Pensiero
Buttiglione invoca il conte Kalergi: ecco la catastrofe dell’Europa democristiana
Nel marasma del caso Ventotene, abbiamo trovato uno strascico significativo.
A reagire alla santificazione di Altiero Spinelli e compagni, blasfemati dalla Meloni e da quanti hanno osato leggerne lo scritto, è spuntato fuori un personaggio (speravamo, noi) dimenticato: Rocco Buttiglione.
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Qualcuno ricorderà di chi si tratta: è quel personaggio comparso a cavallo della Seconda Repubblica, dove apparse in ogni possibile partito biodegradabile post-democristiano: il Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli (indimenticabile, leader DC sconfittista: «siamo cenere e vento») , poi con il ciellissimo Roberto Formigoni nei Cristiani Democratici Uniti (CDU), poi nell’UDR del tandem Cossiga-Mastella (che oggi pare avere problemi con gli esorcisti), poi ancora con l’Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro (UDC – le lettere dell’alfabeto sono finite, si passa alla loro ricombinazione), a sua volta ottenuto dalla fusione tra CDU, CCD e Democrazia Europa (cos’era..?). C’era anche il mitico Pier Ferdinando Casini, oggi con il PD.
Il lettore davanti a questo quadro storico-metamorfico può essere preso dal disgusto anche estremo. Ma è ciò che discende dalla Democrazia Cristiana, forza di per sé contorta e fallimentare, a cui va assegnata, secondo chi scrive, la catastrofe attuale del nostro Paese, e non solo di quello.
I più si ricordano il Buttiglione per certi fuori onda finiti su Striscia la Notizia, ma in realtà giornali e TV ci hanno ripetuto per anni che si tratta di un filosofo, e ora ha pure una cattedra alla Pontificia Università Lateranense. È stato allievo del grande pensatore politologo Augusto Del Noce (1910-1989), sulla cui eredità tuttavia prima o poi qualcuno dovrà occuparsi: un altro allievo è considerato Roberto De Mattei, mentre il figlio Fabrizio e l’ex giornalista e dirigente RAI ora in pensione in Portogallo.
Le parole «Comunione e Liberazione» nella sua voce Wiki non compaiono mai, anche se il primo testo che si ritrova in bibliografia pare essergli stato stampato proprio dal giro di Don Giussani. È nato a Gallipoli, ma cresciuto a Torino, in teoria lontano dal Ciellistan lombardo e dalla piccola énclave giussanoide romagnola. In teoria.
Tutta questa introduzione, per dire che prendiamo seriamente quanto può aver da dire, perché elaborazione raziocinante di un mondo, quello dell’ossimoro democratico cristiano, il quale, ribadiamo, riteniamo essere la rovina per la cristianità e per l’umanità tutta.
Ecco quindi che ci precipitiamo a leggere l’intervista su tema Europa-Ventotene concessa da Buttiglione a La Verità, testata per qualche ragione sempre pronta a rivangare certa democristianeria residua.
«Le vere radici dell’unificazione sono cristiane, PCI e socialisti si opponevano» spiega il Buttiglione. «Poi Craxi diffuse l’ideale di Ventotene. Dove però si teorizzava una politica autoritaria».
Tutto giusto, tutto un po’ già scoperto in questi giorni. «Spinelli padre dell’Europa?! Ma quando mai. Le radici dell’Unione Europea le ha messe la Democrazia cristiana, le fondamenta ideologiche le hanno costruite De Gasperi, Adenauer, Schuman» assicura il politico filosofo post-democristiano. «Il mito di Spinelli è una costruzione di Craxi per far partecipare la sinistra, da sempre anti-europeista, alla costruzione del soggetto politico. Ecco la verità, ecco la storia».
Piano coi sassi, tuttavia. «Altiero Spinelli è una figura di grande rettitudine morale, un antifascista coerente, un combattente per la libertà, ci togliamo il cappello» dice Rocco, mentre noi ci si gratta la testa: dalla Resistenza ad Agnelli e il Club Bilderberg, è una linea retta morale? Forse per gli avanzi della DC sì.
«Questa Europa non è figlia di Spinelli», continua il democristiano. «Non è l’Europa del Manifesto di Ventotene. Spinelli appartiene alla storia dell’europeismo ma non è paragonabili ai veri giganti che hanno costruito l’Europa, che sono Adenauer, De Gasperi, Schuman. La loro cultura non è certamente quella di Spinelli».
