Pensiero
Hanno davvero «ucciso» Prigozhin?
Le virgolette nel titolo qui sopra sono, ci rendiamo conto, bizzarre: ma il lettore si renda conto del caso di cui parliamo, dove i dubbi fioccano, e non solo sui siti di teorici della cospirazione?
Evgenij Prigozhin, boss del gruppo Wagner, è morto? Si direbbe che lo sia, almeno se si ascoltassero i media – occidentali, beninteso. Per questo motivo, abbiamo aspettato tanto prima di far uscire un articolo, e ovviamente siamo sulla questione da ieri sera.
Perché una conferma ufficiale dagli organi di stampa legati al Cremlino ancora non c’è. Su TASS, Sputnik, RT, compare solo la notizia che il suo nome era nella lista passeggeri.
Capirai: Prigozhin faceva cambiare ad alcuni suoi sottoposti il loro nome in Evgenij Prigozhin, di modo da mascherare i suoi spostamenti.
Emerge poi che gli aerei forse erano due: come Enrico Mattei, il boss Wagner girava con due velivoli per ingannare chi gli vuole male?
Sui giornali italiani, online o meno, compaiono ricostruzioni di precisione sconcertante, con tanto di fonti al Cremlino (!) millantate: è stata una bomba, no, un missile: certo, una mitragliata di contraerea, anzi un missile Buk, quindi è certo che c’era un ordine di abbattere l’aereo partito dall’aeroporto di Sheremetevo (il più grande, il più internazionale), non esattamente il luogo da cui decollare per non dare nell’occhio?
Fermi tutti: mentre scrivo, il New York Times parla di esplosione a bordo, lo dice un ufficiale USA, che ha immagini satellitari – qualsiasi cosa voglia dire. In attesa che salti fuori un’altra versione contraria anche a questa.
C’erano, a bordo, tutti i comandanti della Wagner, compreso il mitico Utkin, quello con la passione per Hitler e dunque per Wagner, ci assicurano, che epperò a Bakhmutto si è trovato a combattere contro veri appassionati del baffetto di Linz – insomma un Derby-nazi, un nazi-Derby, un Derby uncinato in terra slava. SCB. Sono cose belle.
Ecco che, magari nella stessa pagina, viene scritto, con tanto di video e dati da Flightradar, che l’aereo si sarebbe comportato in modo irrazionale, saliva e scendeva, per poi sparire dai radar e precipitare verso la città di Tver’.
Ci capite qualcosa? No, perché i mass media godono dell’immunità dal principio di non contraddizione, anzi esistono proprio per violarlo. Cioè: esistono per fare in modo che voi non pensiate, creano dissonanze cognitiva al punto che uno molla tutto, e comincia ad accettare che qualcuno pensi per lui – la funzione dei giornali è questa, quella di usurpare, con il vostro assenso, il cervello, e pensare per voi.
Le rivelazioni continuano: la Wagner ha fatto una croce con le luci negli uffici del suo palazzo. Canali Telegram vicini al gruppo parlano di «assassinio», dicono che Prigozhin sarà «il migliore anche all’inferno», promettono vendetta contro i traditori, che nella lettura di qualche testata che non ha seguito bene la vicenda della rivolta sarebbe – ovvio, ovvio! – Putin. Eh sì: grosso guaio a Mosca! Si mette male per Vladimir! L’Ucraina sta vincendo la guerra! Le sanzioni funzionano! La Russia è spacciata!
Non è finita, perché ad una certa parte la sfilata di esperti. Senza vergogna, qualche testata nostrana e non, sente quelli di Bellingcat, un sito di inchieste che il ministero degli Esteri russo già un lustro fa accusava di essere legato ai servizi occidentali. Ovviamente, i bellingcatti gongolano tipo Puffo Quattrocchi: «ve lo avevo detto io! Prigozhin aveva i giorni contati…» Solo che poi non ci spieghiamo come potesse andare in giro tranquillo a San Pietroburgo, in Bielorussia e in Africa. Né si può razionalizzare l’incontro di tre ore avuto da Evgenij con Putin, che si fida di lui dai tempi di Piter in cui era braccio destro del sindaco Sobchak.
