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La Federal Trade Commission e 47 Stati USA dichiarano guerra a Facebook

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In America succede l’impossibile, o comunque qualcosa che non ha precedenti storici: una coalizione bipartisan di Stati americani — ben 47 — e la Federal Trade Commission (FTC), una delle agenzie governative statunitensi che ha come obiettivo la tutela dei consumatori e l’eliminazione e la prevenzione di pratiche commerciali anticoncorrenziali, hanno dichiarato guerra al colosso social per pratiche antitrust, aprendo una vera e propria causa che coinvolge praticamente tutti gli USA. 

 

Secondo il ricorso, guidato dal procuratore generale di New York, la democratica Letitia James insieme ad altri 47 Stati, Facebook ha puntato a mantenere una posizione dominante con l’acquisto di potenziali rivali.

Si tratta del primo e grande tentativo legale e politico per provare a piegare il colosso americano.

 

La FTC muove l’accusa a Facebook di aver messo in campo una strategia sistematica per eliminare ogni minaccia al proprio monopolio: nel 2012, infatti, Zuckerberg ha rilevato il social Instagram per un miliardo di dollari; nel 2014 WhatsApp per diciannove miliardi di dollari.

 

Certo, la guerra a Facebook dovrebbe essere fatta per ben altri motivi più profondi, che ai democratici americani forse piacciono pure, tuttavia è indubbio che si tratti del primo e grande tentativo legale e politico per provare a piegare il colosso americano.

 

Cristiano Lugli

 

 

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Condanne e detenzione per le affermazioni su Brigitta Macron

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Un tribunale di Parigi ha dichiarato dieci persone colpevoli di aver molestato online la moglie del presidente francese Emmanuel Macron, Brigitte, per aver diffuso affermazioni secondo cui sarebbe una donna transgender nata uomo. Lo riporta Le Monde.

 

Le denunzie dei Macroni riguardo le teorie online che accusano Brigitta di essere transgender sono risalenti. Nel 2024, un tribunale di Parigi ha multato i supposti primi diffusori della voce per un totale di 14.000 euro. Il caso ha attirato l’attenzione internazionale dopo che l’anno scorso la commentatrice statunitense Candace Owens ha amplificato le affermazioni e in seguito ha affermato che i Macron avevano ordinato il suo assassinio.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Owens è stata querelata nello Stato del Delaware dai Macron, che hanno detto che ivi presenteranno «prove fotografiche» inoppugnabili. La commentatrice cattolica ha rivelato di aver ricevuto dapprima da Charlie Kirk poi da Trump stesso la richiesta di non andare avanti con la sua serie su Brigitte secondo desiderio espresso dal presidente Macron all’omologo americano durante una conversazione tra i due.

 

Più recentemente la Owens ha dichiarato di aver ricevuto informazioni attendibili per cui vi sarebbero dei sicari pagati dai francesi pronti ad assassinarla.

 

In base all’ultima sentenza, tutti gli imputati, uomini e donne di età compresa tra 41 e 65 anni, hanno ricevuto pene diverse, che vanno da corsi obbligatori contro l’incitamento all’odio online a pene detentive sospese da quattro a otto mesi. Un imputato è stato condannato a sei mesi di carcere per non essersi presentato in tribunale.

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La corte ha citato commenti «particolarmente degradanti, offensivi e maligni» pubblicati e diffusi online, in riferimento ad affermazioni sulla presunta identità trans della first lady francese e ad accuse di pedofilia che sfruttavano e distorcevano la differenza di età di 24 anni tra lei e il marito.

 

Il procedimento giudiziario non ha riguardo Xavier Poussard, giornalista e scrittore di stanza a Milano autore del libro Becoming Brigitte, nonché fonte primaria della Owens. Un’altra giornalista che si era interessatta al caso ha chiesto asilo politico in Russia.

 

La relazione tra Macron, 48 anni, e sua moglie Brigitte, 72 anni, che si sono conosciuti quando lei era insegnante di teatro nella sua scuola, ha attirato una costante attenzione fin dalla sua elezione nel 2017. È stato notato che, riguardo la storia del liceo, le età del futuro presidente cambiano.

 

Come riportato da Renovatio 21, Brigitta è stata al centro, recentemente, di polemiche meno occulte: il mese scorso ha definito delle femministe come «stupide stronze», mentre a distanza di tempo continuano le polemiche per l’eucarestia che ha ricevuto pubblicamente alla messa per il restauro di Notre Dame. Il mondo è rimasto scioccato pure quando la première dame ha schiaffeggiato il presidente in mondovisione mentre si apprestavano a scendere dall’aereo che li aveva portati in Vietnam.

 

Il caso delle recenti condanne riflette la realtà per cui nessuno è davvero libero di dire quello che pensa, soprattutto sui social, dove si può venire denunziati con facilità dal personaggio pubblico oligarchico che si ritiene offeso – e che ha sicuramente più avvocati e danari della totalità degli utenti democratici che credono di potersi esprimere liberamente.

 

Invece che essere un tempio della libertà di parola, come era stato promesso, i social si sono rivelati come uno strumento dispotico di repressione totalitaria, dove il cittadino più debole viene schiacciato, e imbavagliato dal personaggio di potere. Il tutto è perfettamente legale, forse: ma quanto siamo distanti dalla favola della democrazia e dell’assoluta libertà di espressione?

