Connettiti con Renovato 21

Economia

La crescita economica russa tocca il 5,4%

Pubblicato

il

Il prodotto interno lordo (PIL) della Russia è cresciuto del 5,4% su base annua nel primo trimestre del 2024, ha affermato l’agenzia statale di statistica Rosstat in un rapporto preliminare pubblicato venerdì. Lo riporta RT.

 

Secondo le stime, nel periodo gennaio-marzo la Russia ha registrato una forte crescita del fatturato del commercio al dettaglio (+10,5%), dell’industria manifatturiera (+8,8%) e dell’edilizia (3,5%).

 

I dati Rosstat sono in linea con una stima precedente del Ministero dell’Economia, ma superano quella della Banca di Russia (crescita del 4,6%) e le aspettative degli analisti (5,3%). L’agenzia dovrebbe pubblicare dati più dettagliati sul PIL a metà giugno.

 

Secondo una precedente previsione della Banca di Russia, la crescita del PIL dovrebbe rallentare nel secondo trimestre a causa dell’inasprimento delle condizioni fiscali. Il regolatore, tuttavia, prevede che la domanda di consumatori e investimenti rimarrà elevata e continuerà a guidare la crescita economica.

 

I dati positivi arrivano nonostante le molteplici serie di sanzioni occidentali introdotte dall’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina nel febbraio 2022.

 

Le misure vanno dall’inserimento nella lista nera della maggior parte delle banche russe e la loro esclusione dal sistema di messaggistica interbancaria SWIFT, al congelamento di circa 300 miliardi di dollari di riserve valutarie russe.

 

Di conseguenza, il PIL ha subito una flessione nel 2022, contraendosi dell’1,2%. Tuttavia, i dati per il 2023 hanno mostrato che l’economia si è ripresa, registrando una crescita del 3,6%. Molti analisti hanno attribuito questa performance al perno commerciale della Russia verso l’Est e alle politiche economiche implementate per compensare l’effetto delle restrizioni.

 

Ad aprile, il Fondo monetario internazionale (FMI) ha dichiarato di aspettarsi che l’economia russa cresca più velocemente di tutte le economie avanzate nel 2024. Si prevede che il PIL crescerà del 3,2%, superando i tassi di crescita attesi per gli Stati Uniti (2,7%), il Regno Unito (0,5%), Germania (0,2%) e Francia (0,7%).

 

Il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov in precedenza aveva affermato di aspettarsi una crescita del PIL nel 2024 pari a quella dello scorso anno, mentre la Banca di Russia è stata più cauta nelle sue previsioni, prevedendo una crescita del 2,5-3,5%.

 

La Russia sembra quindi essersi scrollata di dosso la questione delle sanzioni occidentali.

 

Come riportato da Renovatio 21, i profitti di aziende russe come il colosso petrolifero Rosneft sono saliti nonostante le sanzioni. Le sanzioni, in realtà, sono state devastanti più per le economie dei Paesi che le hanno imposte – e la follia delle bollette sta a dimostrarlo.

 

Due mesi fa Putin ha dichiarato che la Russia si era ripresa dalla pressione delle sanzioni.

 

In un editoriale a inizio anno, l’Economist aveva ammesso il fallimento delle sanzioni contro Mosca. «Attualmente, il sistema economico russo è in una forma migliore del previsto» scriveva la testata britannica, che si rendeva conto, di colpo, del danno invece procurato ai sanzionatori: «nel frattempo l’Europa, appesantita dai prezzi dell’energia alle stelle, sta cadendo in recessione».

 

Come riportato da Renovatio 21, i dati di questa primavera, riportati dall’agenzia Reuters, segnalano che l’economia in Russia continua a crescere. Mentre in Europa e nei singoli Paesi si parla di «economia di guerra». Orban, unico leader europeo a mantenere la ragione, ha dichiarato varie volte che le sanzioni uccideranno l’economia europea.