Che significa: #hastatoPutin, il crudele dittatore di tutte le Russie, che punisce, due mesi dopo, il sodale divenuto ribelle para-cripto-pseudo-golpista.
Fermi tutti: il Corriere ci ha il solone giusto, Charles Kupchan, ex consigliere di Obama (si spera solo quello), docente di relazioni internazionali a Georgetown, la prestigiosissima università dei gesuiti, quella de L’Esorcista, che in realtà avrebbe proprio bisogno di un esorcismo.
«Non sarei per nulla sorpreso se alla fine emergesse che l’aereo di Prigozhin sia stato deliberatamente abbattuto, con il chiaro proposito di assassinare il capo della Wagner».
Eccerto: #hastatoPutin, siempre.
«Tutto questo mi era apparso veramente bizzarro. Nessuna delle sue comparsate in pubblico mi sembrava avesse senso. Non sono mai stato convinto che Prigozhin potesse venire in qualche modo riabilitato».
«Certo non mi aspetto che la Wagner possa tornare ad avere un ruolo in Ucraina. Però potrebbe risultare ancora utile al Cremlino. Per esempio in Africa».
Fermiamo il virgolettato prima che il professor Kupchan possa dire «il nuoto è lo sport più completo» e «come ti prepara il liceo classico…» Dobbiamo soffermarci, a questo punto, a guardarne la fotina: il completino, gli occhietti a fessura. Poi consideriamo il suo stipendio, da dove arrivare, perché arriva: l’unico modo per capire perché qualcuno dice qualcosa.
Quello che vogliamo dire è: ma di chi volete fidarvi? I giornaloni, gli esperti, di questo enigma ulteriore ne sanno quanto voi. Anzi, forse ne sanno ancora meno, ma sono pagati per generare continui schizzi di fango sullo Zar. In ultima analisi, funziona davvero così – per tutti, basta che vi da qualche parte arrivi un rivoletto di contributi che discende, in fin dei conti, dal Superstato NATO (con le sue mille ramificazioni statali e private), senza il quale col piffero che riesci a fare il tuo dinosaurico giornalone.
Ora ci vuole l’ammissione: noi non sappiamo, davvero, quale sia la sorte di Prigozhin. È strano, riteniamo, che non vi sia ancora niente di ufficiale: hanno prima detto del nome nella lista passeggeri, poi che il corpo non era stato recuperato, poi invece che era stato trovato, e pure il suo telefonino, illeso nell’impatto come un passaporto di un terrorista islamico qualsiasi.
Abbiamo due ricordi da tirare fuori a questo punto: uno, antico, è quello del generale Lebed (1950-2002), che si piazzò terzo alle elezioni presidenziali russe 1996 dietro a Eltsin e al comunista Zjuganov. Lebed, tentennante oppositore dell’avanzata a Est della NATO, non credeva che l’Ucraina e la Bielorussia fossero qualcosa di staccato dalla Russia, proponendo un nuovo Stato federale. La sua morte è ancora avvolta nel mistero: il suo elicottero Mil Mi-8 cadde a fine aprile 2002. Le speculazioni riguardo ad un possibile sabotaggio, ovviamente, esplosero.
L’altro episodio da rammentare riguarda lo stesso Prigozhin: nel 2019 lo diedero per morto in un incidente aereo in Congo. Nel giro di pochi giorni era rispuntato vivo e vegeto a farne di ogni in giro per il mondo. Chi lo vede come un personaggio da film di 007 – un Bond villain coriaceo o rabbioso, oppure in alternativa un alleato eccentrico – non ha tutti i torti.
Perché dobbiamo capire la cifra profondamente, sanguignamente teatrale del personaggio, e di certo spirito russo, vien da dire. Come abbiamo scritto su Renovatio 21, Prigozhin è quello che al New York Times che gli chiedeva se era vero che aveva organizzato una festa in un villaggio del Sudan dove vi era una miniera d’oro operata, secondo il giornale, dalla Wagner, aveva risposto per iscritto: tutto vero, la festa la ho fatta per ringraziare la signora, con cui ho avuto «rapporti amichevoli, camerateschi, di lavoro e sessuali».
