Geopolitica
Come fermare la spirale verso la guerra
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il conflitto ucraino si sta trasformando in guerra fra Occidente da un lato, Russia e Cina dall’altro. Entrambe le parti sono persuase che l’una voglia la rovina dell’altra. Ma la paura è cattiva consigliera. Si potrà preservare la pace solo se ognuno dei contendenti riconoscerà i propri errori. C’è bisogno di una svolta radicale, perché oggi né la linea di condotta occidentale né le azioni della Russia corrispondono alla realtà.
Nessun responsabile politico desidera la guerra nel proprio Paese. Le guerre sono in genere frutto della paura. Ogni campo teme, a torto o a ragione, l’altro. Ovviamente non mancano mai soggetti che spingono verso la catastrofe, ma sono solo dei fanatici estremamente minoritari.
Questa è esattamente la situazione in cui ci troviamo oggi. La Russia è convinta, a torto o a ragione, che l’Occidente voglia distruggerla; l’Occidente è altrettanto fortemente convinto che la Russia persegua fini imperialisti e voglia distruggerne le libertà. Nell’ombra, un esiguo gruppo, gli straussiani, auspica lo scontro.
Per fugare i malintesi dobbiamo ascoltare le narrazioni di entrambi i campi.
Mosca ritiene che il rovesciamento del presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovich fu un colpo di Stato orchestrato dagli Stati Uniti. È la prima divergenza. Gli Stati Uniti infatti interpretano i fatti del 2014 come una «rivoluzione», la rivoluzione dell’Euromaidan o della Dignità. Otto anni dopo, molte testimonianze occidentali comprovano l’implicazione del dipartimento di Stato USA, della CIA, della NED [National Endowment for Democracy], della Polonia, del Canada, nonché della NATO.
Le popolazioni della Crimea e del Donbass rifiutarono di riconoscere la legittimità della nuova classe al potere, formata anche da molti nazionalisti integralisti, discendenti degli sconfitti della seconda guerra mondiale.
La Crimea – che al momento della dissoluzione dell’URSS aveva già votato per referendum l’annessione alla nascente Russia indipendente – sei mesi prima che la restante parte della Repubblica sovietica d’Ucraina si pronunciasse per l’indipendenza, si espresse con un nuovo referendum.
Per quattro anni la Crimea fu rivendicata sia dalla Russia sia dall’Ucraina. Mosca faceva valere il fatto di aver pagato tra il 1991 e il 1995 al posto di Kiev le pensioni e gli stipendi ai funzionari della Crimea. La Crimea continuava di fatto a essere russa, sebbene la si considerasse territorio ucraino. Alla fine il presidente russo Boris Eltsin, mentre in Russia imperversava una crisi economica gravissima, risolse il contenzioso consegnando la Crimea a Kiev.
La Crimea votò però una Costituzione che le riconosceva l’autonomia in seno all’Ucraina, ma Kiev non la riconobbe. Con il secondo referendum, quello del 2014, la popolazione di Crimea proclamò a larghissima maggioranza l’indipendenza. Il parlamento di Crimea chiese allora l’annessione alla Federazione di Russia, che però non acconsentì. Per rafforzare la continuità del proprio territorio, la Russia ha costruito, senza consultare l’Ucraina, un gigantesco ponte sul Mar d’Azov che collega il territorio metropolitano alla penisola di Crimea, privatizzando di fatto il piccolo mare.
In Crimea c’è il porto di Sebastopoli, indispensabile alla marina militare russa che, praticamente inesistente nel 1990, nel 2014 è tornata a essere una potenza.
Gli Occidentali hanno riconosciuto il referendum sovietico in Ucraina del 1990, ma non quello del 2014. Ma il diritto all’autodeterminazione dei popoli vale anche per gli abitanti della Crimea. Gli Occidentali asseriscono che, durante le operazioni di voto, sul posto c’erano molti soldati russi senza uniforme. È vero, ma i risultati dei referendum del 1990 e del 2014 sono simili. Non c’è ragione di sospettare la frode.
Gli Occidentali, per sottolineare che non accettavano l’«annessione», hanno adottato sanzioni collettive contro la Russia, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Queste sanzioni violano la Carta delle Nazioni Unite, che attribuisce questo potere esclusivamente al Consiglio di Sicurezza.
