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Geopolitica

La decadenza dell’impero statunitense

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Gli Stati Uniti, impegnati nello scontro con Russia e Cina per impedire un’organizzazione multipolare del mondo e salvaguardare la propria egemonia, s’indeboliscono al loro interno. Un figlio del presidente Biden si è arrogato un potere maggiore di quello di un senatore: viaggia con aerei di Stato, manco fosse in missione per il padre, firma contratti personali di cui non si sa cosa ne pensi il presidente. Hunter Biden non ha competenze particolari, è solo un tossicomane scansafatiche. Nessuno sa chi negozia i contratti che firma e di cui approfitta. La grandezza della democrazia statunitense si è dileguata a favore di persone, non solo non elette, ma persino senza incarichi ufficiali.

 

 

Negli ultimi sei anni ho pubblicato molti articoli alquanto in anticipo sui grandi media ove allertavo sulla divisione degli statunitensi e l’escalation dell’intolleranza, pronosticando l’inevitabilità di una guerra civile e la dissoluzione dello Stato federale.

 

La realtà ci mostra l’incremento di nuove forme di segregazione; abbiamo già assistito a un’elezione presidenziale opaca, alla presa del Campidoglio e alla perquisizione di una dimora di un ex presidente. La democrazia statunitense è morta? Come evolverà questo basilare fenomeno?

 

 

La democrazia statunitense

Innanzitutto si deve tenere in considerazione il cambiamento demografico e sociologico degli Stati Uniti.

 

Gli statunitensi sono passati dai 252 milioni del 1991, anno del crollo dell’Unione Sovietica, agli attuali 331 milioni: un terzo in più, ossia sono aumentati di 79 milioni. Nel contempo c’è stato un ininterrotto declino della classe media.

 

Alla fine della seconda guerra mondiale gli statunitensi di questa classe sociale erano il 70%. Benché non ci sia unanimità sui criteri statistici, oggi sembrano rappresentare meno del 45%. Il numero dei miliardari dal 1991 è invece decuplicato; per contro la ricchezza media è aumentata pochissimo in termini di potere d’acquisto.

 

Le istituzioni Usa si fondano sul principio della separazione dei poteri di Montesquieu. Le decisioni risultano equilibrate grazie alla separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Il sistema funziona se le decisioni vengono prese in nome dell’interesse comune. Con la globalizzazione, ossia con la delocalizzazione industriale in Asia e la conseguente scomparsa della classe media, il sistema non può più funzionare.

 

Per questa ragione la situazione sociologica impedisce il funzionamento del sistema democratico.

 

Gli statunitensi sono consapevoli di questi scombussolamenti; infatti, dopo il movimento Occupy Wall Street del 2011, molti si pongono domande sui poteri concentrati nell’1% dei cittadini, i più ricchi. Ossia nella fetta di popolazione le cui entrate annuali sono cinque volte superiori alla media.

 

Con le elezioni del 2020 si è presentato un problema sostanziale. Oggi almeno un terzo degli elettori pensa che i risultati non riflettano la volontà popolare. Numeri alla mano, i due campi non fanno che insultarsi; ma il problema non è il conteggio, bensì la scarsa trasparenza dello spoglio. Uno dei principi fondamentali della democrazia è la trasparenza delle elezioni.

 

Da tempo negli Stati Uniti lo spoglio non è più svolto da cittadini pubblicamente, ma da funzionari, o addirittura da imprese appaltatrici. Nel 2020 lo spoglio dei voti è stato fatto da macchine e, spesso, da funzionari e a porte chiuse.

 

Riguardo al venir meno della separazione dei poteri, i fatti più sconcertanti sono stati le procedure di destituzione del capo dell’esecutivo da parte del potere legislativo, in base ad accuse di tradimento, oggi tutte invalidate. Ma siccome il fallimento di questi impeachment non scalfisce il problema sociologico, ora assistiamo alla perquisizione della dimora di un ex presidente e alla sua imminente messa in stato d’accusa per tradimento. Questa volta il potere giudiziario si rifugia dietro un’interpretazione aberrante della legge che persegue la persona che, pur avendo il potere di declassificare qualsiasi documento, ha scordato di declassificare documenti personali. Il carattere bislacco di queste vicende non sfugge ai semplici cittadini, che voltano le spalle a istituzioni un tempo democratiche.

