Spirito
Il vescovo Mutsaerts gravemente ferito in un incidente stradale: ora è in condizioni stabili
Il vescovo Robert Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch (Den Bosch) nei Paesi Bassi, noto per la sua ferma difesa dell’ortodossia cattolica, è rimasto gravemente ferito in un incidente stradale durante il fine settimana.
Il vescovo Mutsaerts, 67 anni, ha urtato un albero a lato della strada mentre tornava a casa da un centro di ritiro spirituale dove aveva ascoltato le confessioni ed è stato immediatamente trasportato in ospedale, secondo quanto riportato dai media olandesi. Sua Eccellenza ha riportato la frattura del gomito e del bacino e una lussazione dell’anca, ma attualmente è cosciente e non si trova più in terapia intensiva.
«Il vescovo De Korte ha parlato brevemente al telefono con il vescovo Mutsaerts domenica pomeriggio, augurandogli forza e coraggio», si legge in un comunicato diocesano. «Il vescovo Mutsaerts ora ha bisogno soprattutto di riposo per riprendersi. Il vescovo De Korte chiede le vostre preghiere per il vescovo ausiliare».
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Negli ultimi anni, il vescovo Mutsaerts è stato uno dei pochi prelati a difendere con coerenza l’insegnamento della Chiesa e a denunciare gli errori moderni, in particolare la promozione dell’agenda LGBT. In un articolo del 2024 per il sito nordamericano LifeSiteNews, il vescovo definì la Fiducia Supplicans di Papa Francesco un documento «codardo» che rappresenta un tentativo di «modifica deliberata» di ciò che è peccaminoso.
«La Fiducia Supplicans – la controversa Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede – è soprattutto un documento vile. Si rifiuta di definire le pratiche omosessuali come intrinsecamente malvagie», ha scritto. «È ormai chiaro che la Fiducia Supplicans non riguarda un’espansione del significato delle benedizioni, ma una deliberata modifica di ciò che è peccato».
Il vescovo Mutsaerts ha inoltre respinto l’argomentazione comune secondo cui il documento ammette solo benedizioni spontanee o «pastorali», e non quelle formali.
«Date un nuovo significato alla parola “benedizione” e potrete farne qualsiasi cosa. La parola magica che emerge con facilità è “pastorale”. La Dichiarazione non ammette benedizioni formali, ma ne ammette di spontanee. Questa è la parola “pastorale”».
«Quante volte la parola “pastorale” viene usata per accantonare il Magistero, per contrapporre dottrina e vita, e poi per giustificare una vita in contrasto con la dottrina. La cura pastorale non è più cura dell’anima; è diventata senz’anima».
Nell’ottobre del 2025, durante la Conferenza sull’Identità Cattolica, si unì al vescovo Athanasius Schneider, al vescovo Marian Eleganti e al vescovo Joseph Strickland nel guidare milioni di fedeli, di persona e virtualmente, in un atto di riparazione per il «pellegrinaggio LGBT» approvato dal Vaticano un mese prima. Durante quel pellegrinaggio, un gruppo guidato da una croce arcobaleno, tra cui molte persone con i loro «partner» omosessuali, vestiti con i colori dell’arcobaleno e alcuni sventolando bandiere dell’«orgoglio LGBT», aveva attraversato la Porta Santa della Basilica di San Pietro, alcuni indossando abiti e zaini con messaggi espliciti.
In un’intervista allo stesso sito era arrivato a dire di non obbedire al papa riguardo la Fiducia Supplicans.
In un articolo pubblicato ad aprile sul suo blog, ha ricordato la sua esperienza nell’amministrare il Sacramento della Confermazione in una chiesa pro-LGBT e ha sottolineato che questi «cattolici» pro-LGBT, che si dichiarano tolleranti e inclusivi, sono in realtà intolleranti nei confronti della Tradizione della Chiesa.
«La “chiesa inclusiva” spesso afferma di accogliere tutti, a prescindere da provenienza, identità o credo. Sembra un’affermazione grandiosa, quasi evangelica. Ma qui si insinua il paradosso:si accolgono tutti, a patto che condividano determinate opinioni su identità, sessualità e verità», ha scritto il vescovo.
«Chiunque metta in discussione tutto ciò, chiunque parli da una prospettiva cattolica tradizionale in materia di morale o antropologia, si accorgerà presto che la porta non è così spalancata come promesso», ha aggiunto.
