Storia
I resti di D’Artagnano potrebbero essere stati ritrovati nei Paesi Bassi
Secondo quanto riportato mercoledì dall’emittente regionale olandese L1, gli archeologi potrebbero aver scoperto i resti scheletrici del leggendario D’Artagnano, la figura immortalata dallo scrittore francese Alessandro Dumas ne I tre moschettieri».
I resti sono stati ritrovati nella città olandese di Maastricht. Secondo le cronache storiche, Charles de Batz de Castelmore, a cui si ispira il quarto moschettiere del romanzo, fu ucciso lì da un colpo di moschetto durante l’assedio della città da parte di re Luigi XIV nel giugno del 1673.
Gli storici ritengono che Luigi XIV abbia fatto seppellire D’Artagnan, che aveva servito come capitano dei suoi moschettieri della Guardia, nell’allora villaggio di Wolder, oggi parte di Maastricht. Ad oggi non sono stati ritrovati resti confermati.
La tomba è stata scoperta sotto una chiesa in quella che oggi è una zona rurale della città, secondo quanto riportato da L1. Gli operai addetti alla ristrutturazione si sono imbattuti nel ritrovamento durante i lavori di manutenzione, dopo che il pavimento dell’edificio era crollato il mese scorso. Si ritiene che la cappella moderna sia la seconda o la terza struttura costruita sul sito storico, risalente addirittura all’XI secolo.
«La posizione della tomba indica che si tratta di una persona importante: lo scheletro è stato trovato nel punto in cui sorgeva l’altare e all’epoca solo i reali o altre figure di rilievo venivano sepolte sotto l’altare», ha dichiarato il diacono Jos Valke, presente allo scavo iniziale, secondo quanto riportato da L1.
Secondo quanto riportato dall’emittente, tra i resti sono stati rinvenuti una moneta francese e un proiettile di moschetto. Il DNA prelevato dai denti è stato inviato a un laboratorio di Monaco per essere confrontato con quello di un discendente della famiglia de Batz.
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D’Artagnano divenne un eroe nazionale in Francia e raggiunse la fama mondiale dopo la pubblicazione del romanzo di Dumas nel 1844. L’opera ha ispirato numerosi adattamenti cinematografici.
Questa notizia, che chiaramente si inserisce nel filone della classica sbobba che viene diffusa da qualsiasi testa al mondo per fare colore, viene offerta al lettore di Renovatio 21 con il solo intento di scrivere la parola «D’Artagnano», italianizzazione di un nome che per qualche ragione non è stato italofonizzato in precedenza, se non in una commedia dello scomparso teatrante bresciano Paolo Meduri andata in scena decenni fa, D’Artagnano moschettiero falzo è ma pare vero.
La noia che ispira l’eroe dumasiano è per alcuni rotta da un ricordo d’infanzia: la visione sulla rete RAI – la peggiore, in termine di trasmissione di cartoni giapponesi, dove in vetta vi erano le TV locali – dell’anime D’Artacan (in originale Wanwan sanjushi, «i tre moschettieri bau-bau»), dove il D’Artagnano era un cane. L’anime, con ‘sti cani con la calzamaglia e lo spadino, riusciva ad essere forse ancora più noioso ed insopportabile del romanzo del Dumas.
Evvi tuttavia collegato, forse, a questo cartone, un incubo d’infanzia del direttore di Renovatio 21. Costui più di una decade fa invitato a parlare ad una conferenza tradizionalista a Civitella del Tronto si trovò a raccontare, per parlare della catastrofe religiosa dell’ora presente, detto orrido sogno:
«Avevo forse otto o nove anni quando, una notte, mi trovai a sognare di essere in un un lungo stanzone piatto, non altissimo. Il fatto che fosse buio e che vi fossero numerose file di inginocchiatoi mi faceva credere di trovarmi dentro una chiesa. Una chiesa che era vuota, e un po’ lugubre. Scorgevo in fondo, verso l’altare, una figura longilinea, vestita con paramenti importanti. «Un vescovo!» pensavo io, che ero un bimbo piuttosto religioso, e un vescovo non lo avevo veduto mai, ché la cresima era un miraggio assai lontano che si agognava con speranza».