 

Il cedimento della democrazia statunitense si è manifestato il 6 gennaio 2021 con la presa del Campidoglio da parte di una folla inferocita. Oggi sappiamo che questi protestatari non avevano assolutamente intenzione di rovesciare il Congresso, ma che la polizia, comportandosi come strumento di repressione al servizio di una dittatura, non cercò di ristabilire l’ordine, ma volle punire i cittadini che manifestavano.

 

 

Il fenomeno avrà un seguito?

Il fenomeno non s’interromperà fino a quando persisterà l’attuale composizione sociologica degli Stati Uniti. Le vicende di corruzione dimostrano infatti che si sta allargando; che i protagonisti non sono più alti funzionari che abusano del potere, ma individui non eletti, nemmeno con un incarico ufficiale, che si accaparrano un potere più rilevante di quello di un senatore.

Ricordiamo l’affare Biden: durante la campagna presidenziale del 2020, il New York Post rivelava che l’FBI aveva requisito il computer di un figlio del candidato democratico. Il tabloid affermava che i file sequestrati mostravano la vita dissoluta del figlio di Biden (fatto già noto), nonché la sua corruzione e quella del padre.

 

Fu immediatamente orchestrata una vasta operazione per preservare l’onorabilità del candidato alla presidenza. L’FBI si rifiutò di esaminare il computer sequestrato, mentre alte personalità della United States Intelligence Community diffusero la voce che si trattava di una fake news diffusa dai russi per favorire l’avversario Trump (1). Alla fine i media ignorarono le accuse del Post e il candidato Biden vinse le elezioni.

 

A distanza di due anni le rivelazioni del Post si sono dimostrate vere, sono stati pubblicati nuovi documenti e altri sono stati sequestrati dal ministero russo della Difesa durante l’operazione in Ucraina.

 

A oggi risulta che:

 

Hunter Biden, che ha raccontato egli stesso il suo passato di tossicodipendente, è tutt’ora un drogato. È circondato da una congrega di giovani uomini, anche loro dipendenti dalla cocaina, con i quali organizza festini decadenti. Senza esprimere giudizi morali sulla sua vita privata, è sotto gli occhi di tutti che Hunter Biden non è nelle condizioni di dirigere imprese.

 

Ciononostante, Hunter Biden ha fondato e controlla diverse importanti società (Eudora Global, Owasco, Oldaker, Biden and Belair LLP, Paradigm Global Advisors, Rosemont Seneca Advisors e Seneca Global Advisors).

 

Mentre il padre Joe era vicepresidente e John Kerry segretario di Stato, Hunter Biden ha fondato con il figliastro di Kerry, Christopher Heinz, una società che ha iniziato a fare affari in Ucraina per conto del dipartimento della Difesa, di cui all’epoca era segretario Ashton Carter. Ufficialmente la società doveva esaminare i reliquati dei programmi biologici militari sovietici; in realtà, sostengono i russi, svolgeva in Ucraina ricerche illegali negli USA.

 

Hunter Biden e lo zio James Biden hanno lavorato con una compagnia petrolifera pubblica cinese, CEFC. Hunter ha percepito 3,8 milioni di dollari, sebbene privo di ogni competenza nel settore.

 

Hunter Biden è diventato, pur senza competenze, amministratore della seconda società petrolifera ucraina, Burisma. Per l’incarico è stato retribuito con 50 mila dollari mensili.

 

Hunter Biden viaggia da anni solo con aerei di Stato, per spostamenti non collegati allo status di figlio del presidente che è la sola ragione che gli permetterebbe di accompagnare il padre sull’aereo presidenziale.