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«La Chiesa tradizionale dice: Questo è ciò in cui crediamo, e se lo contestate, dialogheremo con voi, ma non rinunceremo alle nostre convinzioni. La Chiesa inclusiva dice qualcosa di diverso: Non escludiamo nessuno, pur escludendo implicitamente al tempo stesso certe credenze», ha affermato.
Dopo acute critiche, il prelato neerlandese tre anni fa aveva abbandonato il processo sinodale.
Come riportato da Renovatio 21, negli anni monsignor Mutsaerts aveva condannato la teologia progressista come «pericolo interno» della Chiesa e sostenuto che l’aborto è la tirannia dei forti contro i deboli.
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Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Mons. Viganò: i sacramenti per l’edificazione del Regno di Dio nella storia
Inimica respuere
Omelia nella Domenica III dopo Pasqua
Amen, amen, dico vobis:
quia plorabitis et flebitis vos, mundus autem gaudebit:
vos autem contristabimini, sed tristitia vestra vertetur in gaudium.
Gv 16, 20
Il Vangelo di questa terza Domenica di Pasqua fa parte del cosiddetto «discorso di addio» che Nostro Signore rivolge nel Cenacolo agli Apostoli la sera del Giovedì Santo, prima di andare a pregare nel Getsemani ed essere poi arrestato dalle guardie del tempio. Giuda è già uscito per tradirLo (Gv 13, 30) e di lì a poco consegnerà l’Agnello immacolato ai Suoi aguzzini, riscuotendo i trenta denari. Il «modicum» di cui parla il Signore (Gv 16,16) si riferisce al breve intervallo tra la Sua morte in croce («non mi vedrete più») e la Resurrezione («di nuovo un poco e mi rivedrete»), preannunciando poi la gioia definitiva che nessuna prova potrà togliere. Non è casuale il paragone del dolore dei discepoli a quello delle doglie del parto della donna che genera un figlio. Esso richiama il travaglio dell’anima nel momento in cui tutto sembra perduto — il Maestro messo a morte, i discepoli dispersi, il rinnegamento di Pietro, l’apparente vittoria dei cospiratori del Sinedrio — e la gioia che essa prova quando le sofferenze svaniscono al vagito di una nuova vita che si apre al mondo. Vediamo dunque assimilato il Mistero della Redenzione alla nascita di una creatura, quasi a richiamare la Regina Crucis, la Donna vestita di sole (Ap 12, 1) – figura della Vergine Madre e della Chiesa – è colta nel travaglio del parto mentre un drago (Satana) attende di divorare il figlio maschio (il Messia, Cristo). Il parto simboleggia la generazione della Chiesa attraverso le persecuzioni e le prove storiche; i dolori delle doglie del parto rappresentano il prezzo della Redenzione e della testimonianza evangelica, ma culminano nella vittoria divina. Il figlio è rapito presso il trono di Dio (Ap 12, 5), prefigurando la Resurrezione e l’Ascensione.Sostieni Renovatio 21
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Spirito
Istruzione: sottomissione al rispetto umano
I buoni genitori cristiani si preoccupano di salvaguardare l’anima dei propri figli. Per proteggerli dal male, controllano i loro giochi, le loro letture, le loro amicizie… Tuttavia, nonostante la loro vigile attenzione, a volte provano tristezza nel vedere che uno dei loro figli è più facilmente influenzabile e si lascia sviare da un vile rispetto umano.
Sì, il rispetto umano è un nemico formidabile che minaccia ogni anima, e in particolare l’adolescente e lo studente quando escono dal loro ambiente protetto. Una semplice parola di scherno, un sorriso sprezzante, un gesto di pietà da parte di un compagno di classe senza valore, e all’improvviso non si osa più essere sinceri, parlare, agire da cristiani, paralizzati dalla paura di «cosa dirà la gente»!
Il rispetto umano è definito come il timore che proviamo per il giudizio e le parole degli altri. La parola rispetto è sinonimo di considerazione o riguardo. Quando parliamo di rispetto umano, ci riferiamo alla pressione esercitata sulla nostra condotta perché consideriamo ciò che gli altri potrebbero pensare e dire di noi, dimenticando che il nostro punto di riferimento essenziale è Dio e i Suoi rappresentanti! Certamente, dobbiamo avere considerazione e riguardo per i nostri simili, ma è l’eccesso che è condannabile e va evitato.
