Razzismo
Il Ghana chiede all’ONU di dichiarare la tratta degli schiavi come «crimine gravissimo». Vale anche per gli schiavisti negri?
Il Ghana intende presentare una risoluzione alle Nazioni Unite che dichiari la tratta transatlantica degli schiavi un crimine «gravissimo» contro l’umanità e che chieda risarcimenti. Questa iniziativa si inserisce in una crescente campagna che coinvolge diversi Stati africani e caraibici per ottenere giustizia per i crimini storici.
La proposta potrebbe essere presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite già questo mese, ha dichiarato il Ministero degli Esteri del Paese dell’Africa occidentale in un comunicato stampa riportato giovedì da Reuters.
«La risoluzione proposta mira a riconoscere la tratta transatlantica degli schiavi come il crimine più grave nella storia dell’umanità, tenendo conto della sua portata, della sua durata, della sua legalizzazione e delle sue conseguenze durature», ha affermato il ministero.
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L’ex colonia britannica è diventata una delle più attive sostenitrici delle riparazioni per la schiavitù, e il suo leader, John Dramani Mahama, è stato nominato dall’Unione Africana come paladino del risarcimento per il continente.
Mahama ha annunciato per la prima volta l’intenzione di promuovere la risoluzione alle Nazioni Unite a margine del vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, il mese scorso. L’iniziativa gode del sostegno di 40 Stati membri dell’UA ed è solo il primo passo, ha affermato il presidente ghanese, aggiungendo che «la verità sulla storia della tratta degli schiavi transatlantica deve essere raccontata».
L’Unione Africana ha designato il 2025 come anno delle riparazioni, definendo la giustizia riparativa come un insieme di indennizzi finanziari, riconoscimenti formali, riforme politiche e restituzione dei manufatti culturali. Il blocco dei 55 paesi ha successivamente adottato una risoluzione che chiede il riconoscimento formale e la criminalizzazione della schiavitù, del colonialismo e della segregazione razziale.
Questa non è la prima iniziativa legata al dibattito delle Nazioni Unite sulle riparazioni. Nel 2024, il Forum permanente delle Nazioni Unite sulle persone di origine africana ha rinnovato il suo appello all’Assemblea generale affinché vengano compiuti passi concreti verso l’istituzione di un tribunale per la schiavitù.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha sostenuto la giustizia riparativa per superare «generazioni di discriminazione», ha affermato che fino a 30 milioni di persone sono state sradicate violentemente dall’Africa in un arco di oltre 400 anni.
Diversi Stati europei, tuttavia, si oppongono persino all’avvio di negoziati sulle riparazioni, sostenendo che i governi attuali non dovrebbero essere ritenuti responsabili di crimini storici. La Gran Bretagna ha respinto le richieste di risarcimento. I Paesi Bassi, invece, si sono scusati nel 2022 per il loro ruolo nella schiavitù e hanno annunciato che avrebbero stanziato 200 milioni di euro per iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e ad affrontare le sue conseguenze a lungo termine.
L’idea ghanese non tiene conto della realtà storica dello schiavismo – dove la variante europea del fenomeno costituisce una percentuale piccola del totale – né dell’esistenza, la cui matrice è ancora visibile oggi in conflitti tribali, dello schiavismo negro.
La schiavitù transatlantica (che stabiliamo sia avvenuta dal 1500 dal 1867 circa), gestita principalmente da potenze europee bianche (Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi Bassi), ha coinvolto circa 12–12,8 milioni di africani deportati (di cui circa 10,7 milioni arrivati vivi), secondo il database SlaveVoyages e storici come David Eltis.
Tale cifra rappresenta solo una frazione minoritaria della schiavitù storica totale. Il commercio arabo-musulmano di schiavi (dal VII al XX secolo) ha coinvolto stime di 10–18 milioni di africani subsahariani (più milioni di europei, slavi, caucasici e altri). La schiavitù interna africana, asiatica (es. India, Cina), ottomana e antica era enormemente diffusa e numericamente preponderante su scala millenaria.
Stime approssimative indicano che il commercio transatlantico europeo rappresenti circa il 10–20% del totale della schiavitù documentata nella storia umana (molti storici lo considerano tra il 5% e il 15%, a seconda dei criteri).
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C’è poi da considere il tema dello schiavismo tra neri africani verso altri neri africani. Si tratta fenomeno antico e diffuso nel continente, ben precedente all’arrivo degli europei.
Nelle società dell’Africa occidentale e centrale, già prima del XV secolo, la schiavitù esisteva in forme diverse: debiti, punizioni per crimini, prigionia di guerra o rapimenti. Gli schiavi non erano considerati proprietà ereditaria perpetua come nel sistema chattel atlantico, ma spesso perdevano la protezione familiare e potevano essere integrati nella società del padrone, talvolta riscattati o liberati dopo generazioni.
