Connettiti con Renovato 21

Pensiero

Hanno davvero «ucciso» Prigozhin?

Pubblicato

il

Le virgolette nel titolo qui sopra sono, ci rendiamo conto, bizzarre: ma il lettore si renda conto del caso di cui parliamo, dove i dubbi fioccano, e non solo sui siti di teorici della cospirazione?

 

Evgenij Prigozhin, boss del gruppo Wagner, è morto? Si direbbe che lo sia, almeno se si ascoltassero i media – occidentali, beninteso. Per questo motivo, abbiamo aspettato tanto prima di far uscire un articolo, e ovviamente siamo sulla questione da ieri sera.

 

Perché una conferma ufficiale dagli organi di stampa legati al Cremlino ancora non c’è. Su TASS, Sputnik, RT, compare solo la notizia che il suo nome era nella lista passeggeri.

 

Capirai: Prigozhin faceva cambiare ad alcuni suoi sottoposti il loro nome in Evgenij Prigozhin, di modo da mascherare i suoi spostamenti.

 

Emerge poi che gli aerei forse erano due: come Enrico Mattei, il boss Wagner girava con due velivoli per ingannare chi gli vuole male?

 

Sui giornali italiani, online o meno, compaiono ricostruzioni di precisione sconcertante, con tanto di fonti al Cremlino (!) millantate: è stata una bomba, no, un missile: certo, una mitragliata di contraerea, anzi un missile Buk, quindi è certo che c’era un ordine di abbattere l’aereo partito dall’aeroporto di Sheremetevo (il più grande, il più internazionale), non esattamente il luogo da cui decollare per non dare nell’occhio?

 

Fermi tutti: mentre scrivo, il New York Times parla di esplosione a bordo, lo dice un ufficiale USA, che ha immagini satellitari – qualsiasi cosa voglia dire. In attesa che salti fuori un’altra versione contraria anche a questa.

 

C’erano, a bordo, tutti i comandanti della Wagner, compreso il mitico Utkin, quello con la passione per Hitler e dunque per Wagner, ci assicurano, che epperò a Bakhmutto si è trovato a combattere contro veri appassionati del baffetto di Linz – insomma un Derby-nazi, un nazi-Derby, un Derby uncinato in terra slava. SCB. Sono cose belle.

 

Ecco che, magari nella stessa pagina, viene scritto, con tanto di video e dati da Flightradar, che l’aereo si sarebbe comportato in modo irrazionale, saliva e scendeva, per poi sparire dai radar e precipitare verso la città di Tver’.

 

Ci capite qualcosa? No, perché i mass media godono dell’immunità dal principio di non contraddizione, anzi esistono proprio per violarlo. Cioè: esistono per fare in modo che voi non pensiate, creano dissonanze cognitiva al punto che uno molla tutto, e comincia ad accettare che qualcuno pensi per lui – la funzione dei giornali è questa, quella di usurpare, con il vostro assenso, il cervello, e pensare per voi.

 

Le rivelazioni continuano: la Wagner ha fatto una croce con le luci negli uffici del suo palazzo. Canali Telegram vicini al gruppo parlano di «assassinio», dicono che Prigozhin sarà «il migliore anche all’inferno», promettono vendetta contro i traditori, che nella lettura di qualche testata che non ha seguito bene la vicenda della rivolta sarebbe – ovvio, ovvio! –  Putin. Eh sì: grosso guaio a Mosca! Si mette male per Vladimir! L’Ucraina sta vincendo la guerra! Le sanzioni funzionano! La Russia è spacciata!

 

Non è finita, perché ad una certa parte la sfilata di esperti. Senza vergogna, qualche testata nostrana e non, sente quelli di Bellingcat, un sito di inchieste che il ministero degli Esteri russo già un lustro fa accusava di essere legato ai servizi occidentali. Ovviamente, i bellingcatti gongolano tipo Puffo Quattrocchi: «ve lo avevo detto io! Prigozhin aveva i giorni contati…» Solo che poi non ci spieghiamo come potesse andare in giro tranquillo a San Pietroburgo, in Bielorussia e in Africa. Né si può razionalizzare l’incontro di tre ore avuto da Evgenij con Putin, che si fida di lui dai tempi di Piter in cui era braccio destro del sindaco Sobchak.