«Il vescovo non stava oltre la balaustra, in piedi, appena davanti all’ultima fila di banchi. Mi dava le spalle, non sembrava interessato a rivolgersi a me, anche se forse era chiaro che aveva sentito la mia presenza. Forse stava pregando… Così, attraversavo questa strana chiesa buia e piatta per raggiungerlo. Arrivai dalla navata laterale di destra. Quando mi avvicinavo a lui, scattò l’orrore: il vescovo, non aveva la testa di un essere umano, aveva la testa di una volpe».
«È a quel punto che finalmente mi guardò, e scoppiò a ghignare pazzamente, una risata satanica come quella dei cattivi dei film, eppure che mi lasciava trasparire molte cose: il vescovo-mostro mi derideva, sapeva della mia presenza nella chiesa da subito, derideva la mia impotenza di bambino, e rideva soprattutto perché appagato del suo potere, fisso nella sua posizione ieratica, a parte per quel muso dai denti affilati che continuava quel riso infernale».
«Sentivo come se mi dicesse: tu stai sotto di me, io ti posso prendere in giro, perché tu, bimbetto, non hai idea della cosa in cui credi. Mi svegliai di soprassalto. Chiamai a gran voce la mamma. Mio padre si arrabbiò molto, perché gli pareva che un bambino di quell’età ha passato il periodo in cui deve piagnucolare per i brutti sogni».
«Non capii, per decadi intiere, il significato di questo incubo, che epperò mi rimase fisso nella mente. Lo comprendo ora, però: si trattava di un sogno profetico. Di un incubo profetico. Sarebbe venuta un’era in cui avrei visto i vescovi trasformarsi in mostri. Ebbene quell’epoca, annunciata da profezie e apparizioni, è arrivata».
Ebbene, tempo dopo il direttore si trovo a pensare che l’incubo, pur con il suo iperrealismo zoocefalo, forse era una derivazione della figura del nemico della serie, il cardinale Richelieu, che nel brutto cartone D’Artacane era disegnato in termini volpini o lupini. Un cattivo segaligno e calcolatore, fatto di flemma e programmatica nequizia, i cui abiti importanti non riuscivano a nascondere la natura predatoria.
Ecco abbiamo detto anche questo. Insomma di motivi per rilanciare questa notiziola ebete ve n’è più d’uno – anche se non sappiamo quante persone siano arrivate a leggerci sin qui.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Storia
Ex diplomatico belga muore prima del processo per l’omicidio Lumumba
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Storia
La Repubblica italiana, la mafia, la CIA, i partiti: nota sulle fonti della ricerca storica
Scrivere con precisione di storia è un lavoro per pochi, per il tempo indefinito che è necessario spendere e per la difficoltà con cui bisogna cercare di trasformare quel materiale in una narrazione che si avvicini il più possibile alla realtà che si vuole portare a galla.
A prescindere dalla mole di dati che si riesca a raggruppare e anche dalla qualità di questi dati, la realtà descritta risulterà per forza di cose sempre un approssimazione.
Per questo è necessario affermare che non ci si possa affidare mai completamente al proprio intelletto perché qualsiasi sforzo, per quanto eccezionale, risulterà sempre in un esercizio impreciso. Tuttavia, allo stesso modo anche delle fonti non ci si potrà mai affidare completamente se non altro se si abbia la superbia di voler descrivere con perfezione la realtà.
Le fonti sono quelle che sono, non sono tutte disponibili e qualcuno le ha scritte prima di noi, prima del regno delle macchine, approssimandosi a sua volta alla realtà che voleva o che doveva descrivere.
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Per questo motivo scrivere di storia rimane una enorme interpretazione della realtà. Un lavoro che manifesta un proprio punto di vista utilizzando dei documenti che hanno intrinsecamente già indirizzato dentro al loro essere una direzione. Nessun documento sarà mai scevro da un orientamento e sarà a sua volta un’interpretazione. Lavorare sulla storia è un enorme interpretazione su frammenti di interpretazioni fatte da altre persone.
