Geopolitica
In Palestina cambia il paradigma
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il sanguinoso conflitto iniziato nella Palestina geografica sopravviene dopo 75 anni di ingiustizie altrettanto cruente. Dal punto di vista del Diritto internazionale i palestinesi hanno il diritto e il dovere di resistere all’occupazione israeliana, così come gli israeliani hanno di diritto e il dovere di replicare all’attacco che subiscono. È responsabilità di tutti contribuire alla risoluzione delle ingiustizie di cui entrambe le parti sono vittime; ciò non significa sostenere la crudele vendetta di alcuni di loro.
Il sanguinoso conflitto iniziato nella Palestina geografica sopravviene dopo 75 anni di ingiustizie altrettanto cruente. Dal punto di vista del Diritto internazionale i palestinesi hanno il diritto e il dovere di resistere all’occupazione israeliana, così come gli israeliani hanno di diritto e il dovere di replicare all’attacco che subiscono. È responsabilità di tutti contribuire alla risoluzione delle ingiustizie di cui entrambe le parti sono vittime; ciò non significa sostenere la crudele vendetta di alcuni di loro.
Il Medio Oriente è un universo instabile ove numerosi gruppi si scontrano per sopravvivere. L’Occidente, uso a semplificare, crede che la popolazione mediorientale sia costituita da ebrei, cristiani e mussulmani. La realtà è invece molto più complessa. Ogni religione comprende una moltitudine di confessioni. Per esempio, in Europa e nel Maghreb sappiamo che i cristiani si dividono in Chiesa cattolica, Chiesa ortodossa e Chiese protestanti; in Medio Oriente invece ci sono decine e decine di Chiese differenti. Altrettanto dicasi delle religioni ebraica e mussulmana.
Ogni volta che sullo scacchiere si muove una pedina, gli altri gruppi devono riposizionarsi, sicché gli alleati di oggi saranno forse i nemici di domani e i nemici di oggi, ieri erano nostri alleati. Nel corso dei secoli tutti sono stati, secondo le circostanze, vittime o carnefici. Gli stranieri che vanno in Medio Oriente si riconoscono a priori nelle persone che hanno la loro stessa cultura, che professano la loro confessione; tuttavia ne ignorano la storia e non sono preparati ad accettarla.
Se vogliano promuovere la pace non dobbiamo ascoltare solo chi ci è affine. Dobbiamo ammettere che la pace presuppone la risoluzione delle ingiustizie che subisce, non solo chi ci è vicino, ma anche i nostri nemici. Ma non ci viene spontaneo farlo. Infatti in Francia nei mesi scorsi abbiamo potuto ascoltare solo il punto di vista di alcuni ucraini riguardo ai russi, di alcuni armeni riguardo agli azeri, e adesso di alcuni israeliani sui palestinesi.
Infine, tra le molteplici fonti cui possiamo fare riferimento dobbiamo discernere quelle che difendono i propri interessi immediati da quelle che difendono la loro patria, nonché da quelle che difendono dei principi. Ma le cose sono rese ancora più complicate dalla presenza di gruppi che non sono religiosi, bensì teocratici. Ossia che non difendono principi, ma ricorrono a un linguaggio religioso per vincere.
Fatte queste premesse veniamo ai fatti.
Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre 2023 alle sei del mattino, proprio nel giorno del 50° anniversario della «Guerra di ottobre 1973», in Occidente nota con il nome israeliano di «Guerra del Kippur». All’epoca, l’Egitto e la Siria attaccarono a sorpresa Israele per aiutare i palestinesi. Ma Tel Aviv, informata da Amman e sostenuta da Washington, annientò le forze armate degli arabi. Anwar al-Sadat tradì i suoi e la Siria perse il Golan.
L’operazione in corso è una combinazione di lanci di razzi, destinati a saturare la Cupola di ferro, e di attacchi terrestri in territorio israeliano. In Palestina i lanci di razzi hanno per la prima volta colpito centri di comando israeliani per favorire le azioni di commandos, ufficialmente finalizzate a catturare ostaggi da scambiare con i 1.256 palestinesi detenuti in prigioni di alta sicurezza. Le incursioni sono avvenute via terra, via mare, nonché dal cielo con gli ULM [deltaplani].
