Cina
I cattolici di Shanghai e le restrizioni del vescovo Ma Daqin
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Una voce cattolica da Shanghai ricorda ad AsiaNews il caso del vescovo ausiliare che si dimise dall’Associazione Patriottica all’atto dell’ordinazione e da allora vive recluso. Si sperava che la tormentata nomina di mons. Shen Bin come ordinario sbloccasse questa situazione, ma a ormai due anni di distanza nulla è successo. E Ma Daqin resta l’icona del «giusto sofferente».
Abbiamo ricevuto la seguente riflessione da un membro della comunità cattolica di Shanghai. Riteniamo importante far conoscere al pubblico le opinioni dei cattolici in Cina, anche quando hanno toni sommessamente critici, espressi nel rispetto della decisione delle autorità ecclesiastiche.
Molti cattolici di Shanghai desideravano due anni fa e tuttora desiderano che la decisione della Santa Sede di nominare mons. Joseph Shen Bin come vescovo della diocesi di Shanghai potesse portare presto sollievo anche per il vescovo Taddeo Ma Daqin, che ha dovuto affrontare «restrizioni» per oltre un decennio.
Nell’autunno 2024, l’arcivescovo Claudio Maria Celli, capo del team negoziale della Santa Sede, ha visitato Shanghai. Più recentemente, nel febbraio 2025, anche una delegazione della diocesi di Hong Kong, guidata dal card. Stephen Chow Sau-yan, si è recata a Shanghai. Sebbene la partecipazione alla loro Messa nella basilica di Sheshan e ad altre attività diocesane sia stata limitata, anche con questo basso profilo le visite di queste figure di spicco hanno acceso la speranza tra i cattolici di Shanghai, che ora intravedono una rinnovata possibilità per il vescovo Ma.
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L’argomento principale contro la ripresa delle funzioni del vescovo Ma è che un vescovo ausiliare può svolgere il suo compito solo con il mandato dell’ordinario della diocesi. Con il vescovo Shen ora a Shanghai, se fosse disposto a rinominare il vescovo Ma, quest’ultimo potrebbe tornare immediatamente al suo lavoro. Da quasi due anni ormai il vescovo Shen presta servizio nella diocesi di Shanghai e ha ricopre la carica di presidente della Conferenza episcopale della Chiesa cattolica in Cina (BCCCC, organismo non riconosciuto dalla Santa Sede ndr) e sono stati compiuti sforzi significativi per mettere in luce il suo lavoro.
La diocesi di Shanghai, il binomio One-Association-One-Conference cinese (Associazione patriottica e BCCCC, ndr) e persino Vatican News hanno ampiamente raccontato sia le attività della diocesi sia quelle del nuovo vescovo, contribuendo a rafforzare la sua reputazione. Nonostante questi sforzi, però, la questione del vescovo Ma rimane tuttora irrisolta.
Per quanto tempo ancora le restrizioni continueranno? Molti lettori probabilmente ricordano il suo caso. Il 7 luglio 2012, durante il suo discorso di ringraziamento al termine della Messa di consacrazione episcopale, dichiarò: «D’ora in poi dovrò dedicare tutta la mia mente e il mio corpo all’evangelizzazione pastorale. Certi incarichi non mi si addicono, per cui da questo momento della consacrazione non è più conveniente che io sia membro dell’Associazione patriottica».
Quel pomeriggio stesso fu sospeso e interrogato, poi rimosso dal suo incarico e posto sotto sorveglianza residenziale, dove rimane tuttora. Quello che molti forse non sanno è che il governo cinese aveva da tempo intenzione di nominare il vescovo Ma come successore del vescovo Aloysius Jin Luxian, in sostituzione del vescovo Joseph Xing Wenzhi.
Questo piano era stato messo in moto già prima del graduale ritiro del vescovo Xing dalle funzioni pubbliche. E quando il vescovo Xing era andato in pensione, la Santa Sede aveva accettato di approvare la nomina del vescovo Ma.
In seguito all’«incidente del 7 luglio» (l’ordinazione episcopale del vescovo Ma al mattino e al successivo isolamento iniziato da quel pomeriggio ndr), la Santa Sede ha ripetutamente comunicato attraverso vari canali che, per rispetto dei due vescovi allora viventi, il vescovo Aloysius Jin Luxian (vescovo coadiutore, deceduto poi nel giugno 2013) e il vescovo Joseph Fan Zhongliang (ordinario «sotterraneo», deceduto nel marzo 2014), il vescovo Ma avrebbe potuto servire solo come vescovo ausiliare. Tuttavia, la Santa Sede aveva chiarito le sue intenzioni durante la sua nomina: Ma è stato designato come successore dei vescovi anziani, per assumere infine il ruolo di ordinario (vescovo diocesano) della diocesi di Shanghai.
