Spirito
La chiesa «concubina del Nuovo Ordine Mondiale»: Mons. Viganò e le «benedizioni» alle coppie omosessuali
Renovatio 21 pubblica il discorso di monsignor Carlo Maria Viganò riguardo la dichiarazione vaticana Fiducia Supplicans.
CONSIDERAZIONI
a proposito del documento vaticano Fiducia supplicans sulla liceità di benedire le coppie irregolari
Quando il demonio cerca di persuaderci a peccare, enfatizza il presunto bene dell’azione malvagia che vuole farci compiere, mettendone invece in ombra gli aspetti necessariamente contrari ai Comandamenti di Dio. Egli non ci dice: Pecca e offendi il Signore che è morto per te in Croce, perché sa che una persona normale non vuole il male in sé, ma che di solito compie il male sotto apparenza di bene.
Questa strategia dell’inganno si ripresenta invariabilmente. Per indurre una madre ad abortire, Satana non le chiede di compiacersi dell’uccisione del bambino che porta in grembo, ma di pensare alle conseguenze della gravidanza, al fatto che perderà il lavoro, o che è troppo giovane e inesperta per crescere e educare un figlio; e sembra quasi che quella madre, rendendosi assassina e infanticida, dimostri senso di responsabilità nel voler evitare alla creatura innocente una vita senza amore.
Per convincere un uomo all’adulterio, lo spirito tentatore gli mostra i presunti vantaggi del trovare sfogo in una relazione extraconiugale, a tutto vantaggio della pace in famiglia.
Per spingere un sacerdote ad accettare le deviazioni ereticali dei suoi Superiori, mette in risalto l’obbedienza all’autorità e la preservazione della comunione ecclesiale.
Questi inganni servono ovviamente per trascinare le anime lontano da Dio, cancellare in esse la Grazia, macchiarle con il peccato, offuscarne la coscienza in modo che la caduta successiva sia tanto più disinvolta quanto essa è più grave. In qualche modo, l’azione del demonio si esplica come la «finestra di Overton», rendendo meno orribile l’offesa a Dio, facendoci credere meno tremenda la punizione che ci attende, e più accettabili le conseguenze della nostra colpa.
Il Signore è buono: perdona tutti, ci sussurra, facendo ben attenzione a tenerci lontano dal pensiero della Passione di Cristo, al fatto che ogni colpo di flagello, ogni schiaffo, ogni spina conficcata nel Suo capo, ogni chiodo piantato nelle Sue carni è frutto dei nostri peccati. E poi, se cedi alla tentazione, non è colpa tua, ma della tua fragilità.
E una volta sprofondata, peccato dopo peccato, nell’abitudine al male e nel vizio, l’anima si lascia trascinare sempre più in basso, finché la richiesta del diavolo si presenta in tutto il suo orrore: Ribellati a Dio, rifiutaLo, bestemmiaLo, odiaLo perché ti ha privato del tuo diritto alla felicità con precetti opprimenti.
Questo, a ben vedere, è l’elemento ricorrente nella tentazione, sin dal peccato di Adamo: mostrare il male sotto le false apparenze di bene, e il bene come un fastidioso intralcio all’appagamento della propria volontà ribelle.
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La Chiesa, che ci è Madre, sa bene quanto pericoloso sia per un’anima cristiana ignorare questa strategia infernale.
I confessori, i direttori spirituali, i predicatori consideravano imprescindibile spiegare ai fedeli come agisce il diavolo, perché essi comprendessero con l’intelletto la frode del maligno, in modo da potervisi opporre con la volontà, aiutata in questo dall’assiduità alla preghiera e dalla frequenza ai Sacramenti.
D’altra parte, come potremmo immaginare una madre che incoraggia il proprio figlio a non progredire nell’amore di Dio, e che lo rassicura sul fatto che il Signore gli concederà la salvezza senza condizioni? Quale madre assisterebbe alla rovina del figlio, senza cercare di ammonirlo ed anche punirlo, affinché comprenda la gravità delle sue azioni e non si danni per l’eternità?
La delirante Dichiarazione Fiducia supplicans, recentemente pubblicata dalla parodia dell’ex-Sant’Uffizio ridenominato Dicastero, squarcia definitivamente la coltre di ipocrisia e di inganno della Gerarchia bergogliana, mostrando questi falsi pastori per ciò che sono: servi di Satana e suoi zelantissimi alleati, ad iniziare dall’usurpatore che siede – abominazione della desolazione – sul Soglio di Pietro.
