Pensiero
Hanno davvero «ucciso» Prigozhin?
Le virgolette nel titolo qui sopra sono, ci rendiamo conto, bizzarre: ma il lettore si renda conto del caso di cui parliamo, dove i dubbi fioccano, e non solo sui siti di teorici della cospirazione?
Evgenij Prigozhin, boss del gruppo Wagner, è morto? Si direbbe che lo sia, almeno se si ascoltassero i media – occidentali, beninteso. Per questo motivo, abbiamo aspettato tanto prima di far uscire un articolo, e ovviamente siamo sulla questione da ieri sera.
Perché una conferma ufficiale dagli organi di stampa legati al Cremlino ancora non c’è. Su TASS, Sputnik, RT, compare solo la notizia che il suo nome era nella lista passeggeri.
Capirai: Prigozhin faceva cambiare ad alcuni suoi sottoposti il loro nome in Evgenij Prigozhin, di modo da mascherare i suoi spostamenti.
Emerge poi che gli aerei forse erano due: come Enrico Mattei, il boss Wagner girava con due velivoli per ingannare chi gli vuole male?
Sui giornali italiani, online o meno, compaiono ricostruzioni di precisione sconcertante, con tanto di fonti al Cremlino (!) millantate: è stata una bomba, no, un missile: certo, una mitragliata di contraerea, anzi un missile Buk, quindi è certo che c’era un ordine di abbattere l’aereo partito dall’aeroporto di Sheremetevo (il più grande, il più internazionale), non esattamente il luogo da cui decollare per non dare nell’occhio?
Fermi tutti: mentre scrivo, il New York Times parla di esplosione a bordo, lo dice un ufficiale USA, che ha immagini satellitari – qualsiasi cosa voglia dire. In attesa che salti fuori un’altra versione contraria anche a questa.
C’erano, a bordo, tutti i comandanti della Wagner, compreso il mitico Utkin, quello con la passione per Hitler e dunque per Wagner, ci assicurano, che epperò a Bakhmutto si è trovato a combattere contro veri appassionati del baffetto di Linz – insomma un Derby-nazi, un nazi-Derby, un Derby uncinato in terra slava. SCB. Sono cose belle.
Ecco che, magari nella stessa pagina, viene scritto, con tanto di video e dati da Flightradar, che l’aereo si sarebbe comportato in modo irrazionale, saliva e scendeva, per poi sparire dai radar e precipitare verso la città di Tver’.
Ci capite qualcosa? No, perché i mass media godono dell’immunità dal principio di non contraddizione, anzi esistono proprio per violarlo. Cioè: esistono per fare in modo che voi non pensiate, creano dissonanze cognitiva al punto che uno molla tutto, e comincia ad accettare che qualcuno pensi per lui – la funzione dei giornali è questa, quella di usurpare, con il vostro assenso, il cervello, e pensare per voi.
Le rivelazioni continuano: la Wagner ha fatto una croce con le luci negli uffici del suo palazzo. Canali Telegram vicini al gruppo parlano di «assassinio», dicono che Prigozhin sarà «il migliore anche all’inferno», promettono vendetta contro i traditori, che nella lettura di qualche testata che non ha seguito bene la vicenda della rivolta sarebbe – ovvio, ovvio! – Putin. Eh sì: grosso guaio a Mosca! Si mette male per Vladimir! L’Ucraina sta vincendo la guerra! Le sanzioni funzionano! La Russia è spacciata!
Non è finita, perché ad una certa parte la sfilata di esperti. Senza vergogna, qualche testata nostrana e non, sente quelli di Bellingcat, un sito di inchieste che il ministero degli Esteri russo già un lustro fa accusava di essere legato ai servizi occidentali. Ovviamente, i bellingcatti gongolano tipo Puffo Quattrocchi: «ve lo avevo detto io! Prigozhin aveva i giorni contati…» Solo che poi non ci spieghiamo come potesse andare in giro tranquillo a San Pietroburgo, in Bielorussia e in Africa. Né si può razionalizzare l’incontro di tre ore avuto da Evgenij con Putin, che si fida di lui dai tempi di Piter in cui era braccio destro del sindaco Sobchak.
