Trudeau, volta a legalizzare il consumo di droghe pesanti, si è rivelata un disastro e in alcune località ha portato al collasso dell’ordine pubblico.   I dati ufficiali indicano un aumento delle overdose durante il periodo di depenalizzazione: 3.313 decessi in quindici mesi, contro i 2.843 registrati nello stesso arco di tempo prima che le droghe fossero temporaneamente legalizzate.   L’obiettivo dichiarato è, come sempre, sanitario – in apparenza. Dietro alla spinta per le droghe libere nelle carceri c’è ovviamente il famigerato concetto di «riduzione del danno»: ci viene detto che la droga circola già negli istituti nonostante i divieti, e la diffusione di HIV, epatiti e dipendenze tra i detenuti è molto più alta che fuori. Chi sostiene queste misure ritiene che ridurre contagi e morti protegga anche la società, dato che quasi tutti i detenuti prima o poi escono.   A promuoverle sono soggetti pubblici e dichiarati: OMS, UNODC e UNAIDS, che raccomandano programmi simili anche nelle carceri; reti come Harm Reduction International. In Italia abbiamo enti come Antigone, i Radicali e la Società della Ragione, insieme a operatori dei servizi per le dipendenze. Alcuni di loro difendono anche una depenalizzazione più ampia, ed è qui che nasce lo scontro politico.

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I critici, tra cui sindacati della polizia penitenziaria e parte del mondo politico e cattolico, temono che si normalizzi il consumo, si complichi la sicurezza e si abbandoni l’obiettivo della cura e dell’astinenza.   La riduzione del danno (harm reduction) è un approccio di sanità pubblica nato negli anni Ottanta, quando l’epidemia di HIV tra chi si iniettava droghe spinse alcuni paesi, come i Paesi Bassi, la Svizzera e il Regno Unito, a cambiare strategia. L’idea di fondo è che, se una persona non può o non vuole smettere di usare sostanze, si possono comunque ridurre i rischi per lei e per la collettività. Gli strumenti principali sono i programmi di scambio siringhe, le terapie sostitutive con metadone e buprenorfina, la distribuzione di naloxone contro le overdose, il drug checking e, in alcuni paesi, le sale del consumo supervisionato, come per le famose «stanze del buco» in Isvizzera. Le principali evidenze scientifiche riguardano il calo dei contagi di HIV ed epatite C e la riduzione dei decessi per overdose, mentre sull’effetto sul consumo complessivo i risultati sono più discussi.   Un ruolo rilevante, oltre agli enti onusiani, è quello svolto dalle Open Society Foundations di Giorgio Soros, che da decenni finanziano programmi di riduzione del danno, ricerca e spinta per la riforma delle politiche sulle droghe. Si tratta di finanziamenti pubblici e rendicontati, e la fondazione stessa rivendica questa linea come parte della propria missione sui diritti umani e sulla salute pubblica.   I critici, tra cui parte solo una parte della destra, obiettano che questi approcci rischiano di normalizzare l’uso di droghe e di sostituire la prevenzione e il recupero con la semplice gestione della dipendenza, contestando l’influenza di grandi fondazioni private sulle politiche pubbliche, sostenendo che finanzino anche campagne per la depenalizzazione.   Materiale proveniente dal mondo della «riduzione del danno» compaiono anche ai rave party in tutta Europa. All’estero il caso più noto è Techno Plus in Francia, associazione che da decenni opera proprio nelle free party e nei teknival (i raduni non autorizzati) con informazione, materiale di prevenzione e, in alcuni casi, analisi delle sostanze. Altri esempi sono Kosmicare nel Regno Unito, nata nei festival e specializzata nell’assistenza a chi ha esperienze difficili con le sostanze, The Loop (drug checking in contesti di festa), Eve & Rave in Germania e DanceSafe negli Stati Uniti.   Il Corriere della Sera riportava che nel disastroso rave illegale che sconvolse l’Italia a metà agosto 2021 occupando terreni privati per giorni «c’erano i “laboratori” della riduzione del danno dove le sostanze venivano preventivamente analizzate per non correre rischi inutili»: in  pratica vi erano dei banchetti dove testavano la droga che si acquistava, con «opuscoli con informazioni di base diffusi fra i presenti per evitare comportamenti dannosi».   Anni fa Soros scrisse di suo pugno un articolo per il Financial Times in cui ricordava come il suo approccio fosse diverso da quello dei governi nazionali:   «La guerra alla droga è stata un fallimento da mille miliardi di dollari… Per oltre quarant’anni i governi di tutto il mondo hanno speso enormi somme su politiche repressive. Questo a discapito di programmi che funzionano». L’allusione è alle politiche della cosiddetta riduzione del danno, delle quali il Soros è munifico sostenitore. «Non è stato solo uno spreco di danaro: è stato controproducente».