Anche le oblast’ di Donetsk e di Lugansk si sono rifiutate di riconoscere la legittimità del governo uscito dal colpo di Stato del 2014: hanno proclamato la propria autonomia, definendosi resistenti contro i «nazisti» di Kiev. Equiparare i nazionalisti integralisti ai nazisti è storicamente giustificato, ma impedisce ai non-ucraini di capire gli avvenimenti.
Il nazionalismo integralista fu creato in Ucraina nei primi anni del XX secolo da Dmytro Dontsov, originariamente filosofo di sinistra, passato gradualmente all’estrema destra. Durante la prima guerra mondiale fu un agente al soldo del secondo Reich, poi partecipò al governo ucraino di Symon Petljura, nato in seguito alla Rivoluzione russa del 1917. Partecipò alla Conferenza di pace di Parigi e accettò il Trattato di Versailles.
Nel periodo fra le due guerre Dontsov esercitò il proprio magistero sulla gioventù ucraina, facendosi promotore del fascismo e in seguito del nazismo. Divenne violentemente antisemita, sostenendo il massacro degli ebrei molto prima delle autorità naziste, che fino al 1942 parlarono solo di espulsione.
Durante la seconda guerra mondiale Dontsov rifiutò di assumere la direzione dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), che affidò al discepolo Stepan Bandera, affiancato da Yaroslav Stetsko. Quasi tutti i documenti sull’attività di Dontsov in seno al nazismo sono stati distrutti. Non si sa cosa fece durante la guerra, salvo che partecipò attivamente all’Istituto Reinhard Heydrich, dopo l’assassinio di quest’ultimo. I giornali di quest’organizzazione antisemita gli diedero molto spazio.
Alla Liberazione, protetto dai servizi segreti anglosassoni, fuggì in Canada, poi negli Stati Uniti. La sua virulenza non scemò nemmeno negli ultimi anni di vita: evoluto verso una forma di misticismo vichingo, predicò lo scontro finale con i «moscoviti». Oggi i libri di Dontsov, in particolare il Nazionalismo, sono una lettura obbligatoria per i miliziani, soprattutto per quelli del Reggimento Azov. Durante la seconda guerra mondiale i nazionalisti integralisti ucraini massacrarono almeno tre milioni di concittadini.
Washington interpreta questi fatti storici in modo diverso: i nazionalisti integralisti commisero sicuramente errori, ma si battevano per l’indipendenza sia contro i nazisti tedeschi sia contro i bolscevichi russi. La CIA ha dunque fatto bene ad accogliere Dontsov negli Stati Uniti e ad arruolare Stepan Bandera a Radio Free Europe. E meglio ancora ha fatto a creare la Lega Anticomunista Mondiale attorno al ministro nazista ucraino Yaroslav Stetsko, nonché al capo dell’opposizione al comunismo cinese, Chiang Kai-shek. Secondo Washington sono fatti che in ogni caso appartengono al passato.
Nel 2014, con il presidente Petro Poroshenko, il governo di Kiev ha tagliato gli aiuti ai «moscoviti» del Donbass. Ha smesso di pagare le pensioni e i salari dei funzionari. Ha vietato l’uso del russo, parlato da metà degli ucraini, e lanciato operazioni militari punitive contro questi «subumani», che in dieci mesi hanno causato 5.600 morti e 1,5 milioni di profughi. Al cospetto di questi orrori, Germania, Francia e Russia hanno imposto gli Accordi di Minsk, per ricondurre a ragione il governo di Kiev e proteggere le popolazioni del Donbass.
Prendendo atto che i primi Accordi non avevano prodotto risultati, la Russia fece avallare dal Consiglio di Sicurezza l’Accordo di Minsk 2. È la risoluzione 2202 del 12 febbraio 2015, adottata all’unanimità. Nella dichiarazione di voto gli Stati Uniti articolarono la loro interpretazione dei fatti: i «resistenti» del Donbass erano solo «separatisti», sostenuti militarmente da Mosca; specificarono anche che l’Accordo di Minsk 2 non sostituiva gli Accordi di Minsk 1, del 5 e 19 settembre 2014, ma vi si aggiungeva.
