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IVF

I politici dell’Alabama cercano di difendere la fecondazione in provetta. Spingendosi troppo oltre

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

Il Parlamento e il governatore dell’Alabama si sono mossi rapidamente per proteggere la fecondazione in vitro dopo che la Corte Suprema ha sorpreso la nazione stabilendo che gli embrioni sono «bambini extrauterini». Ciò ha lasciato le cliniche di fecondazione in vitro esposte a cause legali per omicidio colposo e tutte hanno sospeso le operazioni.

 

Un disegno di legge approvato all’inizio di questo mese estende l’immunità penale e civile alle cliniche di fecondazione in vitro per le loro operazioni. I produttori di prodotti utilizzati nel trattamento della fecondazione in vitro avranno l’immunità penale, ma non l’immunità civile, se gli embrioni vengono distrutti. Sarebbero tenuti a risarcire i danni, in base al costo del trattamento di fecondazione pagato dalla famiglia.

 

Tuttavia, il disegno di legge non affronta la questione di quando inizia la vita.

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«Riteniamo che la legge non sia in grado di affrontare il problema degli ovuli fecondati attualmente conservati in tutto lo stato e lasci sfide ai medici e alle cliniche della fertilità che cercano di aiutare le famiglie meritevoli ad avere figli propri», hanno affermato Mobile Infirmary Health e il Centro per la medicina riproduttiva in una dichiarazione di accordo congiunto.

 

Alcuni legislatori stanno premendo per un altro emendamento costituzionale (l’Alabama ha già la costituzione più lunga del mondo) per dare completa chiarezza giuridica alla fecondazione in vitro.

 

L’analisi più informata della legislazione truccata dell’Alabama è venuta da Yuval Levin, direttore di National Affairs,e O. Carter Snead, professore di diritto all’Università di Notre Dame, in un articolo su  The Atlantic. Hanno osservato che per decenni l’industria della fecondazione in vitro ha utilizzato il diritto all’aborto come scudo contro il controllo e la regolamentazione pubblica.

 

La legge dell’Alabama peggiora le cose:

 

«L’assemblea legislativa ha approvato rapidamente e a stragrande maggioranza (e il governatore l’ha immediatamente convertito in legge) un disegno di legge che creava un’immunità civile e penale totale per qualsiasi persona o entità che causi “danno o morte” a un essere umano embrionale quando “fornisce o riceve servizi relativi a fecondazione in vitro“. Nella fretta, il legislatore ha creato una bizzarra anomalia. Nessun’altra branca della medicina e nessun altro aspetto dell’industria sanitaria gode di tale libertà di agire impunemente».

 

«Il risultato è stato perverso ma dolorosamente familiare: politici, professionisti e attivisti politici che pretendevano (e in molti casi intendevano sinceramente) di agire in nome di genitori e bambini vulnerabili, invece, hanno solo portato avanti gli interessi di un settore già protetto, e hanno lasciato un dominio irto e sensibile della nostra società ancora più esposta e non protetta».

 

Michael Cook

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine Jimmy Emerson, DVM via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic

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IVF

Trump propone un nuovo beneficio sanitario per la FIVET e critica la sentenza che definisce gli embrioni come bambini

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L’amministrazione Trump ha annunciato una nuova proposta per introdurre opzioni di assicurazione integrativa dedicate alle procedure di fertilità, inclusa la fecondazione in vitro (FIV) con distruzione dell’embrione. Lo riporta LifeSite.   La proposta di regolamento, annunciata ufficialmente dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti (DOL), «istituirebbe una nuova categoria di benefici limitati esentati» (esenzione dalle normative previste dall’Obamacare e da altre leggi federali in materia di salute) per «ampliare la possibilità per i datori di lavoro di offrire ai propri dipendenti benefici significativi in materia di fertilità».   Con un tetto massimo complessivo di 120.000 dollari, «la quasi totalità dei benefici deve essere destinata alla diagnosi, alla mitigazione o al trattamento dell’infertilità o di condizioni correlate alla salute riproduttiva».

