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Geopolitica

«Grande Israele»: lo Stato Ebraico dovrebbe estendersi sino a Damasco e oltre, dice il ministro Smotrich

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Torna, in maniere sempre più ufficiale, il sogno della «Grande Israele», uno Stato Ebraico che si estende ben oltre i suoi confini presenti.

 

In un documentario prodotto dal canale televisivo franco-tedesco Arte, intitolato Israele: estremisti al potere, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich chiede a Israele di espandere i suoi confini fino a Damasco durante un’intervista filmata.

 

Lo Smotrich qui afferma che Israele dovrebbe «espandersi poco a poco» e, a quanto si dice, dovrebbe incorporare parte o tutta l’attuale Giordania, Libano, Egitto, Siria, Iraq e Arabia Saudita.

 

«È scritto che il futuro di Gerusalemme è espandersi fino a Damasco», ha affermato.

 


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Il concetto di «Grande Israele» (in ebraico Eretz Yisrael Hashlema, «tutta la terra d’Israele».) è un’espressione con significati biblici e politici spesso utilizzata, in modo irredentista, per riferirsi ai confini storici oppure ai confini desiderati di Israele.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich aveva già citato il concetto in un servizio commemorativo per un attivista del Likud a Parigi. Parlando da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, aveva affermato che il popolo palestinese «non esisteva».

 

Mappe proposte del Grande Israele – secondo alcuni finite in toppe e mostrine viste anche negli ultimi giorni – comprenderebbero, oltre che l’intero territorio odierno dello Stato Ebraico, anche i territori palestinesi, il Libano, molta parte della Siria, la Giordania, una certa porzione dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e dell’Iraq.

 

Il Movimento per il Grande Israele, noto anche come Movimento per la Terra d’Israele, è stata un’organizzazione politica in Israele durante gli anni Sessanta e Settanta che sottoscriveva l’ideologia oan-israelista fondato nel luglio 1967, un mese dopo che Israele aveva catturato la Striscia di Gaza, la Penisola del Sinai, la Cisgiordania e le Alture del Golan nella Guerra dei sei giorni. Il movimento invitava il governo israeliano a mantenere le aree catturate e a colonizzarle con popolazioni ebraiche.

 

Alcune voci accademiche israeliani promuovono la ricostruzione del Terzo Tempio di Gerusalemme come necessità per tornare al Grande Israele.

 

Secondo una teoria sostenuta da avversari dello Stato Ebraico come Yasser Arafat ed Hamas, il concetto di Grande Israele sarebbe presente già a partire dalla bandiera, dove le due linee blu rappresenterebbero il Nilo e l’Eufrate intesi come confini di Israele secondo la promessa di Dio.

 

Come altre ideologie di espansione territoriale (pangermanismo, panslavismo, etc.) il Grande Israele non è condiviso da tutta la popolazione israeliana, né dal discorso comune. Nel 2008 l’allora premier israeliano Ehud Olmert dichiarò che «La Grande Israele è finita. Essa non esiste. Chi parla in questo modo si autoillude».

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Come riportato da Renovatio 21 ad agosto, Smotrich ha espresso il suo sostegno al blocco degli aiuti a Gaza, affermando che «nessuno ci permetterà di far morire di fame due milioni di civili, anche se ciò potrebbe essere giustificato e morale, finché i nostri ostaggi non saranno restituiti».

 

Alla fine di febbraio, il ministro sionista aveva affermato che lo Stato di Israele avrebbe dovuto «spazzare via» il villaggio palestinese di Huwwara, dopo che era stato oggetto di una violenta aggressione da parte dei coloni israeliani.

 

Cinque mesi fa lo Smotrrich aveva legalizzato 5 nuovi insediamenti di coloni ebraici.

 

A inizio anno aveva dichiarato che cacciare il 90% degli abitanti di Gaza «non costa nulla».

 

Smotrich, assieme ad altri partiti sionisti, ha annunciato di essere pronto a lasciare il governo (facendolo quindi cadere) qualora Netanyahu accettasse la tregua con Hamas proposta mesi fa dal presidente americano Biden.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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Cina

Cina e Pakistan presentano una proposta in cinque punti per porre fine alla guerra con l’Iran

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Cina e Pakistan hanno presentato una proposta in cinque punti per garantire la pace e la stabilità in Iran e nella regione del Golfo. Dopo un incontro quadrilaterale con i suoi omologhi di Arabia Saudita, Egitto e Turchia, il ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar si è recato direttamente a Pechino per incontrare il ministro degli Esteri cinese Wang Yi martedì 31 marzo, a seguito del quale la proposta è stata resa pubblica.   Riconoscendo il ruolo positivo svolto dal Pakistan nel tentativo di porre fine al conflitto, Wang Yi ha affermato: «Gli sforzi del Pakistan per mediare tra le parti al fine di promuovere la pace e porre fine ai combattimenti dimostrano il suo fermo impegno a salvaguardare la pace regionale e globale. La tempestiva comunicazione strategica tra Cina e Pakistan sulle principali questioni internazionali e regionali e l’approfondimento del coordinamento strategico incarnano l’essenza della comunità sino-pakistana con un futuro condiviso. La Cina sostiene e auspica che il Pakistan svolga un ruolo unico e importante nella de-escalation delle tensioni e nel ripristino dei colloqui di pace. Questo processo non sarà facile, ma gli sforzi di mediazione del Pakistan sono in linea con gli interessi comuni di tutte le parti».

