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Creazione di ventuno cardinali in un’atmosfera pre-conclave

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Renovatio 21 pubblica una somma di due articoli previamente apparsi di FSSPX.news.

 

 

Il 29 maggio 2022 il Papa ha annunciato che avrebbe creato ventuno cardinali durante il concistoro che si terrà il 27 agosto. Sedici saranno elettori e cinque non votanti, perché hanno più di 80 anni.

 

 

Oltre a tre prelati che lavorano in Vaticano (un britannico, un sudcoreano, uno spagnolo), ci sono due europei (un francese, un italiano), due africani (un nigeriano, un ghanese), quattro americani (due brasiliani, uno statunitense, un paraguaiano) e cinque dall’Asia (due indiani, un singaporiano, un timorese orientale). Il Collegio cardinalizio continua quindi a internazionalizzarsi.

 

 

Cardinali secondo il cuore del Papa

Molti di questi futuri cardinali sono considerati dai vaticanisti come prelati «bergogliani». Ad esempio, il francese Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, 63 anni, in cui il Papa vede un difensore di un «mediterraneo felice» dove la migrazione è soprattutto un arricchimento.

 

Su questo punto, mons. Aveline è senza dubbio il più «bergoggliano» dei vescovi francesi. Nell’aprile 2021 aveva incontrato Francesco per quasi un’ora faccia a faccia, evocando una «teologia mediterranea», secondo la quale il dialogo e gli scambi tra i popoli delle sponde mediterranee dovrebbero consentire di dispiegare «una grande tenda della pace».

 

Secondo l’agenzia svizzera cath.ch del 29 maggio, «Papa Francesco e il futuro cardinale condividono una certa visione della missione della Chiesa cattolica nel Mediterraneo: tra dialogo pacifico con l’Islam, fraternità e solidarietà con l’altra riva. “Marsiglia è più di una città: è un messaggio! Un messaggio in cui l’angoscia si mescola alla speranza”, ha detto mons. Aveline al presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, durante una visita nella sua città nell’agosto 2021».

 

Un altro prelato caro a papa Francesco è il britannico Arthur Roche, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 72 anni. Nel 2012 Benedetto XVI lo ha chiamato a Roma e lo ha nominato segretario della Congregazione per il Culto Divino. Divenne poi il «numero 2» del dicastero con il cardinale Antonio Cañizares Llovera fino al 2014, poi al fianco del suo successore, il cardinale Robert Sarah, nominato da papa Francesco il 23 novembre 2014.

 

Dopo essere lui stesso succeduto al cardinale guineano nel maggio 2021, i primi mesi di monsignor Roche alla guida del dicastero per la liturgia sono stati caratterizzati dalla pubblicazione del Motu proprio Traditionis custodes, che limita le possibilità di celebrare la messa tridentina. Ha mostrato un tale zelo nell’applicazione di questo Motu proprio da meritare certamente la berretta cardinalizia.

 

Anche lui è considerato un «bergogliano» di «stretta osservanza» (…).

 

Negli Stati Uniti, Robert Walter McElroy, vescovo di San Diego, California, 68 anni, è – a differenza di alcuni suoi colleghi – contrario al principio di vietare la comunione ai leader politici favorevoli alla legalizzazione dell’aborto. È noto anche per essersi opposto a Donald Trump, di cui ha definito il progetto per un muro anti-migranti al confine messicano come «grottesco e inefficace».

 

La sua creazione a cardinale sembra essere un modo per controbilanciare l’influenza di due prelati conservatori californiani: l’arcivescovo di San Francisco, mons. Salvatore Cordileone, e l’arcivescovo di Los Angeles, mons. José Gomez, che attualmente ricopre la presidenza della Conferenza episcopale americana.

 

Per il Brasile, è Leonardo Ulrich Steiner, 71 anni, arcivescovo di Manaus, la città più popolosa dell’Amazzonia, importante punto di contatto con la grande foresta. Nell’aprile 2022 è stato nominato presidente della Commissione episcopale speciale per l’Amazzonia, succedendo al cardinale progressista Claudio Hummes.