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«È una cosa importantissima», ha detto lunedì il presidente Donald Trump alla Casa Bianca. «Non sono stati trattati adeguatamente. La senatrice repubblicana Katie Britt (dell’Alabama) lo sa meglio di chiunque altro, e mi ha chiamato dicendomi, devo ammetterlo, che la prima volta che ho sentito parlare davvero della fertilità è stato grazie a Katie. Mi ha detto: “Signore, dobbiamo fare qualcosa”, e io imparo in fretta. Così ho imparato tutto quello che c’era da imparare, e in tre o quattro minuti sono diventato il padre della fertilità. È vero. No, mi è sembrato semplicemente molto logico.»   «Lo ha spiegato bene, e spero che tu racconti questa storia», ha proseguito Trump. «Cos’è successo che ti ha portato ad essere praticamente attaccato con una sentenza negativa da parte di un tribunale? Hanno emesso una sentenza molto negativa, come ricorderai, in Alabama», riferendosi alla sentenza della Corte Suprema dell’Alabama del 2024 che ha stabilito che gli embrioni congelati potevano essere considerati bambini in una causa per morte ingiusta, sentenza che ha portato la questione alla ribalta nazionale.   La fecondazione in vitro (FIV) comporta la creazione consapevole di un gran numero di embrioni umani «in eccesso», destinati a essere uccisi, e vite umane trattate come merci da barattare. Si stima che negli Stati Uniti oltre un milione di embrioni vengano congelati e conservati dopo la FIV e che ben il 93% di tutti gli embrioni creati tramite FIV venga infine distrutto. Un servizio del 2019 della NBC News sul medico specializzato in FIV Craig Sweet, in Florida, ha ammesso che la sua clinica ha scartato o abbandonato circa un terzo degli embrioni conservati a freddo.   Tuttavia, nel 2024, dopo la sentenza della Corte Suprema dell’Alabama, i confini politici della questione si sono sfumati. La maggior parte dei repubblicani a livello nazionale si è affrettata a dichiarare il proprio sostegno alla fecondazione in vitro (con solo poche eccezioni). A guidare la carica è stato Trump, che si è presentato come un «leader in materia di fecondazione» e ha persino promesso di istituire un nuovo diritto federale alla fecondazione in vitro, sia tramite sussidi diretti che tramite obbligo assicurativo,   Il presidente aveva tuttavia suggerito anche di sostenere le esenzioni per motivi religiosi alla FIVET. In uno strano discorso il suo segretario alla Salute Robert F. Kennedy jr. aveva detto che per questo Trump sarebbe andato in paradiso.   La Casa Bianca alla fine ha fatto marcia indietro sulla copertura assicurativa obbligatoria per la provetta, ma ha affermato di voler comunque trovare un modo per mantenere la promessa elettorale di Trump. Lo scorso ottobre, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo per ridurre i costi della fecondazione in vitro e aumentarne l’«accesso» (tra le altre misure volte a ridurre i prezzi dei farmaci per la fertilità) creando una nuova opzione di benefit che copre specificamente la fecondazione in vitro e altri trattamenti per la fertilità, che i datori di lavoro possono offrire ai propri dipendenti.   Mentre il dibattito sulla limitazione di tali pratiche continua a infuriare, alcuni gruppi sostengono la necessità di mitigare il danno già arrecato promuovendo le cosiddette «adozioni a fiocco di neve», ovvero l’adozione di embrioni «in eccesso» già concepiti, a rischio di rimanere congelati a tempo indeterminato o di essere infine distrutti.   Altri, invece, sostengono che tali adozioni rappresentino una forma di maternità surrogata moralmente inammissibile secondo la dottrina cattolica.   In una lettera del 29 aprile, la Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti (USCCB) ha sostenuto che «il dolore per il crescente numero di famiglie che soffrono di infertilità» non dovrebbe portare a sostenere la fecondazione in vitro, bensì «la medicina riproduttiva riparativa, che afferma la vita ma è spesso trascurata».