Data la relazione unica tra Cina e Vaticano, il governo cinese non riconosce i vescovi della Chiesa clandestina. Nella lettera di nomina emessa dalla BCCCC, Ma è stato designato come vescovo coadiutore della diocesi di Shanghai, mentre la lettera di nomina della Santa Sede lo nominava vescovo ausiliare. Dopo l’incidente del 7 luglio, sebbene l’insediamento del vescovo Ma fosse valido e legittimo ai sensi del diritto canonico, egli non era in grado di soddisfare tutti i requisiti previsti dagli articoli 6(6) e 7 delle «Misure sulla registrazione dei vescovi nella Chiesa cattolica in Cina (processo e attuazione)» emanate dall’Amministrazione statale cinese per gli Affari religiosi.
In particolare, non ha potuto presentare la domanda di registrazione alle autorità governative cinesi attraverso il sistema «una Associazione-una Conferenza». Di conseguenza, il vescovo Ma non ha potuto completare la sua registrazione presso le autorità religiose statali, esercitare i suoi doveri o condurre attività religiose come vescovo.
Il 12 dicembre 2012, la BCCCC ha revocato ufficialmente la lettera di nomina a vescovo coadiutore. Tuttavia, la nomina della Santa Sede a «vescovo ausiliare, con l’intenzione esplicita di farlo succedere al vescovo diocesano ordinario» è rimasta invariata fino ad oggi. Nel frattempo, l’affermazione che il vescovo Ma è ancora sotto «restrizione» è stata ripetutamente respinta e ignorata dai suoi oppositori all’interno della diocesi, così come dalle autorità governative cinesi.
La situazione si è sviluppata in modo paradossale. Inizialmente, Ma era un candidato fortemente favorito e promosso dal governo cinese. Eppure, una sola dichiarazione di opportunità che esprimeva la sua indisponibilità a ricoprire una posizione nell’Associazione patriottica, è stata interpretata come un rifiuto del patriottismo e dell’amore per la Chiesa, superando una linea rossa politica.
Con la nuova leadership in carica, l’«affidabilità politica» è diventata il criterio principale per la selezione dei quadri e dei leader religiosi. Il principio secondo cui «la lealtà che non è assoluta non è assolutamente lealtà» sembra aver lasciato il vescovo Ma in un vicolo cieco. Ed è chiaro che un ambiente politico del genere è eccezionalmente duro.
In secondo luogo, esperti anonimi hanno sottolineato che la revoca della nomina di Ma a vescovo ausiliare da parte della BCCCC si basava su una norma giuridica superiore intitolata «Misure sulla registrazione dei vescovi nella Chiesa cattolica in Cina (processo e attuazione)». Questo documento, indicato come Documento n. 25 [2012] emesso dall’Amministrazione statale per gli affari religiosi, è stato pubblicato sul sito web del governo centrale il 12 novembre 2012.
Solo il 12 dicembre 2012, lo stesso giorno in cui è stata revocata la lettera di nomina del vescovo Ma, è stata adottata la corrispondente norma giuridica subordinata, intitolata «Misure per l’elezione e la consacrazione dei vescovi da parte della Conferenza episcopale della Chiesa cattolica in Cina».
Questo documento è stato poi pubblicato l’8 aprile 2013, «con la data di pubblicazione che segna la sua attuazione». In precedenza, l’Associazione patriottica e la BCCCC avevano pubblicato un documento con lo stesso titolo nel 1993. Tuttavia, quel documento precedente conteneva solo sei semplici articoli e non includeva norme che avrebbero riguardato la consacrazione episcopale.
Pertanto, la gestione dell’incidente del 7 luglio costituisce un chiaro caso di «legislazione retroattiva». L’atto della BCCCC di revocare la nomina del vescovo Ma a vescovo ausiliare è quindi discutibile e illegale. Inoltre, alcuni vescovi che hanno partecipato alla liturgia hanno scelto di tradire il loro fratello non difendendo la validità della consacrazione di Ma nella liturgia, il che ha indubbiamente aggiunto insulto al danno.