 

Che significa: #hastatoPutin, il crudele dittatore di tutte le Russie, che punisce, due mesi dopo, il sodale divenuto ribelle para-cripto-pseudo-golpista.

 

Fermi tutti: il Corriere ci ha il solone giusto, Charles Kupchan, ex consigliere di Obama (si spera solo quello), docente di relazioni internazionali a Georgetown, la prestigiosissima università dei gesuiti, quella de L’Esorcista, che in realtà avrebbe proprio bisogno di un esorcismo.

 

«Non sarei per nulla sorpreso se alla fine emergesse che l’aereo di Prigozhin sia stato deliberatamente abbattuto, con il chiaro proposito di assassinare il capo della Wagner».

 

Eccerto: #hastatoPutin, siempre.

 

«Tutto questo mi era apparso veramente bizzarro. Nessuna delle sue comparsate in pubblico mi sembrava avesse senso. Non sono mai stato convinto che Prigozhin potesse venire in qualche modo riabilitato».

 

«Certo non mi aspetto che la Wagner possa tornare ad avere un ruolo in Ucraina. Però potrebbe risultare ancora utile al Cremlino. Per esempio in Africa».

 

Fermiamo il virgolettato prima che il professor Kupchan possa dire «il nuoto è lo sport più completo» e «come ti prepara il liceo classico…» Dobbiamo soffermarci, a questo punto, a guardarne la fotina: il completino, gli occhietti a fessura. Poi consideriamo il suo stipendio, da dove arrivare, perché arriva: l’unico modo per capire perché qualcuno dice qualcosa.

 

Quello che vogliamo dire è: ma di chi volete fidarvi? I giornaloni, gli esperti, di questo enigma ulteriore ne sanno quanto voi. Anzi, forse ne sanno ancora meno, ma sono pagati per generare continui schizzi di fango sullo Zar. In ultima analisi, funziona davvero così – per tutti, basta che vi da qualche parte arrivi un rivoletto di contributi che discende, in fin dei conti, dal Superstato NATO (con le sue mille ramificazioni statali e private), senza il quale col piffero che riesci a fare il tuo dinosaurico giornalone.

 

Ora ci vuole l’ammissione: noi non sappiamo, davvero, quale sia la sorte di Prigozhin. È strano, riteniamo, che non vi sia ancora niente di ufficiale: hanno prima detto del nome nella lista passeggeri, poi che il corpo non era stato recuperato, poi invece che era stato trovato, e pure il suo telefonino, illeso nell’impatto come un passaporto di un terrorista islamico qualsiasi.

 

Abbiamo due ricordi da tirare fuori a questo punto: uno, antico, è quello del generale Lebed (1950-2002), che si piazzò terzo alle elezioni presidenziali russe 1996 dietro a Eltsin e al comunista Zjuganov. Lebed, tentennante oppositore dell’avanzata a Est della NATO, non credeva che l’Ucraina e la Bielorussia fossero qualcosa di staccato dalla Russia, proponendo un nuovo Stato federale. La sua morte è ancora avvolta nel mistero: il suo elicottero Mil Mi-8 cadde a fine aprile 2002. Le speculazioni riguardo ad un possibile sabotaggio, ovviamente, esplosero.

 

L’altro episodio da rammentare riguarda lo stesso Prigozhin: nel 2019 lo diedero per morto in un incidente aereo in Congo. Nel giro di pochi giorni era rispuntato vivo e vegeto a farne di ogni in giro per il mondo. Chi lo vede come un personaggio da film di 007 – un Bond villain coriaceo o rabbioso, oppure in alternativa un alleato eccentrico – non ha tutti i torti.

 

Perché dobbiamo capire la cifra profondamente, sanguignamente teatrale del personaggio, e di certo spirito russo, vien da dire. Come abbiamo scritto su Renovatio 21, Prigozhin è quello che al New York Times che gli chiedeva se era vero che aveva organizzato una festa in un villaggio del Sudan dove vi era una miniera d’oro operata, secondo il giornale, dalla Wagner, aveva risposto per iscritto: tutto vero, la festa la ho fatta per ringraziare la signora, con cui ho avuto «rapporti amichevoli, camerateschi, di lavoro e sessuali».