Apre uno squarcio di luce nel panorama nebuloso di questo mondo e mestiere Nicola Tranfaglia nell’introduzione del suo lavoro Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani. 1943/1947 (2004). Tranfaglia, professore di Storia contemporanea a Torino, deputato con i Comunisti Italiani dal 2006 al 2008, descrive molto bene la situazione con cui ha dovuto confrontarsi per trattare i temi e gli anni toccati nella sua opera.
Per poter lavorare su fonti primarie inerenti il periodo del fine e post Seconda Guerra Mondiale è necessario cercare in alcuni macro gruppi. I documenti resi disponibili per essere consultati sono stati pochi e solo gli ultimi anni si è verificata una liberazione di documenti altrimenti prima inaccessibili. Il libro di Tranfaglia è del 2004 e nella introduzione descrive molto bene cosa fosse disponibile in quel momento al mercato delle fonti primarie.
I documenti riguardanti la CIA e il suo predecessore l’OSS, sono stati inavvicinabili fino al 1999-2000, anni dei provvedimenti di Clinton in cui vennero finalmente desegretati. Scrive l’autore che solo alcuni documenti erano stati resi disponibili, in maniera frammentaria e visti solo di straforo da Roberto Faenza e Massimo Fini per pubblicare Gli americani in Italia (1976).
I documenti riguardanti l’Italia custoditi nell’archivio del PCI, depositato presso la fondazione Gramsci, sono considerati dall’autore non completi. Altra possibilità riguarda i documenti conservati da alcuni leader della Democrazia cristiana presso la Fondazione Luigi Sturzo. Infine i documenti riguardanti le operazione della polizia italiana ricostituita a Roma dopo il 1944 e in particolare nel carte prodotte dal controspionaggio, il Sis, inventariate e rese disponibili presso l’Archivio centrale dello Stato.
L’autore spiega come le nuove fonti, parziali ma preziose, possano essere d’aiuto ma che molti archivi di notevole importanza incentrati proprio nel periodo in oggetto rimangano ancora purtroppo inaccessibili. Primi tra tutti, quelli dell’Unione Sovietica che, aperti per due o tre anni con la dissoluzione dell’Unione, ritornarono subitaneamente sigillati.
Gli archivi del Vaticano sono, senza dubbio, di non minore importanza. Giovanni Paolo II estese la consultabilità degli archivi vaticani più vicini nel tempo fermandosi proprio alla vigilia della seconda guerra mondiale. Nulla si può consultare degli anni di guerra e successivi, nonostante l’importanza che potrebbero avere quei documenti per approfondire quel periodo tanto importante per il mondo intero ma anche per l’Italia in particolare.
Per quanto riguarda gli archivi inglesi i problemi si dimostrano simili. Le limitazioni sono numerose e, sempre secondo l’autore, non sono d’aiuto a portare nuove certezze.
Termina l’autore sottolineando che sia stato possibile analizzare il periodo storico italiano, dalla dittatura alla democrazia, dal 1943 al 1947, proprio perché coinciso con un forte interesse americano. Grazie all’impegno americano nel territorio e allo sforzo di volontà di incidere nella direzione che la penisola italica avrebbe dovuto intraprendere, ci rimangono notevoli quantità di materiali consultabili e fondamentali.
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Allo stesso modo anche le ricerche effettuate dagli storici italiani negli archivi nazionali hanno portato grossi aiuti alla comprensione del periodo. Dimostrando come da una decrescente influenza inglese si sia passati verso una preponderante influenza americana e sovietica nell’area dello stivale.
L’autore nell’opera pubblica alcuni documenti originali che trattano di alcuni macrotemi fondamentali per la comprensione della nascita della democrazia in Italia. La forte continuità tra le strutture amministrative e di potere tra lo stato fascista e quello repubblicano. Il ruolo di Junio Valerio Borghese e della Decima Mas come cellule anticomuniste durante il conflitto e successivamente nella guerra fredda sotto il controllo dei servizi segreti americani.
La sostituzione dei podestà fascisti con i membri della futura Cosa Nostra nella Sicilia dello sbarco alleato e la presenza contemporanea in terra italiana di Lucky Luciano e Vito Genovese a garantire il controllo dei territori. La rinascita dei partiti politici italiani con la preponderanza, sopra tutti, della Democrazia Cristiana.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Il traffico di droga e la copertura della CIA
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