 

Riassumendo, Hunter Biden dirige o siede nel consiglio di numerose società. Rappresenta ufficialmente il dipartimento della Difesa e, perlomeno ufficiosamente, il padre. Percepisce grosse somme di denaro per un lavoro che non è capace di fare.

 

Anche supponendo che non vi sia implicato, il presidente Biden nasconde la commistione che il figlio alimenta fra i propri affari personali e la sua carriera politica, permettendogli anche di usare mezzi di Stato per i suoi traffici.

 

L’imperatore romano Caligola aveva nominato console il proprio cavallo. Da vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden ha coperto gl’imbrogli del figlio. Oggi è un presidente con scarsa lucidità mentale, di cui il figlio approfitta per continuare a fare affari abusando del vincolo di parentela.

 

Queste accuse non sono voci, sono fatti accertati da rapporti del senato.

 

 

L’indebolimento dello Stato federale

Le altre regioni del mondo giudicano in modo discordante l’indebolimento dello Stato federale Usa. Secondo i russi, passati attraverso molte rivoluzioni e la dissoluzione dell’URSS, le incomprensioni fra i cittadini condurranno nel medio termine a una guerra civile, che sfocerà nella divisione degli Stati Uniti in Paesi indipendenti, più o meno etnicamente omogenei.

 

Secondo i cinesi invece, passati innumerevoli volte dall’indebolimento della monarchia, gli Stati Uniti sopravviveranno, ma precipiteranno in una forma di anarchia. Gli Stati federati conquisteranno l’autonomia e non obbediranno più allo Stato federale.

 

Solo gli Occidentali continuano a credere che gli Stati Uniti sono ancora una democrazia e che continueranno a esserlo.

 

 

Donald Trump Jr. tratta degli intrallazzi di Hunter Biden nel libro Liberal Privilege: Joe Biden and the Democrat’s Defense of the Indefensible, Gold Standard Publishing (2020).

 

L’inchiesta del New York Post ha dato origine a un altro libro: Laptop from Hell: Hunter Biden, Big Tech, and the Dirty Secrets the President Tried to Hide, di Miranda Devine, Post Hill Press (2021).

I senatori repubblicani della Commissione per la Sicurezza della Patria hanno presentato due rapporti: 1. «Hunter Biden, Burisma, and Corruption: The Impact on U.S. Government Policy and Related Concerns», U.S. Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs; 2. «Majority Staff Report Supplemental» Committee on Finance, Committee on Homeland Sercurity and Governmental Affairs. November 18, 2020.

 

 

Thyerry Meyssan

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Geopolitica

Ben Gvir chiede di strappare le Isole Falkland a Londra e di cederle all’Argentina

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto che le Isole Falkland (Isole Malvinas) vengano strappate al Regno Unito e cedute all’Argentina.

 

«È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvinas sono territorio argentino occupato, che gli inglesi sottraggono violentemente al popolo argentino. Gli inglesi non si accontentano della semplice occupazione del territorio; vi effettuano anche trivellazioni petrolifere, derubando il popolo argentino del denaro ricavato».

 

«Chiedo al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di riconoscere la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e di imporre sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione persisterà».

 


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Londra controllava l’arcipelago dal 1833. Nel 1982 l’Argentina invase le Falkland, ma fu sconfitta dall’esercito britannico.

 

È chiaro che il Ben Gvirro si sta esprimendo a sostegno del suo alleato sionista, il presidente argentino Javier Milei, esortandolo ad espandere il proprio territorio. Israele stesso sta attivamente lavorando per espandere il proprio territorio attraverso conquiste, nell’ambito del progetto della Grande Israele. Non solo: voci consistenti parlano di interessi israeliani nell’acquisto di vastissimi terreni in Patagonia.

 

Va detto che il governo dell’Argentina ha avviato una denuncia penale e sanzioni contro la compagnia petrolifera israeliana Navitas Petroleum per le sue attività di esplorazione e trivellazione nella zona delle Falklandsenza l’autorizzazione di Buenos Aires. La vicenda rappresenta un delicato caso geopolitico che mette a dura prova l’asse diplomatico tra il presidente argentino Javier Milei e lo Stato d’Israele.

