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Ingegnere di Meta ammette che Facebook sopprime i contenuti anti-Kamala Harris

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Un ingegnere informatico della società madre di Facebook, Meta, è stato ripreso sotto copertura mentre ammetteva che uno dei più grandi social network del mondo «declassava automaticamente» i post critici nei confronti della vicepresidente democratica e candidata alla presidenza Kamala Harris, a sole tre settimane dalle elezioni.

 

Mercoledì scorso O’Keefe Media Group (OMG), la testata del giornalista investigativo James O’Keefe, ha pubblicato il video di una conversazione filmata con telecamera nascosta con Jeevan Gyawali, ingegnere informatico senior di Meta, che ha candidamente spiegato nei dettagli il procedimento a quello che non si è reso conto essere un giornalista sotto copertura.

 

«Diciamo che tuo zio in Ohio ha detto qualcosa sul fatto che Kamala Harris non è adatta a essere presidente perché non ha figli, quel genere di m***a viene automaticamente declassata», ha detto. «La persona non verrebbe informata» del conseguente calo di interazione e impressioni che il post ha ricevuto di conseguenza.

 

Si tratta della procedura nota come shadow banning, inflitta a tante realtà come Renovatio 21 e con ogni probabilità anche a tanti suoi lettori qualora fossero sui social.

 

Quando l’interlocutrice usa l’espressione shadow banning, l’ingegnere di Facebook conferma.

 

In effetti, ha continuato, «c’è una squadra SWAT [cioè di pronto intervento, ndr] già istituita da aprile… solo per pensare a tutti gli scenari in cui la piattaforma potrebbe essere abusata» in nome della presunta protezione della democrazia.

 

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Il Gyawali ha inoltre affermato che Facebook ha effettivamente il potere di influenzare l’esito delle elezioni presidenziali e che il CEO di Meta Mark Zuckerberg è «al 100 percento» favorevole a continuare a usare quel potere a favore dei democratici nonostante i recenti commenti pubblici contrari.

 

Il leader dell’OMG, James O’Keefe, ha aggiunto di aver chiamato Gyawali in seguito per un commento, al che l’ingegnere informatico è andato nel panico e ha riattaccato:

 

 

Le ammissioni in video dell’ingegnere Meta sembrano rivelare che la recente manovra del CEO del mega-gruppo Mark Zuckerberg, che aveva detto che a differenza delle elezioni di quattro anni fa non avrebbe operato in alcun modo nel contesto elettorale – né donando centinaia di milioni a gruppi per l’«integrità elettorale», né sopprimendo notizie come quella uscita nell’ottobre 2020 sul laptop di Hunter Biden – potrebbero essere altamente mendace.

 

Nella sua campagna di riposizionamento, due mesi fa di fatto lo Zuckerbergo aveva ammesso di aver censurato tutti.

 

Il vertice di Facebook era arrivato persino a lodare lo spirito di Trump che pochi secondo dopo aver quasi ricevuto una pallottola in testa si era rialzato coperto di sangue per alzare il pugno in aria e aizzare il suo pubblico, definendola «most badass thing I’ve seen», «la cosa più «cazzuta» mai vista».

 

Tuttavia, a quanto sembra, si potrebbe trattare solo di manovre di facciata. Vi è da considerare, inoltre, l’acredine estrema che esiste tra Zuckerberg e l’attuale principale sostenitore di Trump, il miliardario Elon Musk, anche lui ora possessore di un social media e uomo che detesta il CEO di Facebook e i suoi prodotti (ha recentemente reiterato che Whatsapp è uno spyware) con tutte le sue forze, al punto da averlo sfidato ad un incontro di botte vere, magari da farsi al Colosseo, programma per cui era stato sentito il ministro della Cultura Sangiuliano quando ancora non aveva conosciuto lo scandalo Boccia.

 

Il rapporto dello Zuckerberg con The Donald è compromesso da lungo tempo – almeno da quando, nei giorni in cui era ancora in carica, Trump era stato materialmente depiattaformato – con l’ex presidente che è di recente arrivato a definire Facebook «nemico del popolo».

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump è arrivato a ipotizzare la galera per lo Zuckerberg una volta tornato alla Casa Bianca, per giunta infliggendogli l’ergastolo.

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Per anni, utenti conservatori e altri dissidenti della vulgata mainstream hanno criticato le più grandi piattaforme di informazione e comunicazione online del mondo, tra cui Facebook , Google e (fino al cambio di proprietà alla fine del 2022 grazie ad Elone Musk) Twitter , per aver utilizzato la loro vasta influenza per distorcere le notizie, le fonti, le idee e gli argomenti che i loro utenti vedono e condividono attraverso i loro servizi.