 

Il suo ingresso nel Sacro Collegio è la continuazione del sinodo sull’Amazzonia svoltosi nel 2019 in Vaticano, al fine di garantire a questa regione visibilità nei futuri dibattiti ecclesiali, con l’idea di «amazzonizzare» la Chiesa attraverso l’ordinazione di uomini sposati e la scoperta del rito pagano di Pachamama, la dea della Madre Terra, che è stata celebrata a Roma il 4 ottobre 2019, durante il sinodo sull’Amazzonia.

 

 

E se si dovesse tenere un conclave prima del concistoro…

L’annuncio del 29 maggio del concistoro che si terrà tre mesi dopo, il 27 agosto, ha fatto interrogare diversi osservatori romani su quali sarebbero i diritti di questi futuri cardinali se si tenesse un conclave prima del concistoro. In pratica, potranno eleggere il prossimo papa o no? Questa domanda mostra il clima pre-conclave che il preoccupante stato di salute del Papa crea a Roma.

 

Interrogato dall’agenzia i.media il 31 maggio, mons. Patrick Valdrini, professore emerito di diritto canonico all’Università Lateranense, risponde: «In caso di morte o di dimissioni di papa Francesco prima del 27 agosto, l’annuncio di questo concistoro, la cui convocazione è strettamente legata al pontefice regnante, sarebbe nullo. Solo i cardinali elettori già costituiti, attualmente in numero di 117, sarebbero quindi convocati in conclave. Lo status di cardinale è legato allo svolgimento del concistoro e non al semplice annuncio della sua convocazione».

 

E aggiunge che l’annuncio di un concistoro impegna solo il papa regnante. Se l’attuale pontificato dovesse interrompersi, essendo la scelta dei futuri cardinali legata a una decisione personale di papa Francesco, «il suo successore potrebbe non crearli», stima mons. Valdrini. Essendo tuttavia consuetudine di dare pegni di continuità, almeno all’inizio del pontificato, il nuovo papa potrebbe però convocare un altro concistoro con la stessa lista, o integrandola.

 

 

Cardinalis, una rivista per i cardinali in vista del conclave

Da qualche mese circola tra i cardinali una nuova rivista creata appositamente per loro, con lo scopo dichiarato di aiutarli «a conoscersi per prendere le decisioni giuste nei momenti importanti della vita della Chiesa». In altre parole: in previsione del futuro conclave, come scrive Sandro Magister sul suo blog Settimo Cielo del 12 maggio 2022.

 

La rivista Cardinalis viene inviata a tutti i membri del Sacro Collegio e può essere letta in quattro lingue, in formato cartaceo o online. È pubblicata a Versailles, in Francia. La scrittura è assicurata da «una équipe di vaticanisti di tutti i Paesi e di diverse tendenze». Il primo numero è uscito a novembre 2021, il secondo ad aprile, con in copertina il cardinale Camillo Ruini che aveva rilasciato un’intervista alla giornalista americana Diane Montagna.

 

L’alto prelato italiano, citato da Sandro Magister, sottolinea che «non deve cadere in ombra la verità di Gesù Cristo unico salvatore di tutti, affermata dal Nuovo Testamento e riaffermata dalla dichiarazione “Dominus Iesus” del 2000, un “documento fondamentale” contro il relativismo presente anche nella Chiesa».

 

Il vaticanista romano commenta: «Ruini non lo dice, ma che questa verità capitale debba tornare al centro dell’attenzione dei cardinali chiamati ad eleggere il prossimo papa è sottolineato con forza alcune pagine più avanti in questo stesso numero di Cardinalis, in un testo dal titolo inequivocabile di “Memorandum per un futuro conclave”».

 

«Firmato dal professor Pietro De Marco ma frutto di un “think tank” più allargato, il “Memorandum” mette in guardia dal parificare la rivelazione cristiana ad altre religioni e dallo spogliare la morte in croce di Gesù da ogni valenza redentrice, riducendola a un messaggio etico di trasformazione dei cuori e della società».

