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Il leader negro razzista sudafricano Julius Malema in carcere per aver sparato durante un comizio

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Julius Malema, figura di spicco dell’opposizione sudafricana, è stato condannato a cinque anni di carcere per aver sparato con un fucile durante un comizio di partito quasi dieci anni fa. Questa sentenza, se confermata in appello, potrebbe costargli il seggio in Parlamento.

 

Malema, leader del partito di sinistra Economic Freedom Fighters (EFF), è stato condannato lo scorso anno per cinque capi d’accusa, tra cui possesso illegale di arma da fuoco, sparo in luogo pubblico e pericolo per l’incolumità pubblica. Le accuse derivano da un video che lo ritrae mentre spara con l’arma davanti ai sostenitori durante il comizio per il quinto anniversario del partito a Mdantsane, nella provincia del Capo Orientale, nel 2018.

 

I pubblici ministeri avevano chiesto una condanna a 15 anni. Nella sentenza emessa giovedì dal tribunale regionale di East London a KuGompo City, nella provincia del Capo Orientale, la corte ha respinto le argomentazioni della difesa secondo cui la sparatoria sarebbe stata solo un gesto celebrativo.

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«È chiaro che se i crimini restano impuniti e non vengono controllati, ciò rappresenta una seria minaccia per il nostro Stato democratico», ha affermato il magistrato Twanet Olivier prima di pronunciare la sentenza, secondo quanto riportato da Reuters.

 

Il tribunale ha condannato Malema a cinque anni di reclusione per possesso illegale di arma da fuoco e a due anni per possesso illegale di munizioni. Per i restanti tre capi d’accusa, gli è stata offerta la possibilità di pagare una multa di 20.000 rand o di scontare sei mesi di reclusione. Le pene sono state disposte in modo che fossero scontate contemporaneamente.

 

Gli è stato comunque concesso il permesso di appellarsi e rimane libero in attesa dell’esito del processo. Se la sentenza venisse confermata, la legge sudafricana gli impedirebbe di ricoprire la carica di parlamentare, poiché ha ricevuto una condanna a oltre 12 mesi di reclusione senza possibilità di commutare la pena in una multa.

 

In seguito alla sentenza, Malema ha accusato il magistrato Olivier di essere «razzista» e «forse un membro di AfriForum», il gruppo di pressione afrikaner che ha intentato la causa.

 

«Possiamo dirvelo fin da ora: nessun giudice sano di mente accetterebbe mai che una persona spari un solo colpo e venga poi condannata a cinque anni», ha detto ai suoi sostenitori fuori dal tribunale.

 

«Stanno cercando in ogni modo di mettere a tacere questa voce. Non vinceranno mai», ha affermato, aggiungendo che «stiamo combattendo il nemico e il nemico è la supremazia bianca».

 

Malema è da tempo uno dei politici sudafricani più schietti e controversi, nonché la figura politica più seguita. Il suo utilizzo dello slogan dell’apartheid «Uccidete i boeri» e le sue critiche ai governi occidentali gli hanno ripetutamente provocato ripercussioni legali e diplomatiche, sia in patria che all’estero.

 

Il Malema fondato l’EFF nel 2013 dopo essere stato espulso dall’African National Congress, il partito di governo di lunga data del paese, dove guidava l’ala giovanile.

 

Dopo un episodio in cui un uomo bianco avrebbe aggredito un membro dell’EFF, Malema aveva dichiarato: «Nessun uomo bianco mi picchierà… non bisogna mai aver paura di uccidere. Una rivoluzione esige che a un certo punto si uccida».

 


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Malema era stato oggetto delle attenzioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un incontro conflittuale con il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa avvenuto nello Studio Ovale a maggio. Trump aveva in quei giorni accolto negli USA un gruppo di richiedenti asilo sudafricani bianchi.

 

Trump ha mostrato un video del leader dell’EFF che cantava durante i suoi comizi «kill the boer» «uccidete il boero», cioè «uccidete il contadino afrikaner», cioè il sudafricano bianco.

 

I gruppi di pressione afrikaner hanno cercato di far vietare la canzone, ma la Corte suprema d’appello del Sudafrica ha stabilito che una «persona ragionevolmente informata» capirebbe che quando «si cantano canzoni di protesta, anche da politici, le parole non devono essere intese alla lettera, né il gesto dello sparo deve essere inteso come un invito alle armi o alla violenza».

 

Otto mesi fa Malema era stato condannato per incitamento all’odio dalla corte per l’uguaglianza del Paese, in seguito alle dichiarazioni rilasciate durante un comizio nel 2022.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Corte Suprema del Sudafrica aveva altre volte respinto l’accusa  contro Malema per Kill the Boer, canzona che invita i negri ad uccidere i boeri, cioè i sudafricani bianchi di origine olandese per lo più impegnati in aziende agricole.