Lo stesso incipit del documento suona, come tutti quelli emanati da Bergoglio, canzonatorio e ingannevole: perché la fiducia nel perdono di Dio senza pentimento si chiama presunzione di salvarsi senza merito ed è un peccato contro lo Spirito Santo.
La falsa sollecitudine pastorale di Bergoglio e dei suoi cortigiani nei confronti degli adulteri, dei concubinari e dei sodomiti dovrebbe essere denunciata anzitutto dai presunti beneficiari del documento vaticano, i quali sono le prime vittime del sulfureo fariseismo conciliare e sinodale. È la loro anima immortale ad essere sacrificata all’idolo woke, perché nel giorno del Giudizio particolare scopriranno di essere stati ingannati e traditi da coloro che in terra rivestono l’autorità di Cristo.
La colpa che il Signore contesterà a questi sventurati non riguarderà solo i peccati commessi, ma anche e soprattutto nell’aver voluto credere a una menzogna diabolica, a una frode di falsi pastori – a cominciare da Bergoglio e da Tucho – che la coscienza aveva loro mostrato come tale. Una menzogna a cui vogliono credere molti membri della Gerarchia, che sperano prima o poi di poter ricevere la medesima benedizione assieme ai loro complici nel vizio, ratificando quello stile di vita sacrilego e peccaminoso che praticano già, e con il consenso ostentato di Bergoglio.
Il fatto che la Dichiarazione di Tucho Fernandez approvata da Bergoglio ribadisca che benedire una coppia irregolare non deve sembrare una forma di rito nuziale, e che il Matrimonio è solo tra un uomo e una donna fa parte della strategia dell’inganno. Perché non è qui in questione se il Matrimonio possa essere contratto da due uomini o due donne, bensì se persone che vivono in uno stato gravemente peccaminoso possano meritare come coppia irregolare una benedizione impartita da un diacono o da un sacerdote, con il solo accorgimento che essa non dia l’impressione di essere una celebrazione liturgica.
L’attenzione dei Sinedrio vaticano è tutta rivolta a tranquillizzare il popolo cristiano sul fatto di non voler ufficializzare nuove forme di matrimonio, mentre è totalmente trascurato lo stato di peccato mortale e di grave scandalo di chi dovrebbe ricevere la benedizione, e il pericolo di dannazione eterna che grava su quelle povere anime.
Senza dire dell’impatto sociale che questa Dichiarazione avrà su chi Cattolico non è, e che grazie ad essa si riterrà autorizzato ad eccessi ben peggiori. Viene da chiedersi se, in questa corsa alla legittimazione della sodomia – ottenuta senza giungere alla celebrazione di matrimoni tra sodomiti – vi sia un conflitto di interessi in chi la propone con tanta insistenza: come se dei governanti si tutelassero con uno scudo penale prima di imporre alla popolazione un siero genico sperimentale di cui non ignorano gli effetti avversi.
Non c’è che dire: un bel risveglio per i cosiddetti conservatori, con la beffa di trovarsi platealmente presi in giro dal Prefetto Tucho, il quale si preoccupa che la benedizione di una coppia non sembri un matrimonio, ma non ha nulla da dire sull’intrinseca peccaminosità del pubblico concubinato e della sodomia. L’importante è che i moderati – difensori del Vaticano II – possano ritenersi appagati da quella gesuitica postilla (in questo caso che queste benedizioni spontanee e arituali non sono un Matrimonio) che dovrebbe salvare la dottrina sul Papato mentre spinge le anime a dannarsi.
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Per i sacerdoti che non accetteranno di benedire questi sventurati si preparano due vie: la prima, essere cacciato dalla parrocchia o dalla Diocesi ad nutum Pontificis; la seconda, rassegnarsi a barattare il proprio diritto di dissentire in cambio del riconoscimento del diritto di altri confratelli di approvare; cosa peraltro già vista in campo liturgico con Summorum Pontificum.
Quello di Bergoglio è insomma un outlet della Fede, dove si trova di tutto, dai riti della Settimana Santa pre-1955 alle «eucaristie» LGBTQ, a patto di non mettere in discussione nulla del suo «pontificato».
