Internet
Kiev prepara la repressione di Telegram
Il governo ucraino sta valutando di adottare misure severe nei confronti di Telegram per motivi di sicurezza nazionale, ha riferito lunedì il New York Times, citando funzionari ucraini.
L’app è diventata uno strumento di comunicazione di spicco in Ucraina da quando il Paese ha vietato l’uso del social network russo VK nel 2017, ha affermato il rapporto. Oggi, circa il 70% degli ucraini considera Telegram una fonte di notizie principale, ha riferito il NYT, citando un recente sondaggio commissionato dagli Stati Uniti.
A differenza di altre app, Telegram non utilizza un unico feed di notizie che può essere manipolato per sopprimere o promuovere contenuti, caratteristica che il giornale neoeboraceno ha definito dubbia.
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«Non esiste un algoritmo che determini cosa vedono le persone e c’è poca moderazione dei contenuti, il che consente la rapida diffusione di avvisi salvavita ma espone anche l’app allo sfruttamento», ha scritto.
I funzionari ucraini hanno sollevato preoccupazioni su quella che considerano una dipendenza da un servizio su cui hanno poca influenza. Il parlamentare Yaroslav Yurchishin ha detto al quotidiano di Nuova York che «è un problema per noi». Il deputato ha una storia di critiche a Telegram e ha affermato che bloccarlo del tutto sarebbe una cosa «logica» da fare.
Yurchishin ha detto al giornale che vuole approvare una legge che obblighi l’app ad aggiungere etichette ai post «simili a quelle sui pacchetti di sigarette», avvisando i lettori che le informazioni potrebbero essere inaffidabili. Altri funzionari vogliono costringere gli amministratori dei canali popolari a rivelare il loro anonimato.
Due fonti anonime del NYT hanno descritto discussioni segrete del governo sull’imposizione di ulteriori limiti a Telegram. I funzionari dell’intelligence ucraina hanno bollato l’app come una minaccia alla sicurezza, sostenendo che la Russia la usa «per disinformazione, attacchi informatici, hacking, diffusione di malware, tracciamento della posizione e regolazione di attacchi missilistici», si legge nel rapporto.
Come riportato da Renovatio 21, il capo dell’Intelligence militare ucraina Kyrylo Budanov in precedenza aveva apertamente definito Telegram una «minaccia alla sicurezza nazionale». A settembre, il governo ha ordinato ai dipendenti di limitare l’uso dell’app sui loro telefoni di lavoro.
Secondo quanto ha aggiunto il NYT, alcuni funzionari hanno sostenuto che il proprietario di Telegram, Pavel Durov, potrebbe avere una segreta fedeltà alla Russia, il suo Paese natale.
Come riportato da Renovatio 21, anche il segretario del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale dell’Ucraina Oleksyj Danilov aveva dichiarato che Telegram è un servizio «pericoloso».
Telegram è stato bandito in Russia dal 2018 al 2020, poiché Durov ha respinto le richieste di fornire alle forze dell’ordine l’accesso alle comunicazioni criptate di presunti terroristi, sostenendo che era tecnicamente impossibile. Il servizio con sede negli Emirati Arabi Uniti ha negato di fornire informazioni sugli utenti al governo russo, ha riportato il NYT.
Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa secondo un post ufficiale su Facebook, le autorità ucraine hanno vietato ai funzionari governativi, al personale militare e ad altri lavoratori della difesa e delle infrastrutture critiche di utilizzare Telegram sui dispositivi forniti dallo Stato.
Come riportato da Renovatio 21, nei mesi della pandemia la Germania ha apertamente valutato la possibilità di chiudere Telegram, unico social che – di origine russa con server negli Emirati – pareva non censurare le opinioni degli utenti come invece facevano tutte le altre piattaforme.
Nel 2022, il governo tedesco ha accusato Telegram di fornire una piattaforma per negazionisti del COVID-19 e «radicali di destra» e ha persino minacciato di bloccare l’app se la società dietro di essa non avesse collaborato con Berlino e fermato la diffusione dell’incitamento all’odio e dell’estremismo.
Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso la Germania ha messo in galera un uomo per aver sostenuto la Russia su Telegram.
Telegram cinque mesi fa è stato sospeso in Spagna. L’app è stata vietata in Somalia assieme a TikTok per «terrorismo».
In Italia la questione Telegram era stata posta, su altre basi, all’inizio del lockdown 2020: gli editori italiani lamentarono che esistevano sull’app alcuni canali dove si potevano scaricare gratuitamente giornali e riviste – praticamente, un angolo di pirateria diffusa. La Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) chiese all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) di «un provvedimento esemplare e urgente di sospensione di Telegram, sulla base di un’analisi dell’incremento della diffusione illecita di testate giornalistiche sulla piattaforma che, durante la pandemia, ha raggiunto livelli intollerabili per uno Stato di diritto».