In regni potenti come Mali, Songhai, Ashanti, Dahomey o Regno del Congo, i prigionieri di conflitti intertribali o intertribali diventavano schiavi per lavoro agricolo, domestico, militare o come status symbol per i capi. Molti venivano usati localmente per espandere la produzione o il potere dei regnanti, e il concetto di una «razza negra» unificata non esisteva: l’alterità era etnica, linguistica o politica, non cromatica.
Con l’espansione del commercio transatlantico (dal XVI secolo), alcuni regni africani intensificarono razzie e guerre per catturare prigionieri da vendere agli europei sulla costa, fornendo circa il 90% degli schiavi deportati (stima di Thornton e Heywood). Il commercio arabo-musulmano (trans-sahariano e orientale) assorbì milioni di africani subsahariani dal VII secolo in poi.
Tuttavia, la schiavitù interna rimase massiccia: stime indicano che, durante i secoli del commercio atlantico, molti più africani rimasero schiavizzati all’interno del continente rispetto a quelli esportati (circa 12 milioni nel commercio atlantico contro decine di milioni in contesti locali e islamici cumulativi).
Lo storico canadese Paul Lovejoy nel suo libro Transformations in Slavery descrive come l’incontro con mercati esterni abbia trasformato la schiavitù africana da marginale a centrale in molte società, aumentando esponenzialmente il numero di schiavi domestici per soddisfare la domanda esterna. Questo sistema generò sofferenze immense, destabilizzò intere regioni e alimentò cicli di violenza, ma non fu mai concepito in termini razziali assoluti come il modello europeo nelle Americhe.
La schiavitù africana interna persistette a lungo, anche dopo l’abolizione formale del commercio atlantico, fino al XX secolo in alcune aree.
In particolare, nel Ghana precoloniale, la schiavitù interna tra neri africani era diffusa, specialmente nel potente Impero Ashanti (Asante), che dominava la regione dal XVIII secolo. Gli Ashanti catturavano prigionieri in guerre contro gruppi vicini (come i Dagomba o i Denkyira), per debiti, crimini o rapimenti, riducendoli in schiavitù.
Questi schiavi lavoravano nelle miniere d’oro (attività tabù per i liberi), nelle piantagioni, come domestici, portatori o soldati. Molti restavano nel regno per espandere l’economia e il potere reale, mentre altri venivano venduti agli europei sulla costa (Elmina, Cape Coast) in cambio di armi e merci, alimentando il commercio transatlantico.
La schiavitù ashanti non era razziale ma etnica e sociale: gli schiavi potevano integrarsi, sposarsi o essere riscattati, ma subivano punizioni severe, inclusi sacrifici umani in riti come l’Odira. La pratica era vista come istituzione naturale, sancita dagli antenati e dagli dei. Milioni rimasero schiavizzati localmente, superando numericamente gli esportati.
Secondo alcuni, è ancora possibile parlare di schiavismo, sia pure in un’accezione moderna, nel Ghana, anche se la schiavitù tradizionale è stata abolita da secoli e il Paese africano ha leggi severe contro di essa.
Secondo il Global Slavery Index della ONG per i diritti umani Walk Free (dati aggiornati al 2023-2025), in Ghana circa 91.000 persone vivono in condizioni di schiavitù moderna, con una prevalenza di 2,9 ogni 1.000 abitanti.
Questo include il lavoro forzato (soprattutto in agricoltura, miniere artigianali d’oro e settore informale), traffico di esseri umani (Ghana è paese di origine, transito e destinazione), sfruttamento sessuale e matrimoni forzati.
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Nel settore del cacao (principale esportazione), persistono forme di lavoro minorile pericoloso e casi di lavoro forzato, nonostante i progressi e i piani governativi come il Ghana Accelerated Action Plan Against Child Labor (2023–2027).
Una pratica residua è il sistema «Trokosi» nelle regioni del Volta: ragazze vergini vengono donate a santuari animisti per espiare «peccati» di famigli maschi, diventando schiave sessuali e lavorative dei sacerdoti dei culti pagani africani. Bandito nel 1998, tale schiavismo sessua rituale persiste su scala ridotta in aree rurali per mancanza di enforcement, analfabetismo e resistenze culturali. Molte sono state liberate dall’intervento di ONG, ma non ci sono state condanne significative.
Il governo ghanese critiche da ONG per insufficiente azione contro un’emergenza stimata in miliardi di cedi, la valuta locale.
Nonostante ciò, ecco che il Ghana spinge attivamente per riconoscimenti internazionali della schiavitù storica transatlantica, senza guardare dentro alla sua storia e al suo presente.
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Immagine di Indies1 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Razzismo
E l’avvocato israeliano disse: la vita di un ebreo vale 10 milioni di palestinesi
Israeli lawyer Yehuda Shimon has sparked a viral debate after calling for the complete genocide of the survivors in Gaza because he says one Jewish life is equivalent to 10 million Palestinians.