 

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Nel 2022 la divisione per l’uguaglianza della Corte Suprema del Sudafrica ha stabilito che la canzone «Kill the Boers» non costituisce un caso di «incitamento all’odio». Chiedere il massacro di un’intera classe sociale, se non di un’intera razza non è hate speech, se a farlo cantare alle masse è Julius Malema, leader marxista-leninista del partito Economic Freedom Fighers (EFF), panafricanista, anticapitalista, antimperialista, con una certa passione, si dice, per le BMW che guiderebbe anche con un po’ troppa velocità.

 

Come riportato da Renovatio 21nel 2022 il tribunale aveva assolto Malema dichiarando legale la canzone genocida: la Corte per l’uguaglianza di Johannesburg ha ribaltato una sentenza che aveva dichiarato la canzone incitamento all’odio e proibito a Malema di cantarla. Il gruppo di difesa afrikaner (cioè di boeri, sudafricano bianco) chiamato AfriForum aveva inizialmente citato in giudizio Malema per aver eseguito la canzone, tuttavia «non è riuscito a dimostrare che il testo della canzone potesse ragionevolmente essere interpretato per dimostrare una chiara intenzione di danneggiare o incitare a danneggiare e propagare l’odio», è stata la pronuncia del giudice Edwin Molahlehi che ha archiviato il caso.

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Come riportato da Renovatio 21, ancora due anni fa Musk, che non ha problemi a parlare di un vero e proprio «genocidio bianco in Sudafrica, aveva accusato il New York Times di supportare gli appelli al massacro razziale in corso.

 

Musk ha anche dichiarato di recente di non poter operare con la sua società Starlink nel suo Paese natìo in quanto non-nero.

 

Il principale vettore dell’ascesa del canto genocida è senza dubbio il Malema, che scandisce lo slogan sterminatore saltellando in stadi dinanzi a migliaia e migliaia di seguaci, aggiungendo «shoot to kill», «spara per uccidere».

 

Come riportato da Renovatio 21, vari gruppi boeri da anni ritengono di essere oggetti di una vera persecuzione se non di una pulizia etnica, con abbondanza disperante episodi di crimine, torture e violenza efferata di ogni sorta.

 

Come riportato da Renovatio 21, Ernst Roets, responsabile politico del Solidarity («Movimento di Solidarietà»), un network di organizzazioni comunitarie sudafricane che conta più di 500.000 membri, ha dichiarato che, nonostante le indicibili violenze e torture subite dalle comunità bianche in Sud Africa, nel prossimo futuro «l’Europa sarà peggio».

 

 

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Ben-Gvir come i nazisti: «ci sono persone che non meritano di vivere»

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Dichiarazioni del ministro ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir tornano a far discutere.   Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir ha recentemente chiesto in maniera pubblica l’assassino sistematico quotidiano di diecine di palestinesi.   Intervenendo domenica al podcast di Rom Braslavski e contestando l’adesione temporanea di Netanyahu alla posizione di Trump sulla riduzione del numero di gazani uccisi ogni giorno, il responsabile delle carceri israeliane, il Ben-Gvir, ha auspicato l’uccisione di 30-40 gazani ogni notte: «Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro. Credo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone».   Le parole del potente ministro dello Stato Ebraico hanno ricordato immediatamente a molti l’espressione nazista «Lebensunwertes Leben» («vita non degna di essere vissuta»), una definizione usata dal regime nazista per indicare quelle fasce della popolazione che, secondo il regime nazista, non avevano diritto alla vita e venivano destinate al programma di «eutanasia involontaria», Aktion T4.