 

Il vaticanista italiano aggiunge: «L’affermazione del carattere unico e universale della mediazione salvifica di Cristo è, invece, parte centrale della buona novella che la Chiesa proclama ininterrottamente fin dall’epoca apostolica. “Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati (Atti 4, 11-12)”».

 

«Se si offusca questa verità primordiale “ci si avvia, come purtroppo avviene, alla dissoluzione del soggetto cristiano”. E dunque anche in un conclave – avverte il “Memorandum” – dovrà tornare al centro della riflessione “la fedeltà al compito di Pietro di confermare i fratelli“ su questo caposaldo del Credo cristiano. Senza più quei cedimenti prodotti da certe letture ireniche e banalizzanti di un’enciclica come la “Fratelli tutti” di papa Francesco.».

 

Si noti che questo memorandum è il secondo indirizzato ai cardinali in vista del conclave. Il primo è stato pubblicato il 15 marzo da Sandro Magister che lo ha presentato in questi termini: «Dall’inizio della Quaresima, i cardinali che eleggeranno il prossimo papa si sono trasmessi questo memorandum. Il suo autore, che usa lo pseudonimo di Demos – il popolo in greco – è sconosciuto, ma mostra grande padronanza della sua materia. Non è escluso che sia lui stesso un cardinale».

 

– Questo documento, di cui DICI n°419, aprile 2022, ha dato gli estratti più significativi, è stato presentato sotto forma di dittico: «Il Vaticano oggi» e «Il prossimo conclave».

 

Sempre in Cardinalis n° 2 si può leggere un interessante articolo del cardinale Walter Brandmüller, eloquentemente intitolato Prolegomena sulle interviste [dei cardinali] prima dei conclavi. L’ex presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche dichiara che si tratta «del rapporto reciproco tra il Papa e la Chiesa», precisando che il Papa è un membro della Chiesa che ha le funzioni di Servus servorum, Servo dei servi.

 

Quindi «il Papa non deve, o non può, regnare come monarca assoluto», poiché non è al di sopra della legge canonica. «La sua azione incontra un limite quando si tratta del nucleo fondamentale della dottrina e della costituzione della Chiesa», insiste il prelato tedesco, aggiungendo senza mezzi termini:

 

«Insomma, il Papa può commettere un reato quando non rispetta la legge», anche se è impossibile citarlo in giudizio, secondo l’adagio del IV secolo: prima sedes a nemine judicatur, la sede apostolica non può essere giudicata. Ciò ha un’implicazione significativa: «un dovere di obbedienza graduata da parte dei membri della Chiesa».

 

E insiste: «L’aumento del numero delle dimissioni di vescovi per ordine del Muftì nel recente passato va analizzato da questa prospettiva», quella del mistero della Chiesa e dei limiti del potere pontificio. L’articolo conclude con fermezza: «Spetterà al conclave eleggere un papa consapevole del suo mandato apostolico, compresi i suoi limiti».

 

 

Continuità o discontinuità rispetto al Concilio

Nella sua intervista a Diane Montagna, già citata, il cardinale Ruini afferma: «l’ermeneutica della continuità o meglio del rinnovamento nella continuità, proposta da Benedetto XVI, esprime nel migliore dei modi questi bisogni che tante persone come me hanno sentito», mostrando così le carenze di un’analisi che denuncia gli effetti della crisi, senza arrischiarsi a risalire alle loro cause conciliari.

 

Per questo è utile mettere in prospettiva le dichiarazioni dei conservatori «ratzingeriani», confrontandole con affermazioni precedenti, che sono più forti perché più lucide.

 

Il 1° luglio 2020 lo studioso Roberto de Mattei ha pubblicato sul sito Corrispondenza romana uno studio in cui mostrava l’inadeguatezza di una critica conservatrice basata sull’ermeneutica della continuità: «Pur convinti degli errori di papa Francesco, questi conservatori non hanno voluto seguire la strada aperta dalla Correctio filialis consegnata a papa Francesco l’11 agosto 2016».