Può essere, tuttavia Renovatio 21 coltiva un’idea diversa: l’Europa, e ancora prima coloro che l’hanno avviata, è stata decisa, in segreto, fuori dall’Europa, con probabilità in qualche loggia dei servizi americani, che coltivarono, oltre che la guerra per saturation bombing contro Italia e Germania, anche il filosofo principe democristiano Jacques Maritain, recuperato da profugo francese nelle università statunitensi presiedute dalla massoneria, e spinto in gola a quella che doveva essere l’élite post-fascista dei vari De Gasperi e compagni.
La vera storia in Italia di Umanesimo integrale, il testo principale di Maritain e livre de chévet di proto-democristiani e primi-democristiani è solo questa. Dopo questo avvio sintetico eterodiretto, possiamo dire che la DC non ebbe più alcun ulteriore innesto ideologico. Cultura, filosofia: inesistenti. Ma di questo dovrebbe parlare Buttiglione, che è stato sia filosofo che democristiano, e della DC rivendica la supremazia pure su Bruxelles.
La questione è che a metà intervista, sempre negando il ruolo di Spinelli e compagnia nella creazione dell’Europa Unita, il Buttiglione sgancia qualcosa di interessante assai.
«L’Europa affonda le sue radici nella cultura di Coudenhove Kalergi, un nobile austroungarico che apparteneva al circolo degli amici dell’Imperatore Carlo».
Eh?
Massì, avete sentito bene: il Buttiglione cita il conte Kalergi – quello che aveva teorizzato la creazione dell’Europa tramite la riformulazione biologica degli europei, meticciati grazie a invasioni migratorie che sono ora sotto i nostri occhi. Il filosofo CDU-UDR-UDC namedroppa il Kalergi così, con indifferenza: anzi ci garantisce che era amico del vertice del Sacro Romano Impero. Una cosa forse non democratica, ma certamente cristiana, no?
Chi ha sentito un po’ del Conte Kalergi sa invece che circola questo aneddoto secondo cui il padre, aristocratico (e della loro famiglia, di origini greche, Palazzo Calergi a Venezia, dove un tempo morì Riccardo Wagner mentre ora ci giocano i cinesi al casinò) e diplomatico di spessore (non sappiamo se massone, come invece è considerato il figlio), lo portava sì a messa, ma non il venerdì santo, quando si faceva quella preghiera sulla conversione dei giudei… sapete, quella ripristinata da Ratzinger, prima della detronizzazione…
Ma il ragazzo è prodigo di informazioni. L’imperatore Carlo «quando vien incoronato nel 1916 pensa a una grande riforma, alla trasformazione dell’Impero austroungarico in una comunità di nazioni indipendenti nei propri affari interni ma unite nella politica della Difesa, dell’Economia e degli Esteri». Il sovrano, quindi, preconizzava le torri di Bruxelles, pare di capire: gli Asburgo in realtà volevano le Von der Leyen.
«La nuova costituzione non entrò mai in vigore» continua il Buttiglione. «Da essa trasse ispirazione Kalergi per un libro che si intitola Paneuropa, dal quale nacque un movimento che negli anni Venti raccolse il consenso di tanti dei migliori padri dell’Europa, da De Gasperi a Adenauer, da Freud a Einsten».
Eccoci: la citazione del conte degli immigrati invasori non era en passant, dunque. È proprio lui: quello della sostituzione etnica, quello dell’anarco-tirannia migratoria che vediamo nelle banlieue francesi come nei capodanni di Berlino e Colonia e Milano, o come nelle rivolte bay-ghenghe maranza di Peschiera del Garda o a Corvetto. Fa parte proprio di un retaggio politico che, a questo punto, i democristiani rivendicano.
«Questo movimento però si è scontrato nel 1932 con la scelta britannica, colpita dalla crisi del 1929, delle preferenze imperiali, cioè con il tentativo di costruire con il proprio impero, un blocco economico autonomo». Confessiamo che qui il discorso diventa un po’ oscuro, forse anche un po’ buttato là. «La stessa scelta fatta dalla Francia e dalla Germania. Blocchi economici autonomi diventano blocchi imperialisti, per contendersi i mercati di sbocco e le materie prime e lì l’Europa precipita verso la Guerra Mondiale».