 

Una delle loro principali motivazioni per farlo era impedire che la «disinformazione» influenzasse le elezioni, che i critici denunciano come un mero pretesto per influenzare le elezioni a loro favore .

 

L’aspetto più pericoloso della questione è la misura in cui il governo incoraggia attivamente le aziende private a censurare discorsi sgraditi, qualcosa in cui e-mail, dichiarazioni pubbliche, indagini del Congresso, documenti trapelati e persino ammissioni pubbliche hanno implicato l’amministrazione Biden.

 

A maggio, il senatore democratico statunitense Mark Warner della Virginia ha indicato che la Casa Bianca ha ripreso a «chiedere» alle aziende di social media informazioni sui contenuti che desidera vengano soppressi dopo che diversi giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti hanno indicato di essere favorevoli alla posizione dell’amministrazione in Murthy contro Missouri, che riguardava se gli appelli del governo alle piattaforme per eliminare contenuti discutibili trasformassero le decisioni sui contenuti privati ​​in violazioni della garanzia di libertà di parola del Primo Emendamento.

 

La Corte ha respinto il caso per motivi di legittimità a giugno.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, tre anni fa – dopo mesi di censure e sospensioni – Facebook ha cancellato la pagina di Renovatio 21 e pure gli account personali ad essa collegati. La pagina è stata restituita solo dopo l’ordinanza di un Tribunale italiano, tuttavia ci pare proprio che sia stata vittima di una forma di shadow banning ancora più tremenda.

 

Ora c’è qualcuno che viene filmato mentre spiega come succede: e non solo per le elezioni USA, ma per ogni argomento, e in tutto il mondo.

 

Il lettore si chieda: davvero vuole continuare a restare su Facebook?

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Immagine di Isriya Paireepaiit via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0

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Influencer di Dubai ammoniti per i post che mostrano danni di guerra

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Le autorità di Dubai hanno minacciato con multe salate o addirittura con il carcere gli influencer che pubblicano materiali che descrivono danni presumibilmente causati da missili e droni iraniani.   Teheran ha negato di aver preso di mira infrastrutture civili nei Paesi vicini, compresi gli Emirati Arabi Uniti, sostenendo che le sue forze armate stanno attaccando le basi militari americane nella regione solo in risposta agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele.   Da qualche tempo Dubai è diventata una calamita per i creatori di contenuti provenienti da tutto il mondo grazie al suo programma di visto specifico chiamato Dedicated Residence Golden Visa.   In un post sui social media, le autorità degli Emirati hanno messo in guardia i cittadini dal pubblicare qualsiasi materiale ritenuto dannoso per «l’ordine pubblico» e «l’unità nazionale». Chi viola le norme rischia multe fino a 77.000 dollari o il carcere.

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Un influencer anonimo residente a Dubai ha dichiarato al Telegraph che le autorità locali «vogliono sicuramente controllare la narrazione». «Ci sono regole rigide su cosa si può dire qui», ha aggiunto l’anonima figura socialara.   In una dichiarazione rilasciata sabato, poche ore dopo che Stati Uniti e Israele avevano lanciato massicci attacchi aerei contro l’Iran, l’ufficio del procuratore pubblico degli Emirati Arabi Uniti ha messo in guardia «contro la pubblicazione o la diffusione di voci e informazioni provenienti da fonti sconosciute attraverso le piattaforme dei social media».   Le autorità hanno consigliato agli editori online di ottenere «informazioni esclusivamente da fonti ufficiali e accreditate», aggiungendo che «diffondere voci è un reato».   Sabato, il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato che il Paese è stato attaccato dall’Iran con numerosi missili balistici, alcuni dei quali intercettati dalle difese aeree. Ha rivelato che i detriti del missile sono caduti su un’area residenziale e che una persona è morta in un «incidente» all’aeroporto di Abu Dhabi.   Il Paese del Golfo ospita due basi militari statunitensi, che secondo quanto riferito sono state colpite da attacchi di rappresaglia iraniani negli ultimi giorni.   La legislazione emiratina dubaita (Cybercrime Law, Federal Media Law 2025 e regolamenti del Media Council) vieta severamente qualsiasi contenuto che critichi il governo, i leader, le istituzioni o che diffonda «voci» o informazioni ritenute lesive per l’immagine nazionale.   Pubblicare critiche, anche indirette, può portare a pesanti multe (fino a 500.000-1.000.000 AED, cioè dai 100 ai 200 mila euro), carcere fino a 2 anni o anche l’espulsione dal paradiso youtuberro. Dal 2025-2026 gli influencer devono ottenere licenze obbligatorie (Advertiser Permit e trade license) per post promozionali, e il contenuto deve rispettare «valori nazionali» e «coesione sociale». Molti influencer elogiano costantemente Dubai (spesso in modo coordinato, come nei trend «safe in Dubai») nei loro post per evitare rischi legali gravissimi e mantenere il permesso di operare.   Non si tratta della prima volta che il governo dello sceicco al-Makhtoum cerca un controllo elettronico capillare della popolazione.   Nel 2009, il governo degli Emirati Arabi Uniti (tramite il provider Etisalat, controllato dall’Emirato) tentò di installare uno spyware sui BlackBerry di centinaia di migliaia di utenti a Dubai e Abu Dhabi.   Venne inviato un SMS che invitava a scaricare un «aggiornamento per migliorare le performance». In realtà era un software di sorveglianza (sviluppato da SS8, azienda USA) capace di inviare copie di email e messaggi a un server centrale, aggirando l’encryption di Research In Motion (RIM), la società madre dei Blackberry.