La preparazione dell’operazione, la raccolta di informazioni da parte dell’Intelligence, l’addestramento di un migliaio di commandos e il trasferimento del materiale bellico hanno richiesto mesi, se non anni, di lavoro. Ma accecati dalla nostra sicumera non ce ne siamo accorti. L’operazione è stata architettata da Mohammed Deif, comandante operativo di Hamas, sparito dai radar due anni fa e riapparso a fianco del portavoce di Hamas, «Abu Obaida».
Israele è riuscito a intercettare i razzi ma non è stato capace di distruggerli tutti: 3.000 dei 7.000 lanciati sono andati a segno. I social network e le televisioni arabe hanno mostrato che Hamas ha preso diversi carrarmati israeliani e occupato almeno la postazione di confine a occidente della Banda di Gaza. Ha inoltre attaccato un rave party al kibbutz Re’im, violentando e massacrando almeno 280 partecipanti. Ha sequestrato ovunque moltissimi ostaggi, tra cui alcuni generali. I commandos di Hamas sono riusciti a penetrare in diverse località israeliane sparando con mitragliette agli abitanti. Si contano almeno 900 morti e 2.600 feriti gravi tra gli israeliani, il doppio tra i palestinesi.
È la più importante azione palestinese degli ultimi cinquant’anni.
Quanto sta accadendo è esito di 75 anni di oppressione e di violazione del Diritto internazionale. Israele ha violato impunemente decine di risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Israele è uno Stato al di fuori della legge, che senza farsi scrupoli ha corrotto o assassinato quasi tutti i dirigenti politici palestinesi. Ha deliberatamente impedito lo sviluppo economico dei Territori, favorendo la nascita di uno Stato separato di cui ha il parziale controllo.
La frustrazione e le sofferenze accumulate in 75 anni si manifestano in comportamenti violenti e crudeli di taluni palestinesi, consci che la Comunità internazionale li ha abbandonati da molto. Ma i tempi cambiano. La maggioranza dei membri delle Nazioni Unite, constatata la sconfitta militare degli Occidentali e la vittoria della Russia in Siria e in Ucraina, non è più disposta ad abbassare la testa davanti agli Stati Uniti.
In occasione dell’anniversario dell’autoproclamazione dell’indipendenza d’Israele, nonché del massacro e dell’espulsione dei palestinesi (la Nakba), l’Assemblea generale ha ribadito che il Diritto internazionale non è dalla parte degli israeliani, ma dei palestinesi. Ma questo non è bastato a impedire ad Hamas di compiere crimini di guerra.
L’attuale situazione è senza via d’uscita per entrambi i campi. Dopo tre quarti di secolo di crimini, Israele non può più avanzare grandi pretese. La sua popolazione è divisa. Negli ultimi mesi i «sionisti negazionisti», ossia i discepoli dell’ucraino Vladimir Jabotinsky, propugnatori del suprematismo ebraico, hanno preso il potere a Tel Aviv, nonostante l’opposizione di una seppur minima maggioranza della popolazione e gigantesche manifestazioni. I giovani israeliani, che aspirano a vivere in pace e si rifiutano di prestare servizio nelle forze armate per brutalizzare gli arabi, si sono comunque mobilitati per difendere le proprie famiglie che amano e il Paese in cui non credono.
Secondo il diritto, i palestinesi hanno costituito uno Stato che ha ottenuto lo statuto di osservatore delle Nazioni Unite. Alla morte di Yasser Arafat, il capo di Al Fatah, Mahmoud Abbas è stato eletto presidente. Tuttavia, dopo la vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2007 e l’impossibilità di fare accettare agli Occidentali un suo governo, i palestinesi hanno iniziato una guerra civile.
La Cisgiordania è governata da Al Fatah, il partito laico fondato da Arafat; Abbas e i suoi sono finanziati da Stati Uniti, Unione Europea e Israele.