 

«La vera ragione della loro riluttanza sta probabilmente nel fatto che la Correctio mette in rilievo come la radice delle deviazioni bergogliane risale ai pontificati di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II e, prima ancora, al Concilio Vaticano II […] Occorre convincersi che l’ermeneutica della continuità è fallita, perché attraversiamo una crisi in cui ci si deve misurare sui fatti, e non sulle loro interpretazioni».

 

«L’inaccettabilità di questo approccio – osserva giustamente Peter Kwasniewski [dal sito americano OnePeterFive, 29 giugno 2020. NdR] – è dimostrata, tra l’altro, dal successo infinitesimale che i conservatori hanno avuto nel rovesciare le “riforme” disastrose, le tendenze, le abitudini e le istituzioni stabilite sulla scia e nel nome dell’ultimo Concilio, con l’approvazione o la tolleranza papale.».

 

E lo storico italiano giustamente aggiunge: «Papa Francesco non ha mai teorizzato l ‘ermeneutica della “discontinuità”, ma ha voluto realizzare il Vaticano II nella prassi e l’unica risposta vincente a questa prassi sta nella realtà concreta dei fatti teologici, liturgici, canonici e morali, e non in uno sterile dibattito ermeneutico. Sotto questo aspetto, il vero problema non sarà la continuità o la discontinuità del prossimo Pontefice con Papa Francesco, ma il suo rapporto con il nodo storico del Concilio Vaticano II».

 

Per la cronaca, la Correctio filialis de hæresis propagatis citata da Roberto de Mattei è una lettera aperta del 16 luglio 2017, e indirizzata a papa Francesco il mese successivo da oltre 60 chierici e studiosi laici. Vi si affermava senza mezzi termini: «È stato dato scandalo alla Chiesa e al mondo, in materia di fede e di morale, mediante la pubblicazione di Amoris laetitia e mediante altri atti attraverso i quali Vostra Santità ha reso sufficientemente chiari la portata e il fine di questo documento.»

 

«Di conseguenza, si sono diffusi eresie e altri errori nella Chiesa; mentre alcuni vescovi e cardinali hanno continuato a difendere le verità divinamente rivelate circa il matrimonio, la legge morale e la recezione dei sacramenti, altri hanno negato queste verità e da Vostra Santità non hanno ricevuto un rimprovero ma un favore».

 

«Per contro, quei cardinali che hanno presentato i dubia a Vostra Santità, affinché attraverso questo metodo radicato nel tempo la verità del vangelo potesse essere facilmente affermata, non hanno ricevuto una risposta ma il silenzio».

 

Indicava poi l’intenzione dei suoi autori: «Desideriamo ora mostrare come alcuni passaggi di Amoris laetitia, insieme ad atti, parole e omissioni di Vostra Santità, servono a propagare sette proposizione eretiche».

 

Infine, la Correctio filialis torna alle cause generali di questi grandi errori dottrinali: il modernismo e il protestantesimo: «Al fine di delucidare la nostra Correctio e di redigere una difesa contro la diffusione degli errori, desideriamo ora attirare l’attenzione su due fonti generali di errori che ci appaiono quale veicolo delle eresie che abbiamo elencato. Parliamo per primo di una falsa comprensione della Divina Rivelazione che generalmente riceve il nome di Modernismo e poi degli insegnamenti di Martin Lutero».

 

 

Neomodernismo e Neoprotestantismo

Il 26 settembre 2017, monsignor Bernard Fellay, allora superiore generale della Fraternità San Pio X, e firmatario della Correctio filialis, accostava questo documento alla dichiarazione di mons. Marcel Lefebvre del 21 novembre 1974: «Questo atteggiamento [degli autori della Correctio] è stato quello di mons. Lefebvre e della Fraternità San Pio X fin dall’inizio. Nella sua dichiarazione del 21 novembre 1974, il nostro fondatore disse»:

 

«Aderiamo con tutto il cuore, con tutta la nostra anima, alla Roma cattolica, custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie per mantenere questa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e verità. D’altra parte rifiutiamo e ci siamo sempre rifiutati di seguire la Roma di tendenze neomoderniste e neoprotestanti».