L’esperto anonimo fa anche osservare che questa forma di legislazione retroattiva è controproducente per gli sforzi di rafforzare lo stato di diritto negli affari religiosi. La promozione dello Stato di diritto nella governance religiosa richiede un’attenta considerazione di fattori quali la stabilità giuridica, la legittimità procedurale, la conformità costituzionale e la fiducia del pubblico. È fondamentale garantire che la creazione e l’attuazione delle leggi non solo aderiscano ai principi dello Stato di diritto, ma salvaguardino anche l’equità sociale e la giustizia in modo efficace.
Il vescovo Ma è molto apprezzato per la sua predicazione e gode di una forte reputazione tra i cattolici locali di Shanghai. I suoi diversi talenti, uniti alle pressioni politiche e al trattamento freddo che ha subito negli ultimi 13 anni, lo hanno trasformato in «un uomo giusto che soffre», che ricorda Giobbe seduto nella cenere, evocando una profonda compassione. È diventato l’esempio per eccellenza dell’«uomo giusto che soffre» nella Cina contemporanea.
Questa situazione rappresenta una sfida significativa anche per il vescovo Shen, portando persino a valutazioni ingiuste nei suoi confronti. Le persone considerano inconsciamente il vescovo Shen come qualcuno che ha preso il posto di un altro, spesso confrontando i punti di forza del vescovo Ma con le debolezze percepite dal vescovo Shen.
Il Vescovo Ma è celebrato per la sua profonda spiritualità e l’eccezionale eloquenza, e le sue omelie sono molto apprezzate. Al contrario, la gente critica le omelie del nuovo vescovo giudicandole meno spirituali.
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Il vescovo Ma è ampiamente rispettato per la sua frugalità, semplicità di vita e capacità di mantenere misure appropriate nei rapporti interpersonali. Al contrario, il nuovo vescovo è stato criticato per aver adottato uno stile di lavoro più secolarizzato e per aver nominato collaboratori fidati della sua città natale in posizioni chiave a Shanghai. Sono accuse che possono mescolare elementi di verità e falsità, rendendo difficile discernere la realtà completa.
Molti dei religiosi e delle suore della diocesi di Shanghai rifiutano di rispondere a domande su questo argomento. Tuttavia, alcuni hanno condiviso i loro pensieri, sottolineando che la diocesi non può funzionare senza un vescovo. Riflettendo sull’ultimo decennio, hanno riconosciuto di essersi affidati esclusivamente alla fede e alla coscienza personale nei loro sforzi di evangelizzazione, spesso non riuscendo a cogliere il quadro generale.
Da quando il vescovo Shen è entrato in carica, la situazione è migliorata. Ha riorganizzato il clero diocesano, ha adeguato gli stipendi, ha rafforzato la gestione finanziaria e ha implementato molti regolamenti. Il Seminario di Sheshan, che al suo punto più basso contava meno di dieci seminaristi, ha vissuto una rinascita. Ora conta 25 seminaristi, tra cui 10 nuovi ingressi, oltre a tre suore novizie e 14 partecipanti al programma inaugurale di formazione per le suore, con una vitalità incoraggiante a cui non si assisteva da anni.
Tuttavia, alla domanda sulle visite dell’arcivescovo Celli o della delegazione di Hong Kong guidata dal card. Chow, qualcuno ha candidamente osservato: «forse queste cose non sono destinate a noi». Con un tono malinconico, lo stesso cattolico ha aggiunto: «In questa Chiesa sinodale, per quanto tempo ancora potremo rimanere ignorati?».
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Cina
Papa Leone dice che «non può commentare» la condanna a Jimmy Lai per aver criticato la Cina comunista
Pope Leo XIV told EWTN News he “cannot comment” on Jimmy Lai, the Catholic founder and publisher of the outspoken pro-democracy tabloid Apple Daily, who was sentenced Feb. 9 on charges Chinese authorities say violate national security laws. The pope instead urged for peace,… pic.twitter.com/QEgXLPqR9t
— EWTN News (@EWTNews) March 3, 2026
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Cina
Enigmi femminili cinesi alle Olimpiadi
Le Olimpiadi che si sono concluse non solo ci hanno regalato la solita dose di prurigini e stranezze (la schettinatrice neerlandese che si spoglia, i saltatori che, per questioni di doping aerodinamico, ingannano con le dimensioni del proprio pene) ma ci hanno fornito, ça va sans dire, la solita dose di realtà geopolitica annessa: i russi esclusi persino dalle paralimpiadi, l’Ucraina che pretende di fare a meno delle regole, la finale di hockey tra Canada e USA (partita che pochi mesi fa era finita, ricorderete, con tre risse nei primi nove secondi: gli americani reagivano ai fischi all’inno del Paese che, a detta del presidente Trump, potrebbe annettere, cioè invadere, il resto del Nordamerica).