Prigozhin è quello che denunciò un giornalista russo perché l’anno scorso aveva detto che era lui il vero capo della Wagner. Al processo, si presentò a sorpresa lo stesso Prigozhin, che disse che sì, era vero – i giudici russi tuttavia condannarono lo stesso il povero reporter…
Prigozhin è quello dei video di sfida a Zelens’kyj su un MiG in volo sopra Bakhmut. È quello che si fa riprendere mentre va in prigione a portare i mandarini ai prigionieri di guerra ucraini, «fratelli slavi come noi», con complimenti e auguri per la pace inclusi.
Le accuse urlate, fra parolacce e video di cadaveri freschi, a Shoigu e ai vertici militari, così come la stessa rivolta di Rostov, vanno considerate come una parte di questa grande pièce.
Teniamo a mente che Konstantin Stanislavskij, l’insuperato maestro teorico della recitazione moderna, era russo. E vien da pensare che la dottrina della maskirovka, di cui tanto si è parlato negli scorsi giorni, altro non sia che la versione militare di questa capacità di controllo delle apparenze che i russi hanno sempre più raffinato – potete rileggervi, se volete, l’articolo su Putin e la macchina per creare la realtà. Se pensate che avete già avuto una dose di bizzarria russa in questi mesi, non sapete cosa c’è stato in passato.
E quindi? Dobbiamo aspettarci che Prigozhin salti fuori domani, per dire cucù-settete?
Dobbiamo aspettarci di trovarcelo vicino di ombrellone in una spiaggia in Tailandia travestito da generale cubano, come da sua collezione di costumi, parrucche, barbe finte?
Non è che ha fatto tutto questo per saltare fuori domani e su Telegram dire al mondo marameo?
Può darsi di no. Può darsi che sia morto davvero, in quel caso, prima che incolpare Putin aspetterei di riflettere un attimo. Cui prodest? Joe Biden ieri sera aveva già fatto la sua dichiarazione, in Russia nulla succede che non lo voglia lo Zar, quindi #hastatoPutin. Parimenti, non è che possiamo dimenticarci che la pupara della guerra americana contro la Russia, Toria Nuland, due settimane fa si era spinta fino in Niger a parlare con la giunta golpista… della Wagner. Sì, l’argomento principale della conversazione era stata l’azienda di Prigozhin, che infatti ne aveva gioito in un post in rete, ennesimo sberleffo ai legnosi attori di Washington.
Gli americani possono aver ucciso Prigozhin? Ne otterrebbero un indebolimento di Putin, visto in Russia come uno che non mantiene la parola, e fuori come un dittatore spietato che uccide i dissidenti (davvero: il New York Post ha appena scritto che Prigozhin era un dissidente… tipo Solzhenitsyn!), e che quindi va defenestrato con un bel regime-change che aumenti la guerra, e il fatturato del complesso militare-industriale.
Ma possono arrivare gli yankee a fare un colpo del genere in Russia? Non lo sappiamo immaginare.
E allora, se è stato un russo, ma non Putin? In quel caso avremmo un problema ancora maggiore, perché significherebbe che a Mosca vi è una crepa immensa nel potere, e quindi chissà cosa dobbiamo aspettarci a questo punto: il vero rischio, siamo sicuri, è se Mosca diventa instabile quanto lo è Washington… è a quel punto che rischiamo l’annichilazione termonucleare mondiale.
È una bella gatta da pelare, se uno va oltre l’#hastatoPutin di routine. È uno scenario che può essere spaventoso, ma questo non interessa ai giornali occidentali, che lanciano petardi, miccette, tric-trac, raudi vari.
Aspettiamo le notizie ufficiali, dal Cremlino. Anche se, confessiamo, non siamo sicuri che crederemo nemmeno a quelle.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
Essere genitori
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Pensiero
Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.
«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».
Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.
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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».
Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.
Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.
Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.
Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.
La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».
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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.
Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.
Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)
È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.
E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».
Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.
Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.
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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.
Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.
L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
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