La Striscia di Gaza è invece nelle mani di Hamas, ossia del ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani; è governata da individui per i quali l’Islam non è un’istanza spirituale, ma un’arma di conquista. Sono finanziati principalmente da Regno Unito, Qatar, Israele, Turchia e Unione Europea. Da 16 anni entrambe le parti si oppongono a nuove elezioni. I loro dirigenti vivono in un lusso da mafiosi che fa a pugni con le miserevoli condizioni di vita dei palestinesi.
Quando nacque, Hamas era finanziato dal Regno Unito. I servizi segreti israeliani lo sostennero per indebolire Al Fatah di Arafat. In seguito Israele lo combatté e ne assassinò il leader religioso, sceicco Ahmed Yassin.
Israele usò nuovamente Hamas, questa volta per eliminare i dirigenti della Resistenza palestinese marxista. Così, agli inizi della guerra contro la Siria, combattenti di Hamas addestrati da agenti del Mossad e dagli jihadisti di Al Qaeda attaccarono il campo palestinese di Yarmuk (1). Ma oggi Hamas combatte di nuovo contro l’alleato di ieri, Israele.
Mohammed Deif è conosciuto come fondatore delle brigate Izz al-Din al-Qassam. Come tutti i Fratelli Mussulmani è un suprematista islamico. Si ispira a Izz al-Din al-Qassam (1882-1935), oppositore al mandato francese in Libano e al mandato britannico in Palestina. Quindi non è in rapporto con l’ex mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti, Amin al-Husseini, sebbene ne condivida l’antisemitismo.
Nel 2020 Deif scriveva: «Le Brigate Izz al-Din al Qassam… sono meglio preparate per continuare sulla nostra specifica via cui non c’è alternativa: la via della jihad e della lotta contro i nemici della nazione e dell’umanità mussulmana… Diciamo ai nostri nemici: siete sulla strada dell’estinzione (zawal) e la Palestina resterà nostra, anche Al Qods (Gerusalemme), Al Aqsa (moschea), le sue città e i suoi villaggi, dal mare (Mediterraneo) al fiume (Giordania), da nord a sud. Non avete diritto nemmeno a un palmo del suo territorio».
Dief non è un militare, è uno specialista nel sequestro di ostaggi. L’operazione in corso è concepita a questo scopo, non per liberare la Palestina.
La salute del presidente Mahmoud Abbas peggiora e Al Fatah è diviso in tre fazioni militari:
• quella di Fathi Abou al-Ardate, capo della sicurezza nazionale;
• quella di Mohammad Abdel Hamid Issa (alias Lino), comandante del Kifah al-Moussallah (la lotta armata); ruota nell’orbita di Mohamed Dallan, ex capo dell’Intelligence palestinese (…), e oggi è sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti;
• quella di Munir Maqdah, ex capo militare di Al Fatah, avvicinatosi ad Hamas, Qatar, Turchia e Iran.
Il mese scorso ci sono stati scontri tra queste fazioni e quelle degli islamisti di Hamas, nonché con quelle di Jund el-Cham e al-Chabab al-Moslem, due gruppi jihadisti che hanno combattuto a fianco della Nato e Israele contro la Repubblica Araba Siriana. Ci sono stati violenti combattimenti nel campo di Aïn el-Heloué (Sidone, Libano meridionale). Dapprima li ho interpretati alla luce di quelli di Nahr el-Bared (Libano settentrionale) del 2007 (2); in seguito mi sono reso conto che erano legati all’agonia di Mahmoud Abbas (3).
Per 75 anni Tel Aviv ha fatto tutto ciò che era in suo potere per rifiutare l’uguaglianza fra tutti, sia ebrei sia arabi. Anzi, dall’Appello di Ginevra promuove la «soluzione a due Stati», ossia il piano coloniale dell’ultima chance di lord William Peel, che i britannici non riuscirono a imporre né sul terreno, nel 1937, né alle Nazioni Unite, nel 1948, e che oggi invece riscuote consenso. Ormai solo i marxisti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) predicano nel deserto proponendo uno Stato unico in cui palestinesi ed ebrei siano su un piano di parità (4).
Davanti a ciò che considera un’invasione palestinese — ma che da un punto di vista palestinese non è che un ritorno a casa — il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso la vittoria. Ma che vittoria sarà? Uccidere tutti i combattenti di Hamas non cancellerà 75 anni d’ingiustizia: i loro figli riprenderanno il testimone, come loro hanno preso quello dei propri genitori.