Che significa: #hastatoPutin, il crudele dittatore di tutte le Russie, che punisce, due mesi dopo, il sodale divenuto ribelle para-cripto-pseudo-golpista.
Fermi tutti: il Corriere ci ha il solone giusto, Charles Kupchan, ex consigliere di Obama (si spera solo quello), docente di relazioni internazionali a Georgetown, la prestigiosissima università dei gesuiti, quella de L’Esorcista, che in realtà avrebbe proprio bisogno di un esorcismo.
«Non sarei per nulla sorpreso se alla fine emergesse che l’aereo di Prigozhin sia stato deliberatamente abbattuto, con il chiaro proposito di assassinare il capo della Wagner».
Eccerto: #hastatoPutin, siempre.
«Tutto questo mi era apparso veramente bizzarro. Nessuna delle sue comparsate in pubblico mi sembrava avesse senso. Non sono mai stato convinto che Prigozhin potesse venire in qualche modo riabilitato».
«Certo non mi aspetto che la Wagner possa tornare ad avere un ruolo in Ucraina. Però potrebbe risultare ancora utile al Cremlino. Per esempio in Africa».
Fermiamo il virgolettato prima che il professor Kupchan possa dire «il nuoto è lo sport più completo» e «come ti prepara il liceo classico…» Dobbiamo soffermarci, a questo punto, a guardarne la fotina: il completino, gli occhietti a fessura. Poi consideriamo il suo stipendio, da dove arrivare, perché arriva: l’unico modo per capire perché qualcuno dice qualcosa.
Quello che vogliamo dire è: ma di chi volete fidarvi? I giornaloni, gli esperti, di questo enigma ulteriore ne sanno quanto voi. Anzi, forse ne sanno ancora meno, ma sono pagati per generare continui schizzi di fango sullo Zar. In ultima analisi, funziona davvero così – per tutti, basta che vi da qualche parte arrivi un rivoletto di contributi che discende, in fin dei conti, dal Superstato NATO (con le sue mille ramificazioni statali e private), senza il quale col piffero che riesci a fare il tuo dinosaurico giornalone.
Ora ci vuole l’ammissione: noi non sappiamo, davvero, quale sia la sorte di Prigozhin. È strano, riteniamo, che non vi sia ancora niente di ufficiale: hanno prima detto del nome nella lista passeggeri, poi che il corpo non era stato recuperato, poi invece che era stato trovato, e pure il suo telefonino, illeso nell’impatto come un passaporto di un terrorista islamico qualsiasi.
Abbiamo due ricordi da tirare fuori a questo punto: uno, antico, è quello del generale Lebed (1950-2002), che si piazzò terzo alle elezioni presidenziali russe 1996 dietro a Eltsin e al comunista Zjuganov. Lebed, tentennante oppositore dell’avanzata a Est della NATO, non credeva che l’Ucraina e la Bielorussia fossero qualcosa di staccato dalla Russia, proponendo un nuovo Stato federale. La sua morte è ancora avvolta nel mistero: il suo elicottero Mil Mi-8 cadde a fine aprile 2002. Le speculazioni riguardo ad un possibile sabotaggio, ovviamente, esplosero.
L’altro episodio da rammentare riguarda lo stesso Prigozhin: nel 2019 lo diedero per morto in un incidente aereo in Congo. Nel giro di pochi giorni era rispuntato vivo e vegeto a farne di ogni in giro per il mondo. Chi lo vede come un personaggio da film di 007 – un Bond villain coriaceo o rabbioso, oppure in alternativa un alleato eccentrico – non ha tutti i torti.
Perché dobbiamo capire la cifra profondamente, sanguignamente teatrale del personaggio, e di certo spirito russo, vien da dire. Come abbiamo scritto su Renovatio 21, Prigozhin è quello che al New York Times che gli chiedeva se era vero che aveva organizzato una festa in un villaggio del Sudan dove vi era una miniera d’oro operata, secondo il giornale, dalla Wagner, aveva risposto per iscritto: tutto vero, la festa la ho fatta per ringraziare la signora, con cui ho avuto «rapporti amichevoli, camerateschi, di lavoro e sessuali».