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«La medicina riproduttiva ricostruttiva prevede studi diagnostici più approfonditi e completi, e un monitoraggio del ciclo più dettagliato rispetto a un normale iter diagnostico, al fine di indirizzare trattamenti chirurgici, ormonali e/o persino di stile di vita che spesso si rivelano realmente efficaci per la guarigione delle pazienti», hanno spiegato i vescovi statunitensi. «Queste pratiche, e ulteriori ricerche volte a rafforzarle, meritano sostegno e sensibilizzazione. Le pazienti e le coppie che desiderano avere figli non meritano di meno. La fecondazione in vitro, al contrario, soprattutto come praticata negli Stati Uniti, rappresenta un settore relativamente non regolamentato che genera centinaia di migliaia o addirittura milioni di bambini non ancora nati, destinati a rimanere congelati per sempre, a essere sfruttati nel tentativo di impiantarli in una madre, oppure a essere scartati e uccisi (spesso in modo selettivo ed eugenetico).»   Come riportato da Renovatio 21, l’industria statunitense dell’IVF sta vivendo una battuta d’arresto significativa dovuta ad una sentenza della Corte Suprema dell’Alabama, che ha dichiarato che gli embrioni prodotti sono bambini, cioè persone. Tutto ciò avviene nel contesto del ribaltamento da parte della Corte Suprema USA, nel 2022, della sentenza che rendeva l’aborto come un «diritto federale» Roe v. Wade.   Il tema dell’abominio genocida della IVF non era praticato dai pro-life americani (e quindi figurarsi da quelli italiani, che vi importunano con le loro manifestazioni cretine e le loro richieste da danari), tuttavia tutto è cambiato con la sentenza della Corte Suprema dell’Alabama di inizio anno che stabiliva che gli embrioni crioconservati sono esseri umani.   Secondo calcoli, piano di provetta gratuita di Trump porterà alla distruzione di milioni di embrioni. Più, ritiene Renovatio 21, quantità di chimere, ossia esseri umani formati dalla fusione in utero di due embrioni, quindi dotati di due DNA, fenomeno raro in natura ma di aumentata frequenza a causa dei plurimi impianti di embrioni tipici della fecondazione in vitro.   Riguardo ai numeri degli embrioni IVF in Italia – dove vi è stato un amento del 30% in 10 anni – secondo l’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC), nel solo 2018 la fecondazione in provetta ha ucciso 171.730 embrioni italiani nel corso di un solo anno. Vale a dire, più bambini morti che con l’aborto di Stato della 194/78.   Immaginiamo, nel 2024, quanto questa cifra sia aumentata. E quindi, di quanti embrioni scartati ed eliminati eugeneticamente, di quanti esseri terminati, stiamo parlando? Di un milione? Due? Tre milioni?   Vi è poi il tema della crioconservazione degli embrioni – una dimensione biologicamente, legalmente e teologicamente ancora non definita dove si possono trovare gli esseri umani prodotti in laboratorio.   In Italia secondo una stima dell’Istituto superiore di Sanità, nel 2020 gli embrioni abbandonati sotto azoto liquido erano 37.500 distribuiti in 320 centri.

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Secondo uno studio condotto da un gruppo italiano e presentato al 40° congresso della Società Europea di Medicina della Riproduzione ed Embriologia (ESHRE) ad Amsterdam, dal 2010 al 2020, in Italia – Paese in cristi denatalista – la percentuale di bambini in provetta è aumentata dal 32% al 42%, con un incremento di circa il 30%. Tra le donne sotto i 38 anni, queste cifre raggiungono addirittura il 70-80%.   Renovatio 21 non può non aggiungere, come sempre, la questione delle chimere umane, in aumento logico con l’espandersi della pratica della provetta.   In biologia, una chimera è un organismo o una creatura che presenta due o più popolazioni di cellule geneticamente diverse, ciascuna originata da zigoti differenti. Queste popolazioni cellulari geneticamente distinte di fatto coesistono all’interno dell’organismo   Le chimere umane, ovvero individui derivati dalla combinazione di due embrioni, costituiscono una realtà riconosciuta da un numero significativo di anni, benché questa realtà sia spesso ignorata nonostante il notevole incremento dei casi, come riportato da alcuni professionisti medici.   Le persone chimeriche, le quali presentano due diversi set di DNA in quanto risultato della fusione di due esseri distinti, effettivamente mostrano disfunzioni che emergono col tempo: il «fratello» che è stato assorbito continua a crescere all’interno del corpo del gemello ospite più sviluppato. È possibile che tessuti come capelli, muscoli e persino occhi si trovino all’interno del corpo di un individuo chimera.   In altre situazioni, l’embrione assorbito si sviluppa in modo «coordinato» con l’altro gemello, diventando un organo specifico all’interno del corpo dell’embrione dominante.   Il chimerismo ha già giocato brutti scherzi in giro per il mondo. Sono stati riportati casi in cui individui hanno avuto figli, ma non hanno trasmesso il loro proprio DNA ai loro discendenti, poiché gli organi genitali, sia maschili che femminili, erano in realtà derivati dai gemelli assorbiti durante la fase embrionale. Di conseguenza, la loro prole è geneticamente figlia dei fratelli che non hanno mai conosciuto e dei quali non erano nemmeno a conoscenza, ma che esistono nella realtà della genetica: è da capogiro, a pensarci, ma è così.   In America, dove i test genetici sono arrivati al consumatore, saltano fuori casi sempre più allucinanti. I servizi sociali tolgono i bambini ad una donna, che viene arrestata dalla polizia dopo un test del DNA: i figli non sono suoi, li ha rapiti – invece li ha partoriti lei, solo che i suoi organi riproduttivi erano in realtà della sorella che condivideva con lei il grembo materno, e che si è fusa con la donna, che quindi, da figlia unica, ha una sorella, ma non la ha mai vista, perché è dentro di lei, ma al contempo è la vera madre dei suoi figli (sì, gira la testa). Prima di risolvere legalmente questo problema, la signora ne ha passate di ogni tipo.   Stesso caso per un uomo che si è sentito dire di non essere il padre dei suoi figli, in quanto il vero padre, dissero i medici, era secondo i risultati del DNA un parente stretto, un fratello (vicenda di corna abbastanza classica). E invece, l’uomo era figlio unico – suo fratellino si era sistemato, molto prima di nascere, come organo genitale del fratellone, e ha continuato così, generando così dei figli con la cognata.   L’aberrazione biologica qui fa il paio con quella sociale, perché le ramificazioni di distruzione della società, della famiglia, del concetto stesso di identità individuale sono abissali.