 

E monsignor Fellay ha aggiunto: «È proprio questo neomodernismo e questo neoprotestantesimo che giustamente denunciano gli autori della Correctio filialis come le cause dei cambiamenti operati da Amoris laetitia nella dottrina e nella morale del matrimonio. Con ogni fibra del nostro essere siamo attaccati a Roma, Mater et Magistra».

 

«Non saremmo più romani se rinunciassimo alla sua dottrina bimillenaria; al contrario, diventeremmo gli artefici della sua demolizione, con una morale di circostanza pericolosamente fondata su una dottrina debole. La nostra fedeltà alla Tradizione non è un ritiro nel passato, ma una garanzia di sostenibilità per il futuro. Solo a questa condizione possiamo servire utilmente la Chiesa».

 

Questi sono i principi che dovrebbero illuminare un futuro papa, veramente desideroso di servire la Chiesa, attaccando risolutamente la radice dei mali che la stanno consumando.

 

 

 

Somma di articoli previamente apparsi su FSSPX.news

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Cheb143 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata

 

 

 

 

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L’ex presidente irlandese sostiene che il battesimo infantile viola i «diritti dei bambini»

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L’ex presidente dell’Irlanda ha affermato che il battesimo infantile viola i diritti umani dei bambini. Lo riporta il quotidiano Irish Times, che ha pubblicato un estratto di un recente discorso tenuto da Mary McAleese all’University College Cork (UCC), in cui la cattolica eterodossa ha esposto la sua tesi contro il battesimo infantile.

 

«In tutto il mondo permane una severa restrizione sistematica, di lunga data e trascurata dei diritti dei bambini in materia di religione», ha scritto l’ex presidente dell’Irlanda.

 

«Limita i diritti dei bambini come stabilito nella Dichiarazione universale dei diritti umani (DUDU) del 1948 e nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (UNCRC) del 1989, di cui sono Stati parte sia l’Irlanda che la Santa Sede, che governa la Chiesa cattolica ed è di fatto l’autore del diritto canonico».

 

La McAleese, che è stata presidente dell’Irlanda dal 1997 al 2011, ha sostenuto che i bambini sono limitati nella loro libertà religiosa dal battesimo infantile, al quale non possono acconsentire personalmente e attraverso il quale diventano «membri a vita» della Chiesa cattolica.

 

«I genitori cattolici hanno il rigoroso obbligo, sancito dal diritto canonico cattolico, di far battezzare i propri figli il prima possibile, per cui il battesimo dei bambini è normativo», ha affermato.

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«Non sto mettendo in discussione la pratica di routine del Battesimo infantile in sé, nella misura in cui il Battesimo riguarda effetti spirituali gratuiti che la Chiesa afferma essere indelebili, come la cancellazione del peccato originale, l’apertura alla possibilità della salvezza e il flusso della grazia di Dio».

 

Tuttavia, ha contestato «l’appartenenza a vita imposta senza il consenso consapevole» nell’istituzione della Chiesa cattolica.

 

«Nient’altro avrebbe potuto plasmare la mia vita in modo così potente o imporre restrizioni così formidabili ai miei inalienabili diritti umani intellettuali come quella breve cerimonia del Battesimo domenicale di 75 anni fa», ha detto la McAleessa a proposito del suo battesimo. «Fa lo stesso con i quasi 40.000 bambini battezzati ogni giorno in cinque continenti, iscrivendoli come membri a vita della Chiesa con una politica di non-uscita e senza il loro consenso».

 

La Chiesa cattolica insegna che il battesimo è necessario per la salvezza e che negare questo sacramento ai bambini mette in pericolo la loro anima e la loro salvezza eterna.

 

La McAleese ha già affermato in passato che il battesimo infantile viola i diritti umani del neonato. Nel 2019 aveva pubblicato uno studio intitolato Children’s Rights and Obligations in Canon Law, che esaminava l’applicazione del diritto canonico ai bambini e le potenziali violazioni dei cosiddetti «diritti dei bambini».

