Bioetica
Canale televisivo francese multato di 100.000 euro per aver dichiarato che l’aborto è la prima causa di morte nel mondo
L’Autorità francese di regolamentazione dell’audiovisivo e della comunicazione digitale (Arcom) ha multato un canale televisivo per aver riportato in modo accurato che l’aborto è la principale causa di morte nel mondo. Lo riporta LifeSite.
Il 13 novembre, l’autorità di regolamentazione dei media francese Arcom ha inflitto alla CNews una multa di 100.000 euro dopo che il giornalista Aymeric Pourbaix ha correttamente elencato l’aborto come la principale causa di morte al mondo durante il programma cattolico dell’emittente intitolato En quête d’esprit, ovvero «Alla ricerca dello spirito».
«L’aborto non può essere presentato come causa di morte», ha dichiarato Arcom nella sua decisione. «Sembra dal resoconto di ascolto di questo programma che il presentatore, basandosi su un’infografica trasmessa in onda, abbia presentato l’aborto come causa di mortalità».
«Parte della sequenza in questione equipara l’aborto a una causa di morte e, implicitamente, l’embrione o il feto che non è potuto nascere vivo a causa di un aborto con una persona deceduta, anche se per legge non sono considerati persone», ha affermato il regolatore.
Arcom ha sostenuto che il canale non ha rispettato il suo «obbligo di onestà e rigore nella presentazione e nella gestione delle informazioni».
Durante il programma di febbraio, Pourbaix aveva presentato un grafico del Worldometers, basato su cifre dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo il grafico, l’aborto ha costituito il 52% dei decessi in tutto il mondo, con 73 milioni di bambini uccisi ogni anno. Questo dato è paragonato a solo 10 milioni di morti per cancro e 6,2 milioni di morti per fumo.
Oltre alla multa, Arcom ha ordinato alla CNEWS, di proprietà del finanziere cattolico Vincent Bolloré, noto anche per le sue partecipazioni in importanti aziende italiane, di scusarsi pubblicamente per aver mostrato il grafico, cosa che la CNEWS ha fatto a febbraio.
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«Il canale CNews si scusa con i suoi spettatori per questo errore che non avrebbe dovuto verificarsi», ha dichiarato il presentatore di CNEWS Laurence Ferrari pochi giorni dopo la trasmissione del grafico.
Jean-Marie Le Méné, direttore della Fondazione pro-life Jérôme Lejeune, ha dichiarato a Valeurs Actuelles che la decisione di Arcom era un tentativo di nascondere la realtà degli aborti.
«Affinché l’aborto possa essere praticato con la coscienza pulita, è proibito dire che l’aborto toglie la vita», ha detto Le Méné. «Altrimenti la chiave di volta del sistema crolla. Ma chi crede a questa finzione?… L’aborto, la principale causa di morte nel mondo, è purtroppo un fatto, non un’opinione».
Secondo l’European Conservative, la decisione di Arcom arriva solo pochi mesi dopo che il Consiglio di Stato, una delle più alte corti amministrative francesi, ha raccomandato di sottoporre CNews a severi controlli a seguito dello scandalo per il grafico.
A quanto pare Arcom ha preso sul serio la raccomandazione, dato che l’ente regolatore ha imposto 52 sanzioni a C8 e CNEWS, entrambe di proprietà di Bolloré, in dodici anni, di cui 16 solo nel 2024.
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Bioetica
Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?
As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.
You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5 — Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026
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Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl
— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026
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Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
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