Tuttavia, nemmeno tanto sottotraccia, un rilievo mi è parso più significativo degli altri. Si è consumato, alla luce del sole, un episodio dell’enantiodromia per il dominio globale tra USA e Cina, una guerra di soft power che è passata attraverso due atlete medaglia d’oro: la sciatrice freestyle Eileen Gu e la pattinatrice artistica Alysa Liu. Due figure diversissime, per certi versi antipodiche, però alla fin fine simili, e con enigmi dentro enigmi dietro di loro.
Eileen Gu, nota oramai con il nome cinese Ailing, è un caso da diverso tempo. Si tratta con estrema probabilità della più grande sciatrice freestylista di tutti i tempi – e ha appena 22 anni. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino sia nella disciplina del big air sia dell’halfpipe, a Milano-Cortina ha preso un argento e un oro, di fatto difendendo il suo trono indiscusso.
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La Gu ha il vantaggio, eccezionale, di essere bellissima: testimonial ideale di moda e di qualsiasi altra cosa, la pelle diafana come una donna delle nevi della manciuria, l’occhio appena mandorlato, sorriso irresistibile. La madre, che l’abbraccia a fine pista, è una cinese immigrata a San Francisco. Si tinge i capelli di biondo, rendendo la sua figura ancora più californiana: avvenente e scatenata, lo spirito del surf incontra le evoluzioni aeree dello sci freestyle. Nemmeno maggiorenne, già era un’icona.
La sua run in halfpipe di ieri è stata considerata da alcuni come quasi perfetta – anche se personalmente non la troviamo così emozionante.
La gente è pure impazzita dinanzi alla sua rispostaccia ad un giornalista che in conferenza stampa, giorni prima, le aveva chiesto se l’argento che aveva preso lo considerava come un oro perso. «Sono la sciatrice freestyle più decorata della storia: questa è in se stessa una risposta» aveva risposto a muso duro, dopo una breve insopportabile risata isterica. «Due medaglie perse, per essere franca con lei, è una prospettiva ridicola da considerare». Stampato sul volto un crudele, americanissimo sorriso volto ad umiliare l’interlocutore. La boria, per quanto ci riguarda, è rivoltante.
Il problema è che, ancora prima dell’Olimpiade pechinense, su di lei si era concentrato un fuoco intenso, e per quanto ci riguarda giustificato: americana de facto, per nascita, crescita e cultura, nonché anni di allenamento cui hanno provveduto le strutture dello sport nazionali USA che l’allevano sin da quando era una bambina piccolissima, Eileen decide di correre sotto la bandiera della Repubblica Popolare Cinese. Eileen diviene Ailing, venendo naturalizzata dalla Cina comunista. Il ministero della Giustizia Cinese nel 2020 aveva iniziato un programma per consentire alle persone che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali nello sport, nella scienza, nella cultura e in altri campi di ottenere la residenza permanente.
Il cambiamento di nazionalità, richiesto dal regolamento CIO per competere per un Paese diverso dal proprio, fu spiegato da lei stessa sulla piattaforma Weibo, il social media più diffuso in Cina: la ragazza dice che lo fa per ispirare milioni di ragazzi cinesi ad avvicinarsi agli sport invernali. Molte voci nella stampa americana, oltraggiata come vasta parte dell’opinione pubblica, la pensano altrimenti: il Dragone ha tirato milioni di dollari alla Gu, con sponsores grassi e munifici (alcuni, dissero, legati a dinamiche di sfruttamento in Xinjiang), e lei ha, semplicemente, tradito. Con la Gu, hanno notato altri, hanno tradito anche altri sponsores occidentali, che tuttavia in Cina fanno grandi affari e quindi averci la Gu come testimonial non è male. Diventa, secondo Forbes, la seconda atleta più pagata del mondo.
La ragazza è quindi chiamata apertis verbis «traditrice».
Più dei contratti con i grandi marchi del lusso e dello sport, secondo noi vale la pena di dare un’occhiata al suo background. La madre, soprattutto: già pattinatrice short-track della squadra della prestigiosa Università di Pechino negli anni Ottanta, vola negli USA per studiare biochimica e biologia molecolare, prima in Alabama, poi alla Rockefeller University – istituzione di quella famiglia che, ricordiamo, oltre che all’eugenetica è stata spesso interessata anche alla Cina, con programmi in loco ad inizio Novecento e grandi lodi dei rampolli alla politica del figlio unico di Deng.