Gli Stati Uniti esigevano perciò il ritiro delle truppe russe senza uniforme presenti in Donbass. Germania e Francia fecero aggiungere una dichiarazione comune, cofirmata dalla Russia, che garantiva l’applicazione «obbligatoria» dell’insieme degli «impegni».
Poco tempo dopo però il presidente Poroshenko dichiarò di non voler applicare alcunché e rilanciò le ostilità; una posizione reiterata dal governo del presidente Zelensky. Nei sette anni successivi alla risoluzione 2202 vi furono altre vittime: 12 mila secondo Kiev, 20 mila secondo Mosca.
In questi anni Mosca non è intervenuta. Il presidente Vladimir Putin non solo ha ritirato le proprie truppe, ma ha vietato a un oligarca di mandare mercenari a sostenere le popolazioni del Donbass, che sono state così abbandonate dai garanti degli Accordi di Minsk, nonché dagli altri membri del Consiglio di Sicurezza.
In Russia la politica funziona così: prima di annunciare qualsiasi cosa si deve essere in grado di compierla. Mosca ha quindi preparato in silenzio le successive mosse.
Addestrata dalle sanzioni che la colpiscono dall’annessione della Crimea, si aspettava che, in caso di un suo intervento per far applicare la risoluzione 2202, gli Occidentali le rafforzassero. Mosca ha perciò preso contatto con altri Stati colpiti da sanzioni, in particolare con l’Iran, per aggirare le misure già in atto e prepararsi a farlo con quelle future.
Chi si reca regolarmente in Russia sa che l’amministrazione Putin stava da tempo incrementando un’autarchia alimentare – compresi carne e formaggi – prima inesistente. Per quanto riguarda il sistema bancario, la Russia si è avvicinata alla Cina; un’iniziativa che tutti abbiamo ritenuto essere un piano contro il dollaro. In realtà Mosca si stava preparando all’esclusione dal sistema SWIFT.
Quando il presidente Putin ha inviato in Ucraina l’esercito, ha specificato che non intendeva dichiarare una «guerra» per annettere l’Ucraina, ma condurre un’«operazione speciale» in forza della risoluzione 2202 e della propria «responsabilità nella protezione» delle popolazioni del Donbass.
Com’era prevedibile gli Occidentali hanno reagito con sanzioni economiche che per due mesi hanno perturbato gravemente l’economia russa. Poi le parti si sono invertite e le sanzioni si sono rivelate proficue per la Russia, che già da tempo vi si era preparata.
Gli Occidentali hanno mandato in Ucraina una grande quantità di armi, poi vi hanno dispiegato consiglieri militari e qualche forza speciale. Per l’esercito russo, tre volte inferiore a quello ucraino per numero di soldati, sono iniziate le difficoltà. Per garantire un ricambio di uomini, senza tuttavia sguarnire il sistema nazionale di difesa, le forze armante hanno così decretato una mobilitazione parziale.
La NATO ha da parte sua predisposto un piano per mobilitare un gruppo centrale di Stati, cui si aggiunge un gruppo di alleati più distanti, in modo da ripartire su un numero di partner il più possibile allargato lo sforzo finanziario necessario per sfinire la Russia.
Mosca ha risposto annunciando che a un ulteriore passo degli Occidentali risponderà usando nuove armi.
Le forze armate russe e cinesi posseggono lanciamissili ipersonici, che gli Occidentali non hanno. In pochi minuti Mosca e Pechino possono distruggere qualsiasi obiettivo in ogni parte del mondo. Gli Occidentali non hanno per il momento strumenti per impedirlo. Un divario che non sarà colmato almeno fino al 2030, secondo i generali statunitensi.
a Russia ha già annunciato che obiettivo prioritario sarebbe il ministero degli Esteri britannico, ritenuto la mente che guida i nemici, nonché il Pentagono, il braccio armato. Qualora attaccassero, le forze armate russe e cinesi distruggerebbero innanzitutto i satelliti di comunicazione strategica degli Stati Uniti (CS3), che in poche ore sarebbero privati della capacità di guidare missili nucleari, quindi di rispondere.