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I cinque punti, come delineati dall’agenzia Xinhua, sono i seguenti:   I. Cessazione immediata delle ostilità: Cina e Pakistan chiedono la cessazione immediata delle ostilità e il massimo impegno per impedire che il conflitto si propaghi. L’assistenza umanitaria deve essere consentita a tutte le aree colpite dalla guerra.   II. Avvio di colloqui di pace il prima possibile. La sovranità, l’integrità territoriale, l’indipendenza nazionale e la sicurezza dell’Iran e degli Stati del Golfo devono essere salvaguardate. Il dialogo e la diplomazia sono l’unica opzione praticabile per risolvere i conflitti. Cina e Pakistan sostengono le parti interessate nell’avvio di colloqui, con l’impegno di tutte le parti a una risoluzione pacifica delle controversie e ad astenersi dall’uso o dalla minaccia dell’uso della forza durante i colloqui di pace.   III. Sicurezza degli obiettivi non militari. Il principio di protezione dei civili nei conflitti militari deve essere rispettato. Cina e Pakistan esortano le parti in conflitto a cessare immediatamente gli attacchi contro i civili e gli obiettivi non militari, ad aderire pienamente al diritto internazionale umanitario e a interrompere gli attacchi contro infrastrutture critiche, tra cui impianti energetici, di desalinizzazione e di produzione di energia, nonché infrastrutture nucleari a fini pacifici, come le centrali nucleari.   IV. Sicurezza delle rotte marittime. Lo Stretto di Ormuzzo, insieme alle acque adiacenti, rappresenta un’importante rotta marittima globale per merci ed energia. Cina e Pakistan esortano le parti a proteggere la sicurezza delle navi e dei membri degli equipaggi bloccati nello Stretto di Ormuzzo, a consentire il passaggio rapido e sicuro delle navi civili e commerciali e a ripristinare al più presto la normale navigazione attraverso lo Stretto.   V. Primato della Carta delle Nazioni Unite. Cina e Pakistan sollecitano sforzi per praticare un vero multilateralismo, per rafforzare congiuntamente il primato delle Nazioni Unite e per sostenere la conclusione di un accordo volto a stabilire un quadro di pace globale e a realizzare una pace duratura basata sui principi e gli scopi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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Geopolitica

Il Cremlino lancia l’allarme: Kiev utilizza lo spazio aereo dei Paesi NATO per attacchi con droni contro le infrastrutture energetiche russe

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Il porto strategico russo di Ust-Luga, sul Mar Baltico, è stato nuovamente colpito da una nuova ondata di attacchi di droni ucraini, il quinto in 10 giorni, che ha interessato i depositi di petrolio e altre infrastrutture del porto, provocando vasti incendi. Anche l’altro grande porto russo sul Baltico, quello di Primorsk, è stato colpito da droni nello stesso periodo.

 

I sospetti russi che i droni abbiano seguito una rotta tortuosa attraverso lo spazio aereo europeo per evitare di essere individuati e abbattuti sono stati rafforzati dagli incidenti che hanno coinvolto droni ucraini in tutti e tre gli Stati baltici e in Finlandia durante la scorsa settimana.

 

Insieme, Ust-Luga e Primorsk gestiscono il 35-40% delle esportazioni di petrolio russe. Ust-Luga, inaugurato dal presidente Putin nel 2001, è un enorme complesso che comprende terminal separati per gas naturale, carbone e navi portacontainer, oltre a impianti di lavorazione. Gestisce il 70% delle esportazioni russe di fertilizzanti.

 

Entrambi i porti hanno sospeso le operazioni per gran parte della scorsa settimana, mentre attualmente si segnala una parziale riapertura.

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Dopo giorni di scarsi commenti ufficiali sugli attacchi nel Golfo di Finlandia, il portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, ha risposto oggi con cautela a una domanda sulle implicazioni di un apparente coinvolgimento diretto dell’Europa negli attacchi con droni contro la Russia: «Senza dubbio, riteniamo che se ciò sta accadendo», ha affermato, «fornendo spazio aereo per condurre attività ostili e terroristiche contro la Federazione Russa, allora questo ci obbligherà a trarre le dovute conclusioni e ad adottare le misure appropriate. La cosa principale, tuttavia, non è ciò che pensa il Cremlino, ma come la situazione viene analizzata dai nostri militari. Stanno indagando a fondo, analizzando la situazione e formulando le raccomandazioni appropriate, che saranno poi prese in considerazione».