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RIM scoprì l’intrusione, la definì «non un upgrade ma spyware» e distribuì una patch per rimuoverlo, bloccando l’operazione. L’episodio alimentò le tensioni: UAE accusò BlackBerry di essere uno strumento per spionaggio USA e Israele, portò ad un tentativo di messa la bando nel 2010, poi ritirato dopo accordi.   Fu uno dei primi casi noti di «infettare» in massa smartphone per controllo governativo. La crisi finanziaria globale del 2008-2009 colpì duramente Dubai (con il crollo immobiliare e il bailout di Abu Dhabi nel 2009), ma – almeno ufficialmente – le fonti contemporanee e successive non collegano le due vicende.   Un episodio correlato (giugno 2009) vide circolare sul Black Berry Messenger BBM un documento leaked su questioni interne emiratine, che irritò le autorità, ma non riguardava direttamente l’economia.   Sebbene non ci sia una conferma ufficiale che collegasse l’operazione esclusivamente alla crisi economica di quegli anni, il contesto storico e le analisi dell’epoca suggeriscono che il controllo del flusso di informazioni critiche fosse l’obiettivo principale.

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Immagine di Stefan Langmann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Facebook in Ungheria blocca pagine di notizie filogovernative a poche settimane dalle elezioni

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Facebook ha bloccato le pagine social di tre organi di informazione ungheresi, citando violazioni dei principi della comunità.

 

La decisione arriva a poche settimane dalle elezioni nella nazione dell’Europa centrale ed è stata condannata dall’Associazione nazionale dei media ungheresi, che l’ha definita un attacco alla libertà di stampa.

 

Le pagine di Bama.hu, Szabolcs Online e Kisalföld.hu sono state rese inaccessibili a partire da venerdì, spingendo i media a criticare quella che hanno definito una decisione ingiustificata in una dichiarazione congiunta. Hanno anche promesso di presentare ricorso contro il divieto.

 

Gli organi di informazione interessati, tutti parte del conglomerato Mediaworks Hungary, sono stati descritti da altri media locali come rappresentanti del governo e del partito Fidesz del primo ministro ungherese Vittorio Orban.

 

Questo sviluppo è avvenuto in vista delle elezioni parlamentari previste per l’inizio di aprile, durante le quali Fidesz dovrà affrontare la dura concorrenza del partito di opposizione filo-UE Tisza.

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L’Associazione Nazionale Ungherese dei Media ha criticato aspramente il divieto, sostenendo che il pretesto per la decisione fosse inconsistente. Il mancato rispetto dei «principi comunitari di Meta», la società madre di Facebook, potrebbe «significare qualsiasi cosa», ha affermato in una nota in cui esprime solidarietà alle testate interessate, indicando che il gigante della tecnologia potrebbe semplicemente «punire i portali di informazione di destra per aver pubblicato notizie sulla minaccia di guerra».

 

Budapest è stata uno dei più strenui oppositori della politica dell’UE nei confronti di Ucraina e Russia. L’Ungheria ha sostenuto in particolare che il crescente coinvolgimento dell’Unione nel conflitto tra Mosca e Kiev rischia una pericolosa escalation.

 

Più tardi, venerdì, Meta ha dichiarato a un organo di stampa ungherese Telex che le pagine erano state «erroneamente limitate ed erano state ripristinate». Tuttavia, due account su tre interessati risultavano ancora inaccessibili fino a sabato sera.

 

Orban ha già accusato Bruxelles di essersi alleata con Kiev e di aver dichiarato «guerra» all’Ungheria nel tentativo di estrometterlo dal potere, anche influenzando le prossime elezioni.