 

Nonostante i continui round di sanzioni indetti da Bruxelles contro la Russia, in Austria l’FPO, il partito anti-immigrati e anti-sanzioni, è primo nei sondaggi. In Germania invece oltre la metà della popolazione ha ammesso di essere più povera rispetto a quando nel 2021 le sanzioni non erano in atto.

 

Secondo il vice ministro degli Esteri russo Aleksandr Grushko gli Stati membri dell’UE hanno perso circa 1,5 trilioni di dollari a causa delle radicali sanzioni introdotte contro Mosca.

 

L’economia russa, a differenza di quella occidentale, è tutt’altro che devastata. Di fatto, le sanzioni non hanno ferito la struttura economica di Mosca, e ciò era vero mesi fa come lo è ora. Come aveva dichiarato il presidente russo Putin, le sanzioni non separano la Russia dal resto del mondo, anzi: la Russia ora lavora con altri Paesi per la creazione di valute alternative per il commercio globale.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

Immagine di Deensel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

Continua a leggere

Economia

I prezzi dei fertilizzanti sono raddoppiati dalla chiusura di Ormuzzo: carestia di massa in arrivo?

Pubblicato

il

Da

I prezzi dei fertilizzanti sono più che raddoppiati dall’attacco all’Iran del 28 febbraio. Lo riporta OilPrice.com.   Metà di tutte le esportazioni globali di materie prime per fertilizzanti transitano attraverso lo Stretto di Ormuzzo. Le esportazioni di fertilizzanti e prodotti chimici includono urea, ammoniaca, zolfo, idrogeno e gas naturale: tutti componenti fondamentali. Ci vorranno almeno mesi, forse diversi anni, dopo l’eventuale riapertura dello Stretto ermisino, prima che la produzione di gas naturale del Golfo, necessaria per i fertilizzanti, possa tornare ai livelli pre-28 febbraio.   Quindi, non solo i prezzi dei fertilizzanti sono incredibilmente alti, ma le stime delle Nazioni Unite indicano che altri 45 milioni di persone saranno spinte verso la fame, soprattutto in Sudan, Somalia e Sri Lanka. Né il prezzo né la crisi sanitaria si attenueranno a breve.

Sostieni Renovatio 21

Il sottosegretario generale delle Nazioni Unite Jorge Moreira da Silva aveva sottolineato: «la stagione della semina è già iniziata (…) Quindi, se non troviamo subito una soluzione, la crisi sarà molto significativa e grave, soprattutto per i paesi più poveri e per i cittadini più indigenti (…) L’interruzione del passaggio attraverso lo Stretto di Ormuzzo potrebbe spingere altri 45 milioni di persone nella fame e nella carestia».   Il funzionario ONU quindi istituito una task force delle Nazioni Unite dedicata alla risoluzione dei problemi della catena di approvvigionamento di fertilizzanti e materie prime a base di azoto.   Come avviene anche per gli idrocarburi, in teoria l’Italia dovrebbe risentire poco della chiusura dello Stretto Ormusino – se non fosse per i prezzi decretati internazionalmente: le forniture del Paese sono infatti tutti in Europa e nel bacino del Mediterraneo.   L’Italia importa fertilizzanti per un valore di circa 1,4 miliardi di dollari all’anno (dati 2025). Nel 2023 i principali fornitori sono stati l’Egitto (primo con oltre 268 milioni di dollari, soprattutto azotati e urea), seguito da Germania (123 milioni), Russia (86 milioni), Marocco (76 milioni) e Spagna (71 milioni). Altri partner rilevanti includono Algeria, Turchia, Libia e Paesi Bassi.   L’Italia dipende fortemente dall’estero per circa il 70% dei concimi minerali: azotati dal Nord Africa e Medio Oriente, fosfatici dal Marocco e potassici da varie fonti europee ed extra-UE. Le importazioni sono influenzate da prezzi energetici, sanzioni alla Russia e accordi UE.   Ad ogni modo, produzione nazionale copre solo una quota minoritaria, rendendo il settore vulnerabile a shock geopolitici (anche indotti…), come divenuto chiaro con la guerra ucraina e il taglio delle importazioni dalla Federazione Russa, che con la Bielorussia costituisce un’enorme quota della produzione mondiale dei fertilizzanti.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 
Continua a leggere

