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Il vescovo Mutsaerts: Chesterton ha dimostrato perché l’aborto è la tirannia dei forti contro i deboli

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Renovatio 21 pubblica la traduzione di questo testo del vescovo Robertus Gerardus Leonia Maria Mutsaerts, ausiliare della diocesi di Hertogenbosch, Paesi Bassi, apparsa su LifeSiteNews.

 

Sono un ammiratore convinto di G.K. Chesterton (1874-1936) è stato uno scrittore e pensatore inglese noto per la sua strenua difesa della moralità tradizionale e dei valori cristiani. Sebbene ai tempi di Chesterton l’aborto non fosse né legale né diffuso come lo è oggi, egli affrontò chiaramente temi correlati nei suoi saggi e libri: il valore di ogni vita umana, la sacralità della famiglia e i pericoli di tendenze moderne come l’individualismo e il materialismo.

 

In questo saggio analizzo come Chesterton avrebbe risposto alle moderne leggi sull’aborto, che non offrono alcuna tutela legale al nascituro. Ciò è in netto contrasto con il principio giuridico romano del curator ventris , in base al quale veniva nominato un tutore per tutelare gli interessi del nascituro.

 

Chesterton partiva sempre dalla convinzione che ogni vita umana abbia valore e dignità intrinseci, in quanto creatura di Dio. Ai suoi tempi si oppose fermamente alle teorie eugenetiche e a qualsiasi filosofia che considerasse alcuni gruppi di persone meno umani. Osservò che tali idee potevano ottenere i loro «benefici» solo negando l’umanità a un’intera categoria di persone.

 

Laddove gli eugenetisti disumanizzavano gli «inferiori», l’aborto fa qualcosa di simile con un gruppo ancora più vulnerabile: «le persone più deboli e indifese: i nascituri». Chesterton sottolineava che il nascituro è un essere umano completo, e parlava dell’aborto inequivocabilmente come «il massacro dei nascituri». Un linguaggio così forte dimostra che considerava l’aborto un attacco diretto alla dignità umana e alla vita umana stessa.

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Poiché Chesterton era profondamente religioso, considerava la vita – anche nel grembo materno – sacra e voluta da Dio. Sottolineava che nessuna persona o istituzione ha il diritto di distruggere deliberatamente una vita umana innocente. Seguendo la tradizione, Chesterton credeva che il diritto alla vita provenga direttamente da Dio per ogni essere umano, incluso il bambino nel grembo materno, e che nessuna ragione terrena (medica, sociale o economica) possa giustificarne la distruzione.

 

La sua indignazione morale contro l’aborto scaturisce da questo principio. Rise di un corrispondente che sosteneva l’aborto per ridurre la povertà, affermando che quest’uomo «sperava» nell’«omicidio di massa di nascituri», mentre «si disperava» all’idea di un semplice aumento dei salari. Con pungente ironia, Chesterton scrisse di tali riformatori: «spera nel degrado femminile, spera nella distruzione umana». Ciò dimostra che Chesterton considerava l’aborto non solo un torto personale, ma una malattia sociale – un orrore consentito solo quando la società dimentica la verità fondamentale che ogni vita umana, per quanto piccola o fragile, ha un valore infinito.

 

Per Chesterton, il bambino non era solo un individuo dotato di dignità, ma anche una fonte di significato per i genitori e la società. Nutriva una profonda riverenza e quasi un timore reverenziale per la miracolosa vitalità di ogni bambino. Nel suo saggio A Defence of Baby Worship, descrive come ogni bambino, in un certo senso, ricrei il mondo: «con ogni nuovo bambino, l’intero universo viene nuovamente messo alla prova».

 

Il bambino porta con sé una freschezza e una meraviglia che nemmeno i più grandi filosofi possono eguagliare: «come se con ognuno di loro tutte le cose si rinnovassero di nuovo», scrisse, «e l’universo venisse nuovamente messo alla prova». Questa visione lirica sottolinea la convinzione di Chesterton che un nuovo bambino sia una meraviglia unica e irripetibile, una nuova riaffermazione della vita che scuote continuamente il mondo degli adulti.

 

Chesterton descrisse addirittura la nascita come «l’avventura suprema». In Eretici scrisse: «l’avventura suprema è nascere”. Paragonò l’ingresso in famiglia attraverso la nascita all’ingresso in una fiaba: «quando entriamo in famiglia, con l’atto di nascere, entriamo in una fiaba». Questo dimostra quanto profondamente considerasse l’arrivo di un bambino come qualcosa di quasi sacro, pieno di mistero e possibilità.