Per conseguire l’obiettivo, Netanyahu deve innanzitutto riunire gli israeliani che ha diviso. Seguendo l’esempio di Golda Meir durante la Guerra dei Sei Giorni, deve far entrare nel governo l’opposizione. Infatti ha incontrato Yair Lapid e il generale Benny Gantz. Il primo però ha posto come condizione che i suprematisti ebrei Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir escano dal governo, ossia che il primo ministro abbandoni il progetto politico suo e dei suoi sponsor attuali (5), gli straussiani dell’amministrazione Biden (6).
I dirigenti di Hamas hanno rivolto un appello ai rifugiati palestinesi all’estero, invitando tutti gli arabi e tutti i mussulmani a unirsi alla loro lotta. Appellarsi ai rifugiati palestinesi significa esortare la maggioranza della popolazione giordana e i rifugiati del Libano. Appellarsi agli arabi significa rivolgersi allo Hezbollah libanese e alla Siria, due potenze che negli ultimi mesi hanno riannodato i rapporti con Hamas. Rivolgersi ai mussulmani significa esortare l’Iran e la Turchia.
Per il momento solo la Jihad islamica, ossia l’Iran, e i diversi gruppi di resistenza della Cisgiordania hanno raccolto l’invito di Hamas.
Diversamente da quanto sostiene il Wall Street Journal, Hamas non è pilotato dall’Iran. Sostenere il contrario significa dimenticare l’accordo tra Hassan El-Banna, fondatore dei Fratelli Mussulmani, e Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica d’Iran, per spartirsi il mondo mussulmano con l’impegno reciproco di astenersi dall’intervenire in modo rilevante nella sfera d’influenza dell’altro. Teheran ribadisce continuamente e rumorosamente il proprio sostegno ai palestinesi, ma la sua azione concreta in Palestina si limita alla Jihad islamica.
I leader politici di Hamas abitano in Turchia, protetti dai servizi segreti. In realtà c’è Ankara dietro Hamas e l’operazione «Diluvio di Al Aqsa».
Domenica 8 ottobre, inaugurando una chiesa ortodossa siriaca, il presidente Recep Tayyip Erdogan, mellifluo, ha dichiarato: «La conquista della tranquillità, l’instaurazione di una pace duratura e la conquista della stabilità nella regione attraverso la soluzione della questione palestinese, in conformità del diritto internazionale, è la priorità assoluta su cui ci concentriamo quando incontriamo i nostri omologhi (…) Sfortunatamente i palestinesi e gli israeliani, come l’intera regione, pagano il prezzo del ritardo nell’amministrazione della giustizia (…) Versare benzina sul fuoco non avvantaggerà nessuno, a maggior ragione i civili di entrambe le parti. La Turchia è pronta a fare la propria parte usando al meglio le sue capacità per far finire i combattimenti il più rapidamente possibile e smorzare l’accresciuta tensione dovuta ai recenti incidenti».
La scelta di Ankara di scatenare questa guerra immediatamente dopo l’annientamento della Repubblica di Artsakh, in Azerbaijan, e mentre invia materiale bellico alla Russia in violazione delle misure coercitive unilaterali statunitensi, fa capire che i diplomatici turchi non temono più Washington, nonostante nel 2016 gli USA abbiano tentato di assassinare il presidente Erdogan. Terminata l’operazione in corso, ne seguirà un’altra contro i kurdi, in Siria e in Iraq.
Se lo Hezbollah entrasse in scena, Israele non riuscirebbe da solo a respingere l’attacco. Potrà continuare a esistere solo con il sostegno militare degli Stati Uniti. Ma l’opinione pubblica statunitense non sostiene più Israele e il Pentagono non ha più i mezzi per difenderlo. Quel che sta accadendo è una conseguenza della guerra in Ucraina. Washington non riesce a produrre munizioni sufficienti a soddisfare le esigenze degli alleati ucraini. È stato costretto addirittura a prelevarne dalle scorte in Israele. I suoi arsenali sono vuoti.