Prigozhin è quello che denunciò un giornalista russo perché l’anno scorso aveva detto che era lui il vero capo della Wagner. Al processo, si presentò a sorpresa lo stesso Prigozhin, che disse che sì, era vero – i giudici russi tuttavia condannarono lo stesso il povero reporter…
Prigozhin è quello dei video di sfida a Zelens’kyj su un MiG in volo sopra Bakhmut. È quello che si fa riprendere mentre va in prigione a portare i mandarini ai prigionieri di guerra ucraini, «fratelli slavi come noi», con complimenti e auguri per la pace inclusi.
Le accuse urlate, fra parolacce e video di cadaveri freschi, a Shoigu e ai vertici militari, così come la stessa rivolta di Rostov, vanno considerate come una parte di questa grande pièce.
Teniamo a mente che Konstantin Stanislavskij, l’insuperato maestro teorico della recitazione moderna, era russo. E vien da pensare che la dottrina della maskirovka, di cui tanto si è parlato negli scorsi giorni, altro non sia che la versione militare di questa capacità di controllo delle apparenze che i russi hanno sempre più raffinato – potete rileggervi, se volete, l’articolo su Putin e la macchina per creare la realtà. Se pensate che avete già avuto una dose di bizzarria russa in questi mesi, non sapete cosa c’è stato in passato.
E quindi? Dobbiamo aspettarci che Prigozhin salti fuori domani, per dire cucù-settete?
Dobbiamo aspettarci di trovarcelo vicino di ombrellone in una spiaggia in Tailandia travestito da generale cubano, come da sua collezione di costumi, parrucche, barbe finte?
Non è che ha fatto tutto questo per saltare fuori domani e su Telegram dire al mondo marameo?
Può darsi di no. Può darsi che sia morto davvero, in quel caso, prima che incolpare Putin aspetterei di riflettere un attimo. Cui prodest? Joe Biden ieri sera aveva già fatto la sua dichiarazione, in Russia nulla succede che non lo voglia lo Zar, quindi #hastatoPutin. Parimenti, non è che possiamo dimenticarci che la pupara della guerra americana contro la Russia, Toria Nuland, due settimane fa si era spinta fino in Niger a parlare con la giunta golpista… della Wagner. Sì, l’argomento principale della conversazione era stata l’azienda di Prigozhin, che infatti ne aveva gioito in un post in rete, ennesimo sberleffo ai legnosi attori di Washington.
Gli americani possono aver ucciso Prigozhin? Ne otterrebbero un indebolimento di Putin, visto in Russia come uno che non mantiene la parola, e fuori come un dittatore spietato che uccide i dissidenti (davvero: il New York Post ha appena scritto che Prigozhin era un dissidente… tipo Solzhenitsyn!), e che quindi va defenestrato con un bel regime-change che aumenti la guerra, e il fatturato del complesso militare-industriale.
Ma possono arrivare gli yankee a fare un colpo del genere in Russia? Non lo sappiamo immaginare.
E allora, se è stato un russo, ma non Putin? In quel caso avremmo un problema ancora maggiore, perché significherebbe che a Mosca vi è una crepa immensa nel potere, e quindi chissà cosa dobbiamo aspettarci a questo punto: il vero rischio, siamo sicuri, è se Mosca diventa instabile quanto lo è Washington… è a quel punto che rischiamo l’annichilazione termonucleare mondiale.
È una bella gatta da pelare, se uno va oltre l’#hastatoPutin di routine. È uno scenario che può essere spaventoso, ma questo non interessa ai giornali occidentali, che lanciano petardi, miccette, tric-trac, raudi vari.
Aspettiamo le notizie ufficiali, dal Cremlino. Anche se, confessiamo, non siamo sicuri che crederemo nemmeno a quelle.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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