Se, cari genitori, con la grazia di Dio avete educato i vostri figli alla virtù, potrete proteggerli fin dalla più tenera età anche da quel nemico che è il rispetto umano.
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Come si può immaginare, per evitare tutto ciò, è essenziale un atteggiamento primario: «Dio prima di tutto». La famiglia vive secondo questo motto. I figli percepiscono che i genitori pongono Dio al centro della vita familiare, che Egli è veramente il Signore. Vedono che giudicano gli eventi, che decidono ogni cosa secondo Dio e non secondo il giudizio degli uomini e del mondo. Il giudizio dei genitori si baserà sugli insegnamenti del catechismo, sui principi cattolici, sulla retta ragione e sul buon senso, e non sulle affermazioni del signor X… I genitori cristiani useranno i beni di questo mondo solo nella misura in cui ne hanno bisogno, e non perché è di moda o per paura di apparire arretrati.
I genitori dimostreranno ai propri figli questo santo orgoglio di essere cristiani non solo durante le manifestazioni pubbliche della nostra fede, come processioni e pellegrinaggi, ma anche, ad esempio, quando recitano semplicemente la preghiera prima di un pasto in compagnia di un ospite o quando non hanno paura di esprimere la propria opinione, di rifiutare compromessi.
L’esempio dei genitori è una forza nell’educazione; e quanto più l’esempio del cristiano coraggioso, capace di rinunciare a tutto per essere fedele a Dio, può armare i nostri figli contro questa schiavitù del rispetto umano.
Pur essendo importante promuovere con entusiasmo l’orgoglio di essere cristiani, è altrettanto necessario incoraggiare i bambini a dimostrare il proprio coraggio con i fatti. A scuola, i bambini potrebbero desiderare di essere apprezzati dai compagni o temere di essere derisi. Insegniamo loro a superare questa paura del giudizio altrui. Le loro scelte in fatto di abbigliamento dovrebbero basarsi su ciò che piace a Dio, sull’armonia dei colori… e non su ciò che indossa un compagno.
Se un bambino si lamenta di essere preso in giro, dovrebbe essere incoraggiato a sopportarlo come il suo Salvatore, a non dargli peso, mostrandogli la sua insignificanza e che ciò che conta veramente è il giudizio di Dio su di noi. Cercare di proteggere un bambino da queste piccole prove non fa altro che indebolirlo di fronte alle avversità.
L’educazione all’onestà aiuterà inoltre il bambino a superare la mancanza di rispetto umano, perché imparerà a dire la verità senza timore di ciò che gli altri potrebbero pensare.
Madre Marie Christiane, sorella dell’arcivescovo Lefebvre, racconta nelle sue memorie che il giovane Marcel veniva spesso deriso dai compagni più grandi. «Gli chiedevo: “Stanno parlando con te?” Marcel non mi rispondeva nemmeno. Ammiravo la sua compostezza…» Ma se si trattava di qualcun altro, di qualcuno più debole, o persino dell’onore di Dio o della Chiesa, allora Marcel reagiva con forza: «Ci voleva un certo coraggio, e chi aveva imparato la lezione non tornava sui suoi passi».
Infondiamo dunque nei nostri figli il coraggio cristiano che permetterà loro di preferire Dio al giudizio degli uomini. Il rispetto umano è una vera forma di servizio; la libertà dei figli di Dio, al contrario, consiste nel fare il bene senza temere scherno o opposizione.
Chiediamo questa forza a Nostro Signore e alla Beata Vergine Maria.
Le Suore della Fraternità San Pio X
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Pensiero
La scomunica dei bambini
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Il permesso, quasi in extremis, è tornato: ed ecco che si è avuta una celebrazione oceanica con almeno 60 cresimandi e centinaia e centinaia di persone stipate in tutta la chiesa fino a debordare ad abundatiam nella piazza antistante.
Mentre risuonava potente il canto gregoriano, ho veduto in fila per diventare soldati di Cristo, con lo schiaffetto del vescovo Bernard Fellay, tanti bambini, tanti adulti, anche da fuori regione. Il sole pomeridiano dava a quel sabato riflessi dorati che rimbalzavano sui veli e suoi sorrisi delle bambine. Vi erano, ovunque, famiglie devote – e felici. Famiglie unite. E la mia prole maturata sino al sacramento della confermazione, come mi ero prefissato.