 

Considerava la famiglia il fondamento della società e una «società in miniatura» che crea e ama i propri nuovi cittadini. Un bambino, per Chesterton, dava significato alla genitorialità e collegava le generazioni: «il bambino è una spiegazione del padre e della madre, e il fatto che sia un bambino umano è la spiegazione degli antichi legami umani». Che oggi un bambino non ancora nato sia legalmente trattato come se non fosse un bambino o una persona è in contrasto con tutto ciò che Chesterton rappresentava.

 

Chesterton difese i bambini anche nelle sue critiche ai mali sociali. In Eugenetica e altri malanni schernì l’idea che alcuni bambini potessero essere «indesiderati». Troverebbe del tutto inaccettabile sacrificare il bambino stesso in nome della prosperità o della «qualità della vita». Le politiche moderne che scelgono di eliminare i bambini non ancora nati invece di risolvere i problemi sociali, le considererebbe una perversione della giustizia e della ragione.

 

Chesterton era critico nei confronti di molti aspetti della modernità, soprattutto quando si scontravano con verità eterne. Una volta descrisse la mentalità modernista come quella di qualcuno che prova così tanta pietà per gli animali, ad esempio, da essere disposto a sacrificare vite umane – una preoccupante inversione di valori. Già nel 1914 Chesterton predisse: «ovunque ci sia adorazione degli animali, ci sarà sacrificio umano». Con ciò intendeva dire che la tendenza sentimentale moderna a venerare ideali astratti – ad esempio, invocando i “diritti delle donne” ignorando i diritti del bambino – spesso coincide con l’indifferenza o la crudeltà verso le persone vulnerabili.

 

Nella cultura contemporanea ne vediamo echi: le persone possono indignarsi più per la crudeltà sugli animali o per le questioni ambientali che per l’aborto di massa dei bambini non ancora nati. Chesterton definirebbe tali priorità folli, segno che la modernità ha perso la sua bussola morale.

 

Un altro tratto distintivo dei tempi moderni che Chesterton criticò aspramente è l’individualismo estremo e il materialismo. Notò che, in nome della «libertà», le persone spesso si imprigionavano in piaceri superficiali. In nessun luogo questo è più chiaro che nel suo saggio Bambini e distributismo, dove derideva le coppie che evitavano di avere figli per avere più tempo e denaro per l’intrattenimento e il lusso. Scrisse che il suo disprezzo raggiunse il suo apice «quando sento il suggerimento comune che le persone non vogliono avere figli per essere libere di andare a teatro, o libere di non essere interrotte nella loro carrieraÐ.

 

Mise deliberatamente «libero» tra virgolette, perché non la considerava vera libertà. «Ciò che mi fa venire voglia di calpestare queste persone come fossero zerbini è che usano la parola “libero”. In ogni atto del genere si incatenano al sistema meccanico più servile che l’umanità abbia mai sopportato». Invece di abbracciare la libertà creativa e vivificante della genitorialità, si sottomettono a quella che Chesterton chiamava la costrizione del consumo e della tecnologia: carriere e mode imposte da poteri anonimi. Questa è falsa libertà: barattare la vocazione più profonda dell’umanità (trasmettere la vita) con piaceri fugaci.

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Chesterton contrapponeva questa falsa libertà alla vera libertà che un bambino porta con sé. «Un bambino è il segno e il sacramento della libertà personale», dichiarava. Sembra paradossale, poiché un bambino porta responsabilità e limiti ai genitori. Ma Chesterton la vedeva diversamente: un bambino è una nuova volontà, «un nuovo libero arbitrio aggiunto alle volontà del mondo», che i genitori liberamente generano e liberamente proteggono. È il loro contributo creativo alla creazione – un atto unico non prodotto da una «mente» o da un tecnocrate sociale, ma da loro stessi e da Dio. E questa nuova vita è “molto più bella, meravigliosa e sorprendente” di qualsiasi invenzione o macchina da intrattenimento che la civiltà moderna possa produrre.

 

Chesterton vedeva nel fatto che gli uomini moderni osino rifiutare questo dono meraviglioso un sintomo di cecità morale. «Quando le persone non percepiscono più quanto ciò sia straordinario, hanno perso ogni apprezzamento per le cose primarie; hanno perso ogni senso delle proporzioni», ammoniva. Con parole insolitamente dure, Chesterton affermò che queste persone «preferiscono la feccia della vita alle fonti della vita». In altre parole, scelgono i piaceri vuoti, ripetitivi e futili di una società consumistica stanca rispetto alla fresca vitalità che porta un nuovo figlio. Questo non è progresso, ma decadenza.