 

«Il governo sostiene che le società abbiano violato la legge argentina detenendo licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi rilasciate dalla Gran Bretagna nel bacino delle Falkland settentrionali. La denuncia si baserebbe sulla legislazione vigente in materia di progetti petroliferi e del gas in aree rivendicate dall’Argentina. Non è chiaro se un tribunale abbia deciso di avviare un’indagine sulla denuncia del governo», ha riferito l’agenzia Reuters martedì.

 

«La denuncia penale inasprisce una disputa di lunga data sulla sovranità tra Argentina e Gran Bretagna per le Falkland e potrebbe mettere alla prova la capacità di Buenos Aires di utilizzare il proprio sistema legale per ostacolare un importante progetto petrolifero offshore sostenuto da investitori stranieri e autorizzato da un territorio britannico autonomo».

 

Mentre Israele appoggia le nazioni che lo sostengono apertamente, come l’Argentina , si scaglia contro le nazioni e le regioni che non lo fanno.

 

La scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia tutta l’Europa dal partecipare alla guerra contro l’Iran, nella quale lo Stato ebraico ha trascinato con successo gli Stati Uniti .

 

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I vertici israeliani sono stati accusati pure di aver ingegnerizzato, forse con l’ausilio di alleati all’interno della politica statunitense, l’invasione degli immigrati a Ceuta, che ha registrato messaggi aperti di soddisfazione da parte di funzionari israeliani che hanno ricordato l’ostilità di Madrid verso le politiche israeliane recenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’asse tra l’Argentina di Milei, che è circondato da rabbini interessanti e sarebbe in procinto di convertirsi al giudaismo, è divenuto chiaro durante i Mondiale, dove il tifo del governo Netanyahu per nazionale albiceleste fu sfacciato,e  poco fortunato.

 

Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione. Il tono inzialmente tiepido tuttavia sta alzandosi di temperatura.

 

Come riportato da Renovatio 21rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.

 

Come riportato da Renovatio 21, riguardo alle Falkland è arrivato in settimana anche l’avvertimento di Washington che avrebbe minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate.

 

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Geopolitica

Ursula in Groenlandia attacca Trump e promette 200 milioni di euro

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica.   La Groenlandia è un territorio autonomo danese ricco di minerali e situato in posizione strategica vicino al Nord America. La Danimarca, che sovrintende alla politica estera e di sicurezza dell’isola, è membro sia dell’UE sia della NATO. Trump ha ripetutamente sostenuto che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e per le sue risorse minerarie, mettendo Washington in contrasto con i suoi alleati europei.   «Il futuro della Groenlandia spetta al popolo della Groenlandia e alla Danimarca deciderlo, a nessun altro», ha dichiarato von der Leyen lunedì a Nuuk, capitale dell’isola, al termine di una visita di due giorni. Ha citato l’integrità territoriale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini come principi fondamentali del diritto internazionale.