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Ora, sappiamo che una scomunica stricto sensu si può abbattere su tutto questo. Le consacrazioni episcopali indette dalla FSSPX per il prossimo luglio permetteranno a quelli dei sacramenti scomunicati di tuonare: sarà, abbiamo detto su queste colonne, una scomunica comunicata, una «scomunicazione». Non basta la latae sententiae: vi sarà proprio un comunicato terrificante del cardinal Fernandez (che, messi da parte i libri su bacio e orgasmo, avrebbe già scritto tutto), o del papa stesso, contro la Fraternità.
Con i cinesi non va così, lo sapete: il Partito Comunista Cinese, in barba agli accordi sino-vaticani probabilmente trattati da McCarrick e altri religiosi ricattabili su Grindr, si sceglie i vescovi che vuole, li ordina e nemmeno lo dice a Roma; il Sacro Palazzo non dice nulla, poi magari pure ratifica.
Con la FSSPX sarà diverso, perché la FSSPX è la vera Chiesa, è ciò che era, è, e sempre sarà la Sposa di Cristo, tramandata nel secoli. La FSSPX è ciò che dimostra l’esistenza stessa dell’infiltrazione maligna che ha reso il cattolicesimo irriconoscibile e perdente.
E quindi, qualcuno sussurra, non si limiterà a scomunicare i vescovi ordinanti e ordinati: scomunicherà tutti. Cioè, tutti i fedeli della FSSPX. La cosa è canonicamente implausibile, tuttavia di cose allucinanti nei documenti romani ne abbiamo viste non poche in questi anni: mentre leggete il vostro parroco potrebbe star impartendo una benedizione ad una coppia omofila, per esempio.
Tutti scomunicati. Anche i bambini? Ma certo. Scomunicheranno anche i nostri figli: non lato sensu, ma latae sententiae. L’esercito di soldati di Cristo che vedete nella foto, quindi, sarà composto da scomunicati. Il cortocircuito dovrebbe mandare per aria il vostro sistema morale: quello che in effetti molti preti, vescovi, cardinali non hanno più.
Certo, il Santo Padre è ancora in tempo. Può ratificare le nomine, ed evitare questo trauma globale che può riguardare mezzo milione, forse un milione di fedeli. Noi preghiamo perché Leone lo faccia. Sarebbe la cosa buona da fare, perfino inclusiva. Sappiamo tuttavia che la cintura di modernisti che sta dietro alle scelte del papa non interessa nulla, neanche dei luoghi comuni della sua stessa propaganda. I modernisti non vogliono far prigionieri, vogliono distruggere la tradizione cattolica, la Chiesa «troppo orientata» verso Dio.
E sia. Questo non toglie che nessuna delle persone che erano con me sabato sparirà dalle cappelle del rito antico o sposterà i suoi figli altrove. Anzi. Diverranno persino più assidui. I numeri, come in questi anni, continueranno a crescere.
Questo non toglie nemmeno che quello è stato uno dei giorni più belli che ricordo, anche per il finale imbarazzante: dopo le foto di rito in piazza in paramento liturgico e centinaia di persone intorno, monsignor Fellay esce in abito piano quando oramai tutti sono sgommati alle loro cene e in piazza siamo rimasti pochissimi.
Mi avvicino con mio figlio per baciare l’anello: è la prima volta che lo fa, lo preparo, ginocchi sinistro, anello… Poi ho in mente di fare una foto di lui e il monsignore, e già penso cosa potrà valere tra 20 o 30 anni (massì, sto pensando a quelli che se la tirano perché ci hanno la foto con monsignor Lefebvre da piccoli…).
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A questo cerco di dire una parola. «Monseigneur, on prie pour vous». Monsignore, preghiamo per voi. Ho la voce che mi trema, il pensiero pure – sarà che sono impressionato, sarà che il momento è storico per la Chiesa e per la mia famiglia. «Et nous on prie pour qui prie pour nous!» risponde aumentando il sorriso. E noi preghiamo per quelli che pregano per noi…
Cerco di rispondere, ma ho davvero finito le cose da dire – situazione per me inimmaginabile: «on est heureux» mi esce malamente, mentre lui sia allontana. «Siamo felici». È la cosa più idiota che potessi dire in quel momento, sì. Tuttavia è, anche fuori dal contesto, la verità.
Siamo felici di rimanere cattolici. Nonostante quello che minacciano di fare. A noi bastano i nostri figli e i sacramenti.
Non c’è scomunica che possa fermarci.
Roberto Dal Bosco
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