 

Chesterton si rese conto già ai suoi tempi che la cosiddetta idea «progressista» del controllo delle nascite era una china scivolosa: «il controllo delle nascite attraversa lo Stato moderno e guida la marcia del progresso dall’aborto all’infanticidio», scrisse in tono beffardo. Previde che una volta superato un limite (la prevenzione delle nascite), ne sarebbe presto seguito un altro (la distruzione della vita esistente) – una previsione che suona inquietantemente profetica negli odierni dibattiti sull’aborto e persino sull’infanticidio.

 

Chesterton considererebbe l’attuale cultura dell’aborto come una corruzione del vero progresso: non un trionfo della scelta, ma una capitolazione all’egoismo e alla disperazione mascherati da «libertà». La vera libertà è sempre al servizio della vita. È significativo che in Impressioni irlandesi abbia riassunto l’essenza della libertà: «L’unico oggetto della libertà è la vita». La libertà non ha senso se viene usata per distruggere la vita; il suo scopo è proprio quello di renderla possibile e proteggerla.

 

Chesterton credeva che le leggi umane traessero la loro giustizia da una superiore consapevolezza morale, dalle leggi morali del bene e del male che non sono soggette a cambiamento. Quando una società nega queste verità fondamentali, rischia non di evolversi, ma di degenerare. Una volta osservò che le civiltà crollano non appena dimenticano le cose più ovvie. Una di queste verità ovvie è che uccidere persone innocenti è sbagliato.

 

Nel caso dell’aborto, la modernità sembra aver dimenticato proprio questa verità evidente: ovvero che un bambino nel grembo materno merita la stessa protezione di un bambino nella culla. Chesterton avrebbe sottolineato che il diritto romano – per quanto pagana fosse quella civiltà – almeno riconosceva il principio del curator ventris, il «guardiano dell’utero», nominato per proteggere i diritti del nascituro. Esistevano già in epoche precedenti disposizioni giuridiche che mostravano «una preoccupazione pubblica per la vita del bambino nel grembo materno», e il diritto positivo «riservava diritti» a quel bambino, ad esempio i diritti di successione e l’integrità fisica. Quanto è ironico, avrebbe osservato Chesterton, che il mondo moderno – vantandosi della sua umanità e del suo progresso – conceda al nascituro meno riconoscimento legale di quanto ne concedesse un’antica civiltà pagana.

 

Secondo Chesterton, una legge che non protegge il membro più indifeso della società non è una legge giusta. Credeva che l’autorità dello Stato fosse limitata da una legge morale superiore. Pertanto, quando i potenti iniziano a decidere chi può vivere e chi no, questo non è progresso, ma tirannia: «L’eugenetica e l’aborto equivalgono alla tirannia di un’élite che decide chi deve vivere e chi deve morire». Quell’élite, aggiungeva, spesso si nasconde dietro argomentazioni scientifiche o economiche, ma in sostanza è una questione di potere bruto.

 

Nell’aborto, Chesterton vedeva una coalizione dei forti contro i deboli: l’individuo adulto (forse supportato da «esperti» medici o dalla legislazione) contro il bambino senza voce. Ciò contrasta con la convinzione di Chesterton che la civiltà si misuri proprio da come protegge i più deboli. Quanto più debole e indifeso è il soggetto giuridico, tanto maggiore è il dovere di tutti di proteggerlo.

 

Per Chesterton, la famiglia è la prima e più importante comunità giuridica, e il nascituro ne fa già parte. Il diritto dovrebbe essere al suo servizio, non agire da padrone decidendo se quel nuovo membro della famiglia possa vivere. Già ai suoi tempi, aveva assistito a tendenze in cui lo Stato, o la cosiddetta «scienza», si elevavano a idolo a spese dell’umanità.

 

«Nel mondo moderno è il contrario: non è la religione che perseguita la scienza, ma la scienza che tiranneggia attraverso il governo», scrisse Chesterton nel 1922. Si riferiva alla legislazione eugenetica allora emergente, ma la stessa logica si applica alle leggi sull’aborto. Un ragionamento freddo e materialista – che sia in nome della scienza, della salute o dei diritti delle donne – che dichiara un nascituro non una persona con diritti che lui considererebbe un terribile orrore burocratico. È il trionfo di quello che lui chiamava beffardamente «terrorismo da professori di terza categoria»: assurdità tecnocratiche che mina le intuizioni morali fondamentali.