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Il capo dell’UE ha inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di europer quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.   Le ricchezze minerarie della Groenlandia sono di particolare interesse per l’UE. L’isola possiede 25 delle 34 materie prime che Bruxelles classifica come critiche, e un accesso più agevole potrebbe aiutare il blocco a ridurre la sua dipendenza dalla Cina.   Il viaggio di von der Leyen è avvenuto mentre Trump, lunedì, pubblicava una mappa che raffigurava la Groenlandia, il Canada e altre parti delle Americhe sotto la bandiera statunitense. L’immagine includeva anche l’Islanda ed era etichettata come «Stati Uniti d’America».   La spinta di Washington per il controllo della Groenlandia ha messo a dura prova le relazioni con la Danimarca e altri alleati europei. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato all’inizio di quest’anno che l’uso della forza militare rimaneva «sempre un’opzione», paventando la possibilità di uno scontro tra i due membri della NATO. Trump ha inoltre ripetutamente messo in dubbio l’utilità dell’alleanza per gli Stati Uniti.   La visita ha coinciso anche con l’inizio di Arctic Shield, esercitazioni militari che coinvolgono 11 Paesi della NATO e circa 400 soldati in Groenlandia. Nessun militare statunitense partecipa alle esercitazioni, che si svolgono dal 7 al 18 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, la prima ministra Mette Frederiksen due mesi fa ha dichiarato all’incontro atlantico di Ankara  che la NATO aiuterebbe la Danimarca a proteggere la Groenlandia da qualsiasi attacco, incluso, in via ipotetica, da parte degli Stati Uniti.   L’idea che gli Stati Uniti acquisiscano la Groenlandia è emersa in diversi momenti della storia americana. L’isola danese, strategicamente situata nell’Atlantico settentrionale, ospita già una base militare statunitense e si ritiene che contenga preziose risorse minerarie, il cui sfruttamento potrebbe diventare economicamente redditizio in futuro.   Trump si è rifiutato di escludere l’uso della forza militare per ristabilire il controllo sulla Groenlandiapaventando la possibilità di uno scontro tra la NATO e il suo membro dominante. Il leader americano ha accusato l’organizzazione di essere inutile per gli interessi statunitensi, e il suo rifiuto di intervenire direttamente nell’attacco israelo-americano all’Iran è emerso come una delle principali fonti di risentimento.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.   La Danimarca in risposta ha inviato più truppe sull’isola, mentre la Francia vi ha chiesto esercitazioni NATO. A inizio anno, tuttavia, è emerso che la piccola missione tedesca sull’isola si era ritirata.   Sei mesi fa il segretario del Tesoro USA Scott Bessent ha dichiarato che gli USA prenderanno la Groenlandia grazie alla debolezza europea. Brusselle ha parlato di una «pericolosa spirale discendente», mentre il presidente francese Macron ha promesso una risposta alle «intimidazioni» trumpiane sui dazi e Groenlandia.   In occasione della consegna dei Nobel, quando si aspettava di ricevere il premio Nobel per la pace, Trump rimproverò la Norvegia dicendo che non avendo ricevuto l’encomio allora si sarebbe concentrato nella presa della Groenlandia.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente americano avrebbe già ordinato di concepire un piano per l’invasione. Le difese della Groenlandia, ha detto, sono «due slitte trainate da cani».   Il presidente polacco Donald Tusk ha sottolineato che le minacce USA sulla Groenlandia rendono di fatto la NATO un ente inutile.  

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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
   
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Geopolitica

L’Iran minaccia la Corea del Sud che valuta operazioni militari congiunte a Ormuzzo

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Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento alla Corea del Sud, esortando il Paese a riflettere attentamente prima di unirsi alle operazioni americane nello Stretto di Ormuz.

 

La scorsa settimana l’ufficio del presidente sudcoreano ha annunciato di stare valutando l’adozione di misure militari a sostegno degli sforzi statunitensi volti a garantire la libertà di navigazione delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo.

 

Seoul dipende in modo molto significativo dal petrolio che passa attraverso lo Stretto ormusino, Il paese si rifornisce per circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente, con il 95% delle importazioni petrolifere che passano proprio attraverso Ormuzzo. Anche sul fronte del gas, la dipendenza è rilevante: il 20% del gas naturale liquefatto sudcoreano arriva dal Medio Oriente.

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Le importazioni nette di petrolio della Corea del Sud rappresentano il 2,7% del PIL, e il paese ha riserve strategiche limitate rispetto, ad esempio, alla Cina — il che la rende una delle economie più vulnerabili della regione a uno shock nello stretto. A maggio 2026, l’arrivo di una singola petroliera proveniente da Hormuz è stato descritto come capace di coprire tra il 35% e il 50% del consumo giornaliero di greggio della Corea del Sud — un dato che dà la misura di quanto ogni singolo carico sia strategicamente rilevante.