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Ora, non può non esserci un aumento dei casi di chimere umane visto l’incremento degli impianti multipli previsti nei procedimenti di riproduzione assistita. Nella PMA, i medici inseriscono nella donna più embrioni con la speranza che almeno uno di essi si sviluppi con successo. Questa pratica può portare non solo a parti gemellari e plurigemellari (che sono, come visibile, tipici della riproduzione artificiale), ma anche, in alcuni casi non sempre riconosciuti, a fenomeni di chimerismo umano.   Non ci è chiaro se vi siano studi specifici sull’aumento delle chimere in Italia. Abbiamo sentito in questi anni, tuttavia, racconti aneddotici di operatori sanitari, che ci dicono che negli ospedali continuano a capire casi del genere.   È evidente che il sonno della legge naturale genera mostri.   Sarebbe ora di svegliarsi: lo diciamo soprattutto ai pro-life italiani, che dormono beati (e ben pasciuti, tra aiutini e donazioni) sui cuscini narcotizzanti offerti dalla chiesa neocattolica, che ha dato segni evidenti di voler «sdoganare» il bambino sintetico.   Di fatto, il ruolo dei pro-vita italiani sembra proprio quello di offrire il cuscino anche a voi, e farvi dormire su questa strage apocalittica. Con quel cuscino vogliono soffocare la Verità e la Vita.

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Dalla fecondazione assistita all’ottimizzazione genetica: l’ascesa delle cliniche di Indira IVF

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

La startup statunitense Nucleus Genomics, nota per proporre discussi test genetici sugli embrioni, ha siglato una serie di accordi con la rete di cliniche indiane Indira IVF, che oggi conta più di 180 centri in tutto il Paese. Nonostante le normative attuali sulla fecondazione assistita nel Paese siano stringenti, la partnership darà accesso a un mercato enorme e in forte crescita anche dal punto di vista economico a causa del calo dei tassi di fertilità.

 

La startup statunitense Nucleus Genomics ha siglato accordi con una serie di cliniche di fecondazione in vitro straniere per espandere la diffusione di controversi test genetici sugli embrioni. Il mercato sembra destinato ad espandersi soprattutto in India grazie a una partnership con Indira IVF, la più grande rete di cliniche per la fertilità nel Paese. L’obiettivo della collaborazione è portare sul mercato indiano test avanzati sugli embrioni alle coppie che si sottopongono alla fecondazione in vitro (o IVF).

 

Nucleus Genomics, fondata nel 2021, utilizza una tecnologia nota come PGT-P per aiutare le coppie a selezionare embrioni con una minore probabilità di sviluppare malattie come il diabete o l’Alzheimer. Tuttavia, l’azienda ha suscitato controversie a livello internazionale per aver sviluppato modelli che, secondo il fondatore Kian Sadeghi, sono in grado di prevedere anche tratti non legati allo sviluppo di malattie, come un alto quoziente intellettivo o l’altezza. Anche se diversi scienziati mettono in dubbio la possibilità di selezionare correttamente i geni responsabili dello sviluppo di certe caratteristiche, numerosi esperti di bioetica ritengono che ci possa essere il rischio di creare neonati con caratteristiche su richiesta accessibili solo alle fasce più ricche della popolazione. Il prodotto di testing di Nucleus Genomics costa infatti 10mila dollari, mentre i cicli di trattamento di fecondazione in vitro costano almeno 20mila dollari l’uno.