 

Al livello più profondo, Chesterton affermerebbe che nessuna autorità umana può concedere il diritto di uccidere deliberatamente una persona innocente. La legislazione che consente l’aborto distorce il rapporto essenziale tra libertà e vita. Come notato in precedenza, egli affermava: «L’unico oggetto della libertà è la vita». Una libertà che non protegge, ma abbandona il nascituro – la vita più innocente che si possa immaginare – è agli occhi di Chesterton una libertà che ha perso il suo scopo e la sua moralità. Considererebbe la situazione odierna come una regressione mascherata da legge.

 

Laddove un tempo il diritto autentico cercava di riecheggiare la vox Dei (l’idea che ogni essere umano sia un dono di Dio), la moderna legge sull’aborto trasmette il messaggio che alcune vite non contano. Questo non è solo ingiusto, ma anche irragionevole. È la perdita definitiva del buon senso che ha caratterizzato molte di quelle che Chesterton chiamava le «eresie» dei suoi contemporanei modernisti.

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Considerato quanto sopra, è chiaro che Chesterton reagirebbe con forte disapprovazione e indignazione morale alle leggi sull’aborto che non offrono alcuna protezione ai nascituri. Sulla base del suo profondo rispetto per la dignità umana, del suo amore per il bambino e la famiglia e della sua avversione per l’egoismo moderno, bollava tali leggi come segni di decadenza della civiltà.

 

Ogni grande civiltà decade dimenticando le verità ovvie, e la verità che un bambino non ancora nato è un essere umano con dei diritti è proprio una verità così evidente. Cancellarla, sosteneva, è una pericolosa mistificazione. Chesterton invitava il mondo moderno a ritrovare la sua bussola morale. Invece di congratularsi con se stessa per il presunto progresso, la società dovrebbe guardarsi allo specchio: che tipo di progresso è, se persino i più indifesi non sono più al sicuro nel rifugio più naturale: il grembo materno?

 

Dagli scritti di Chesterton emerge il ritratto di un uomo che si batteva per i più piccoli, i più poveri e i più vulnerabili. Non vedeva il nascituro come un ammasso di cellule senza diritti, ma come «un nuovo libero arbitrio», una nuova avventura per l’umanità e una promessa che il mondo potesse andare avanti. Considerava la perdita del riconoscimento legale per quella giovane vita una profonda vergogna. Probabilmente avrebbe risposto con il suo caratteristico mix di logica e sarcasmo: se la società crede che il comfort e la scelta siano così assoluti che i bambini possono essere uccisi, allora perché non essere coerenti?

 

«Lasciate che tutti i bambini nascano. Poi anneghiamo quelli che non ci piacciono», scrisse con amarezza, per denunciare l’assurdità di un simile ragionamento. Naturalmente, questa ipotesi è orribile – ed è proprio questo il punto di Chesterton: solo un’obiezione mistica e morale ci impedisce di annegare i bambini nati, e la stessa obiezione si applica all’uccisione dei nascituri.

 

Infine, Chesterton ci ricordava il dovere di difendere la famiglia e la vita da tali aggressioni. «C’è un attacco alla famiglia; e l’unica cosa che si può fare contro un attacco è combatterlo». Egli vedeva la perdita della tutela legale per la vita non ancora nata come parte di quell’attacco alla famiglia e alla dignità umana. Il suo giudizio non lasciava dubbi: le moderne leggi sull’aborto sono malvagie, ingiuste e contrarie sia al buon senso che alla legge naturale. Solo tornando a quelle che lui chiamava le «cose ​​ovvie» – la verità evidente che ogni vita umana, dal concepimento in poi, è un dono di incommensurabile valore – la nostra società può ritrovare sia la sanità mentale che la giustizia.

 

Perché agli occhi di Chesterton, il bambino non ancora nato non è altro che l’opinione di Dio sul fatto che il mondo debba andare avanti. Spetta al nostro senso di giustizia e alle nostre leggi affermare e difendere tale opinione.

 

+Rob Mutsaerts

Vescovo

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Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?

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Qualcuno, per tipo cinque minuti, è rimasto scioccato dalle notizie che arrivano dallo Stato statunitense del Massachussets, dove la governatrice – democratica, ovviamente, e cattolica, ovviamente – Maura Healey ha firmato una legge che abbatte il limite temporale dell’aborto massimo a 24 settimane (con i soliti «paletti» cripto-hitleristi: per gravi anomalie del feto l’aborto è sempre consentito).   Ora il Prioritizing Patient Access to Care Act permette in pratica di uccidere il bambino in grembo fino al limite della nascita.   «Abbiamo ascoltato le storie strazianti di donne e famiglie che si preparavano ad accogliere un bambino e che, in fase avanzata di gravidanza, hanno ricevuto notizie devastanti» ha confidato alla stampa la Healey. «Costringerle a viaggiare per centinaia di miglia e a pagare di tasca propria in un momento di enorme dolore è inaccettabile. In Massachussetts crediamo che le decisioni sanitarie debbano essere prese esclusivamente tra le donne, le loro famiglie e i loro medici, non dai politici».   Nella foto finita su tutti i giornali la governatrice appare sorridente attorniata da un sabba di donne ghignanti. L’effetto dell’immagine è impressionante: sì, queste femmine stanno rivendicando, e con la ridarella, l’uccisione di bimbi pronti a venire al mondo.

