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Gli Stati Uniti potrebbero ritirare 10.000 soldati dall’Europa orientale

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Gli Stati Uniti stanno valutando di ritirare fino a 10.000 truppe dall’Europa orientale. Lo riporta l’emittente statunitense NBC News, citando fonti.

 

La decisione potrebbe avvenire mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è impegnato in colloqui con la Russia per raggiungere un accordo sul conflitto in Ucraina e cerca di concentrarsi maggiormente sulla Cina.

 

Le unità in questione fanno parte del personale dispiegato nel continente dall’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel 2022 dopo l’escalation del conflitto in Ucraina, hanno riferito alla rete sei funzionari statunitensi ed europei rimasti anonimi e a conoscenza della questione.

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Le fonti hanno sottolineato che, sebbene la cifra esatta sia ancora in fase di discussione, la proposta potrebbe avere ripercussioni sulle truppe statunitensi di stanza in Romania e Polonia, due paesi membri della NATO vicini al confine con la Russia.

 

Secondo la NBC, i funzionari europei hanno espresso preoccupazione per il fatto che un eventuale ritiro potrebbe alimentare i timori all’interno della NATO che gli Stati Uniti stiano abbandonando il blocco di fronte alla percepita minaccia russa.

 

 

L’ex alto funzionario del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Seth Jones, ha affermato che la mossa indebolirebbe la posizione militare degli Stati Uniti e aumenterebbe la «disponibilità di Mosca a intromettersi in vari modi in tutti gli ambiti in Europa».

 

Secondo l’US European Command, all’inizio del 2025 in Europa erano di stanza circa 84.000 i soldati statunitensi, la maggior parte concentrati in Germania e Polonia, con forze più modeste dispiegate in Romania, Estonia e Lituania.

 

La notizia è stata diffusa mentre l’amministrazione Trump continua a spingere i membri europei della NATO ad assumersi maggiori responsabilità per la propria difesa, anche aumentando la spesa per la difesa e concentrandosi sul contenimento della Cina.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Militaria

Israele sta perdendo la guerra?

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Il Conflicts Forum, l’organizzazione con sede a Beirut fondata dall’ex ambasciatore britannico Alistair Crooke per i rapporti tra mondo islamico e Occidente, ha raccolto valutazioni di commentatori ed ex funzionari israeliani che dipingono un quadro desolante dell’andamento della guerra.   Un ex alto funzionario dell’intelligence delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), citato da Yossi Melman in un articolo dal titolo «Israele dovrebbe fermare la guerra», ha chiesto una cessazione immediata: «dichiarare la vittoria, annunciare il raggiungimento di tutti gli obiettivi e cessare il fuoco. Mettere fine alla guerra in questo modo».   Eli Levita, ex vicedirettore della Commissione israeliana per l’energia atomica, ha affermato che un cambio di regime in Iran «sembra ormai un’utopia». L’analista Ben Caspit ha riportato, con il titolo «L’Iran non cede», che Israele e gli Stati Uniti stanno già «smorzando le aspettative», con Netanyahu che abbandona silenziosamente il linguaggio del cambio di regime e costruisce quello che gli osservatori descrivono come un alibi per il fallimento della guerra nel raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

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«Si sta preparando un alibi in modo che, il giorno dopo la guerra, possa affermare che Israele ha fatto tutto il possibile per spianare la strada al rovesciamento del regime, ma che gli iraniani stessi non sono stati in grado di farlo».   L’ex capo dell’intelligence militare Amos Yadlin ha confermato che né Israele né gli Stati Uniti intendono schierare truppe di terra in Iran, mentre le fonti indicano che Hezbollah ha mantenuto una struttura di comando relativamente intatta durante tutto il conflitto, come riportato dal titolo «Hezbollah non si sgretola, né crolla».   Nahum Barnea scrive che «Netanyahu era la tentatrice, Trump l’ingenuo».   Come scrive EIRN, se le valutazioni della stampa israeliana sono accurate, il rischio nucleare sollevato da vari osservatori, tra cui in queste ore dallo zar dell’AI e criptovalute della Casa Bianca David Sacks, non solo è teorico.

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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La marina pakistana e lo Stretto di Ormuzzo

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

• La Marina pakistana ha annunciato il lancio dell’Operazione Muhafiz-ul-Bahr (Protettore dei Mari). Ha dichiarato che le sue navi da guerra scorteranno le navi mercantili pakistane in Medio Oriente per «garantire il flusso ininterrotto delle forniture energetiche nazionali».

 

• Il Pakistan importa la maggior parte del gas naturale dal Qatar e del petrolio greggio dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, attraverso lo Stretto di Hormuz.