Ci sono pochi margini di dubbio sull’esito di una guerra di simile portata.
Quando la Russia parla di attaccare con armi nucleari, non intende bombe atomiche strategiche come quelle sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki, ma armi tattiche utili a distruggere obiettivi delimitati, come Whitehall e Pentagono. Le magniloquenti dichiarazioni del presidente Biden sul rischio che la Russia farebbe correre al mondo sono dunque insussistenti.
Non è escluso che ci si possa imbarcare in uno scontro di tale portata. Negli Stati Uniti un piccolo gruppo di politici non-eletti, gli Straussiani, è determinato a provocare l’apocalisse. Sono convinti che gli Stati Uniti, pur non potendo più dominare il mondo intero, possano continuare a tenere in pugno gli alleati. Per farlo devono essere pronti a sacrificarne una parte: danneggiarli in modo che gli Stati Uniti continuino a essere i primi (non i migliori).
Come in ogni conflitto le popolazioni hanno paura, ma un pugno di individui le spinge verso la guerra.
La Russia ha organizzato quattro referendum per l’autodeterminazione e l’annessione: nelle due repubbliche del Donbass, nonché nelle due oblast’ di Novorossia. Il G7, i cui ministri degli Esteri hanno partecipato all’Assemblea Generale dell’ONU a New York, ha immediatamente dichiarato che i referendum non possono essere validi perché si svolgono in situazione di guerra. Un’opinione discutibile. Hanno poi denunciato una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, nonché dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Queste sono invece falsità. Per definizione, il diritto dei popoli all’autodeterminazione non contrasta con la sovranità e l’integrità dello Stato da cui vogliono separarsi.
Sono principi che del resto tutti i membri del G7, a esclusione del Giappone, si sono impegnati a difendere firmando l’Atto finale di Helsinki.
È particolarmente esecrabile constatare come il G7 interpreti il diritto a proprio favore, in particolare quello dell’autodeterminazione dei popoli.
Per fare un esempio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato l’occupazione illegale da parte del Regno Unito dell’arcipelago delle Ciago, ordinandone la restituzione all’Isola Mauritius entro il 22 ottobre 2019. Non solo la restituzione non è mai avvenuta, ma una delle isole Ciago, Diego Garcia, è data in uso agli Stati Uniti, che vi alloggiano la più grande base militare dell’Oceano Indiano.
Altro esempio, nel 2009 la Francia ha illegalmente trasformato la colonia di Mayotte in dipartimento. Parigi ha organizzato un referendum, violando le risoluzioni 3291, 3385 e 31/4 dell’Assemblea Generale, che affermano l’unità delle Comore e vietano l’indizione di referendum in una sola delle sue parti, lo Stato delle Comore o la colonia francese di Mayotte. Ed è proprio per evitare la decolonizzazione che la Francia ha indetto il referendum; nelle Mayotte la Francia ha infatti installato una base militare della marina, ma soprattutto una base militare d’intercettazione e Intelligence.
Dal punto di vista russo, se questi referendum fossero internazionalmente riconosciuti metterebbero fine alle operazioni militari. Respingendoli, gli Occidentali prolungano il conflitto. Intendono aspettare che il resto della Novorossia cada nelle mani della Russia. Ebbene, se Odessa tornasse russa, Mosca dovrebbe accettare anche l’adesione della Transnistria, contigua alla Federazione di Russia. Ma la Transnistria non appartiene all’Ucraina, bensì alla Moldavia, da qui l’attuale nome di Repubblica Moldava del Dnestr.
La Russia si rifiuta di accogliere un territorio moldavo, che certamente ha ragioni storiche per proclamarsi indipendente. Ma non ha accettato nemmeno l’adesione dell’Ossezia e dell’Abkhazia, che hanno anch’esse ragioni storiche per proclamarsi indipendenti, però sono georgiane. Né la Moldavia né la Georgia hanno commesso crimini paragonabili a quelli dell’Ucraina moderna.