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Altrettanto impressionante è la foto della Healey che incontra papa Francesco. Anche quella sta circolando in rete. Così come circola la rabbia di quanti si chiedono perché nessuno, né dalla Conferenza Episcopale USA né dal Vaticano stesso, abbia detto qualcosa. Ecco che è stata avviata l’ennesima, inutile petizione per indurre il vescovo a scomunicare, come dovrebbe, la governatrice della legge feticida.   Invece, da Roma e dagli zucchetti è il silenzio. Il motivo, per chi davvero si stupisce ancora, è presto detto: il compromesso con l’aborto è stato fatto dalla Chiesa post-conciliare da un bel pezzo. Ricordiamo che in Italia la legge autogenocida 194/78, la firmò un governo democristiano. Tutte le successive mosse del papato wojtylano sembravano puntare ad un deciso compromesso sottocutaneo: in superficie proclami e soldoni dell’8 per mille ad enti pro-vita solo di nome, in profondità accettazione della legalizzazione dell’uccisione del bambino nel ventre materno – e questo in sprezzo assoluto della religione che, ai tempi del Credo della vecchia messa, ancora si inginocchiava al momento di dire Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine…   L’unica religione che festeggia Dio che si fa feto, la gravidanza e la maternità), accettava di scendere a patti con l’impero della Morte. Così dobbiamo leggere l’appoggio dato dal Sacro Palazzo nel 1981 al referendum sull’«aborto minimale» (eccolo lì, il maleminorismo: uccidiamo pure i bambini, ma con moderazione) e poi alla resistenza simbolica offerta contro il feticidio legalizzato dai buffoni politici longa manus dei vescovini.   Allo stesso modo va letta l’altra grande, catastrofica legge bioetica del tardo papato polacco, la 40/2004, quella che sdoganava i bambini prodotti in laboratorio, e di conseguenza, il loro spreco, cioè un aborto moltiplicato per enne volte. La «legge cattolica» sulla provetta fa ora, il lettore di Renovatio 21, più morti dell’aborto chirurgico e pure chimico – e in più inganna la popolazione piazzandoci la maschera della vita, del massacro che sta dietro il bimbo sintetico in braccio non interessa nulla a nessuno (se non a noi, poveri scemi).

