Connettiti con Renovato 21

Bioetica

Gene drive, la natura piegata dall’ingegneria genetica

Pubblicato

il

 

 

La principale tecnologia con la quale l’ingegneria genetica minaccia di dominare l’intero creato – sia esso nelle sue forme animali o vegetali – si chiama gene drive. L’italiano non ha ancora una traduzione unica per questo concetto, che possiamo tradurre come fa già il francese come«forzatura genetica», o lo spagnolo «genetica direzionata».

 

Per spiegare velocemente il funzionamento, facciamo un esempio: i genitori con gli occhi marroni a volte possono produrre un bambino con gli occhi azzurri, se solo se entrambi i genitori portano una copia del gene recessivo degli occhi azzurri. Il gene drive sarebbe uno strumento che in alcune specie potrebbe trasformare tali eventi in una quasi certezza.

 

Gene drive: l’italiano non ha ancora una traduzione unica per questo concetto, che possiamo tradurre come fa già il francese come«forzatura genetica», o lo spagnolo «genetica direzionata»

Per prima cosa, esso garantirebbe che un particolare gene sia ereditato, anche se solo un genitore lo avesse. E inserirebbe automaticamente il gene scelto in entrambe le copie del DNA della prole, trasformando efficacemente un tratto recessivo in un tratto dominante.

 

Ma non finisce qui. Ciò che rende il gene drive davvero strano e ragguardevole è il fatto che non si ferma con la prima prole. Di generazione in generazione, esso copia e incolla incessantemente il gene che trasporta, fino a quando non sia presente in ogni discendente

 

Si tratta in pratica di una forma di ingegneria genetica della linea germinale. La modificazione della specie giù per la sua discendenza.

 

Pochi mesi dopo la scoperta della tecnica nel 2014, racconta il New York Times,  il biologo dell’UCLA Anthony James ha progettato due zanzare per trasportare un gene drive legato a un gene di colore rosso fluorescente che avrebbe preso di mira gli occhi delle zanzare.

 

Si tratta in pratica di una forma di ingegneria genetica della linea germinale. La modificazione della specie giù per la sua discendenza

Poi ha messo ciascuno in una scatola con 30 normali zanzare dagli occhi viola. Quando le zanzare sono nate, hanno a loro volta prodotto prole: circa 3.900 dopo due generazioni, poiché le zanzare depongono molte uova.

 

Secondo le normali regole di eredità, ci sarebbe dovuto essere un numero uguale di zanzare con gli occhi rossi e con gli occhi viola. Invece, quando James aprì le scatole per controllare la prole, tutte tranne 25 delle 3.900 zanzare avevano gli occhi rossi.

 

Le leggi dell’ereditarietà erano state «hackerate» dall’uomo.

 

Le applicazioni previste, come sempre, suona utili e perfino nobili. Oltre a combattere la malaria, programmi di gene drive potrebbero essere utilizzate per alterare, o addirittura eliminare, altri insetti patogeni, dalle mosche che trasmettono la leishmaniosi alle zecche che portano la malattia di Lyme negli Stati Uniti.

 

Le leggi dell’ereditarietà erano state «hackerate» dall’uomo.

Poiché la diffusione di un tratto avviene per generazioni, un impulso genetico funziona meglio nelle specie che si riproducono rapidamente, come insetti e roditori, piuttosto che, per esempio, negli elefanti e nelle persone.

 

Programmi di gene drive potrebbero anche essere utilizzate per proteggere le specie in pericolo. Nelle Galápagos, gruppi ambientalisti hanno esplorato usando un impulso genetico «tutto maschile» – una modificazione genetica della linea germinale che ha come risultato solo una prole maschile – così da eliminare i ratti che stanno decimando le popolazioni native di uccelli e tartarughe, che sono attualmente gestiti con esche avvelenate.