Alla fine di quest’esposizione prendiamo atto che i torti sono da entrambe le parti, ma non sono ripartiti in uguale misura. Gli Occidentali hanno riconosciuto il colpo di Stato del 2014; hanno tentato di fermare il massacro conseguente, ma alla fine hanno permesso ai nazionalisti integralisti di perseverare; hanno armato l’Ucraina invece di costringerla a rispettare gli Accordi di Minsk 1 e 2.
La Russia ha invece costruito senza concertazione un ponte che chiude il Mar di Azov. La pace potrà essere preservata solo se i due campi riconosceranno i propri errori.
Ne saremo capaci?
Thierry Meyssan
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Come fermare la spirale verso la guerra», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 27 settembre 2022.
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Immagine di Amakuha via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)
Geopolitica
L’amministrazione Trump sta valutando opzioni militari in Mali
L’amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, Paese dell’Africa occidentale, per colpire un gruppo affiliato ad al-Qaeda noto come JNIM. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti giornalistiche citando funzionari militari.
Se venisse approvato, aggiungerebbe un ottavo Paese alla lista delle nazioni in cui il presidente Donald Trump ha ordinato attacchi dall’inizio del suo secondo mandato, un periodo della sua presidenza che inizialmente aveva annunciato sarebbe stato dedicato a porre fine ai conflitti globali e a riorientare le risorse americane verso i cittadini statunitensi.
Esiste però disaccordo tra gli alti funzionari americani sull’opportunità di procedere con l’attacco al gruppo militante. Un deciso sostenitore dell’uso della forza è Sebastian Gorka, direttore senior per la lotta al terrorismo del Consiglio di sicurezza nazionale, secondo quanto affermato da funzionari attuali ed ex funzionari, che, come altri, hanno parlato a condizione di anonimato per discutere di pianificazione militare.
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Il gruppo militante, il cui nome completo è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha consolidato la propria presenza in Mali e ha intensificato gli attacchi nelle nazioni costiere dell’Africa occidentale, affermandosi come il gruppo militante meglio armato della regione e tra i più potenti a livello mondiale.
Interpellato in merito dal giornale della capitale statunitense, un funzionario dell’amministrazione non ha voluto rivelare se il presidente intendesse procedere con attacchi militari, ma ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno esortato i governi del Nord e dell’Africa occidentale «ad acquistare attrezzature e servizi statunitensi per sostenere i loro sforzi bellici contro i terroristi».
Il funzionario ha affermato che il terrorismo nel Sahel, la vasta regione semi-arida a sud del Sahara, è un «problema multinazionale».
«Esortiamo i partner regionali e gli alleati della NATO a sostenere l’Alleanza degli Stati del Sahel nella sua guerra contro il JNIM e l’ISIS», ha aggiunto il funzionario, riferendosi anche allo Stato Islamico, che ha acquisito importanza in Medio Oriente prima di stabilire filiali in tutta l’Africa.
L’Alleanza degli Stati del Sahel è composta da Mali, Burkina Faso e Niger, tutte nazioni dell’Africa occidentale in cui, negli ultimi anni, i leader militari hanno rovesciato governi democraticamente eletti con colpi di Stato, interrotto in gran parte i rapporti con l’Occidente e si sono rivolti alla Russia per ottenere aiuto in materia di sicurezza.
Il funzionario dell’amministrazione ha però attribuito la colpa non a quei governi, bensì ai loro partner russi, affermando che Mosca «si è dimostrata un partner inefficace per la sicurezza del Mali».
«Ci auguriamo che le altre nazioni africane prendano atto della pessima performance della Russia nella lotta al terrorismo», ha dichiarato il funzionario.
Le valutazioni dell’amministrazione Trump su possibili interventi militari nel Paese non erano state precedentemente riportate.
Il Mali, nazione senza sbocco sul mare con quasi 25 milioni di abitanti, è stato negli ultimi anni segnato dalla violenza perpetrata da gruppi militanti islamisti, ma anche dalla stessa giunta militare maliana e dai mercenari russi assoldati per riportare la situazione sotto controllo.
I gruppi militanti, in particolare il JNIM, sono divenuti sempre più potenti, trasformando il Mali e i Paesi limitrofi del Sahel nel centro mondiale del terrorismo.