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Ora, va compreso che in America avanza da tempo questa cosa dell’aborto fino alla nascita, e oltre: non hanno un limite gestazionale legale sull’aborto Alaska, Colorado, Maryland, Michigan, Minnesota, Nuovo Jersey, Nuovo Messico, Oregon e Vermont, più Washington DC. Se andiamo fuori dagli USA, notiamo uno strano riflesso, che può dire moltissimo: Canada, Cina, Vietnam e Corea del Nord sono tra quelli in cui la legge non indica un limite gestazionale fisso.   Bizzarra coincidenza: il capitalismo occidentale avanzato collima, ma guarda, con il comunismo asiatico. Chi ci segue conosce un pezzo in più della storia: sappiamo come la legge del figlio unico fu iniettata nel governo di Deng Xiaoping da agenti dell’antiumanismo antinatalista del Club di Roma di Aurelio Peccei. Tuttavia, questa è un’altra questione.   Chi ha figli potrebbe sapere che il feto è con certezza definito con un calco anglicista «viabile», cioè «a termine» una volta arrivato ai sette mesi. Un’operazione che riguarda il piccolo viene rinviata, per quanto possibile, oltre quella data, oltre la quale il bambino può sopravvivere tranquillamente fuori dal ventre materno. La situazione è conosciuta dallo scrivente: la secondogenita non voleva girarsi, era podalica, non si metteva a testa in giù.   Le (brave) ginecologhe dell’ospedale ci dissero di aspettare la 36ª settimana per fare la versione, cioè una manovra di pressione sul feto per metterlo a testa in giù – una pratica che un tempo le levatrici di paese lo facevano senza preoccupazioni prima del parto, oggi invece, che l’arte maieutica (quella vera, letterale) è sparita, si è ritornati a praticare la manovra in punta dei piedi, con equipe medica pronta ad estrarre il bambino in caso di rischio.   E quindi, chiunque sa che abortire poco prima della nascita significa abortire un bambino in grado di sopravvivere fuori dal ventre materno da settimane. Questa semplice verità, conoscibile da qualsiasi donna, non sembra toccare nessuno.   Perché siamo andati molto oltre l’idea dell’aborto come rimozione di un «grumo di cellule» che non sarebbe in grado di vivere da sé (e quindi, sempre per la legge nazista del più forte, da eliminare a piacimento). Tale concezione, tipica della filosofia utilitarista, era già stata portata a conseguenze terrificanti dal celebratissimo filosofo animalista Peter Singer basandosi sul concetto, tutto goscista e abortista, dell’autonomia.   Definendo «persona» un essere capace di autocoscienza, di concepire se stesso come esistente nel tempo, di avere preferenze sul futuro (razionalità, autonomia), il Singer, ebreo australiano, aveva sostenuto che neonati umani (anche sani…) non hanno ancora queste capacità: non sono “persone” nel senso tecnico che usa lui.   Uccidere un neonato non è quindi moralmente equivalente a uccidere un adulto umano o, eccoci, un essere autocosciente – cuccioli di animale che sono più «autonomi» rispetto ai neonati non meritano di morire quanto i cuccioli umani. L’utilitarismo – filosofia che segretamente si è incistata nello Stato moderno tutto – con Singer era già andato oltre: dall’aborto si vola verso l’eutanasia.   Il Singer ha sostenuto che, in casi di gravi disabilità, i genitori dovrebbero poter scegliere di porre fine alla vita del neonato (anche in modo attivo), se ciò porta a maggiore benessere complessivo, il grande fine dell’utilitarismo, che vede la massimizzazione matematica del piacere contro il dolore come fine ultimo, anche a costo della morte di minoranze o maggioranze.   Ecco che il filosofo, che nei dibattiti accademici americani viene salutato da scroscianti applausi degli studenti vegani e non, aveva proposto un periodo di circa 28 giorni dopo la nascita prima di riconoscere pieno diritto alla vita. L’idea è contenuta nel libro Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (1985), cioè «Il bambino dovrebbe vivere? Il problema dei neonati disabili». Bel titolo: come vedete, ancora quaranta anni fa la finestra di Overton sull’infanticidio legalizzato si muoveva con scioltezza.

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Siamo giunti quindi alla questione dell’aborto post-natale, finito in bocca in queste ore ai tanti ebeti con canale Telegram o raccolte firme a pagamento. Il termine (in inglese after-birth abortion) è un’espressione coniata in un articolo accademico del 2012, intitolato «After-birth abortion: why should the baby live?» («Aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?»), pubblicato sul Journal of Medical Ethics dai bioeticisti italiani ma di stanza all’Estero Alberto Giubilini e Francesca Minerva, affiliati a centri australiani di bioetica fortemente legati alla tradizione utilitarista-singeriana.   Nel testo i due sostenevano che, dal punto di vista etico, non ci sia una differenza rilevante tra un feto e un neonato – nessuno dei due, secondo la loro tesi, possiederebbe ancora lo status morale di «persona», concetto legato, nel solco del Singer, a caratteristiche come autoconsapevolezza, capacità di attribuire valore alla propria esistenza, progettualità futura.   Di conseguenza, sostenevano che le stesse ragioni che possono giustificare moralmente l’aborto, ad esempio situazioni in cui il bambino comporterebbe un peso serio per la famiglia, anche non necessariamente per malformazioni dovrebbero poter giustificare, in linea di principio, anche la soppressione di un neonato appena nato — da qui il termine «aborto post-natale», cioè dopo la nascita anziché prima.   Ictu oculi, si tratta di pura e semplice sostituzione del termine «infanticidio», così da connetterlo al dibattito sull’aborto (stravinto nei decenni dai necrocultisti contro pavidi democristiani di ogni latitudine) e fargli quindi guadagnare terreno.   Mentre i sapientoni dibattono, e le verginelle strillano scandalizzate, il mondo moderno va avanti secondo la pista preparatagli dalla Necrocultura. Nel gennaio 2019, la questione dell’infanticidio legale arriva nelle cronache grazie alle dichiarazioni di un alto ufficiale del potere americano, il governatore della Virginia Ralph Northam, che parlò con una certa franchezza ad una trasmissione radio locale.   Commentando un disegno di legge proposto dalla delegata democratica Kathy Tran – che aveva detto che l’aborto sarebbe stato possibile anche se la donna fosse in travaglio – atto ad allentare le restrizioni sugli aborti nel secondo e terzo trimestre in Virginia, il governatore disse:   «La prima cosa che vorrei dire è che decisioni come questa dovrebbero essere prese dagli operatori sanitari, dai medici e dalle madri e dai padri coinvolti. Quando parliamo di aborti nel terzo trimestre, questi vengono eseguiti con il consenso, ovviamente, della madre e dei medici – più di un medico, tra l’altro. E vengono eseguiti in casi in cui potrebbero esserci gravi malformazioni. Potrebbe esserci un feto non vitale. Quindi, in questo particolare esempio, se una madre è in travaglio, posso dirvi esattamente cosa succederebbe. Il bambino verrebbe fatto nascere. Il neonato verrebbe tenuto in condizioni confortevoli. Il neonato verrebbe rianimato se questo fosse ciò che la madre e la famiglia desiderassero, e poi seguirebbe una discussione tra i medici e la madre».  