 

Il suo linguaggio misurato contrastava con gli articoli di noti corrispondenti di guerra russi, i quali hanno scritto che «tali azioni potrebbero servire da pretesto legittimo per impadronirsi degli Stati baltici nell’interesse della sicurezza delle frontiere» e che «a rigor di termini, ciò costituisce un “casus belli”».

 

In concomitanza con gli attacchi ai porti, si sono verificati anche attacchi con droni contro raffinerie e impianti chimici in profondità nel territorio russo. Insieme alla politica dei paesi NATO (Stati Uniti inclusi) di intercettare a piacimento navi e petroliere russe, queste azioni rappresentano una campagna sistematica per tagliare il commercio estero della Russia, a partire dalle esportazioni di petrolio e gas.

 

Oleg Tsarjov, ex parlamentare ucraino ora residente in Russia, ha titolato oggi il suo commento: «L’Occidente cerca di provocare il collasso economico in Russia».

 

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Immagine di «Kompanija Notrotrans» via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Geopolitica

Gli Houthi entrano nel conflitto in Medio Oriente

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Le forze armate Houthi dello Yemen hanno annunciato il loro ingresso formale nel conflitto in Medio Oriente, lanciando diversi missili contro Israele.   Il gruppo, che controlla la capitale yemenita Sana’a e gran parte del nord del Paese, si è tenuto fuori dalle operazioni militari da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato Teheran il 28 febbraio.   Sabato, tuttavia, il portavoce militare degli Houthi, il generale di brigata Yahya Saree, ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava il proprio sostegno a Teheran e ad altre fazioni della «resistenza» nella regione.   Il gruppo è costretto ad avviare operazioni militari contro gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati a causa della continua escalation, degli attacchi alle infrastrutture e delle «atrocità» commesse in Libano, Iran, Iraq e nella Striscia di Gaza, ha affermato.   «Siamo pronti a intervenire» se qualche nazione decidesse di unirsi agli attacchi di Washington e lo Stato Ebraico o se il Mar Rosso venisse utilizzato per colpire l’Iran, ha avvertito Saree.   Qualche ora dopo, gli Houthi hanno dichiarato di aver lanciato «una salva di missili balistici contro siti militari israeliani sensibili», sincronizzando l’attacco con le operazioni condotte dall’Iran e da Hezbollah in Libano.

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Il gruppo ha dichiarato che continuerà gli scioperi «fino a quando non cesserà l’aggressione contro tutti i fronti di resistenza».   Israele ha riferito di aver abbattuto sabato quattro missili provenienti dallo Yemen. Interpellata in merito all’attacco degli Houthi, la portavoce militare israeliana, il generale di brigata Effie Defrin, ha dichiarato che Gerusalemme Ovest si sta «preparando a una guerra su più fronti».   Negli ultimi due anni e mezzo, gli Houthi hanno lanciato contro Israele oltre 130 missili balistici e decine di droni, uccidendo una persona e ferendone diverse altre, secondo quanto riportato dal Times of Israel.   I combattenti yemeniti hanno affermato di agire a sostegno dei palestinesi di Gaza dopo che Gerusalemme Ovest aveva lanciato la sua operazione militare contro l’enclave in risposta all’incursione di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023.   Il gruppo ha inoltre interrotto la navigazione nel Mar Rosso, prendendo di mira circa un centinaio di imbarcazioni legate a Israele nel Golfo di Aden e affondandone due.   Nel 2025, gli Stati Uniti hanno lanciato una campagna di bombardamenti contro il territorio controllato dagli Houthi nello Yemen. Sebbene si sia conclusa a maggio senza aver ottenuto la sconfitta del gruppo promessa dal presidente statunitense Donald Trump, la Casa Bianca ha annunciato di aver raggiunto un accordo con i militanti sciiti per la cessazione degli attacchi alle navi.   Un’eventuale intensificazione degli attacchi degli Houthi contro le navi potrebbe far aumentare ulteriormente i prezzi del petrolio e destabilizzare «l’intera sicurezza marittima», ha avvertito Ahmed Nagi, analista senior per lo Yemen presso l’International Crisis Group. «L’impatto non si limiterebbe al mercato energetico», ha aggiunto.   Con lo Stretto di Ormuzzo di fatto chiuso a seguito della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, l’Arabia Saudita ha reindirizzato il suo commercio petrolifero verso il Mar Rosso, inviando quotidianamente milioni di litri di greggio attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, largo 32 km (20 miglia), all’estremità meridionale della penisola arabica.   Quando gli Houthi attaccarono le navi nel Bab el-Mandeb nel 2024 e nel 2025, le compagnie di navigazione furono costrette a cambiare rotta e a farle circumnavigare il Capo di Buona Speranza, al largo delle coste sudafricane, il che causò ritardi e un notevole aumento dei costi.

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