 

Tra i ricercatori agricoli, proposte di gene drive sono state fatte come strategia per combattere i parassiti delle colture invasive, come la mosca della frutta ad ala maculata, senza pesticidi.

 

Tra i ricercatori agricoli, proposte di gene drive sono state fatte come strategia per combattere i parassiti delle colture invasive, come la mosca della frutta ad ala maculata, senza pesticidi

In un rapporto 2016, l’Accademia Nazionale delle Scienze USA avvertiva che «notevoli lacune nella conoscenza» rimangono intorno agli impatti ecologici ed evolutivi dei geni.

 

Un gene drive potrebbe fermare un virus ma aprire la strada a un altro più virulento? Potrebbe saltare da una specie a una correlata? Quali sarebbero gli effetti ambientali dell’alterazione dei geni di intere specie? E riguardo ai programmi di eliminare completamente una specie?

 

Perfino gli scienziati che lo stanno portando avanti si pongono domande terrificanti, per esempio di chiedono se un tale strumento potesse essere usato come arma. Immaginate il sabotaggio gli impollinatori che supportano l’agricoltura o l’alterazione di geni di innocui degli insetti selvatici in modo che essi possano diventare improvvisamente vettori di malattie.

 

Un gene drive potrebbe fermare un virus solo per aprire la strada a un altro, più virulento? Potrebbe saltare da una specie a una correlata? Quali sarebbero gli eventuali effetti ambientali dell’alterazione dei geni di intere specie? Che cosa pensare dei programmi di eliminare completamente una specie?

Gruppi come Target Malaria, un consorzio di ricerca senza scopo di lucro gestito dall’Imperial College di Londra e finanziato in parte dalla Bill e Melinda Gates Foundation, hanno sottolineato che che lo spiegamento di zanzare modificate tramite gene drive in Africa dovrebbe essere «una decisione africana».

 

Vi sono al contempo numerosi programmi di convincimento nei villaggi africani come nei piccoli comuni statunitensi, per persuadre la popolazione ad accettare il gene drive, come visibile nella serie di documentari Netflix Unnatural Selection.

 

Il primo posto in cui verrà probabilmente utilizzato un gene drive è il Burkina Faso, paese dell’Africa occidentale senza sbocco sul mare.

In collaborazione con Target Malaria finanziata da Bill Gates, il team di un biologo locale ha condotto ricerche e ha anche avviato un processo graduale di sensibilizzazione e istruzione, cioè di persuasione della popolazione locale.

 

Immaginate il sabotaggio gli impollinatori che supportano l’agricoltura o l’alterazione di geni di innocui degli insetti selvatici in modo che essi possano diventare improvvisamente vettori di malattie

La lingua locale, il Dioula, non ha parole per «gene» o «geneticamente modificato», quindi il team di Paré Toé ha anche lavorato con linguisti per sviluppare un lessico di termini. Anche questo dettaglio non ci rassicura sul fatto che le popolazioni locali sappiano davvero a cosa stanno andando incontro.

 

Al contempo Target Malaria ha iniziato a collaborare con le agenzie regolatorie del Paese, tra cui il Ministero dell’Ambiente, per creare un processo di approvazione graduale. Il primo passo, nel 2016, è stato l’importazione di 5.000 uova di zanzara modificate in modo che i maschi fossero sterili ma non fossero portatori di un gene.

 

Una liberazione di zanzare sterili nell’ambiente ha già avuto luogo a luglio.

 

In Burkina Faso una liberazione di zanzare sterili create con il gene drive ha già avuto luogo a luglio.

Supponendo che l’attuale processo continui, le prime zanzare gene drive verrebbero portate dai laboratori in Italia perché il Burkina Faso non ha le strutture di laboratorio che consentirebbero agli scienziati di sviluppare in modo sicuro le zanzare gene drive.