 

Accuse simili sono state mosse in relazione alle elezioni del 2024 in Romania, dove la Corte costituzionale ha annullato i risultati del primo turno dopo che l’Intelligence nazionale ha affermato che il vantaggio del candidato anti-establishment Calin Georgescu era il risultato di ingerenze straniere.

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Destino diverso per l’Ucraina: come riportato da Renovatio 21, a Mark Zuckerberg e alla sua azienda allo scoppio della guerra ucraina era arrivata gratitudine direttamente dal presidente Volodymyro Zelens’kyj, che ringraziò per l’aiuto nello «spazio informativo» della guerra: un riconoscimento neanche tanto implicito dell’uso fondamentale dei social come arma bellica. A inizio 2023 Meta, aveva invertito la sua precedente politica di etichettare il famigerato battaglione neonazista Azov come «organizzazione pericolosa». L’impegno a cambiare la politica, si scrisse, era stato presumibilmente fatto ai funzionari ucraini dall’allore dirigente Nick Clegg e Monika Bickert, capo della gestione delle politiche globali di Facebook, durante il World Economic Forum di Davos.

La censura di Facebook contro realtà di informazione si abbattè gravemente durante la pandemia, colpendo anche Renovatio 21, che ebbe la sua seguitissima pagina sul social chiusa e gli account degli amministratori disintegrati in totoRenovatio 21 riebbe pagine e account, che sembrano comunque tremendamente shadowbannati (cioè, i contenuti non vengono mostrati quasi a nessuno) solo dopo un processo in tribunale.

 

Consigliamo al lettore che non l’abbia già fatto di leggersi l’articolo pubblicato da Renovatio 21 «Le origini militari di Facebook»

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Macron: «la libertà di parola è una pura stronzata»

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Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «pure stronzate» le argomentazioni delle piattaforme dei social media a favore della libertà di parola, chiedendo la totale trasparenza sul modo in cui gli algoritmi plasmano il discorso online.   Intervenendo mercoledì a Nuova Delhi, Macron ha sostenuto che la parzialità algoritmica comporta «enormi» conseguenze democratiche, affermando che le persone «non hanno idea di come sia realizzato l’algoritmo, di come venga testato, di come venga addestrato e dove ci porterà».   «Alcuni di loro affermano di essere a favore della libertà di parola. Noi siamo a favore di algoritmi liberi, in totale trasparenza», ha affermato. «La libertà di parola è una stronzata [in francese connerie, ndr] se nessuno sa come si viene guidati attraverso questa cosiddetta libertà di parola, soprattutto quando si passa da un discorso d’odio all’altro».   Macron ha insistito sulla necessità di una «strada trasparente» e di mantenere «l’ordine pubblico» sui social media, affermando che «voglio evitare discorsi razzisti e incitamenti all’odio».

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Le dichiarazioni giungono in un momento di crescente tensione tra UE e USA, mentre il presidente Donald Trump ha fatto della difesa della libertà di parola online un pilastro della sua politica estera e ha condannato i tentativi di Bruxelles di regolamentare le principali piattaforme di social media, la maggior parte delle quali ha sede negli Stati Uniti.   Lo scorso anno il vicepresidente statunitense J.D. Vance ha accusato i Paesi europei di reprimere la libertà di espressione, avvertendo che il futuro sostegno americano sarebbe dipeso dal rispetto dei valori fondamentali da parte degli alleati.   Verso la fine dell’anno scorso, Washington ha sanzionato cinque europei, tra cui l’ex commissario europeo Thierry Breton, per aver «costretto le piattaforme americane a punire i punti di vista americani».   La strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti mette inoltre in guardia l’Europa dalla «cancellazione della civiltà» dovuta alle restrizioni alla libertà di parola e al «soffocamento normativo» dell’innovazione, con Washington che promette di «coltivare la resistenza» alla traiettoria del continente.   La stretta dell’UE sui social media ha suscitato anche aspre critiche da parte di altre figure del settore tecnologico. All’inizio di questo mese, il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha dichiarato che la Francia «non è un Paese libero», dopo che le autorità hanno fatto irruzione nell’ufficio parigino di X.   Lo stesso Durov aveva definito le accuse della podcaster Candace Owens alla Francia di aver commissionato il suo assassinio tramite sicari come «plausibili». «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che danno alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok…)», ha scritto il giovane imprenditore russo cresciuto a Torino.   Elon Musk, la cui piattaforma è stata multata di 150 milioni di euro dall’UE a dicembre, ha definito il blocco un «mostro burocratico» che dovrebbe essere abolito in quanto «Quarto Reich». In risposta, l’UE ha avviato ulteriori indagini su X anche questa settimana.   Come riportato da Renovatio 21, gli USA sembrano intenzionati a sovvenzionare think tank europei votati alla libertà di espressione.

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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic
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