Yan Gu, la madre di Eileen, finisce quindi all’Università di Stanford, il cuore della Silicon Valley, appena fuori da San Francisco – l’università che ci ha dato Googgle e il DNA ricombinante. Apprendiamo quindi che il nonno materno di Eileen non era un quivis de populo sinico ma un pezzo grosso della nomenklatura sino-comunista: era l’ingegnere elettrico capo del ministero dell’edilizia abitativa e dello sviluppo urbano-rurale della Cina comunista.
E il padre? Qui la cosa interessante: del padre non si sa nulla. L’argomento non è discusso in alcun modo. Qualche giornale cinese ha scritto che si tratterebbe di un laureato ad Harvard, ma non c’è traccia di lui in nessun documento, e possiamo solo speculare che si tratti di un bianco.
La Gu pare quindi essere nata senza papà. Dettaglio interessante.
Ci risuona nella mente un altro caso di superatleta cinese che, ad un certo punto, passò per gli USA: l’altissimo cestista shanghaiense Yao Ming. Come scrive il libro Operation Yao Ming, Ming nacque dall’accoppiamento, caldamente incoraggiato dal Politburo, dell’uomo più alto della città con una campionessa di pallacanestro. Il risultato fu eccellente: 2,29 metri di altezza, e carriera nell’NBA.
Una sorta di eugenetica sportiva riuscita, fatta con mezzi, come dire, «analogici».
Sappiamo tuttavia che riguardo l’eugenetica, parola che in Cina – yousheng, lemma formato dal carattere 优 (yōu) che significa «eccellente, superiore» e da 生 (shēng) che significa «nascere, far nascere, vivere»: in breve, «supernascita» – non ha uno stigma negativo come nell’Occidente post-bellico, la Cina si sta impegnando anche al di fuori dello sport. Come riportato da Renovatio 21, la Cina – hanno accusato apertamente i funzionari dell’Intelligence americana – starebbe lavorando alacremente da anni alla produzione di supersoldati geneticamente modificati.
È noto pure ai nostri lettori come, la Cina, per lo meno pubblicamente, costituisca il primo Paese ad aver impiegato la tecnica di ingegneria genetica CRISPR per il potenziamento degli esseri umani – le famose gemelline eugenetiche del biofisico He Jiankui, le quali sono state prodotte agendo su un gene che le rende immuni all’AIDS e, cosa meno conosciuta, fornisce loro capacità cerebrali superiori.
Non stiamo, ovviamente, puntando il dito su nessuno. Cerchiamo solo qualche puntino da unire, un giorno, quando qualcosa verrà rivelato: del resto questo giornale aveva riportato quattro anni fa i timori internazionali di «furti di DNA» per gli atleti stranieri alle Olimpiadi di Pechino 2022.
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La cosa sarebbe già enigmatica così, se non si aggiungesse, speculare, il caso dell’altra grande medaglia d’oro semicinese (semiamericana) di Milano-Cortina: la pattinatrice Alysa Liu.
La Liu rappresenta un talento ancora più puro, ancora più precoce della Gu: campionessa del pattinaggio artistico a 13 anni, sembrava una forza invincibile della disciplina, battendo il record come campionessa più giovane di sempre. Troppo giovane per i mondiali: andò ad allenarsi a Roma con Carolina Kostner – si allenerà ancora in Italia, a Egna, provincia autonoma di Bolzano, nel 2021-2022.
Dopo aver vinto i mondiali 2022 a Montpellier decide di ritirarsi dalle scene: ha appena 16 anni, l’annuncio è dato su Instagram. Poi, tre anni dopo, ci ripensa e torna, 20 centimetri più alta, sul ghiaccio: i suoi allenatori rimangono scioccati come lo stop di anni non abbia influito in nulla nelle sue prestazioni, che rimangono eccellenti. Nel frattempo, dice, ha pensato di liberarsi di certe costrizioni: si fa i capelli a strisce bizzarre, si fa un piercing alle gengive (che pare relegarla in uno stato di apparecchio perenne) dice di voler provare nel pattinaggio la libertà che ha provato sciando negli ultimi anni.
Il suo ritorno coincide con la stagione delle Olimpiadi: ed eccola a Milano-Cortina a vincere due ori, tra cui il più ambito del singolo, con una performance che anche i non addetti ai lavori come noi non possono non trovare straordinaria: la simpatia, la dominanza del mezzo, lo slancio vitale, la cifra atletica altissima, la fantasia sprizzano da ogni poro di questa atleta.