L’anno scorso, i militanti affiliati ad al-Qaeda hanno imposto un blocco dei carburanti che ha paralizzato gran parte del Paese. Questa primavera hanno lanciato attacchi coordinati su tutto il territorio nazionale, che hanno compreso la perlustrazione delle strade di Bamako, la capitale; la conquista di una città strategica nel nord del Paese, sottraendola all’esercito maliano e ai russi; e l’uccisione del ministro della Difesa in un attentato suicida.
Nel frattempo, l’ISIS Sahel, affiliato allo Stato Islamico e rivale del JNIM, ha consolidato il proprio potere vicino al confine tra Mali e Niger, dove l’anno scorso i suoi militanti hanno rapito il missionario americano Kevin Rideout, che si ritiene sia attualmente detenuto in Mali.
Per contrastare la violenza, la giunta militare maliana ha assoldato mercenari russi, inizialmente del Gruppo Wagner e ora di Africa Corps, quest’ultima più strettamente legata al Ministero della Difesa russo. Secondo organizzazioni per i diritti umani e precedenti articoli del Washington Post, i russi sono stati accusati di una serie di atrocità.
Lo scorso anno, nell’ambito di un’iniziativa dell’amministrazione Trump per riavvicinarsi al Mali, gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di Intelligence con il governo maliano, secondo quanto dichiarato all’epoca da funzionari americani, sia in carica che in pensione. Queste informazioni sono state utilizzate negli attacchi dell’esercito maliano, che era stato in gran parte emarginato dall’amministrazione Biden per il suo rifiuto di fissare una tempistica per il ritorno alle elezioni democratiche e per la sua collaborazione con la Russia.
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Finora tale cooperazione è rimasta limitata, ben lontana dalla portata della partnership di sicurezza tra Stati Uniti e Nigeria, intensificatasi lo scorso anno e che ha incluso attacchi aerei statunitensi e una missione di terra che ha ucciso uno dei massimi leader dello Stato Islamico in Africa.
Qualsiasi coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Mali comporta il rischio di ostilità con le forze russe nella regione. Potrebbe inoltre richiedere sforzi di de-escalation tra Washington e Mosca simili a quelli attuati in Siria durante la guerra civile in quel Paese.
Alla domanda se il Segretario di Stato Marco Rubio appoggiasse un intervento militare in Mali, il Dipartimento di Stato ha eluso la questione, affermando che gli Stati Uniti «condannano inequivocabilmente l’attività terroristica in Mali».
Un intervento militare statunitense contro il JNIM aggiungerebbe il Mali alla lista dei Paesi contro cui Trump ha ordinato attacchi: Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela. L’amministrazione ha inoltre condotto una controversa campagna militare contro presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che ha provocato decine di morti.
La Francia ha avviato il suo intervento militare nel Sahel nel 2013 su richiesta dell’allora governo del Mali. Le forze francesi hanno represso l’insurrezione in Mali e ristabilito un certo grado di ordine. A questa missione iniziale ne è seguita una seconda, l’Operazione Barkhane, che ha eliminato importanti leader militanti ma non è riuscita a fermare la diffusione di vari gruppi armati.
La rabbia nei confronti della Francia, alimentata dagli errori neocoloniali e dalla disinformazione russa, è cresciuta nel corso degli anni, contribuendo a innescare i colpi di Stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e nei vicini Burkina Faso e Niger. Il presidente Emmanuel Macron ha poi ritirato le forze francesi.
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Gorka ha da tempo fatto delle aggressive politiche antiterrorismo un pilastro della sua ideologia. Tuttavia, il suo impatto sulle politiche dall’inizio del secondo mandato di Trump è stato modesto, ha dichiarato un funzionario statunitense, una fonte di sollievo per i suoi critici, che contestano il suo approccio intransigente, e una delusione per i suoi sostenitori.
In primavera, il Gorka ha avviato colloqui per diventare il prossimo direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, in seguito alle dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l’amministrazione amareggiato dalla decisione del presidente di iniziare la guerra in Iran. Tali colloqui, però, non si sono concretizzati in una nomina ufficiale del Gorka.