 

L’ex presidentessa irlandese si è dichiarata apertamente a favore dell’omosessualità e delle «donne prete» e ha criticato l’insegnamento cattolico sul matrimonio e sulla famiglia definendolo «omofobo» e “completamente contraddittorio con la comprensione moderna”.

 

Nel 2018, si è riferita alla Chiesa cattolica come a «uno degli ultimi grandi bastioni della misoginia».

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Il vescovo Barron mette in guardia contro la «sinodalità» permanente

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Il vescovo Robert Barron è cresciuto durante gli anni di incertezza post-Concilio Vaticano II, un periodo che ricorda come segnato dall’esitazione. Oggi, come uno dei vescovi più in vista degli Stati Uniti, alza la voce dalla sua diocesi di Winona-Rochester, esortando la Chiesa a smettere di torcersi le mani in interminabili assemblee.   Il vescovo di Winona-Rochester critica il concetto di sinodalità come tratto caratteristico della vita della Chiesa, mentre più di 200 cardinali provenienti da tutto il mondo si sono riuniti a Roma con il Papa per affrontare proprio questo tema.   Il presule, che ha partecipato come delegato eletto a entrambe le sessioni del Sinodo sulla sinodalità tenutesi nel 2023 e nel 2024, ha messo in guardia dai rischi di trasformare le assemblee sinodali in forum di dibattito dottrinale.

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I sinodi, strumenti pastorali senza vocazione dottrinale

In un lungo messaggio pubblicato il 6 gennaio 2026 su X, il vescovo ha delineato la sua posizione: «i sinodi sono strumenti validi e utili per determinare strategie pastorali pratiche, ma non dovrebbero essere forum per il dibattito dottrinale».   Il vescovo americano ha avvertito che «quando l’insegnamento consolidato diventa oggetto di una decisione sinodale, la Chiesa degenera nel relativismo e nell’insicurezza, come dimostra chiaramente il fallito Cammino sinodale in Germania».   Questo riferimento al processo tedesco, che ha suscitato accese polemiche affrontando questioni dottrinali come il celibato sacerdotale e la benedizione delle coppie omosessuali, costituisce uno dei cardini della sua argomentazione. Per il vescovo Barron, l’esempio tedesco illustra esattamente ciò che deve essere evitato: la trasformazione di spazi di deliberazione pastorale in organismi di revisione dottrinale.   Il vescovo ha aggiunto una riflessione personale sulle conseguenze del mantenimento di una mentalità conciliare permanente: «finché rimane in Concilio, la Chiesa è nel limbo, incerta di sé stessa, si torce le mani. È proprio la perpetuazione dello spirito del Vaticano II che ha portato a tanta esitazione e deviazione durante gli anni in cui sono cresciuto».

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Una sinodalità limitata e temporanea

Avendo recentemente presieduto un sinodo locale nella sua diocesi, il vescovo Barron propone un modello alternativo: «se vogliamo perseguire la sinodalità, che sia dedicata all’esame dei mezzi pratici con cui la Chiesa può compiere più efficacemente il suo lavoro di adorazione di Dio, evangelizzazione e servizio ai poveri».   La sua condizione fondamentale è chiara: «e che non sia una caratteristica definitiva e permanente della vita della Chiesa, affinché non ne perdiamo il vigore e la concentrazione».   Le dichiarazioni di Barron assumono particolare importanza nel contesto del Concistoro tenutosi a Roma, dove più di 200 cardinali provenienti da tutto il mondo hanno discusso con il Papa, in particolare sulla sinodalità.   L’intervento del vescovo americano rappresenta una delle voci più esplicite all’interno dell’episcopato in merito ai limiti da porre al processo sinodale. La sua esperienza diretta delle due sessioni del Sinodo sulla sinodalità gli conferisce l’autorevolezza necessaria per parlare di un processo che, a suo avviso, non dovrebbe trasformarsi in uno stato permanente di deliberazione ecclesiastica.   Questa preoccupazione è in linea anche con la dura critica rivolta dal cardinale Joseph Zen durante il concistoro alla sinodalità, così come concepita da Papa Francesco, riportata su questo sito.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Difendere il patriarcato contro i princìpi infernali della Rivoluzione: omelia di mons. Viganò sulla famiglia come «cosmo divino»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