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«Il proibizionismo e la lotta alle droghe hanno fatto più male che bene… Per anni, la mia Open Society Foundation ha supportato programmi di riduzione del danno come lo scambio di siringhe…» rivendicò il Sorosso.   La liberalizzazione della droga non può non sembrare come un grande processo di narcotizzazione massiva ad uso dell’oligarcato, il quale con la popolazione istupidita (gli «inutili», prospettava il filosofo delle élite davosiane Yuval Harari, vanno drogati) possono procedere alle loro gozziviglie: non solo il traffico di bene pubblico – su cui si basano i miliardi del Soros e non solo – ma anche lo sfruttamento degli esseri umani oppure, volendo, la loro eliminazione.   In un Paese come il Canada dove come la Svizzera e la Catalonia  l’eutanasia diventa sempre più chiaramente un’opzione per i carcerati, la droga penintenziaria arriverà subito. Noi seguiremo a ruota.  

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Ritrovati 1.600 denti da latte in una fossa comune di un narcocartello messicano

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Un gruppo di volontari in Messico sostiene di aver rinvenuto 1.600 denti da latte tra i resti umani in una fossa comune legata a un cartello della droga.

 

Il collettivo Buscando Cuerpos en Todo México («Alla ricerca di cadaveri in tutto il Messico») nel 2021 ha indagato su un sito vicino a Zacapu, nello Stato di Michoacan, associato al cartello di Sinaloa.

 

Lì ha trovato resti, tra cui un dente di bambino. Da allora ha continuato a setacciare l’area in cerca di resti umani. Questa settimana ha dichiarato di aver individuato ben 1.600 denti da latte.

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La deputata del Michoacan Margarita Lopez, che ha contribuito a fondare il gruppo, sostiene che i denti appartengano probabilmente a bambini vittime di tratta, eventualmente sfruttati sessualmente o per gli organi.

 

L’ufficio del procuratore generale dello Stato ha finora rifiutato di verificare le affermazioni.

 

«Dal 2021 ad oggi, non è pervenuta alcuna denuncia, segnalazione alle autorità o richiesta di intervento forense in relazione a questi eventi», ha dichiarato l’ufficio.

 

La Lopez ha replicato con tono accesa so Facebook: «Vogliono minimizzare l’incidente, ma l’operazione per recuperare i 1.600 denti da latte ha coinvolto agenti della Procura generale dello Stato di Michoacán, che agivano in virtù di un mandato ufficiale per garantire la sicurezza del perimetro, e tutto è documentato nell’indagine preliminare», ha scritto.

 

La deputata aggiunto che un procuratore federale e personale forense erano presenti durante il recupero dei resti, chiedendo l’intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa per contribuire alle indagini.

 

«Da quando è scoppiato il caso dei “1.600 dentini”, il governo messicano è rimasto in silenzio o ha negato la scoperta», ha affermato la Lopez.

 

Le fosse comuni sono il simbolo più duro della violenza legata al narcotraffico in Messico.

 

Un rapporto governativo di marzo 2026 conta 132.534 persone scomparse, mentre la Comisión Nacional de Búsqueda parla di circa 135.000 casi. Il 97% di chi risulta nel registro è scomparso dopo il 2006, cioè dall’inizio della guerra ai cartelli lanciata dal governo Calderón. Prima dei Mondiali il governo Sheinbaum ha rivisto i dati, portando i casi attivi a circa 43.000, una scelta criticata da parenti e ONG perché minimizzerebbe il problema. Il ritmo dei desaparecidos messicani resta alto: nel 2025 risultavano scomparse 34.554 persone, e tra ottobre 2024 e metà settembre 2026 i casi registrati sono 62.378, di cui 20.072 non ancora rintracciati e 3.457 ritrovati morti.

 

Tra il 2007 e il 2023 le autorità hanno trovato quasi 5.700 fosse comuni clandestine. La maggior parte è stata scoperta dai collettivi di familiari (le madres buscadoras, le madri e i parenti che scavano in proprio). Un collettivo di Sonora da solo ha ritrovato 1.230 corpi in fosse clandestine dal 2019. Chi cerca è a rischio: ad aprile 2025 due madri cercatrici sono state uccise in Jalisco.

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Proprio lo Stato di Jalisco ha oltre 16.000 scomparsi ancora nel registro, il dato più alto del Paese. Secondo un collettivo locale, intorno a uno stadio dei Mondiali sarebbero stati trovati 456 sacchi con resti umani. Un’analisi del Mexico Peace Index rileva inoltre che un terzo dei corpi recuperati dalle fosse clandestine dal 2006 proviene da Jalisco.

 

Un’inchiesta giornalistica ha rilevato oltre 72.000 resti classificati come non identificati dal 2006 al 2023, per lo più sepolti in fosse municipali. Un’altra fonte parla di 38.891 corpi non identificati, di cui 27.271 sepolti in fosse comuni, a fronte di oltre 275.000 omicidi registrati dal 2006.