A ciò si aggiunga lo scandalo per i Cattolici, che davanti agli orrori della setta di Santa Marta sono tentati di abbracciare lo scisma, o di abbandonare la Chiesa.
E ancora: con quale amarezza e senso di disinganno guarderanno a Roma coloro che, consapevoli della propria situazione di oggettiva irregolarità, hanno cercato e cercano con tutte le loro forze e con la Grazia di Dio di non peccare e di vivere conformemente ai Comandamenti?
Come possono sentirsi quanti chiedono una voce paterna che li esorti a proseguire sulla via della santità, e non il riconoscimento ideologico dei loro vizi che sanno essere incompatibili con la Morale naturale?
Chiediamoci: cosa vuole ottenere Bergoglio? Nulla di buono, di vero, di santo.
Egli non vuole che le anime si salvino; non proclama il Vangelo opportune, importune per richiamare le anime a Cristo; non mostra loro il Salvatore flagellato e insanguinato per spronarle a cambiar vita. No. Bergoglio vuole la loro dannazione, come tributo infernale a Satana e sfida sfrontata a Dio.
Ma c’è uno scopo più immediato e semplice da ottenere: provocare i Cattolici perché si allontanino dalla sua chiesa e lo lascino libero di trasformarla nella concubina del Nuovo Ordine Mondiale.
Le donne prete, le benedizioni gay, gli scandali sessuali e finanziari, il business dell’immigrazione, le campagne di vaccinazione forzata, l’ideologia gender, l’ecologismo neomalthusiano, la gestione tirannica del potere sono lo strumento con cui scandalizzare i fedeli, disgustare chi non crede, screditare la Chiesa e il Papato. Comunque vada, Bergoglio ha già ottenuto il suo scopo, che poi è la premessa per assicurarsi il consenso degli eretici e dei fornicatori che lo riconoscono come Papa ed estromettere qualsiasi voce critica.
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Se davvero questo Documento, assieme ad altri pronunciamenti più o meno ufficiali, avesse come scopo il bene degli adulteri, dei concubinari e dei sodomiti, essa avrebbe dovuto additare loro l’eroismo della testimonianza cristiana, ricordare loro l’immolazione di sé che Nostro Signore chiede a ciascuno di noi, insegnar loro a riporre fiducia nella Grazia di Dio per superare le prove e vivere conformemente alla Sua Volontà. E invece li incoraggia, li benedice in quanto irregolari, come se non lo fossero; ma al tempo stesso li priva delle nozze, e in questo modo ammette che sono irregolari. Bergoglio non chiede loro di cambiar vita, ma si autorizza una farsa grottesca in cui due uomini o due donne potranno presentarsi dinanzi a un Ministro di Dio per essere benedetti, assieme ai loro parenti e amici, per poi celebrare questa unione peccaminosa con un banchetto, il taglio della torta, le bomboniere. Ma non sono nozze, sia chiaro…
Mi chiedo cosa impedirà, tra qualche tempo, che questa benedizione sia impartita non a una coppia, ma a più persone, in nome del poliamore; o ai minori, in nome della libertà sessuale che l’élite globalista sta introducendo tramite l’ONU e le altre organizzazioni eversive internazionali. Basterà precisare che la Chiesa non approva le unioni poligamiche e la pedofilia, per consentire a poligami e pedofili di essere benedetti?
E perché non estendere questa trovata anche a chi pratica la bestialità? Sarebbe sempre in nome dell’accoglienza, dell’integrazione, dell’inclusività.
La stessa diabolica falsificazione sta avvenendo per le donne prete. Se da un lato il Sinodo sulla Sinodalità non ha affrontato l’Ordinazione delle donne, dall’altro si sta già progettando una forma di «ministero non ordinato» che le ammetta a presiedere celebrazioni spurie col pretesto che non ci sono più sacerdoti e diaconi. Anche in questo caso i fedeli vedono sull’altare una donna in camice che legge il Vangelo, predica, distribuisce la Comunione, come farebbe un sacerdote, ma senza esserlo. E con la postilla vaticana che si tratta di un ministero che non mette in discussione il Sacerdozio cattolico.