Economia

Trump annuncia nuovi dazi contro l’UE

Pubblicato

il

Da

Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’imposizione di dazi del 25% su auto e camion prodotti nell’UE, accusando il blocco di aver violato un accordo commerciale raggiunto la scorsa estate ma non ancora pienamente ratificato dai legislatori europei.

 

La misura prevede un aumento del 10% rispetto all’attuale aliquota del 15% applicata all’industria automobilistica. Annunciando la decisione, Trump ha esortato le case automobilistiche europee a trasferire la produzione negli Stati Uniti, affermando che tali auto non sarebbero soggette a dazi doganali maggiorati.

 

«Sono lieto di annunciare che, in base al fatto che l’Unione Europea non sta rispettando il nostro accordo commerciale pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi doganali imposti all’Unione Europea per le auto e i camion che entrano negli Stati Uniti. Il dazio sarà aumentato al 25%», ha scritto Trump sulla sua piattaforma TruthSocial.

Sostieni Renovatio 21

Sebbene l’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea sia stato raggiunto lo scorso luglio dopo una breve guerra commerciale, è rimasto bloccato nel limbo burocratico del blocco. Il Parlamento europeo ha votato a fine marzo per dare impulso all’accordo, dopo averlo già rinviato due volte. Tuttavia, l’accordo non è ancora stato ratificato integralmente attraverso il cosiddetto «trilogo». Per essere pienamente attuato, l’accordo deve essere approvato non solo dal Parlamento Europeo, ma anche dalla Commissione Europea e dal Consiglio dei leader dell’UE.

 

L’accordo commerciale è stato ripetutamente criticato come una capitolazione dei burocrati dell’UE di fronte al leader statunitense, a causa delle sue condizioni generalmente sfavorevoli. L’ex responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, ad esempio, ha più volte criticato la posizione passiva del blocco nella disputa commerciale con gli Stati Uniti, affermando che «l’accordo era ingiusto fin dall’inizio», con Washington che imponeva dazi del 15% al blocco mentre «noi riducevamo i nostri nei loro confronti».

 

L’annuncio di Trump ha provocato una reazione immediata nell’UE: il presidente della commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange, ha lamentato la mancanza di affidabilità di Washington e ha ipotizzato ritorsioni.

 

«Questo non è il modo di trattare i partner stretti. Ora non possiamo che rispondere con la massima chiarezza e fermezza, facendo leva sulla forza della nostra posizione», ha dichiarato Lange senza fornire alcuna indicazione su possibili contromisure.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

Continua a leggere

Economia

ARAMCO sospende le consegne di GPL dopo l’attacco ad un impianto chiave

Pubblicato

il

Da

Il colosso saudita del petrolio e del gas naturale ARAMCO sospenderà la fornitura di gas di petrolio liquefatto (GPL) fino a maggio a causa di danni al suo principale impianto di esportazione. Lo riporta Bloomberg, che cita fonti a conoscenza dei fatti.   Il principale hub di esportazione di GPL della società, il terminale di Juaymah situato nel Golfo Persico, ha subito danni strutturali a febbraio, poco prima dell’attacco israelo-americano all’Iran. All’epoca, la società dichiarò che una struttura di supporto era crollata, interrompendo l’approvvigionamento di carburante e causando l’interruzione delle spedizioni all’estero. Secondo gli analisti di mercato, l’impianto rappresenta circa il 3,5% delle esportazioni globali totali di GPL via mare.   Il conflitto nella regione ha impedito all’azienda di riparare i danni e l’impianto rimane chiuso. All’inizio di questo mese, il Ministero dell’Energia saudita ha dichiarato che il sito ha subito incendi anche durante gli attacchi di rappresaglia iraniani contro i paesi vicini allineati con gli Stati Uniti. Il ministero non ha reso nota l’entità dei danni causati dagli attacchi.   Martedì, Bloomberg ha riferito che ARAMCO ha comunicato ai propri clienti che le consegne rimarranno sospese fino a maggio.