Funzionari statunitensi, sia in carica che in pensione, hanno affermato che il Gorka era stato profondamente coinvolto nei colloqui per il rimpatrio del missionario catturato, Rideout. Uno degli obiettivi principali dell’amministrazione lo scorso anno era ottenere i diritti di sorvolo in Mali, ha dichiarato un ex funzionario, in modo che i funzionari statunitensi potessero far volare aerei e altre tecnologie di sorveglianza nei cieli maliani per monitorare meglio i suoi spostamenti.
Il desiderio di ottenere i diritti di sorvolo è stato alla base della decisione dell’amministrazione di revocare le sanzioni contro i membri chiave della giunta, tra cui il ministro della Difesa Sadio Camara, che era un sostenitore chiave dell’intervento russo in Mali ed è stato ucciso nell’attacco del JNIM il 25 aprile.
Secondo quanto affermano funzionari attuali ed ex, il Gorka era anche coinvolto in un’operazione per uccidere Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, un leader di una filiale di al-Qaeda con base in Algeria, la cui influenza è diminuita negli ultimi anni. Sebbene la scorsa estate i funzionari americani sperassero che l’intelligence statunitense fosse stata utilizzata in un attacco in Mali per eliminare al-Anabi, la sua morte non è mai stata confermata.
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Geopolitica
La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer
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Geopolitica
Sauditi e alleati bombardano il porto Houthi
Sabato la coalizione a guida saudita ha colpito obiettivi nel porto yemenita di Hodeidah, controllato dagli Houthi, in seguito agli attacchi contro navi saudite nel Mar Rosso.
Gli Houthi, un gruppo sciita sostenuto dall’Iran che controlla ampie zone dello Yemen, dilaniato dalla guerra civile, hanno annunciato la scorsa settimana un blocco navale dell’Arabia Saudita in risposta a quello che hanno definito l’ingiusto «assedio» del Paese.
Il portavoce della coalizione, il maggiore generale Turki Al-Maliki, ha dichiarato in un comunicato che gli attacchi hanno preso di mira siti militari utilizzati per «minacciare navi mercantili».
Secondo l’emittente televisiva Al Masirah, allineata con gli Houthi, alcune infrastrutture di telecomunicazione sono state colpite. L’emittente ha aggiunto che una donna è rimasta ferita in un attacco sull’isola di Kamaran, al largo della costa yemenita del Mar Rosso.
Secondo l’agenzia turca Anadolu, l’ala politica del gruppo ha condannato gli attacchi e ha promesso di rispondere a «un’escalation con un’escalation».
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Poco dopo l’attacco a Hodeidah, la città industriale saudita di Jazan sarebbe stata colpita da un apparente attacco di rappresaglia degli Houthi. Secondo le notizie, un vasto incendio sarebbe scoppiato in un impianto gestito dalla compagnia petrolifera statale del regno, la celebre Saudi ARAMCO.
Gli Houthi hanno affermato di aver preso di mira due petroliere di proprietà saudita questa settimana. Riyad ha ammesso che la Encelia ha preso fuoco e in seguito ha dichiarato che un’altra nave saudita, la NCC MASA, ha subito danni lievi allo scafo in un attacco separato avvenuto venerdì.
Nel 2014 gli Houthi hanno conquistato Sana’a, la capitale dello Yemen. Un anno dopo, l’Arabia Saudita ha guidato un intervento a sostegno del governo riconosciuto a livello internazionale. La campagna di bombardamenti non è riuscita a sottomettere gli Houthi, ma ha aggravato la già drammatica crisi umanitaria dello Yemen.
Dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023, gli Houthi iniziarono a lanciare missili e droni contro Israele e ad attaccare navi in quello che definirono un atto di solidarietà con i palestinesi. Gli attacchi cessarono dopo che gli Houthi raggiunsero un accordo con gli Stati Uniti nel maggio 2025.
Giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di infliggere «pesanti punizioni militari» agli Houthi, descrivendo il gruppo come «un’organizzazione per procura dell’Iran». Gli Stati Uniti hanno bombardato lo Yemen insieme alla Gran Bretagna e a Israele nel 2025.
Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa aerei sauditi avevano bombardato l’aeroporto di Sana’a per non fare atterrare un aereo passeggeri iraniano. Gli attacchi avevano il supporto della Casa Bianca.
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