Il marchio della chiesa conciliare e sinodale, di questa setta di ribelli e pervertiti, è la falsità e l’ipocrisia. Il suo scopo è intrinsecamente malvagio, perché toglie onore a Dio, espone le anime al pericolo della dannazione, impedisce di fare il bene e incoraggia a compiere il male. Chi nella chiesa bergogliana continua a seguire la dottrina e i precetti della Chiesa Cattolica è fuori posto e prima o poi finirà per separarsene o per cedere.
La Chiesa Cattolica è l’unica arca tramite la quale il Signore ha disposto la salvezza e la santificazione del genere umano. Laddove essa agisca ed operi per la sua dannazione, non è Chiesa, ma la sua blasfema contraffazione. Lo stesso vale per il Papato, che la Provvidenza ha voluto come vincolo di Carità nella Verità, e non come strumento per dividere, scandalizzare e dannare le anime.
Esorto quanti sono insigniti della dignità cardinalizia, i miei Confratelli nell’Episcopato, i sacerdoti, i chierici e i fedeli ad opporsi fermissimamente a questa corsa folle verso l’abisso cui vorrebbe costringerci una setta di rinnegati apostati.
Scongiuro i Vescovi e i Ministri di Dio – per le Santissime Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo – non solo di levare alta la voce per difendere l’insegnamento immutabile della Chiesa e condannare le deviazioni e le eresie, sotto qualsiasi apparenza esse possano presentarsi; ma anche di mettere in guardia i fedeli e impedire queste benedizioni sacrileghe nelle loro Diocesi.
Il Signore ci giudicherà sulla base della Sua santa Legge, e non sulle farisaiche seduzioni di chi serve il Nemico.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
20 Dicembre 2023
Feria IV Quattuor Temporum Adventus
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Spirito
Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»
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Con stima,
Pietro Piciocchi
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Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Ts 2, 11-12
Caro Avvocato Piciocchi, ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile. La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro. La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno. Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede. Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato. Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 1 Ottobre 2026
S.Remigii Episcopi et Confessoris
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Spirito
Leone XIV rilancia la diplomazia vaticana a Mosca
A distanza di un mese l’uno dall’altro, due emissari di Papa Leone XIV furono ricevuti a Mosca. Dopo l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, giunto per ristabilire il dialogo con il Cremlino e il Patriarcato ortodosso russo, il cardinale Matteo Zuppi proseguì la sua delicata missione tra i prigionieri e le famiglie separate dalla guerra.
L’arcivescovo Gallagher incontra Lavrov, cinque anni dopo
Dal 24 al 28 agosto 2026, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, ha effettuato la sua prima visita in Russia dal novembre 2021. Durante quel precedente viaggio, la guerra non era ancora scoppiata su vasta scala e il diplomatico della Santa Sede aveva incontrato il primo ministro Mikhail Mishustin, il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il Metropolita Hilarion, allora responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Quasi cinque anni dopo, gli interlocutori politici sono in parte gli stessi, ma il contesto è radicalmente cambiato.
Il 25 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Sergey Lavrov per un lungo colloquio sulle relazioni bilaterali, la situazione internazionale e le prospettive di pace in Ucraina. In una conferenza stampa congiunta, il rappresentante della Santa Sede ha ribadito l’appello di Papa Leone XIV per porre fine alle ostilità e alle sofferenze dei civili. «La guerra deve finire», ha dichiarato, ricordando che il Vaticano resta pronto a offrire i suoi buoni uffici per facilitare i negoziati.
Il 26 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Yuri Ushakov, consigliere del presidente Vladimir Putin per gli affari esteri. Ex ambasciatore russo negli Stati Uniti, Ushakov ricopre una posizione di rilievo nelle relazioni internazionali del Cremlino dal 2012. Non era previsto alcun incontro con Vladimir Putin in persona. Questi incontri hanno comunque permesso all’arcivescovo Gallagher di ristabilire un contatto diretto con due figure chiave della diplomazia russa, poche settimane dopo un viaggio in Ucraina durante il quale aveva incontrato, tra l’altro, il presidente Volodymyr Zelens’kyj.
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Una proposta di mediazione rimasta senza risposta
Al suo ritorno da Mosca, l’arcivescovo Gallagher ha riconosciuto i limiti dell’azione di Roma. Interrogato sull’offerta di mediazione della Santa Sede, ha osservato che non aveva ricevuto alcuna risposta concreta: «non sembra che si desideri un coinvolgimento diretto dei nostri servizi diplomatici».