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Due settimane dopo, a fine aprile 2020, Telegram, con una mossa inedita, rispose ad una mail dei giudici italiani e disattivò i canali accusati. Come scrisse trionfalmente La Repubblica: «Il primo grande risultato nella lotta alla contraffazione dell’editoria arriva nella notte da Dubai alla casella di posta elettronica della procura di Bari: “Hello, thank you for your email”, esordiscono brevemente i manager della piattaforma di messaggistica, prima di dare l’annuncio: “Abbiamo appena bloccato tutti i canali che ci avete indicato, all the best”, firmato: “Telegram Dmca”».
Telegram è una società basta a Dubai e fondata dal russo, con trascorsi a Torino, Pavel Durov. Come noto, il Durov è stato arrestato a Parigi la scorsa estate e ora si trova obbligato a risiedere in Francia dove si sta procedendo legalmente contro di lui.
In un’intervista con Tucker Carlson dello scorso anno Durov aveva raccontato di aver lasciato gli USA perché il governo federale voleva una «backdoor», cioè un punto di entrata, nell’app. Due mesi fa l’imprenditore russo ha ammesso che Telegram già condivide i dettagli degli utenti con molti Stati.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Influencer di Dubai ammoniti per i post che mostrano danni di guerra
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Facebook in Ungheria blocca pagine di notizie filogovernative a poche settimane dalle elezioni
Facebook ha bloccato le pagine social di tre organi di informazione ungheresi, citando violazioni dei principi della comunità.
La decisione arriva a poche settimane dalle elezioni nella nazione dell’Europa centrale ed è stata condannata dall’Associazione nazionale dei media ungheresi, che l’ha definita un attacco alla libertà di stampa.
Le pagine di Bama.hu, Szabolcs Online e Kisalföld.hu sono state rese inaccessibili a partire da venerdì, spingendo i media a criticare quella che hanno definito una decisione ingiustificata in una dichiarazione congiunta. Hanno anche promesso di presentare ricorso contro il divieto.
Gli organi di informazione interessati, tutti parte del conglomerato Mediaworks Hungary, sono stati descritti da altri media locali come rappresentanti del governo e del partito Fidesz del primo ministro ungherese Vittorio Orban.
Questo sviluppo è avvenuto in vista delle elezioni parlamentari previste per l’inizio di aprile, durante le quali Fidesz dovrà affrontare la dura concorrenza del partito di opposizione filo-UE Tisza.
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L’Associazione Nazionale Ungherese dei Media ha criticato aspramente il divieto, sostenendo che il pretesto per la decisione fosse inconsistente. Il mancato rispetto dei «principi comunitari di Meta», la società madre di Facebook, potrebbe «significare qualsiasi cosa», ha affermato in una nota in cui esprime solidarietà alle testate interessate, indicando che il gigante della tecnologia potrebbe semplicemente «punire i portali di informazione di destra per aver pubblicato notizie sulla minaccia di guerra».
Budapest è stata uno dei più strenui oppositori della politica dell’UE nei confronti di Ucraina e Russia. L’Ungheria ha sostenuto in particolare che il crescente coinvolgimento dell’Unione nel conflitto tra Mosca e Kiev rischia una pericolosa escalation.
Più tardi, venerdì, Meta ha dichiarato a un organo di stampa ungherese Telex che le pagine erano state «erroneamente limitate ed erano state ripristinate». Tuttavia, due account su tre interessati risultavano ancora inaccessibili fino a sabato sera.
Orban ha già accusato Bruxelles di essersi alleata con Kiev e di aver dichiarato «guerra» all’Ungheria nel tentativo di estrometterlo dal potere, anche influenzando le prossime elezioni.
Accuse simili sono state mosse in relazione alle elezioni del 2024 in Romania, dove la Corte costituzionale ha annullato i risultati del primo turno dopo che l’Intelligence nazionale ha affermato che il vantaggio del candidato anti-establishment Calin Georgescu era il risultato di ingerenze straniere.
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Destino diverso per l’Ucraina: come riportato da Renovatio 21, a Mark Zuckerberg e alla sua azienda allo scoppio della guerra ucraina era arrivata gratitudine direttamente dal presidente Volodymyro Zelens’kyj, che ringraziò per l’aiuto nello «spazio informativo» della guerra: un riconoscimento neanche tanto implicito dell’uso fondamentale dei social come arma bellica. A inizio 2023 Meta, aveva invertito la sua precedente politica di etichettare il famigerato battaglione neonazista Azov come «organizzazione pericolosa». L’impegno a cambiare la politica, si scrisse, era stato presumibilmente fatto ai funzionari ucraini dall’allore dirigente Nick Clegg e Monika Bickert, capo della gestione delle politiche globali di Facebook, durante il World Economic Forum di Davos.
La censura di Facebook contro realtà di informazione si abbattè gravemente durante la pandemia, colpendo anche Renovatio 21, che ebbe la sua seguitissima pagina sul social chiusa e gli account degli amministratori disintegrati in toto. Renovatio 21 riebbe pagine e account, che sembrano comunque tremendamente shadowbannati (cioè, i contenuti non vengono mostrati quasi a nessuno) solo dopo un processo in tribunale.
Consigliamo al lettore che non l’abbia già fatto di leggersi l’articolo pubblicato da Renovatio 21 «Le origini militari di Facebook»
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