“That just sounds racist.” “Yes, I know.” https://t.co/0IiliidFg5 pic.twitter.com/lZpPNgBWhk — Alex Jones (@RealAlexJones) August 2, 2026
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Razzismo
Funzionario dei Mondiali indagato per un gesto con la mano considerato come il segno del «White Power»
La FIFA ha «assolto» l’arbitro grottescamente accusato di aver fatto un gesto del suprematismo bianco.
La Federazione calcistica internazionale aveva indagato l’arbitro che avrebbe fatto il gesto dell’«OK» con la mano prima della vittoria per 7-1 della Germania su Curaçao, riaccendendo uno dei più assurdi allarmismi legati alle guerre culturali che hanno invaso il web.
L’arbitro australiano Shaun Evans, che domenica ha lavorato come supervisore del VAR (Video Assistant Referee), è apparso nella trasmissione ufficiale prima del fischio d’inizio, mentre veniva inquadrata la squadra di revisione video, guardando in camera e facendo il segno dell’OK capovolto.
Il gruppo antidiscriminazione Fare, partner di lunga data della FIFA, ha chiesto l’esclusione di Evans dal torneo, affermando che il gesto «assomiglia chiaramente» a un simbolo utilizzato come segno di supremazia bianca negli ambienti di estrema destra.
«La copertura mediatica seguita a questo incidente semplicemente non riflette chi sono» ha dichiarato l’Evans in un comunicato diffuso dalla FIFA. «Naturalmente comprendo come il gesto sia stato interpretato e me ne rammarico, tuttavia voglio essere molto chiaro e affermare categoricamente che non ho consapevolmente né deliberatamente fatto il gesto che mi viene attribuito».
🚨 FIFA have launched an investigation into assistant VAR Shaun Evans after he appeared to make a hand gesture that has been linked to far-right extremist groups… 😅🥲 pic.twitter.com/HlO8JSoZyJ
— 𝐂𝐚𝐬𝐮𝐚𝐥 𝐔𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐎𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥 (@thecasualultra) June 15, 2026
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La FIFA aveva dichiarato di aver avviato un’indagine sull’incidente e di essere alla ricerca di spiegazioni da parte dell’Evans. Ora è arrivata l’«assoluzione»: «dopo aver esaminato il caso relativo all’arbitro addetto al Var Shaun Evans, non ha riscontrato alcuna prova di violazione del proprio Codice disciplinare» dice una nota della Commissione Disciplinare indipendente FIFA..
Il segno «OK» viene utilizzato da decenni per indicare approvazione o che tutto va bene. La versione che Evans sembra aver fatto assomiglia anche al «gioco del cerchio», uno scherzo scolastico in cui qualcuno forma il segno sotto la vita e cerca di costringere gli altri a guardarlo.
Il presunto significato razzista è stato reso popolare nel 2017 dagli utenti di 4chan, che hanno lanciato una campagna di trolling per convincere giornalisti e attivisti di sinistra che il comune gesto della mano fosse in realtà un simbolo di supremazia bianca. Le dita alzate rappresenterebbero una «W» e le dita a cerchio con il braccio rappresenterebbero una «P», a rappresentare l’acronimo per «White Power», cioè «Potere Bianco».
I cacciatori di simboli nazisti hanno subito ricordato che Brenton Tarrant, il perpetratore della strage di Christchurch, aveva fatto questo gesto durante un’udienza in tribunale nel 2019, dopo essere stato arrestato per l’uccisione di 50 persone nell’attacco armato a due moschee in Nuova Zelanda.
Gran parte dei media e delle organizzazioni per i diritti umani, come l’organizzazione ebraica Anti-Defamation League, si sono buttate a capofitto, aggiungendo il segno OK alle loro liste di simboli dell’odio accanto alla svastica e alle tuniche del Ku Klux Klan.
Da allora, le persone sorprese a fare quel gesto sono state ripetutamente prese di mira da organizzazioni attiviste, accusate di razzismo e, in alcuni casi, hanno perso il lavoro e sono state bandite da determinati locali. I ricorrenti scandali hanno alimentato l’indignazione pubblica nei confronti dei media e dei gruppi attivisti, accusati di trasformare gesti comuni in controversie razziste.
I mondiali americani sono partiti tra varie polemiche: i tifosi sono indignati con l’organizzazione per gli alti prezzi dei biglietti, le costose concessioni negli stadi e i diffusi problemi di trasporto. I problemi riscontrati durante l’ultima edizione dei Mondiali hanno inoltre alimentato il malcontento generale nei confronti della storia di corruzione della FIFA, delle scelte politicizzate dei paesi ospitanti e della crescente commercializzazione del calcio.
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Immagine di Pinerineks via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Razzismo
Agli asili nido britannici è stato ordinato di segnalare alla polizia i bambini piccoli «razzisti»
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