 

 

Invenerunt in Templo

Omelia nella Domenica tra l’Ottava dell’Epifania Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria

 

 

Et erat subditus illis.
Lc 2,51

 

Dopo la manifestazione ai pastori nella Notte Santa e la pubblica manifestazione ai Re Magi nel giorno dell’Epifania, la liturgia di questa Domenica ci porta nell’intimità della Sacra Famiglia. L’istituzione di questa festa è relativamente recente: fu Leone XIII nel 1893 a istituirla per la terza Domenica dopo l’Epifania, e Benedetto XV, nel 1921, a fissarla alla Domenica tra l’Ottava.

 

Non dimentichiamo che in quegli anni la Chiesa Cattolica e la società erano reduci dalle persecuzioni dei governi liberali e massonici dell’Ottocento e dagli orrori della Grande Guerra. L’attacco alla società cristiana si stava concretizzando anzitutto contro la famiglia, e in particolare contro la famiglia cattolica. D’altra parte, questo piano dissolutore era stato da tempo teorizzato nelle Logge, trovando realizzazione col passare del tempo. A nostri giorni, l’ideologia woke di matrice satanica, considera la famiglia tradizionale e patriarcale come un ostacolo alla instaurazione del Nuovo Ordine globalista, e per questo impone la cancellazione dell’intera civiltà greca, romana e cristiana.

 

La festa che celebriamo oggi costituisce dunque la provvidenziale risposta con la quale la Santa Chiesa difende senza timore la famiglia naturale, elevata all’ordine soprannaturale con il Sacramento del Matrimonio istituito da Nostro Signore. A questa cellula indispensabile della società – cui nessuna autorità terrena potrà mai sostituire alcun surrogato senza meritare i più severi castighi di Dio – la saggezza dei Romani Pontefici ha additato come modello la Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe: una famiglia che è santa in quanto composta non solo da Santi, ma dal Verbo di Dio fatto carne, dalla Semprevergine Madre di Dio e dal di Lei castissimo Sposo Giuseppe, della stirpe del Re Davide e Padre putativo di Nostro Signore.

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Una famiglia specialissima ma normale: speciale per i suoi membri, normale perché anche per essi vediamo valere quella gerarchia che il mondo moderno tanto aborrisce: una gerarchia che è ontologicamente patriarcale proprio perché fondata sulla divina Paternità dell’Eterno Padre, del Quale ci ha costituiti eredi Nostro Signore Gesù Cristo. Come figli di Dio nell’ordine della Grazia, diventiamo anche figli della Regina Crucis, di Colei che sul Calvario il Signore morente ci ha dato quale Madre di ciascuno di noi e dell’intero corpo ecclesiale, onde La invochiamo Mater Ecclesiæ.

 

La Sacra Famiglia è imago Ecclesiæ: dove vi è un Padre comune che la governa, una Santa Madre provvida che educa i suoi figli, e una innumerevole prole di Cristo che vede la luce nelle acque del Battesimo ed è condotta verso i pascoli eterni. È modello di un ordine, un κόσμος divino perfetto e valevole per tutti i tempi e tutti i luoghi: quello della famiglia naturale fondata sull’unione di un uomo e una donna e avente come scopo precipuo la propagazione dell’umanità e l’educazione dei figli.

 

Una famiglia che alle Nozze di Cana il divin Maestro ha elevato a immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa, e che l’Apostolo Paolo ha mirabilmente delineato nell’Epistola agli Efesini (Ef 5, 22-33). Una famiglia che è per così dire trinitaria, in quanto mistica cooperatrice dell’azione creatrice di Dio Padre, dell’azione redentrice del Figlio e di quella santificatrice dello Spirito Santo. L’amore che unisce lo sposo alla sposa nel comunicare la vita è un tenue raggio di quell’Amore divino che unisce il Padre al Figlio; un Amore così perfetto e infinito da essere Dio Egli stesso, lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, e che è Signore e dà la vita.