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In India, almeno per ora, questo tipo di applicazioni incontra limiti normativi molto stringenti: la selezione degli embrioni sulla base di caratteristiche non mediche è illegale. Di conseguenza, Nucleus Genomics dovrebbe limitare la propria offerta nel Paese alle informazioni sul rischio di malattie. Tuttavia la partnership consente all’azienda americana di accedere a un mercato enorme e a una quantità significativa di dati genetici, in un contesto in cui il settore della fecondazione assistita è destinato a raggiungere un valore di circa 13 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno.

 

La crescita di Indira IVF racconta bene lo sviluppo del settore. Fondata nel 1988 a Udaipur, nello stato del Rajasthan, dal dottor Ajay Murdia, l’azienda ha inizialmente operato come struttura indipendente prima di trasformarsi in una realtà su larga scala. Oggi è una delle principali catene di fertilità del Paese, passando da 165 centri nel marzo 2025 a 186 a luglio, con l’obiettivo di raggiungere quota 200 entro la fine dell’anno fiscale 2026. Parallelamente, l’azienda ha avviato una strategia di diversificazione entrando nel settore della salute materna e pediatrica, con l’apertura di ospedali in città come Varanasi, Pune e Prayagraj.

 

Questa crescita si riflette nei risultati finanziari: i ricavi hanno raggiunto 1.604,5 crore di rupie (circa 176 milioni di euro) nell’anno fiscale 2025. La società dal 2023 è sostenuta dal fondo svedese di private equity EQT, che ha acquisito il 60% delle quote. Mentre il percorso di Indira IVF verso la quotazione in borsa è stato tutt’altro che lineare. L’azienda aveva inizialmente presentato, a febbraio dello scorso anno, una richiesta per un’IPO da circa 3.500 crore di rupie (circa 407 milioni di dollari). Tuttavia, già a marzo è stata costretta a ritirare la documentazione dopo le osservazioni della Securities and Exchange Board of India (SEBI), l’ente indiano che vigila sui mercati finanziari.

 

I dubbi dell’autorità di vigilanza si sono concentrati su un film biografico di Bollywood intitolato Tumko Meri Kasam, diretto da Vikram Bhatt. Il film raccontava in chiave drammatica la storia personale e imprenditoriale del medico. La coincidenza tra l’uscita del film e il processo di IPO ha però sollevato sospetti: secondo la SEBI la pellicola avrebbe potuto funzionare come una forma di promozione indiretta e illegale durante una fase delicata di raccolta di capitali. Dopo questo episodio, Indira IVF ha ripresentato in modo confidenziale i documenti per la quotazione a luglio dello scorso anno. La vicenda si è ulteriormente complicata quando il regista Vikram Bhatt e sua moglie, Shwetambari Bhatt, sono stati arrestati. Secondo l’accusa, presentata dallo stesso Ajay Murdia, il medico avrebbe versato circa 47 crore di rupie (oltre 5 milioni di euro) per la realizzazione di quattro film, ma Bhatt ne avrebbe prodotto soltanto uno, il biopic su Indira IVF.

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Nel frattempo il contesto demografico in India si è evoluto facendo crollare il tasso di fertilità totale, passato da oltre 6 figli per donna nel 1950 a 1,9 nel 2023, al di sotto della soglia di sostituzione. Per regolamentare il «business della fertilità», il Paese ha introdotto nel 2021 la legge sulla regolazione delle tecnologie di riproduzione assistita, che stabilisce che l’accesso alla fecondazione in vitro è consentito solo a coppie sposate o a donne single entro specifici limiti di età.