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Gli USA difendono le sanzioni contro gli europei occidentali accusati di censura digitale

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Il sottosegretario di Stato americano Sarah Rogers ha difeso la scelta di Washington di sanzionare diversi cittadini europei, sostenendo che la «censura extraterritoriale degli americani» compromette la libertà di espressione e l’innovazione.   La settimana scorsa, il dipartimento di Stato ha applicato sanzioni a cinque persone, tra cui i britannici Imran Ahmed e Clare Melford, le tedesche Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon, nonché l’ex commissario europeo per il Mercato interno Thierry Breton. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha motivato la misura affermando che gli individui colpiti avevano «guidato sforzi organizzati per costringere le piattaforme americane a punire i punti di vista americani a cui si oppongono».   In un’intervista al Sunday Times, la Rogers ha spiegato che le sanzioni sono volte a salvaguardare la libertà di parola e la competitività del comparto tecnologico statunitense. «Si tratta di persone che, in molti casi, hanno preso soldi dal governo per distruggere le aziende americane allo scopo di sopprimere la libertà di parola americana», ha dichiarato.

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«Si tratta, in definitiva, di decisioni serie che spettano al Segretario di Stato e tengono conto di tutte le nostre priorità di politica estera. Ma la libertà di parola è una di queste priorità, così come la capacità del settore tecnologico americano di continuare a guidare e innovare», ha aggiunto.   Le sanzioni si collocano all’interno di un contrasto sempre più marcato tra Stati Uniti e Unione Europea sulla regolamentazione della libertà di espressione online, sulla governance delle piattaforme digitali e sull’applicazione extraterritoriale delle normative nazionali. Elon Musk, la cui piattaforma X è stata multata per circa 120 milioni di eurodalle autorità UE per presunte violazioni delle regole di trasparenza previste dal Digital Services Act (DSA), ha accolto positivamente la decisione, definendola «fantastica».   In precedenza, Musk aveva attaccato con veemenza la sanzione, descrivendo l’UE come un «mostro burocratico» da abolire (il «Quarto Reich», dixit) e accusando Bruxelles di aver tentato di fare pressione su X per censurare la libertà di parola.   ome riportato da Renovatio 21 il tema delle euromulte contro Musk è risalente.   Brusselle aveva valutato l’ipotesi di multe contro X da quando Breton, aveva accusato la piattaforma di non aver controllato adeguatamente i contenuti illegali e di aver violato il Digital Services Act (DSA) dell’UE del 2022. La decisione se penalizzare X spetta ora alla commissaria UE per la concorrenza, Margrethe Vestager.

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Come noto al lettore di Renovatio 21, Elone per qualche ragione è assai inviso all’oligarchia europea e a tanta politica continentale, come hanno dimostrato i discorsi del presidente italiano Sergio Mattarella, che pareva attaccare proprio Musk e le sue ambizioni sui social e nello spazio.   Il presidente francese Emmanuel Macron, che aveva nominato lo stesso Breton, ha accusato Washington di «coercizione e intimidazione». La deputata laburista britannica Chi Onwurah ha sostenuto che impedire l’accesso a individui per divergenze sulla libertà di parola contraddice proprio la libertà di espressione che l’amministrazione statunitense dichiara di voler tutelare.   La spaccatura emerge anche nell’ultima Strategia per la sicurezza nazionale di Washington, che mette in guardia contro il rischio che l’UE provochi una potenziale «cancellazione della civiltà» a causa delle restrizioni alla libertà di parola, della repressione dell’opposizione politica e della pressione normativa sull’innovazione.  

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La Commissione Europea banna la testata Euractiv

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Secondo il caporedattore Matthew Karnitschnig, la Commissione europea ha estromesso la testata Euractiv, con sede a Bruxelles, dai suoi briefing informativi in seguito a un reportage critico sulla «bolla dell’UE».

 

Quasi tutti i media con una presenza significativa a Bruxelles dipendono dalla benevolenza di potenti funzionari dell’Unione, governi stranieri e lobbisti per accedere alle informazioni, in quello che viene definito il giornalismo dell’«accesso».

 

Tuttavia, il giornalismo indipendente nella capitale europea è ora «sulla lista dei nemici», ha scritto Karnitschnig venerdì. «In effetti, è diventato una specie in via di estinzione», ha aggiunto.

 

«All’inizio di quest’anno, abbiamo iniziato a infondere nella “bolla UE” una forte dose di giornalismo critico», ha dichiarato Karnitschnig. «Non tutti i destinatari hanno reagito bene, men che meno la Commissione, che di recente ci ha escluso dai suoi briefing informali, le sessioni informali durante le quali i consiglieri della Presidente Ursula von der Leyen cercano di orientare il messaggio che cercano di trasmettere alla stampa su una determinata questione».

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Il direttore ha indicato quali coperture mediatiche, a suo parere, abbiano contribuito alla sanzione imposta dall’UE alla sua testata.

 

«Forse è stata la nostra smentita della leggenda diffusa dalla Commissione secondo cui i piloti di von der Leyen furono costretti a ricorrere a “mappe cartacee” per far atterrare il suo aereo in Bulgaria durante un presunto attacco russo… O forse abbiamo criticato aspramente il suo piano assurdo per un servizio di intelligence europeo?»

 

Fondata nel 1999 dall’editore francese Christophe Leclercq, la nota testata con sede a Bruxelles si concentra sulla politica dell’UE e si propone di «analizzare le complessità della politica, delle politiche e della legislazione dell’UE».

 

Bruxelles è da tempo nel mirino delle critiche per le limitazioni alla libertà di espressione e per l’emarginazione delle voci indipendenti, tra cui quella del vicepresidente statunitense J.D. Vance, che ha avvertito che la libertà di parola in Europa è «in ritirata».

 

Nel suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera a febbraio, Vance ha accusato i governi dell’UE di «fuggire per paura» dei propri cittadini, sostenendo che la principale minaccia alla democrazia non proviene da Russia e Cina, ma dall’abbandono dei valori democratici fondamentali.

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Immagine di Cancilleria Ecuador via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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