Nelle prime ore del conflitto lo Hezbollah ha lanciato qualche razzo sulle fattorie di Chebaa, ossia su un territorio conteso da Libano e Israele, dimostrando così di sostenere la Resistenza palestinese, secondo la retorica della «unità dei fronti». Ma non è entrato in guerra perché diffida di Hamas, contro cui ha combattuto in Siria e di cui non condivide l’ideologia ispirata ai Fratelli Mussulmani.
Tutti i dirigenti occidentali hanno affermato di condannare le azioni terroristiche di Hamas e di sostenere Israele. Ma se in passato non hanno fatto nulla per rimediare alle ingiustizie in Palestina, queste posizioni di principio dimostrano che a maggior ragione non lo faranno adesso. La Russia e la Cina invece, rifiutando di schierarsi con i palestinesi o gli israeliani, hanno esortato al rispetto del Diritto internazionale e non delle regole occidentali.
Ci troviamo in una situazione in cui tutti i protagonisti hanno deliberatamente sabotato in anticipo qualunque soluzione, sicché è ormai pressoché impossibile evitare che tutto finisca in un bagno di sangue.
Thierry Meyssan
NOTE
1) «Agenti del Mossad tre le unità di al-Qaida che hanno attaccato il campo di Yarmouk», Rete Voltaire, 4 gennaio 2013.
2) «Scontri tra palestinesi in Libano», Voltaire, attualità internazionale n° 52, 16 settembre 2023.
3) «La successione di Mahmoud Abbas», Voltaire, attualità internazionale n° 54, 29 settembre 2023
4) «Georges Habache et la Résistance palestinienne», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 gennaio 2008.
5) «Il colpo di Stato degli straussiani in Israele», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 marzo 2023.
6) Leo Strauss era al tempo stesso un ebreo fascista tedesco e un sionista revisionista. Incontrò il proprio idolo, Vladimir Jabotinsky, a New York con Benzion Netanyahu, padre di Benjamin, NdR.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «In Palestina cambia il paradigma», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 ottobre 2023.
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Lavrov: UE sta commettendo un «harakiri». E aggiunge: europei terrorizzati dai piani di Trump
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Geopolitica
Otto Paesi musulmani denunciano i piani israeliani di espellere i palestinesi da Gaza
I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Indonesia, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano le proposte discusse la scorsa settimana dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir e dal ministro della Difesa Israel Katz per l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza, mascherata da eufemismi come «emigrazione volontaria». Lo riporta EIRN.
La dichiarazione congiunta condanna tali proposte affermando: «Tali dichiarazioni e proposte incendiarie violano palesemente i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e rappresentano una minaccia diretta ai diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese… I ministri ribadiscono il loro inequivocabile rifiuto e la loro condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a sfollare il popolo palestinese, sia all’interno che all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati, con qualsiasi pretesto o giustificazione. Mettono in guardia contro le gravi conseguenze derivanti dal trasformare gli appelli allo sfollamento forzato in politiche dichiarate o misure concrete volte a sradicare i palestinesi dalla loro terra».
Tali azioni costituiscono una sfida diretta agli sforzi internazionali volti al raggiungimento della pace, primo fra tutti il Piano globale del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza, che include il suo inequivocabile rifiuto degli sfollamenti forzati, e rischiano seriamente di compromettere le prospettive di stabilità nella regione.
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I ministri «ribadiscono che l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati con la creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i principi del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in conformità con le pertinenti risoluzioni del diritto internazionale».
«I ministri invitano inoltre la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad assumersi le proprie responsabilità e a contrastare con fermezza qualsiasi tentativo di imporre una nuova realtà demografica o geografica nei Territori Palestinesi Occupati, garantendo il rispetto delle norme del diritto internazionale. Ribadiscono il loro pieno e continuo sostegno alla fermezza del popolo palestinese sulla propria terra e il loro rifiuto di ogni tentativo volto a cancellare la causa palestinese o a minare i legittimi diritti del popolo palestinese».
Il 3 agosto il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet. La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.
L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.
Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.
Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.
Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.
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Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblicoche celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.
Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.
Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.
La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi.
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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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