 

Prigozhin è quello che denunciò un giornalista russo perché l’anno scorso aveva detto che era lui il vero capo della Wagner. Al processo, si presentò a sorpresa lo stesso Prigozhin, che disse che sì, era vero – i giudici russi tuttavia condannarono lo stesso il povero reporter…

 

Prigozhin è quello dei video di sfida a Zelens’kyj su un MiG in volo sopra Bakhmut. È quello che si fa riprendere mentre va in prigione a portare i mandarini ai prigionieri di guerra ucraini, «fratelli slavi come noi», con complimenti e auguri per la pace inclusi.

 

Le accuse urlate, fra parolacce e video di cadaveri freschi, a Shoigu e ai vertici militari, così come la stessa rivolta di Rostov, vanno considerate come una parte di questa grande pièce.

 

Teniamo a mente che Konstantin Stanislavskij, l’insuperato maestro teorico della recitazione moderna, era russo. E vien da pensare che la dottrina della maskirovka, di cui tanto si è parlato negli scorsi giorni, altro non sia che la versione militare di questa capacità di controllo delle apparenze che i russi hanno sempre più raffinato – potete rileggervi, se volete, l’articolo su Putin e la macchina per creare la realtà. Se pensate che avete già avuto una dose di bizzarria russa in questi mesi, non sapete cosa c’è stato in passato.

 

E quindi? Dobbiamo aspettarci che Prigozhin salti fuori domani, per dire cucù-settete?

 

Dobbiamo aspettarci di trovarcelo vicino di ombrellone in una spiaggia in Tailandia travestito da generale cubano, come da sua collezione di costumi, parrucche, barbe finte?

 

Non è che ha fatto tutto questo per saltare fuori domani e su Telegram dire al mondo marameo?

 

Può darsi di no. Può darsi che sia morto davvero, in quel caso, prima che incolpare Putin aspetterei di riflettere un attimo. Cui prodest? Joe Biden ieri sera aveva già fatto la sua dichiarazione, in Russia nulla succede che non lo voglia lo Zar, quindi #hastatoPutin. Parimenti, non è che possiamo dimenticarci che la pupara della guerra americana contro la Russia, Toria Nuland, due settimane fa si era spinta fino in Niger a parlare con la giunta golpista… della Wagner. Sì, l’argomento principale della conversazione era stata l’azienda di Prigozhin, che infatti ne aveva gioito in un post in rete, ennesimo sberleffo ai legnosi attori di Washington.

 

Gli americani possono aver ucciso Prigozhin? Ne otterrebbero un indebolimento di Putin, visto in Russia come uno che non mantiene la parola, e fuori come un dittatore spietato che uccide i dissidenti (davvero: il New York Post ha appena scritto che Prigozhin era un dissidente… tipo Solzhenitsyn!), e che quindi va defenestrato con un bel regime-change che aumenti la guerra, e il fatturato del complesso militare-industriale.

 

Ma possono arrivare gli yankee a fare un colpo del genere in Russia? Non lo sappiamo immaginare.

 

E allora, se è stato un russo, ma non Putin? In quel caso avremmo un problema ancora maggiore, perché significherebbe che a Mosca vi è una crepa immensa nel potere, e quindi chissà cosa dobbiamo aspettarci a questo punto: il vero rischio, siamo sicuri, è se Mosca diventa instabile quanto lo è Washington… è a quel punto che rischiamo l’annichilazione termonucleare mondiale.

 

È una bella gatta da pelare, se uno va oltre l’#hastatoPutin di routine. È uno scenario che può essere spaventoso, ma questo non interessa ai giornali occidentali, che lanciano petardi, miccette, tric-trac, raudi vari.

 

Aspettiamo le notizie ufficiali, dal Cremlino. Anche se, confessiamo, non siamo sicuri che crederemo nemmeno a quelle.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

Pubblicato

il

Da

Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

Sostieni Renovatio 21

E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

 

Continua a leggere

Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

Pubblicato

il

Da

Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

Sostieni Renovatio 21

Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

Aiuta Renovatio 21

A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Bruno via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
Continua a leggere

Civiltà

Chi sono i fabiani?

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

Sostieni Renovatio 21

Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

Aiuta Renovatio 21

Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 Immagine generata artificialmente

 

Continua a leggere

Più popolari