 

La normativa inoltre impone restrizioni severe sull’uso dei donatori e introduce garanzie etiche importanti. Tra queste, l’obbligo di registrazione per tutte le cliniche, il divieto di determinazione del sesso (in un Paese dove i maschi sono ancora preferiti alle femmine) e il riconoscimento dei pieni diritti legali per i bambini nati tramite queste pratiche di fecondazione assistita

 

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IVF

Clinica per la fertilità in Nepal sotto processo per aver sfruttato ragazze adolescenti con il prelievo forzato di ovuli

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Alcune ragazze in Nepal sarebbero state sottoposte a procedure coercitive di prelievo degli ovuli, utilizzati per la fecondazione assistita, sollevando urgenti preoccupazioni in materia di diritti umani. Ad agosto, la Corte Suprema del Nepal ha presentato una petizione riguardante il caso di due ragazze e si prevede che terrà l’udienza finale il 30 marzo. Lo riporta il gruppo Alliance Defending Freedom (ADF).   I ricorrenti, con il supporto legale di ADF International, hanno chiesto alla Corte di adottare misure immediate per proteggere i minori vulnerabili dallo sfruttamento legato alla procreazione assistita.   La petizione, attualmente pendente dinanzi alla più alta corte del Nepal, afferma che le due minorenni, entrambe diciassettenni, sono state isolate dalla supervisione dei genitori, sottoposte a manipolazioni fisiche del loro apparato riproduttivo, private del cibo, rese incoscienti ed esposte a significativi rischi per la salute a breve e lungo termine, senza che comprendessero appieno cosa venisse fatto ai loro corpi o perché.

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Le ragazze sono state trasportate, nell’arco di circa 10 giorni consecutivi, alla Hope and Fertility Diagnostic Private Clinic di Kathmandu. Sebbene non siano disponibili informazioni specifiche sull’utilizzo previsto degli ovuli prelevati, l’intenzione era chiaramente quella di impiegarli in tecniche di procreazione assistita.   La donazione di ovuli è spesso commercializzata, con i futuri genitori che pagano per gli ovuli, e sono state ampiamente sollevate preoccupazioni circa l’aumentato rischio di sfruttamento in alcune parti del mondo in via di sviluppo dove la vulnerabilità economica può essere sfruttata.   A seguito della procedura, un individuo associato alla struttura di prelievo ha trasferito 10.000 rupie nepalesi (circa 69 dollari) sul conto bancario di una terza persona collegata a una delle vittime. Le vittime avrebbero sofferto di emorragie eccessive, perdita di appetito e disagio psicologico, il che ha indotto i loro genitori a sporgere denuncia presso l’Ufficio nepalese per la lotta alla tratta di esseri umani e l’Ufficio investigativo criminale.   «Quanto accaduto a queste ragazze nepalesi mette in luce il lato oscuro dell’industria della fertilità, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Lo sfruttamento delle minori attraverso procedure invasive di prelievo degli ovuli è profondamente inquietante. Le ragazze non avrebbero mai potuto dare un consenso valido e l’evidente persecuzione, la coercizione e gli abusi medici descritti in questo caso richiedono un’indagine urgente», ha dichiarato Tehmina Arora, Direttrice per la difesa dei diritti umani in Asia presso ADF International.   «La Corte Suprema ha ora un’opportunità cruciale per riconoscere la gravità di questi abusi e garantire che il Nepal adotti un quadro giuridico chiaro e rigoroso per vietare le procedure riproduttive coercitive, inviando un messaggio inequivocabile: lo sfruttamento delle ragazze vulnerabili non sarà tollerato. Non si deve permettere all’industria della fertilità di operare in violazione dei diritti umani fondamentali.»   In precedenza, l’Ufficio del procuratore fenerale si era rifiutato di avviare un procedimento penale, adducendo l’assenza di un esplicito divieto legale per la pratica del prelievo di ovuli da minori. Il procuratore generale aveva inoltre giustificato la decisione di non procedere con l’azione penale basandosi sull’autorizzazione e sulla validità della licenza della clinica per la fecondazione in vitro, oltre al fatto che la legge nepalese sui minori non classifica esplicitamente i presunti atti come violenza o abuso sessuale. Il procuratore generale aveva anche citato la mancanza di prove che le ragazze fossero state portate nella clinica contro la loro volontà, sebbene i minori non possano dare un consenso valido a tali procedure.   È stata presentata una petizione alla Corte Suprema per contestare sia la decisione del procuratore generale sia le successive misure regolamentari inadeguate (gli Standard per il funzionamento dei servizi di gestione dell’infertilità) introdotte dal governo.

