Bioetica
La città russa di Ivanovo mostrerà gli embrioni alle donne che vogliono abortire
Le cliniche prenatali nella città di Ivanovo, nella Russia occidentale, cercheranno di dissuadere le donne dall’aborto mostrando loro modelli di embrioni nella vita reale, hanno riferito i media locali. L’iniziativa arriva mentre la Russia mira a migliorare il suo tasso di natalità per affrontare una popolazione in calo.
Tre cliniche della città avrebbero ricevuto set contenenti cinque modelli che rappresentano le fasi di sviluppo che attraversano i feti durante i primi tre mesi di gravidanza. I set sono stati donati da una coppia sposata che ha preferito rimanere anonima, ha scritto mercoledì il portale di notizie di Ivanovo Kstati.news. L’iniziativa è sostenuta dalle autorità sanitarie locali, ha aggiunto l’emittente.
Le ostetriche mostreranno i set alle donne che stanno pensando di interrompere la gravidanza come parte di una visita pre-aborto obbligatoria. Inoltre, per legge, qualsiasi donna che desideri abortire in Russia deve attendere una settimana prima di sottoporsi alla procedura.
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L’aborto è legale in Russia ed è coperto dal sistema sanitario nazionale. La gravidanza può essere interrotta fino a 12 settimane di gestazione su richiesta della donna, fino a 22 settimane per motivi sociali come il risultato di uno stupro o in caso di morte del marito, e in qualsiasi fase per motivi medici.
Il tasso di aborto nel Paese è diminuito in media del 6% ogni anno, secondo le statistiche ufficiali. Nel 2022, sono state registrate circa 38 interruzioni di gravidanza ogni 100 nascite.
Il capo della Chiesa ortodossa russa, il patriarca di Mosca Cirillo, l’anno scorso ha descritto il tasso di aborto come un «disastro nazionale». La chiesa ortodossa respinge l’argomentazione secondo cui l’interruzione di gravidanza dovrebbe essere consentita finché l’embrione non raggiunge un certo stadio di sviluppo.
«L’aborto distrugge il futuro», aveva tuonato nove mesi fa il patriarca di Mosca e di tutte le Russie.
Il presidente russo Vladimir Putin si è rifiutato di sostenere le richieste di un divieto totale degli aborti. Invece, ha ripetutamente parlato della necessità che il governo incoraggi le famiglie russe ad avere più figli. Diverse misure adottate dallo Stato russo, negli ultimi anni, vanno in questa direzione.
Come riportato da Renovatio 21, l’intenzione di non vietare l’aborto era stata reiterata pochi mesi fa dalla presidente della Camera alta del Parlamento russo, Valentina Matvienko.
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Come molte altre regioni russe, anche Ivanovo ha registrato negli ultimi anni un costante calo demografico, con un tasso di mortalità che ha superato di due o tre volte quello di natalità.
Secondo le statistiche ufficiali, l’anno scorso il tasso di natalità in Russia è crollato al livello più basso dal 1999. Uno studio recente condotto dal centro di analisi macroeconomica CMASF ha suggerito che la tendenza potrebbe tradursi in un calo significativo della popolazione e portare a vari problemi per l’economia.
Migliorare la situazione demografica e raggiungere una crescita sostenibile dei tassi di natalità è una questione di vita o di morte per la Russia, ha affermato all’inizio di quest’anno il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov.
La Repubblica di Mordovia l’anno scorso è divenuta ufficialmente la prima della Federazione a vietare ufficialmente la promozione dell’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, nel frattempo deputati russi stanno avanzando una legge che etichetta l’ideologia dei «senza figli» come «estremista» e per questo perseguibile.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.
Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.
Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.
«La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».
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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:
«Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».
Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.
Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.
Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.
La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.
Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».
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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.
Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».
«Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.
Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».
L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.
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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.
In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».
In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.
È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.
Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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