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Secondo il ministero del Petrolio del Pakistan, il Paese ha riserve di petrolio greggio per meno di due settimane e gas naturale liquefatto sufficiente per arrivare alla fine del mese.

 

• Il 9 marzo il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha annunciato di essere costretto a prendere «decisioni difficili» per proteggere l’economia presentando misure volte al risparmio di carburante, in particolare la riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni per i prossimi due mesi e una sospensione delle attività scolastiche di due settimane. Ha inoltre disposto il telelavoro per metà dei dipendenti del settore pubblico e di quello privato, a eccezione dei servizi essenziali.

 

• Il Pakistan e l’Iran sono due nazioni amiche. I loro eserciti hanno combattuto i separatisti baluci in modo coordinato.

 

• Shebhaz Sharif ha telefonato a tutti gli Stati del Golfo e del Levante per assicurare loro il proprio sostegno. Ha inoltre inviato le congratulazioni all’ayatollah Mojtaba Khamenei.

 

A oggi i Guardiani della Rivoluzione lasciano transitare nello Stretto di Hormuz solo le navi cinesi.

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «La Marina pakistana e lo Stretto di Hormuz», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 14 marzo 2026.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Il Bahrein lancia il primo attacco diretto contro l’Iran

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Il Bahrein è apparentemente diventato il primo Paese del Golfo a lanciare un attacco diretto contro l’Iran. Lo riporta il New York Times.   Secondo il NYT, filmati verificati mostrano missili balistici lanciati dal Bahrein contro l’Iran.   Il giornale neoeboraceno scrive: «un video verificato dal New York Times mostra missili balistici lanciati dal Bahrein in direzione dell’Iran, in quello che sembra essere il primo caso confermato di attacco alla Repubblica islamica proveniente da un Paese del Golfo Persico dall’inizio della guerra». Almeno uno dei lanciatori utilizzati era un camion M142 HIMARS di fabbricazione statunitense, che è stato impiegato anche in Ucraina.    

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Gli Stati del Golfo, pur appoggiando gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, hanno esitato a intervenire direttamente, per timore di una rappresaglia iraniana prolungata.   L’Iran ha già colpito obiettivi in diversi paesi limitrofi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Bahrein, che ospita la Quinta Flotta della Marina statunitense.   Gli esperti interpellati dal New York Times hanno affermato che è possibile che l’unità HIMARS ripresa nel video del lancio fosse gestita da personale statunitense.   Gli HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System, M142) sono un sistema d’artiglieria mobile americano sviluppato da Lockheed Martin. Montato su un camion FMTV 6×6, è leggero (circa 16 tonnellate in combattimento), trasporta 6 razzi guidati GMLRS (fino a 80-150 km di gittata) o 1-2 missili PrSM/ATACMS (fino a 300+ km). Preciso al metro grazie al GPS, si sposta rapidamente (fino a 94 km/h), spara e fugge (“shoot and scoot”). Ha rivoluzionato conflitti moderni per mobilità e letalità chirurgica.   Gli HIMARS sono stati impiegati estensivamente in Ucraina fin dall’estate 2022. Gli Stati Uniti ne hanno forniti decine (circa 40-43 HIMARS M142 più alcuni M270 simili), e le forze ucraine li hanno usati per colpire depositi munizioni, comandi, ponti, elicotteri russi e obiettivi logistici con grande efficacia iniziale, contribuendo, secondo quanto riportato dalla stampa occidentale a rallentare l’avanzata russa (per esempio nella controffensiva di Kherson). Rimangono operativi nel 2026, nonostante perdite documentate (almeno 4-5 confermati distrutti da droni o attacchi russi) e problemi di jamming GPS russo che ne hanno ridotto l’efficacia in alcune fasi.   Vi sono state accuse sull’impiego di personale americano sugli HIMARS da parte di Ministero della Difesa e agenzie di stampa statali russe che, in vari momenti (2022-2024), hanno dichiarato di aver distrutto HIMARS insieme a «specialisti stranieri» o «personale NATO» che li operavano. Queste dichiarazioni sono state sistematicamente smentite o non confermate da Casa Bianca e Pentagono.   Evvi però un evidente coinvolgimento indiretto USA profondo con la fornitura di coordinate di targeting precise per la maggior parte dei lanci HIMARS, come riportato dal Washington Post nel 2023).   La condivisione di Intelligence satellitare in tempo reale tra Washington e Kiev è durata sino al 2025, quando sotto Trump la ha interrotta per alcuni sistemi, riducendo l’efficacia a lungo raggio.

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