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Se il bambino nato vivo può continuare a vivere lo decidono la madre e i dottori. Il potere di vita e di morte, come nemmeno in un lager, ce lo hanno i più forti. Tutto questo detto pacificamente da un progressista, un democratico – perché la democrazia, crediamo di capire, a questo porta, al suo esatto contrario, al democidio.   Siamo alla negazione non solo di Ippocrate, e degli istinti materni, della legge naturale. Siamo alla negazione della civiltà cristiana tutta – siamo all’instaurazione incipiente del Regno Sociale di Satana.   Tuttavia qui voglio spezzare una lancia a favore dei mostri – bisogna farlo, per la logica, e per rifiutare una volta per tutte il compromesso democristiano con essi, e chiamare la battaglia.   Gli utilitaristi, i servitori della Morte, filosofi o governatori, hanno ragione: che differenza c’è tra un neonato e un feto? Solo una questione di tempo, forse nemmeno quello (un neonato può essere settimino, o ancora più prematuro: ho visto bambini usciti tanto prima pesare un chilo e ora essere campioncini sportivi) e di spazio, cioè sei dentro o fuori il grembo materno.   Se per loro ciò indica che il bambino è continuativamente una non-persona, per noi vale l’esatto contrario: è una persona quanto lo è Dio stesso, è Imago Dei, è un essere perfettamente formato dal logos creatore, è figlio della Divinità , è fatto a sua immagine, è ciò che naturalmente è chiamato ad esistere, consistere e moltiplicarsi, è un pezzo unico e insostituibile del disegno dell’umanità e del cosmo.   E quindi no, non c’è differenza tra un uomo ed un feto, tra l’aborto e l’aborto post-natale.   Potete capire dove stiamo andando a parare: non lo chiamiamo «aborto», ma ogni procedimento della Necrocultura, che umilia e uccide l’essere umano, svolge la medesima funzione.   L’eutanasia è un aborto applicato in vecchiaia o in malattia.   La predazione degli organi è un aborto su chi ha avuto un incidente, ma il cuore gli batte ancora.   Il suicidio – magari con l’aiutino delle droghe psichiatriche – è l’aborto delle persone tristi.   La riproduzione artificiale è l’aborto di un numero immane di embrioni, morti nell’impianto o nella crioconservazione, oppure fusisi mostruosamente nelle chimere umane.   Spingiamoci fino a parlare delle bestie feroci scagliateci contro: lupi, orsi, orche lasciati liberi di assalirci sono strumenti della Necrocultura, agenti animali dell’aborto della specie.   E la guerra, cosa è se non il modo con cui si abortiscono le nazioni, con la guerra nucleare che si dà come aborto globale definitivo, come finale trionfo della morte sull’umanità.   Tutta l’umanità deve essere abortita: questo è quanto ci sta dicendo il progresso, questo è quanto lo Stato moderno si prepara a fare in modo meccanico: un sacrificio umano massivo, più grande e terrificante di quello che chiedevano gli dèi pagani.   E quindi, non facciamo gli sconvolti. Sappiamo con cosa abbiamo a che fare.   L’aborto è solo una maschera di una lotta contro l’inferno che coinvolge ogni aspetto del nostro tempo. Fortunato chi ha capito, è uscito dal recinto pro-life (fatto dal potere politico-ecclesiastico per pastorizzare gli animi caldi) e medita sulle dimensioni spaventose della guerra spirituale necessaria oggi.   Questo è ciò che siamo chiamati a fare ora: combattere la Morte, combattere il Male che ha messo radici nel nostro mondo.   Se leggete queste pagine, è probabile che in cuor vostro abbiate già iniziato a farlo. Siete, lo vogliate o no, protagonista della battaglia contro le forze del Male – come in un film, solo sul serio.   Questo ruolo onora la vostra anima come niente altro.  