Il prelato ha inoltre chiarito che Roma non intende redigere direttamente i termini di un accordo. La Santa Sede resta a disposizione per facilitare le discussioni, ma la responsabilità dei negoziati spetta alle parti in conflitto. Nonostante i suoi contatti con entrambe le capitali, il Vaticano non ha quindi alcun mandato per condurre i negoziati di pace.
L’arcivescovo Gallagher ha tuttavia sottolineato che Leone XIV gli aveva chiesto personalmente di evidenziare la dimensione umanitaria del conflitto. Il Papa auspicava in particolare la prosecuzione della missione del cardinale Zuppi, il cui ritorno a Mosca era già in fase di valutazione.
Il Patriarcato di Mosca esprime le proprie rimostranze
Il viaggio dell’arcivescovo Gallagher ha avuto anche una significativa dimensione religiosa. Il 25 agosto, il rappresentante della Santa Sede ha incontrato il metropolita Antonio di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Il metropolita Antonio è succeduto al metropolita Ilarione, precedente interlocutore chiave di Roma, nel 2022.
Durante l’incontro, i rappresentanti della Chiesa ortodossa russa hanno denunciato le misure adottate dalle autorità ucraine contro la Chiesa ortodossa ucraina, storicamente legata al Patriarcato di Mosca. Hanno menzionato in particolare le restrizioni imposte alle sue istituzioni e i procedimenti legali avviati contro alcuni dei suoi funzionari.
La questione è entrata anche nella sfera politica. Dopo l’incontro con l’arcivescovo Gallagher, Sergej Lavrov ha dichiarato che il diplomatico vaticano aveva riconosciuto la natura preoccupante della situazione religiosa in Ucraina e aveva promesso di riferire tali preoccupazioni a Kiev. Questa versione dei fatti, resa pubblica dal ministro russo, non è stata tuttavia confermata in questi termini dalla Santa Sede.
Questa questione complica ulteriormente i rapporti tra Mosca e Kiev, in un contesto in cui le affiliazioni ecclesiastiche e le lealtà nazionali sono diventate un elemento centrale del conflitto. I rapporti tra Roma e il Patriarcato russo rimangono tesi da quando il Patriarca Kirill ha pubblicamente appoggiato l’intervento militare russo. Tuttavia, il continuo contatto con il Metropolita Antonio dimostra che la Santa Sede non intende interrompere il dialogo con Mosca.
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I cattolici di Russia, un altro tema in gioco nel viaggio
La missione del vescovo Gallagher non si è limitata ai colloqui diplomatici. Il 27 agosto, il prelato ha incontrato sacerdoti, monaci e suore provenienti dalla Russia, prima di celebrare la messa nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione a Mosca, alla presenza dei vescovi cattolici del Paese.
Egli trasmise ai fedeli l’incoraggiamento di Leone XIV, esortandoli a perseverare nella loro vita cristiana nonostante le difficoltà. La Chiesa cattolica rappresenta una piccola minoranza in questo vasto paese. È organizzata attorno all’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca e alle diocesi di Saratov, Novosibirsk e Irkutsk.
Il vescovo Gallagher ha inoltre discusso con le autorità russe delle esigenze pastorali delle comunità cattoliche e delle loro attività caritative.
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Zuppi ritorna a Mosca con una missione più concreta.
Un mese dopo l’arcivescovo Gallagher, il cardinale Matteo Zuppi è giunto a Mosca il 28 settembre per una visita di tre giorni. Si è trattato del suo terzo viaggio nella capitale russa, dopo quelli di giugno 2023 e ottobre 2024. L’arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, prosegue la missione umanitaria affidatagli da papa Francesco nel 2023 ed espressamente confermata dapapa Leone XIV.
Prima del suo arrivo, il cardinale aveva spiegato all’agenzia di stampa russa TASS che il suo mandato riguardava i bambini separati dalle loro famiglie, gli scambi di prigionieri e le questioni relative ai civili. Il cardinale aveva chiarito che la Santa Sede stava esaminando le richieste di entrambe le parti. Pertanto, non si trattava solo di garantire il ritorno dei cittadini ucraini, ma anche di agevolare alcune procedure riguardanti prigionieri o civili russi.