 

Una famiglia, infine, che è al proprio interno gerarchica perché essa stessa e i suoi membri sono a loro volta inscritti nell’ordine che pone la Maestà di Dio al di sopra di ogni creatura.

 

In una famiglia in cui gli sposi e i figli amano il Signore e seguono i Suoi Comandamenti, l’amore tra i coniugi e l’amore reciproco tra genitori e figli certamente implica ma in qualche modo supera l’obbedienza, rendendo vive e vissute le parole di San Paolo: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo (Col 3, 14-15).

 

Così, come obbediamo volentieri a Dio perché Lo sappiamo buono e misericordioso, allo stesso modo obbediamo ai genitori o chiediamo obbedienza ai nostri figli perché tra essi regna la carità, vincolo di perfezioneAl di sopra di tutto, dice San Paolo, vi sia la carità: ossia Dio, che è Carità (1Gv 4, 16). Rimanere nella carità è dunque rimanere in Dio: qui manet in caritate in Deo manet, et Deus in eo (ibid.).

 

Vi è anche una famiglia celeste, carissimi fedeli: la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana. Una famiglia in cui abbiamo Dio quale Padre, Nostro Signore quale fratello, la Vergine Immacolata come nostra Madre. In questa famiglia sono raccolti i Cattolici, Corpo Mistico sottomesso a Gesù Cristo Re e Pontefice, suo Capo divino. In questa società perfetta, che ha per scopo la santificazione delle anime nell’interregno tra l’Ascensione di Nostro Signore e la Sua gloriosa Venuta alla fine dei tempi, l’obbedienza al Padre celeste viene prima dell’obbedienza al padre terreno.

 

È per questo che vediamo il dodicenne Gesù, durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, allontanarSi dai Genitori e rimanere nel tempio ad ascoltare e interrogare i dottori della Legge. Egli ricorda alla Madonna e a San Giuseppe di avere una missione da compiere: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2, 49) Il Signore ricorda a noi, tanto come figli quanto come genitori, che lo scopo di una famiglia cattolica non si esaurisce nel propagare la specie ed educarla secondo la legge di natura, ma implica e impone la gravissima responsabilità di battezzare e istruire i figli nell’ unica vera Religione, usando la propria autorità di genitori per consentire loro di vivere virtuosamente e di evitare il peccato.

 

Implica e impone anche la capacità di comprendere quando il Signore chiama un’anima a servirLo nella vita sacerdotale o religiosa, dando ai genitori la possibilità di mutare in Grazie la loro umana sofferenza per il distacco da un proprio figlio che hanno amato e visto crescere, e che come Maria e Giuseppe ritroveranno nel tempio.

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I figli, se vorranno essere davvero obbedienti, dovranno comprendere che il modo più efficace per contrastare i principi infernali della Rivoluzione consiste nella difesa di quel patriarcato che si regge sul vero concetto di obbedienza, e non sulle sue deviazioni per eccesso – il servilismo – o per difetto – l’insubordinazione a qualsiasi autorità. Il Signore li ricompenserà per la loro santa obbedienza a ciò che legittimamente chiedono loro i genitori, e suggerirà loro come comportarsi virtuosamente qualora sia necessario disobbedire all’autorità paterna per non disobbedire a Dio.

 

Poniamoci sotto il patrocinio della Sacra Famiglia, e prendiamoci il tempo di recitare quotidianamente – se già non lo facciamo – quella cara preghiera a San Giuseppe composta da Papa Leone XIII, in cui troviamo compendiate le nostre speranze:

 

Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amantissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo scampasti alla morte la minacciata vita del Pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

Viterbo, 11 Gennaio MMXXVI
Dominica infra Oct. Epiphaniæ
Sanctæ Familiæ Jesu, Mariæ, Joseph

 

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Immagine: Niccolò Frangipane (1555–1600), La Sacra Famiglia con San Giovannino (1585), Collezione privata.

Immagine di pubblico dominio CCo via Wikimedia


 

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