Spirito
Il vescovo olandese Mutsaerts condanna la teologia progressista come «pericolo dall’interno» della Chiesa
Il vescovo olandese Robertus Gerardus Leonia Maria Mutsaerts ha criticato la teologia progressista definendola un grande «pericolo che viene dall’interno» per la Chiesa cattolica. Lo riporta LifeSite.
In un articolo sul suo blog pubblicato all’inizio di gennaio, il vescovo ausiliare della diocesi di ‘s-Hertogenbosch ha citato l’autore cattolico Hilaire Belloc, il quale ha scritto di non temere «’i barbari alle porte’, ma piuttosto il pericolo che viene dall’interno».
«Vorrei ora rivolgermi ai teologi liberali e ai credenti. Non per accusarli, ma per invitarli a riconsiderare la propria posizione», ha scritto Mutsaerts, aggiungendo: «se Belloc avesse ragione, e se ci parlasse oggi, potrebbe dire: il cristianesimo in Europa non è minacciato solo dalla secolarizzazione, ma da una teologia che non si fida più del proprio nucleo».
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Il prelato neerlandese osservato che in Germania il problema non sono le minacce esterne, ma gli stessi vescovi tedeschi, che «hanno pubblicato un documento (Segen gibt der Liebe Kraft) che offre linee guida pastorali per i sacerdoti e gli operatori pastorali per la benedizione delle coppie che vivono relazioni che la Chiesa definisce “disordinate”».
«I processi sinodali tedeschi hanno già adottato documenti che propugnano una riconsiderazione dell’insegnamento sull’omosessualità, uno spazio per la diversità di genere e l’inclusione delle persone trans e intersessuali, e discussioni sul celibato. Il tutto sotto le mentite spoglie della cura pastorale».
Monsignor Mutsaerts ha sottolineato che «nella teologia cattolica, l’azione pastorale non può mai essere separata dalla verità».
«La Chiesa distingue tra ordine morale oggettivo (ciò che è buono o peccaminoso) e colpa soggettiva (quanto è personalmente responsabile qualcuno)», e quindi «non può dichiarare moralmente buono qualcosa che ha sempre considerato intrinsecamente disordinato».
Il vescovo ha affermato che è importante ricordare la distinzione operata dalla Chiesa tra peccato e peccatore.
«Pensate alle celebri parole di Agostino: odia il peccato, ama il peccatore», ha affermato. «Se giustifichi il peccato, stai guidando il peccatore ancora più verso l’abisso».
«Questo è il massimo dell’antipastoralità. Se le situazioni peccaminose vengono strutturalmente benedette senza un linguaggio chiaro sulla conversione, la croce, l’ascetismo o la crescita morale, allora il peccato viene banalizzato e ridotto a ‘imperfezione’. Può sembrare pastorale, ma dove non c’è più peccato, non c’è più nemmeno motivo di conversione, e il sacrificio di Gesù sulla croce viene dichiarato superfluo. E ogni benedizione diventa priva di significato».
«L’amore senza verità è senza amore», ha affermato.
Il vescovo olandese ha lanciato un avvertimento: se i cristiani si conformassero allo spirito dei tempi, diventerebbero laicisti:
«Ma cosa succede quando vescovi, sacerdoti e teologi sono così impegnati a difendere il cristianesimo che l’ambiente laico non si offende più per le sue opinioni contrarie? Non hanno forse smesso di difendere il cristianesimo? Quando la risurrezione di Gesù si riduce a “la storia continua” invece che all’effettiva risurrezione di Gesù dalla tomba; quando Gesù non è più il Salvatore, ma principalmente un esempio morale; quando il peccato è sostituito da una “rottura” senza colpa e la grazia da un’affermazione senza conversione? Ciò che rimane è un quasi-cristianesimo vago, educato e rispettabile in cui nulla è in gioco e che non differisce in alcun modo dalle opinioni laiche».
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Il vescovo ha concluso che «quando il cristianesimo si adatta troppo allo spirito dei tempi, perde proprio ciò che lo rende rilevante».