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Il termine deriva dal saggio del 1920 Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens di Karl Binding e Alfred Hoche, che proponeva l’eliminazione di malati mentali, disabili gravi e “vite senza valore” per ragioni etiche ed economiche. I nazisti lo radicalizzarono all’interno della Rassenhygiene (igiene razziale) e del darwinismo sociale.   A partire dal 1939, con l’Aktion T4, il regime organizzò l’uccisione sistematica di decine di migliaia di bambini e adulti con disabilità fisiche o psichiche (incluso l’autismo, il cui studio fu iniziato proprio da un medico austriaco, il dottor Hans Asperger), attraverso gas, iniezioni e fame. I medici selezionavano le vittime in base a criteri di «produttività» e «purezza razziale»: chi non poteva lavorare o generare prole «sana» era considerato un peso per la Volksgemeinschaft (comunità del popolo) e quindi eliminabile.   Il concetto non si limitò ai disabili: fu esteso a ebrei, rom, omosessuali, «asociali» e prigionieri politici, presentando lo sterminio come atto «scientifico» (anche a quell’epoca c’erano «gli esperti») e «umanitario», liberando risorse economiche e sociali e purificando la razza ariana.   Il programma quindi si estese ai campi di concentramento, ma anche al ghetto di Varsavia, i cui profughi hanno con probabilità discendenti tra coloro che ora perpetrano la pulizia etnica Striscia di Gaza.   Il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels descrisse costantemente il popolo ebraico come «subumano» e dotato di «caratteristiche marcatamente parassitarie». Goebbels si suicidò il 1° maggio 1945 a Berlino, dopo aver ucciso la moglie e i sei figli con il cianuro.   Hans Frank, capo del regime nazista sulla Polonia occupata, rinchiuse gli ebrei nei ghetti, ridusse le loro razioni e sovrintese alla liquidazione del ghetto di Varsavia. «In ogni caso, inizierà una grande migrazione ebraica. Ma cosa dovremmo fare con gli ebrei? Pensate che si insedieranno nell’Ostland, nei villaggi? A Berlino ci dissero: “Perché tutta questa fatica? Non possiamo fare nulla con loro né nell’Ostland né nel Reichskommissariat. Quindi liquidateli voi stessi”. Signori, vi chiedo di liberarvi da ogni sentimento di pietà. Dobbiamo annientare gli ebrei ovunque li troviamo e ogniqualvolta sia possibile». Frank fu impiccato a Norimberga.   Dopo il 1945 il termine «Vita indegna di essere vissuta» era divenuto simbolo della barbarie nazista e dell’abisso etico raggiunto quando lo Stato decide chi merita di vivere. Con evidenza, i tempi stanno cambiando.  

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E l’avvocato israeliano disse: la vita di un ebreo vale 10 milioni di palestinesi

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Un avvocato israeliano legato a coloni della Cisgiordania, Yehuda Shimon, ha rilasciato dichiarazioni controverse in un’intervista alla BBC all’inizio di agosto 2026, dopo una sparatoria mortale vicino all’avamposto di Havat Gilad che ha ucciso due israeliani, incluso un ufficiale delle Forze di Difesa israeliane.

 

Le sue parole stanno facendo il giro della rete, scatenando indignazione e prese di coscienza. Dopo l’uccisione di un israeliano, lo Shimon ha dichiarato che «dobbiamo uccidere tutte le persone di Tal, Sarra, anche Jit e Farata», cioè villaggi palestinesi vicini.

 

«Una vita ebraica vale 10 milioni» di vite palestinesi» ha detto l’avvocato dei coloni.

 

Alla domanda se suonasse razzista, ha risposto: «Sì, lo so. Ma questa è la verità, perché Dio ci ha scelti. Per questo siete gelosi».

 

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Le affermazioni nazi-giudaiche dell’avvocato sono state riportate dal Jerusalem Post, dalla BBC e da altri organi di stampa e hanno suscitato forti reazioni. Lo Shimon rappresenta legalmente israeliani accusati di violenza contro palestinesi e parla da posizioni estreme di coloni religiosi.

 

Riguardo alla questione della legge, ha dichiarato esplicitamente che, nonostante sia avvocato, l’unica legge che conta per lui è la Bibbia – e quindi non quella israeliana né il diritto internazionale.

 

 

Nella stessa intervista, ha criticato l’esercito israeliano perché, secondo lui, «non uccide i palestinesi, li separa solo» quando ci sono scontri con i coloni. Sui palestinesi della Cisgiordania ha indicato tre opzioni: 1) Accettare il dominio israeliano e vivere quietamente sotto di esso; 2) Emigrare volontariamente in altri paesi arabi/musulmani; 2) Se non accettano né se ne vanno: «Se non volete fare la pace con noi e non volete andarne, non ho scelta: devo uccidervi, e vi uccido tutti».

 

Queste dichiarazioni sono state fatte all’interno dell’avamposto di Havat Gilad, a pochi giorni dalla sparatoria del 24 luglio 2026 che aveva causato morti da entrambe le parti. Shimon rappresenta legalmente israeliani accusati di violenza contro palestinesi.

 

Il suprematismo ebraico ha basi religiose che affondano nel concetto biblico di «popolo eletto» (am segulah), presente nel libro del Deuteronomio (7,6 e 14,2). Secondo questi passi Dio sceglie Israele come popolo particolare. Alcune correnti, soprattutto all’interno del sionismo religioso radicale e di gruppi come quello ispirato a Meir Kahane 0 il maestro del ministro israeliano Itamar Ben Gvir, il cui partito sionista secolarista Otzma Yehudit («Potere Ebraico» è la continuazione del movimento kanahista – leggono questa elezione in senso gerarchico: una vita ebraica avrebbe valore superiore e il popolo ebraico avrebbe diritti esclusivi sulla Terra di Israele, vista con confini che spaziano per tutto il Medio Oriente (la teoria del «Grande Israele»).