 

Ora l’Iran afferma che la Corea del Sud subirà «gravi conseguenze» se deciderà di inviare navi, aerei o personale militare nello Stretto ermisino.

 

In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha scritto: «La relazione tra l’Iran e la Repubblica di Corea ha una storia che dura da oltre 64 anni e i legami tra i due Paesi si sono costantemente sviluppati sulla base del reciproco rispetto. L’Iran attribuisce grande importanza alle sue relazioni amichevoli con la Repubblica di Corea».

 

«Tuttavia, al momento il popolo iraniano si sta difendendo dalle azioni aggressive dell’America e, nella situazione in cui sta rispondendo con fermezza ai crimini di guerra americani contro donne e bambini, qualsiasi altro Paese che mantenga una presenza militare o partecipi a operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non può che essere considerato come un diretto sostenitore degli autori dell’aggressione, e ciò comporterà gravi conseguenze», ha aggiunto.

 

Il portavoce iraniano ha concluso: «Nessun Paese sovrano e responsabile dovrebbe cedere alle pressioni e alle minacce dell’America e rendersi complice degli atti aggressivi e degli orribili crimini contro il grande popolo iraniano».

 

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Il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sulle nazioni alleate, tra cui la Corea del Sud, criticandole per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni nello Stretto di Ormuzzo.

 

Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud parteciperanno questa settimana alle esercitazioni militari congiunte «Freedom Edge», suscitando critiche da parte del neo-nominato ministro della Difesa nordcoreano Kim Song-gi.

 

In risposta alle esercitazioni, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato lunedì la messa in servizio del secondo cacciatorpediniere della marina militare, affermando: «Le preoccupazioni dei nemici si acuiranno sicuramente. Dobbiamo stabilire in modo più chiaro un deterrente nucleare potente e affidabile, mettere in pratica l’impiego diversificato ed efficace dei nostri sistemi di combattimento nucleare e rafforzare ulteriormente le nostre attività militari per la difesa marittima e la deterrenza bellica».

 

L’Iran e la Corea del Nord intrattengono da decenni una partnership strategica, militare ed economica, il che significa che i due Paesi potrebbero unire le forze contro gli Stati Uniti se le tensioni dovessero continuare ad aumentare.

 

La voce circolante (o fatta circolare…) è che sia possibile che i nordcoreani stiano effettivamente collaborando alla progettazione di una testata nucleare iraniana. Si tratta di un sospetto pubblicato spesso da realtà avverse ai due Paesi. Tuttavia, è invece confermata la cooperazione missilistica tra Teherano e Pyongyango. La Corea del Nord ha intensificato la collaborazione con l’Iran per la produzione di missili balistici e per la progettazione di modelli più avanzati.

 

Ambedue i Paesi disporrebbero di missili ipersonici.

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La relazione tra i due paesi non è nuova. Con lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano e il suo ritiro dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) nel 2003, Pyongyang era già stata accusata di fornire tecnologia nucleare all’Iran, e nel 2012 i due paesi avevano firmato un accordo di cooperazione scientifica, accademica e tecnologica.

 

Dopo la Guerra dei 12 Giorni (giugno 2025) tra Israele e Iran, la guida suprema Khamenei aveva sempre bloccato la decisione di procedere all’arricchimento al 90% e allo sviluppo di testate miniaturizzate; oggi, con Teheran che cerca di ricostruire la propria deterrenza, la Corea del Nord resta una delle poche opzioni percorribili, dato che il Pakistan (in buoni rapporti con USA e Arabia Saudita) non avrebbe interesse ad aiutare l’Iran.

 

Diversi analisti notano come la guerra contro l’Iran abbia rafforzato a Pyongyang la convinzione che l’arsenale nucleare sia l’unica vera garanzia di sopravvivenza per un regime sotto pressione — una lezione che l’Iran stesso potrebbe voler applicare, rendendo più plausibile una richiesta di assistenza nordcoreana.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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