«La teologia progressista sottolinea giustamente la dignità umana, ma spesso si scontra con il peccato radicale – non come fallimento morale, ma come distorsione esistenziale», ha osservato il vescovo. «Ciò che rimane è un cristianesimo che non salva più le persone, ma si limita ad accompagnarle. Verso l’abisso».
«Forse la vera sfida per la teologia liberale oggi è questa: 1. Osiamo credere di nuovo che il cristianesimo è vero, non solo prezioso? 2. Osiamo accettare che il Vangelo ci giudichi prima di liberarci? 3. Osiamo parlare di nuovo di conversione, sacrificio, redenzione – senza scusarci? Non perché i barbari siano alle porte, ma perché la Chiesa rischia di svuotarsi».
«Belloc non temeva i barbari alle porte, ma la civiltà che aveva dimenticato la propria anima» ha ricordato il monsignore.
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Immagine di Danny Gerrits via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Le riforme liturgiche post-Vaticano II hanno trasformato le messe in una «parodia»: parla il cardinale Rouco Varela
Il cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo emerito di Madrid, ha dichiarato questa settimana in un’intervista che i dilaganti abusi liturgici successivi al Concilio Vaticano II hanno trasformato il Santo Sacrificio della Messa in una «parodia». Lo riporta LifeSite.
Nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano spagnuolo El Debate e pubblicata il 21 luglio, in cui discuteva della sacra liturgia e del suo recente appello per il ripristino del Summorum Pontificum, il prelato ottantanovenne ha sottolineato come l’attuazione delle «riforme liturgiche» del Concilio abbia portato a diffusi abusi.
Il cardinale Rouco Varela ha inoltre evidenziato che la «parodia» ha raggiunto un «livello così profondo» da ledere «la verità stessa del sacramento, la coscienza dei fedeli e persino la sensibilità estetica dell’umanità».
«Con il Concilio Vaticano II è stata attuata una riforma liturgica che, in molti e diffusi casi, si è trasformata in una parodia della liturgia», ha dichiarato al giornale.
«E, naturalmente, quando la parodia raggiunge un livello così profondo da intaccare la verità stessa del sacramento, la coscienza dei fedeli e persino la sensibilità estetica dell’umanità – di fronte all’indisciplina quasi anarchica della liturgia in molti casi e in molte parti della Chiesa durante gli anni Settanta – ha indotto gruppi di fedeli a tornare ancora una volta alla tradizione che precedeva la riforma del Concilio Vaticano II», ha aggiunto.
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Il porporato iberico ha espresso la convinzione che gli abusi liturgici seminino divisione tra i fedeli, e che alcuni reagiscano passando all’«altro estremo» ed «esagerando» la soluzione al problema, forse riferendosi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) e ai sedevacantisti.
Il prelato ha poi ricordato diversi esempi di abusi della Messa e della Santa Eucaristia avvenuti negli anni Settanta dopo le riforme post-conciliari, sottolineando come tali abusi abbiano ridotto il Santo Sacrificio della Messa a un «gioco tra amici».
«Si assisteva a ogni sorta di comportamento, e, quel che era peggio, nelle case di formazione – per religiosi e religiose, nei seminari… Celebrare l’Eucaristia in salotto a un tavolino basso», ha detto Rouco Varela. «Seduti o accovacciati, prendendo il vino dal frigorifero, pane di chissà cosa, e poi ognuno diceva quello che gli veniva in mente… Quasi l’unica cosa che poteva essere ricondotta a una verità teologica erano le parole della consacrazione».
«In altre parole, siamo passati dalla celebrazione dell’Eucaristia istituita dal Signore – il sacramento della sua presenza sacrificale e sacrificata sulla croce che nutre le nostre anime; la sua carne e il suo sangue; la presenza del Divino in mezzo alla nostra vita e alla nostra storia – a una sorta di gioco tra amici, niente di più. C’è un abisso tra le due cose», ha aggiunto.
Non è chiaro come il cardinale, comprendendo l’estrema gravità della situazione con il sacrilegio eretto a rito, possa definire «estreme» le posizioni di coloro che non vi si sottomettono.
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Immagine di Barcex via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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