 

Sul piano ideologico, tali visioni si combinano con rivendicazioni territoriali assolute e con l’idea che la legge divina (Torah) prevalga su quella internazionale o statale. Espressioni di questo tipo emergono periodicamente in ambienti di coloni – e non solo – dove si sostiene che una vita ebraica valga molteplici vite non-ebraiche e che la resistenza palestinese debba essere repressa fino all’eliminazione.

 

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Funzionario dei Mondiali indagato per un gesto con la mano considerato come il segno del «White Power»

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La FIFA ha «assolto» l’arbitro grottescamente accusato di aver fatto un gesto del suprematismo bianco.   La Federazione calcistica internazionale aveva indagato l’arbitro che avrebbe fatto il gesto dell’«OK» con la mano prima della vittoria per 7-1 della Germania su Curaçao, riaccendendo uno dei più assurdi allarmismi legati alle guerre culturali che hanno invaso il web.   L’arbitro australiano Shaun Evans, che domenica ha lavorato come supervisore del VAR (Video Assistant Referee), è apparso nella trasmissione ufficiale prima del fischio d’inizio, mentre veniva inquadrata la squadra di revisione video, guardando in camera e facendo il segno dell’OK capovolto.   Il gruppo antidiscriminazione Fare, partner di lunga data della FIFA, ha chiesto l’esclusione di Evans dal torneo, affermando che il gesto «assomiglia chiaramente» a un simbolo utilizzato come segno di supremazia bianca negli ambienti di estrema destra.     «La copertura mediatica seguita a questo incidente semplicemente non riflette chi sono» ha dichiarato l’Evans in un comunicato diffuso dalla FIFA. «Naturalmente comprendo come il gesto sia stato interpretato e me ne rammarico, tuttavia voglio essere molto chiaro e affermare categoricamente che non ho consapevolmente né deliberatamente fatto il gesto che mi viene attribuito».    

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La FIFA aveva dichiarato di aver avviato un’indagine sull’incidente e di essere alla ricerca di spiegazioni da parte dell’Evans. Ora è arrivata l’«assoluzione»: «dopo aver esaminato il caso relativo all’arbitro addetto al Var Shaun Evans, non ha riscontrato alcuna prova di violazione del proprio Codice disciplinare» dice una nota della Commissione Disciplinare indipendente FIFA..   Il segno «OK» viene utilizzato da decenni per indicare approvazione o che tutto va bene. La versione che Evans sembra aver fatto assomiglia anche al «gioco del cerchio», uno scherzo scolastico in cui qualcuno forma il segno sotto la vita e cerca di costringere gli altri a guardarlo.   Il presunto significato razzista è stato reso popolare nel 2017 dagli utenti di 4chan, che hanno lanciato una campagna di trolling per convincere giornalisti e attivisti di sinistra che il comune gesto della mano fosse in realtà un simbolo di supremazia bianca. Le dita alzate rappresenterebbero una «W» e le dita a cerchio con il braccio rappresenterebbero una «P», a rappresentare l’acronimo per «White Power», cioè «Potere Bianco».   I cacciatori di simboli nazisti hanno subito ricordato che Brenton Tarrant, il perpetratore della strage di Christchurch, aveva fatto questo gesto durante un’udienza in tribunale nel 2019, dopo essere stato arrestato per l’uccisione di 50 persone nell’attacco armato a due moschee in Nuova Zelanda.   Gran parte dei media e delle organizzazioni per i diritti umani, come l’organizzazione ebraica Anti-Defamation League, si sono buttate a capofitto, aggiungendo il segno OK alle loro liste di simboli dell’odio accanto alla svastica e alle tuniche del Ku Klux Klan.   Da allora, le persone sorprese a fare quel gesto sono state ripetutamente prese di mira da organizzazioni attiviste, accusate di razzismo e, in alcuni casi, hanno perso il lavoro e sono state bandite da determinati locali. I ricorrenti scandali hanno alimentato l’indignazione pubblica nei confronti dei media e dei gruppi attivisti, accusati di trasformare gesti comuni in controversie razziste.   I mondiali americani sono partiti tra varie polemiche: i tifosi sono indignati con l’organizzazione per gli alti prezzi dei biglietti, le costose concessioni negli stadi e i diffusi problemi di trasporto. I problemi riscontrati durante l’ultima edizione dei Mondiali hanno inoltre alimentato il malcontento generale nei confronti della storia di corruzione della FIFA, delle scelte politicizzate dei paesi ospitanti e della crescente commercializzazione del calcio.

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Immagine di Pinerineks via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
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