Non è più una bambina costretta: è una donna matura con una libertà che sembra infinita, al riparo da tensioni distruttive e amarezze crudeli tipiche di discipline teatrali come questa. Quando scende sulle ginocchia e ruota, il palazzetto intero esplode.
Più che perfetto, è qualcosa di vero, autentico, e una figura di pienezza vitale raramente veduta. Il suo corpo forse non è bellissimo: il suo sorriso lo è davvero. Tutto il suo corpo, tutto il suo movimento, tutto il suo essere trasmette gioia in vampate inevitabili.
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È toccante anche vedere come abbraccia la collega giapponese Ami Nakai, la quale non capisce di aver preso il bronzo, e quando lo realizza scioglie la flemma nipponica tra le braccia della campionessa: stringere con affetto un cittadino giapponese non è una cosa che certamente sarebbe stata permessa o perdonata alla Gu.
È a questo punto che diventa interessante capire meglio il suo caso. La Liu viene brandita dalla stampa conservatrice americana come l’anti-Gu: di origine cinese, non ha ceduto alle lusinghe – alle decine di milioni di dollari – offerti da Pechino. Alle Olimpiadi della capitale cinese, nel 2022, si dice che il dipartimento di Stato le avesse messo addosso un paio di persone che controllassero che agenti cinesi la trasformassero in un’altra Eileen Gu.
E quindi, anche qui, campionesse, medaglie d’oro, tra USA e Cina. Ma esattamente, da quale Cina viene Alysa?
La risposta è politicamente, biopoliticamente, ancora una volta interessante. Nata a Clovis, in California (pure lei), è figlia di due dissidenti cinesi fuggiti nel 1989 dal massacro di Tian’anmen – alcuni dei quali, come noto, rimasti attivi negli USA come attivisti anticomunisti, magari con qualche aderenza con i servizi. La famiglia Liu viene quindi esattamente dalla lotta politica tra USA e Cina, incarnata nel suo trauma più visibile, quello della repressione di Deng (sempre lui…) contro gli studenti.
I genitori divorziano presto, la madre esce un po’ di scena, i giornali, quando iniziano i titoli della campionessa, parlano del padre come di un «uomo single». Il signor Liu, divenuto negli USA avvocato, cresce quindi cinque figli, dove Alysa è la più grande: sono tutti, questa la parte che noi troviamo più interessante, nati tramite madri surrogate. In particolare, si parla di due anonime «donatrici» di ovuli, altro non è dato sapere. Già questo, dobbiamo dire, è piuttosto enigmatico.
In pratica: Alysa Liu è nata con la riproduzione artificiale. Su di lei abbiamo questa certezza.
In un’intervista alla trasmissione d’inchiesta 60 minutes il padre dice di aver pagato centinaia di migliaia di dollari per portare Alysa sul tetto del mondo. I modi dell’uomo paiono sicurissimi, il suo inglese ha poco accento, sembra saldo, convinto, determinato. Non sappiamo quali altri enigmi, oltre a Tianamen e alla provetta, possa contenere.
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In pratica, tra sci e pattini, ci passano di mezzo – persino lì – i rapporti complessi tra due superpotenze del XXI secolo. Che, sorpresa, non sono solo di antagonismo: e la cooperazione tra i due mondi potrebbe avere radici davvero oscure.
Il lettore può vedere come, sotto le Olimpiadi, si snodi una storia geopolitica biopolitica davvero intricata, che dallo sport può portare chissà dove: all’eugenetica realizzata, ai supersoldati, al tentativo prometeico di dominio biologico del futuro, che il padrone del mondo vuole che passi giocoforza tramite la provetta.
Prima o poi i puntini verranno uniti dal mainstream: nel frattempo, può provare a farlo il lettore di Renovatio 21.
Sarà anche ora, pensiamo noi, che qualcuno dica qualcosa in più sulla figura di Deng Xiaoping, il massacratore di Tian’anmen creatore della legge anti-prole che provocò centinaia di milioni di aborti, l’uomo che, al contempo, aprì la Cina al mercato, ergo distruggendo, secondo il disegno mondialista, la manifattura e la classe media occidentale.
È il caso che un giorno ci scriviamo qualcosa noi. Perché, ribadiamo, l’enigma della Cina moderna, lungi dall’essere olimpico, potrebbe essere davvero ctonio.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di YantsImages via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Cina
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