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I ricorrenti hanno chiesto alla Corte di riconoscere tali procedure come crimini contro i minori, configurandosi come tratta di minori, violenza sessuale e sfruttamento riproduttivo. Richiedono un intervento giudiziario urgente, sostenendo che il presunto prelievo di ovuli è stato effettuato mediante induzione e inganno nei confronti delle ragazze minorenni.   Secondo la petizione presentata alla Corte Suprema, entrambe le ragazze sarebbero state individuate tramite annunci sui social media e successivamente avvicinate e influenzate da agenti che le avrebbero trasportate nella struttura, dove sarebbero state sottoposte a stimolazione ormonale invasiva e prelievo di ovuli.   La petizione descrive dettagliatamente come i medici abbiano monitorato attentamente i cicli mestruali delle ragazze, effettuato ecografie, conteggi follicolari, test ormonali e iniezioni quotidiane, dando ripetutamente l’impressione che l’estrazione fosse una procedura semplice.   In nessuna fase sono state fornite alle minori informazioni accurate o adeguate alla loro età circa la natura, lo scopo, i rischi o le potenziali conseguenze delle procedure, in violazione del Codice Etico del Consiglio Medico del Nepal, che stabilisce che il consenso informato è un prerequisito per qualsiasi intervento medico e, per le minori, è obbligatorio il consenso di un genitore o tutore legale. Le procedure sono state eseguite senza la preventiva conoscenza dei genitori delle ragazze, le identità delle ragazze e dei loro genitori sono state alterate e la loro età è stata falsificata nella documentazione ufficiale.   La prima petizione è stata presentata alla Corte Suprema del Nepal il 18 agosto 2025. È supportata da altre due petizioni. Alla Corte è stato chiesto di valutare questi abusi alla luce della Costituzione del Nepal, del codice penale del paese e della Legge sui minori, oltre che del principio del superiore interesse del minore.   «Questo caso riflette le dinamiche in continua evoluzione della tratta di esseri umani, in cui giovani ragazze vulnerabili vengono sfruttate attraverso abusi riproduttivi e trattate come merci a scopo di lucro. Abbiamo sollecitato la Corte a riconoscere tali atti come tratta e sfruttamento riproduttivo. Il divieto provvisorio è un passo importante, ma giustizia sarà fatta solo quando ogni responsabile sarà chiamato a risponderne e la dignità di ogni vittima sarà ripristinata», ha dichiarato Dhruba Bhandari, avvocato dei ricorrenti e legale collaboratore di ADF International.   Il tribunale ha emesso un’ordinanza provvisoria di sospensione di tutte le ulteriori procedure di prelievo di ovuli da parte di minori, in attesa di ulteriori provvedimenti.   Il procedimento di estrazione degli ovuli, noto anche come prelievo ovocitario o pick-up, rappresenta una fase centrale nella riproduzione artificiale (detta con eufemismo orwelliano «procreazione medicalmente assistita») èd è fondamentale per l’intero procedimento nella fecondazione in vitro.   La paziente – in questo caso la «donatrice» – segue una fase di stimolazione ovarica controllata che dura solitamente da otto a quattordici giorni. Durante questo periodo vengono somministrati farmaci ormonali, soprattutto gonadotropine, per indurre lo sviluppo simultaneo di molteplici follicoli ovarici anziché del singolo ovulo tipico di un ciclo naturale. Il monitoraggio avviene tramite ecografie transvaginali frequenti e dosaggi ormonali del sangue per valutare la crescita dei follicoli e adattare il dosaggio, evitando risposte eccessive. Quando i follicoli raggiungono dimensioni adeguate, si somministra un’iniezione trigger, spesso di hCG o un agonista del GnRH, per completare la maturazione degli ovociti. Circa trentasei ore dopo, si procede al prelievo vero e proprio.   L’estrazione si svolge in ambiente ambulatoriale o in sala operatoria, generalmente in sedazione profonda o anestesia leggera, in modo che la paziente non provi dolore. La durata dell’intervento è breve, tra i dieci e i venti minuti. La ginecologa introduce una sonda ecografica transvaginale per visualizzare le ovaie e guida un ago sottile attraverso la parete vaginale fino ai follicoli. Attraverso aspirazione si preleva il liquido follicolare contenente gli ovociti, che viene immediatamente passato all’embriologo in laboratorio per identificare e isolare gli ovuli maturi. Dopo il prelievo la paziente viene monitorata per qualche ora e può tornare a casa lo stesso giorno, con indicazioni di riposo relativo per uno o due giorni.