 

Per le entità che stanno portando avanti il progetto delle zanzare geneticamente modificate, un importante cambiamento è stato la collaborazione tra scienziati africani ed europei nello sviluppo della tecnologia, che ha contribuito a dissipare le accuse secondo cui Target Malaria sta praticando una sorta di «medicina coloniale» operando un lavaggio del cervello agli abitanti dei villaggi e ai leader africani – queste sono le accuse spesso mosse dalle ONG anti-OGM.

 

«È molto difficile valutare quale potrebbe essere l’impatto ambientale della rimozione di una specie o addirittura della sua modifica» scrive un po’ eufemisticamente il New York Times nel suo lungo reportage.

 

«Mentre gli ecosistemi tendono ad essere resilienti – molte specie si sono già estinte e ciò non ha portato a un collasso sistemico – essi sono anche complicate e difficili da modellare».

 

Una risposta la diamo noi di Renovatio 21, citando un articolo che abbiamo pubblicato qualche settimana fa, «Catastrofe genetica in Brasile».

 

In Brasile infatti un’azienda di ingegneria genetica anglo-americana ha liberato milioni di zanzare geneticamente modificate contenenti un gene letale. Dopo un’iniziale riduzione delle zanzare target nei primi mesi, «la popolazione è ricresciuta fino ai livelli precedenti». Ad oggi, gli scienziati non hanno idea dei rischi derivanti dalla mutazione. Zanzare geneticamente modificate sarebbero sfuggite al controllo umano dopo i test in Brasile e si stanno diffondendo nella zona. Le zanzare presentano un «vigore ibrido», cioè l’incrocio tra le zanzare naturali e quelle geneticamente modificate ha creato «una popolazione più robusta di quanto lo fosse prima del rilascio», resistente agli insetticidi, in poche parole «super-zanzare»

 

«Se un’azienda volesse usare un gene drive per “cancellare” la resistenza agli erbicidi che alcune erbacce hanno ora sviluppato, ciò sarebbe davvero vantaggioso per il pianeta – o solo l’azienda che ora può vendere più dell’erbicida che ha causato il problema?»

Ci sono belle domande a cui rispondere:

«Se un’azienda volesse usare un gene drive per “cancellare” la resistenza agli erbicidi che alcune erbacce hanno ora sviluppato, ciò sarebbe davvero vantaggioso per il pianeta – o solo l’azienda che ora può vendere più dell’erbicida che ha causato il problema?»

 

Ricordiamoci come tutto ha avuto inizio anni fa con il cibo geneticamente modificato. La tecnologia per il processo del cibo OGM era controllata principalmente dal colosso agricolo globale Monsanto, che non solo deteneva i brevetti per i nuovi semi, ma aveva avviato rapidamente anche una campagna di marketing globale aggressiva per convincere gli agricoltori a passare alle sue linee di semi con marchio.

 

Come noto, la Monsanto ora è stata acquisita dal colosso farmaceutico Bayer.

 

La salute, e la natura, possono essere affidate ad enti privati?

 

Continua a leggere

Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

Pubblicato

il

Da

Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».

 

Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.

 

E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.

 

Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

Sostieni Renovatio 21

A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.

 

Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.

 

Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.

 

Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi. 

 

Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?

 

A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

Aiuta Renovatio 21

Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.

 

Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.

 

È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica. 

 

Riguarda la verità.

 

Alfredo De Matteo

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

Continua a leggere

Bioetica

Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

Pubblicato

il

Da

Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.   Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.   Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.   «La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:   «Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».   Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.   Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.   Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.   La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.   Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

Sostieni Renovatio 21

Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.   Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».   «Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.   Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».   L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.  

Iscriviti al canale Telegram

«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.   In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».   In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.   È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.   Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.   Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
Continua a leggere

Bioetica

Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

Pubblicato

il

Da

La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.

 

Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.

 

Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.

 

La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?

 

La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.

 

In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.

 

Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.

 

Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

Aiuta Renovatio 21

Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.

 

Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.

 

Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta. 

 

Alfredo De Matteo

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

Continua a leggere

Più popolari