 

Il governo ha annunciato un calo degli omicidi del 30% nel 2025, ma alcuni analisti sospettano che parte delle vittime sia finita in categorie diverse, come sparizioni o corpi nascosti nelle fosse. L’impunità è molto diffusa: secondo Human Rights Watch, solo il 17% degli omicidi volontari tra il 2010 e il 2022 ha portato a mandati d’arresto o procedimenti. L’ONU ha dichiarato che ci sono «prove fondate» che le sparizioni forzate siano diffuse o sistematiche, e quindi crimini contro l’umanità.

 

Molte fosse non sono depositi di singole «stragi» con un numero preciso di vittime: sono luoghi dove i corpi si sono accumulati nel tempo.

 

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I cartelli narcos messicani reclutano dronisti che hanno operato in Ucraina

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I cartelli della droga del Messico fanno sempre più ricorso a operatori di droni rientrati in patria dopo aver combattuto in Ucraina. Lo riporta il Washington Post, citando funzionari americani e messicani,   Martedì il WaPo ha scritto che i cartelli messicani stanno analizzando con attenzione i sistemi per aggirare i disturbi anti-drone e stanno acquistando UAV avanzati in grado di trasportare carichi ed esplosivi più consistenti.   Per gestire una flotta di droni in costante crescita, i narcotrafficanti hanno incrementato il reclutamento di persone con esperienza diretta sul fronte ucraino, soprattutto cittadini colombiani, ricorrendo sia a incentivi economici sia alla coercizione, ha riferito un funzionario statunitense al giornale.   Un funzionario messicano ha aggiunto che organizzazioni criminali stanno facendo arrivare in Messico esperti colombiani di droni per addestrare ampi gruppi di «droneros», cioè piloti locali.

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A giugno una fonte della sicurezza ha detto all’agenzia di stampa governativa russa TASS che i colombiani rappresentano circa la metà dei circa 16.500 mercenari stranieri che oggi combattono per l’Ucraina. Vengono attratti con promesse di stipendi elevati che poi si rivelano false. I latinoamericani, ha aggiunto la fonte, sono trattati con disprezzo dai comandanti ucraini, mal nutriti e impiegati nelle missioni più rischiose.   Come riportato da Renovatio 21, a giugno il servizio di Intelligence estera russo (SVR) ha affermato che l’Ucraina sta rafforzando i legami con i cartelli della droga messicani per trarre vantaggio dal traffico di stupefacenti, tra cui il fentanil, diretti verso l’Unione Europea.   Secondo un funzionario americano, i cartelli stanno inoltre inviando propri «affiliati» a arruolarsi nell’esercito ucraino per acquisire sul campo l’esperienza nel pilotaggio dei droni.   I trafficanti «saranno in una situazione di gran lunga migliore, molto meglio addestrati e dotati di attrezzature molto più sofisticate», ha avvertito lo stesso funzionario.   Le fonti indicano che Washington si aspetta, nei prossimi mesi, che i cartelli applichino tecniche e tattiche sui droni derivate dal conflitto in Ucraina.   Una valutazione interna del governo americano sostiene che questo sviluppo «complicherà notevolmente» la campagna dell’amministrazione del presidente Donald Trump per ridurre l’afflusso di droghe illegali nel Paese, ha osservato un funzionario statunitense.   Il dipartimento di Stato ha dichiarato al Washington Post di collaborare con le forze dell’ordine americane e con le autorità ucraine «per adottare misure volte a mitigare il rischio di trasferimento di competenze sul campo di battaglia» e che Washington utilizza l’esperienza maturata in Ucraina per «contrastare la minaccia dei droni dei cartelli».   Nel settembre 2025, il quotidiano messicano Milenio ha riferito che il Cartello di Jalisco Nuova Generazione aveva inviato alcuni suoi affiliati in Ucraina per addestrarli all’impiego di droni da combattimento. I video esaminati dal giornale mostravano reparti del cartello che utilizzavano droni civili modificati, adottando una disciplina di tipo militare.

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All’inizio di questo mese la CNN ha riferito che circa 15 operatori di droni ucraini sono stati infiltrati nel Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) in Mali per addestrare i militanti e sostenerli contro le forze governative e le truppe russe presenti nel Paese dell’Africa occidentale.   Nel febbraio 2025 il giornalista statunitense Tucker Carlson aveva affermato che una parte significativa delle armi che Washington ha fornito a Kiev come aiuto militare nel conflitto con la Russia finisce nelle mani dei «veri nemici» dell’America, tra cui i cartelli della droga messicani.   Come riportato da Renovatio 21, e prime avvisaglie di tale traffico si erano avute ancora nel 2023, quando emersero le immagini inequivocabili di un militante che indossava le insegne del famigerato cartello del Golfo del Messico (Cartel Del Golfo, o CDG) filmato nello Stato messicano del Tamaulipas mentre trasportava un lanciamissili anticarro di fabbricazione statunitense.   I cartelli messicani, che vengono da un periodo di sanguinari conflitti interni, sono stati pionieri dell’uso di droni commerciali per sganciare bombe sulle bande rivali, pratica che stiamo vedendo costantemente in Ucraina. Droni consumer vengono usati anche per il trasporto di quantitativi di droga in territorio USA.  

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