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La stimolazione ovarica può provocare effetti collaterali come gonfiore addominale, tensione mammaria, sbalzi d’umore o lieve ritenzione idrica, sintomi simili a una forte sindrome premestruale. Il pericolo più rilevante legato alla stimolazione è la sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS,) che si manifesta con ingrossamento eccessivo delle ovaie, accumulo di liquido nella cavità addominale e talvolta nel torace, nausea, vomito, difficoltà respiratorie e, nei casi gravi, rischio di trombosi o problemi renali. Grazie ai protocolli moderni e al monitoraggio costante, le forme severe sono diventate rare, con incidenza inferiore all’uno per cento, e possono essere prevenute sospendendo il ciclo o crioconservando gli embrioni senza trasferirli subito.   Possono verificarsi sanguinamenti vaginali lievi o, più raramente, emoperitoneo dovuto a lesione di vasi ovarici. Altre possibili complicanze includono infezioni pelviche, ascessi o lesioni accidentali di organi vicini come vescica o intestino, che in casi eccezionali richiedono intervento chirurgico. Dopo l’estrazione alcune donne riferiscono crampi pelvici, spotting o sensazione di pesantezza, che di solito si risolvono in pochi giorni. In rari casi si può verificare una torsione ovarica o dolore persistente che necessita di attenzione medica.   I casi di morte direttamente legati al prelievo di ovulisono documentati in letteratura medica. La procedura in sé e la stimolazione ovarica che la precede comportano rischi, soprattutto legati alla sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS) grave, che può evolvere in edema polmonare, insufficienza renale, trombosi o arresto cardiaco.   Uno dei casi più noti e recenti è quello di una donatrice di ovuli di 23 anni in India (pubblicato nel 2022). La giovane, senza fattori di rischio evidenti, è morta improvvisamente sul tavolo operatorio durante il prelievo ovocitario. L’autopsia ha attribuito il decesso a insufficienza respiratoria causata da un massivo edema polmonare acuto, conseguenza di una forma severa di OHSS sviluppata durante la stimolazione. Si trattava di una reazione rara ai farmaci usati per far maturare più follicoli.   Un altro caso documentato riguarda una donatrice indiana anonima di 26 anni (2016): è deceduta poche ore dopo il prelievo per complicanze severe di OHSS, con quadro clinico che ha incluso accumulo di liquido, problemi renali e deterioramento rapido nonostante le cure.   In Gran Bretagna nel 2007, Nina Thanki, 37 anni, è morta cinque giorni dopo un prelievo ovocitario per un trombo fatale (embolia polmonare). L’inchiesta coroner ha classificato la morte come accidentale, collegandola alle complicanze post-procedura in un contesto di problemi medici preesistenti.   In Italia si ricordano episodi tragici, come il caso barese della 38enne Arianna Acrivoulis (2015), deceduta durante una procedura di fecondazione assistita in un centro privato. Un altro caso del 2021 ha riguardato una donna moldava di 30 anni residente a Chivasso, morta durante il prelievo in una clinica a Chisinau, dove si era recata per costi inferiori; è stata aperta un’inchiesta per accertare le cause.

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Esistono anche segnalazioni isolate di decessi legati a emorragie interne massive dopo lesione vascolare durante l’aspirazione follicolare, a torsione ovarica non tempestivamente trattata o a infezioni gravi (ascesso pelvico). In alcuni contesti di donazione ripetuta si è discusso di possibili rischi a lungo termine, come un caso di cancro al colon fatale in una giovane donatrice americana pochi anni dopo cicli multipli di stimolazione (anche se il nesso causale diretto resta controverso e non provato su larga scala).   Molte donne povere nei Paesi in via di sviluppo, come in India o in Europa orientale, scelgono di donare ovuli per far fronte a bisogni economici urgenti: pagare debiti, sostenere la famiglia o semplicemente sopravvivere. Somme modeste, spesso tra i 100 e i 500 euro per ciclo, rappresentano per loro un’entrata significativa, ma le espongono a rischi sanitari sottovalutati, come la sindrome da iperstimolazione ovarica o complicanze durante il prelievo.   Allo stesso modo, numerose studentesse occidentali, soprattutto negli Stati Uniti, decidono di vendere i propri ovuli per pagarsi gli studi universitari, le tasse o le spese quotidiane. Gli annunci nei campus promettono compensi elevati, fino a decine di migliaia di dollari, attirando giovani in difficoltà finanziaria che accettano la stimolazione ormonale e l’intervento invasivo pur di ottenere un aiuto economico immediato.   In entrambi i casi la scelta nasce solo dalla necessità economica più che da una libera volontà altruistica sbandierata dai fautori della provetta, rivelando un mercato di sfruttamento della donna sul quale, as usual, le femministe stanno piuttosto zitte..  

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