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Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi

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Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.

 

Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.

 

Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.

 

Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?

 

Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.

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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.

 

Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica. 

 

La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.

 

Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore. 

 

È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.

 

Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.

 

È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?

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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.

 

Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.

 

Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa. 

 

Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.

 

Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?

 

Alfredo De Matteo

 

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Bioetica

Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto

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Un gruppo di associazioni favorevoli alla legalizzazione dell’aborto ha lanciato una nuova iniziativa referendaria in Liechtenstein, il piccolo principato di lingua tedesca incastonato tra Svizzera e Austria. Lo riporta LifeSite.   Il Paese, sesto Stato più piccolo al mondo e tra i più ricchi d’Europa, mantiene una delle legislazioni più restrittive del continente in materia di interruzione di gravidanza. Nel principato l’aborto è vietato nella quasi totalità dei casi, con eccezioni limitate a grave pericolo per la vita della donna o violenza sessuale subita. Anche la diffusione di informazioni sull’aborto è soggetta a restrizioni legali. Secondo i dati citati dagli organizzatori dell’iniziativa, circa 40 donne all’anno si recano in Svizzera o in Austria per sottoporsi all’intervento.   I precedenti tentativi di riforma si sono scontrati con la posizione della famiglia regnante, che governa il paese ininterrottamente dal 1806, anno della dissoluzione del Sacro Romano Impero.   Nel 2011 fu indetto un referendum per legalizzare l’aborto entro la dodicesima settimana di gestazione e in caso di malformazioni fetali. Poco prima del voto, il principe ereditario Luigi — cattolico praticante — annunciò l’intenzione di esercitare il diritto di veto riconosciutogli dalla Costituzione qualora la proposta fosse stata approvata. La consultazione si chiuse con il 51,5% dei voti favorevoli alla legalizzazione contro il 48,5% contrario: un margine che gli attivisti pro-aborto attribuirono proprio all’annuncio del principe.   Nel sistema costituzionale del Liechtenstein, il monarca regnante dispone del potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento, oltre ad altre prerogative come la facoltà di sciogliere o aggiornare l’assemblea legislativa. Un referendum del 2003 aveva già confermato e ampliato questi poteri in seguito a tensioni istituzionali tra la Corona e il Parlamento.

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Nel 2013 i movimenti pro-aborto risposero con un’iniziativa popolare volta a limitare il potere di veto del principe sui referendum futuri. Attraverso la sua portavoce, Alois definì il proprio precedente intervento «un segnale chiaro che l’aborto non rappresenta una soluzione accettabile a una gravidanza indesiderata», aggiungendo che, in caso di approvazione della misura, avrebbe rinunciato alle proprie funzioni istituzionali lasciando il paese. Il referendum si concluse con una netta sconfitta per i promotori: il 76% degli elettori confermò il potere di veto della Corona.   A distanza di oltre dieci anni, un nuovo tentativo è ora in corso. L’iniziativa, denominata «Fristenlösung für Liechtenstein» («Soluzione del limite temporale per il Liechtenstein»), è sostenuta da organizzazioni femministe, con un testo propone la depenalizzazione dell’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza, l’abolizione del divieto di informazione sul tema e l’inclusione dell’interruzione di gravidanza nella copertura assicurativa sanitaria. Il 31 luglio gli organizzatori hanno depositato 4.970 firme, ampiamente superiori alla soglia minima di 1.000 richiesta per l’avvio della procedura referendaria.   Gli organizzatori sostengono di godere del sostegno della maggioranza della popolazione, ma segnalano nell’ostacolo istituzionale rappresentato dal principe ereditario il nodo principale della vicenda. In un articolo pubblicato il 3 agosto sul Guardian, l’attivista Gabriella Alvarez-Hummel ha scritto che Luigi avrebbe già anticipato l’intenzione di porre il veto a qualsiasi modifica legislativa, ancor prima dello svolgimento del voto.   Secondo quanto riportato, il principe avrebbe minacciato di ricorrere al veto reale in due occasioni: nel 2011, in occasione del precedente referendum, e a giugno di quest’anno, in relazione alla nuova iniziativa.   Resta da vedere se il nuovo tentativo referendario riuscirà a superare l’ostacolo istituzionale che ha bloccato i precedenti percorsi di riforma.

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 Immagine di IKR/Eddy Risch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International ; immagine tagliata  
 
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