Migliaia di prigionieri in attesa
Durante un precedente viaggio in Ucraina, nel mese di luglio, il cardinale Zuppi ha incontrato i familiari di militari e civili detenuti in Russia. In particolare, gli hanno chiesto di adoperarsi per la liberazione di tutti i prigionieri di guerra detenuti da entrambe le parti, secondo il principio «tutti per tutti».
Secondo le stime presentate al cardinale e riportate da Vatican News, circa 7.000 ucraini sono detenuti in Russia, a fronte di circa 4.000 russi detenuti in Ucraina. Queste cifre, basate su informazioni raccolte durante la sua missione, non costituiscono un censimento indipendente ed esaustivo.
Il cardinale aveva visitato anche un centro di detenzione nella regione di Leopoli, dove erano reclusi soldati russi. Le famiglie ucraine speravano che potesse fare lo stesso per i loro parenti detenuti in Russia.
Il 30 settembre, la loro richiesta è stata parzialmente accolta: il cardinale ha potuto visitare un centro di detenzione che ospita prigionieri di guerra ucraini. Ha parlato con alcuni di loro e ha trasmesso un messaggio di solidarietà da parte di Papa Leone XIV. Accompagnato dal Nunzio Apostolico in Russia, l’Arcivescovo Giovanni d’Aniello, ha espresso la speranza che questa visita possa favorire ulteriori scambi.
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Bambini, persone scomparse e civili di Kursk
A Mosca, il cardinale Zuppi ha incontrato Yuri Ushakov, nonché diversi funzionari russi responsabili di questioni umanitarie, tra cui Maria Lvova-Belova, commissaria presidenziale per i diritti dei minori, e Yana Lantratova, presentata come responsabile per i diritti umani.
Le discussioni si sono concentrate sui prigionieri militari e civili, sulla ricerca delle persone scomparse e sul ritorno dei minori separati dalle loro famiglie. Il cardinale ha chiesto l’accelerazione delle procedure di verifica per il ricongiungimento familiare. Tali procedure richiedono l’accertamento dell’esatta situazione dei minori coinvolti, del loro luogo di residenza e delle possibilità di un loro ritorno alle famiglie.
Durante i colloqui si è discusso anche della situazione dei civili russi sfollati a causa delle operazioni militari ucraine nella regione di Kursk. Mosca desidera in particolare verificare che le persone colpite siano riuscite a tornare a casa. L’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Ivan Soltanovsky, ha accolto con favore la visita del cardinale, pur sottolineando le difficoltà legali e pratiche che un eventuale scambio di prigionieri civili comporterebbe.
Al termine della missione, non è stato reso pubblico alcun nuovo accordo generale.
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Leone XIV si è confrontrato con i limiti della diplomazia papale
Quando papa Francesco ha affidato al cardinale Zuppi la sua prima missione nel maggio 2023, l’obiettivo era ancora quello di esplorare le vie per risolvere il conflitto. L’arcivescovo di Bologna si è recato successivamente a Kiev, Mosca, Washington e Pechino. Ma le posizioni delle parti in conflitto ridussero rapidamente le prospettive di mediazione. Volodymyr Zelens’kyj, in particolare, ha respinto qualsiasi iniziativa che non tenesse conto delle condizioni poste dall’Ucraina.
I colloqui hanno assunto quindi una piega più concreta. Nell’ottobre del 2024, durante il suo secondo viaggio a Mosca, Zuppi ha affrontato già i temi dello scambio di prigionieri, del rimpatrio dei soldati feriti, della restituzione delle salme e del ricongiungimento dei bambini con le loro famiglie. Le autorità russe avrebbero poi riconosciuto il ruolo svolto dalla Santa Sede in alcune operazioni umanitarie, in particolare nel rimpatrio dei soldati feriti.
Due anni dopo, Leone XIV ha cercato di ampliare questo margine di manovra ristabilendo contatti diplomatici di alto livello, senza tuttavia abbandonare le iniziative intraprese dal suo predecessore. Il contrasto tra l’accoglienza riservata all’arcivescovo Gallagher e al cardinale Zuppi e la mancata risposta all’offerta di mediazione di Roma è, tuttavia, rivelatore. Mosca ha accettato i buoni uffici del Vaticano su questioni specifiche, ma non riconobbe alcun ruolo per la definizione di una soluzione politica.
La diplomazia papale aveva ristabilito i contatti con i suoi interlocutori russi; era ancora in attesa che questi aprissero le porte ai negoziati.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
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Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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