Sostieni Renovatio 21

Qualora lo Stretto di Ormuzzo dovesse riaprire nelle prossime settimane, le consegne dall’impianto di Juaymah non riprenderanno fino al termine dei lavori di riparazione e l’impianto rimarrà fuori servizio anche il mese prossimo, secondo quanto riferito da alcune fonti. La società si è rifiutata di commentare la notizia, ha osservato la testata finanziaria neoeboracena.   La vitale via navigabile continua a subire interruzioni a causa dello stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che non sono riusciti a raggiungere un accordo su questioni chiave, tra cui il destino del programma nucleare di Teheran. Secondo alcune fonti, l’amministrazione statunitense starebbe valutando un blocco prolungato dei porti iraniani, considerandolo un’opzione preferibile alle ostilità o alla ritirata, nella speranza di fare pressione su Teheran affinché accetti un accordo di pace più favorevole.   La carenza di GPL, causata dall’interruzione delle attività nello Stretto ormusino e dalla chiusura del terminale di Juaymah, si è fatta sentire soprattutto in Asia. L’India, dove il GPL è ampiamente utilizzato per cucinare, è stata particolarmente colpita dal problema, provocando un aumento del consumo di legna da ardere e ripetuti conflitti tra i cittadini per la scarsità di approvvigionamento.   L’Italia importa quantità molto limitate o nulle di GPL direttamente dall’Arabia Saudita tramite ARAMCO . Secondo i dati ufficiali del database UN Comtrade relativi al 2023, l’Italia non ha registrato importazioni di gas di petrolio liquefatto dall’Arabia Saudita, e anche negli anni precedenti i volumi sono risultati trascurabili o pari a zero.   L’Italia si rifornisce di GPL principalmente da altri Paesi come l’Algeria e da fornitori europei o del Mediterraneo, mentre l’Arabia Saudita, pur essendo uno dei maggiori esportatori mondiali di LPG grazie ad Aramco, dirige solo flussi minimi verso il Bel Paese. Il grosso delle importazioni energetiche italiane dall’Arabia Saudita riguarda invece il greggio e i prodotti petroliferi raffinati, non il GPL.

Aiuta Renovatio 21

La ARAMCO, che nel 2022 aveva segnalato la volontà di andare in borsa per più di 50 miliardi di dollari, produce più di 10 milioni di barili al giorno, divenendo quindi tra le più grandi compagnie petrolifere al mondo nonché il più importante finanziatore del governo saudita, che la possiede quasi al 100%.   La società nasce nel 1933, quando il governo saudita firma un accordo di concessione con la Standard Oil of California (SOCAL) che gli permette di fare delle prospezioni petrolifere in Arabia Saudita. Nel 1944 diviene Arabian American Company, cioè ARAMCO, nome che conserva tutt’ora, così come si conserva il patto di protezione americana della famiglia Saud stipulato in quegli anni dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt e dal re saudita Abdulaziz Ibn Saud – il cosiddetto patto del Grande Lago Amaro, di cui Renovatio 21 vi ricorda spesso, ossia la creazione del petrodollaro, fonte della grande ricchezza e durevole influenza di Washington nel mondo.   Come riportato da Renovatio 21, segnali chiarissimi mandati dai sauditi negli ultimi anni – la vendita di petrolio in yuan cinesi, il desiderio espresso da Ryadh di entrare nei BRICS – mostra che il patto del Grande Lago Amaro è probabilmente entrato in questione.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da YouTube
Continua a leggere

Più popolari