Un po’ di vertigini: quindi, sotto i nazionalismi che soffiavano in tutti i Paesi Europei in quegli anni, c’era una spiccata voglia di Europa? Sotto quei Paesi che di lì a poco si sarebbero massacrati a vicenda, c’era in realtà una inarrestabile volontà di unione? La mitologia democristiani, apprendiamo, pare pensarlo. È una storia molto, molto diversa da quella che pensavamo noi, o anche solo quella dei libri di testo normaloidi.
La guerra è arrivata perché questa voglia matta di Europa era stata frustrata: tuttavia, «dalla fine di questo conflitto sanguinoso, il movimento europeista rinasce ed è un movimento democratico cristiano».
La DC erede di Kalergi. È un’idea forte, ma a questo punto diciamo pure che ci piace: ci si chiariscono, ora tante cose. Bene così: scandalizziamoci per i discorsi di Ventotente, su autoritarismo elitista e abolizione della proprietà privata, ma non sui discorsi riguardo la Herrenrasse (tedesco per «razza padrona») nei testi del Kalergi, che Buttiglione sembra conoscere.
Gli abitanti dei futuri «Stati Uniti d’Europa non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale» scriveva il conte citato da Buttiglione. «È necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere. L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità»
Ma attenzione, la storia alternativa, al limite dell’allucinatorio, del filosofo DC-UDC-CDU va oltre: «l’Europa rinasce con Kohl e dalla predicazione di Giovanni Paolo II. È dal papa che nasce l’energia morale e da quelli che hanno lottato per la libertà contro il comunismo. Kohl, attingendo a quella energia morale, spinge per una ripresa dell’europeismo che ci porta al trattato di Maastrich, all’unificazione tedesca, all’allargamento a Est, alla moneta unica».
C’è tanta carne al fuoco. Il democristiano Kohl, quello che ha pagato i debiti della riunificazione con la DDR (che gli è caduta addosso perché la Guerra Fredda l’ha vinta Reagan, non per altro) scaricandoli sull’Italia con l’euro, è quindi il vero padre di Bruxelles con le sue leggi sui cookie web, sui passaporti vaccinali e sulla forma delle banane?
E Giovanni Paolo II? È chiaro che ad una certa saltasse fuori. Sapete, Buttiglione si imparò il polacco, poteva parlare con Wojtyla nella sua lingua – cosa che ci ha sempre colpito, visto che non solo il papa parlava perfettamente l’italiano, ma si dilettava persino in certe espressioni romanesche. Ma cosa c’entra il papa dell’Est con l’Europa? Beh, qui è una questione di archeologia e amarezza, nel puro stile martinazzoliano, vien da dire.
«Il punto d’arrivo doveva essere la Costituzione Europea, invece nella battaglia siamo stati sconfitti» ammette nell’intervista Buttiglione. Ora si rammenta meglio: il Vaticano wojtyliano, e tutta la ridda di politici ed intellettuali al seguito, ad una certa altezza aveva deciso che c’era un’unica cosa a cui teneva molto: l’aborto? No. L’eutanasia? No. La pace? nemmeno. Volevano solo che nel preambolo della Costituzione dell’Europa Unita fossero ricordate le «radici cristiane dell’Europa».
Ripetiamo: è archeologia. In pochi possono riportare alla mente questo immane sforzo politico-teologico, certo utilissimo. Uno dei più attivi poteva essere il cardinale Ratzinger, allora noto come «panzer della Curia», il quale, quando era ancora un semplice porporato, si batteva contro l’ingresso della Turchia in Europa proprio per questo motivo. La cosa europea, si pensava, poteva essere cristianizzata. Poi, da papa, cambiò per qualche motivo idea, visitò Istanbul (non Costantinopoli…) e si disse favorevole all’inclusione di Ankara nel gruppo di Bruxelles.
Volevano rendere cristiana un homunculus nato in oscuri antri massonici, e progettato per continuare ad essere tale. Sognavano di domare il lupo, come San Francesco – invece si sono trovati papa Francesco… Pensavano di mettere il cappello su questo mostro sovietico in gestazione, invece di combatterlo sin dal primo vagito. Volevano la UE cristiana, più che lo Stato cristiano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
È una storia che insegna molto. È la storia ciclica del democristianismo, ora finalmente alle sue battute finali. Non è possibile reggere nulla su forze che si dichiarano democratiche e cristiane, nemmeno in Paesi totalmente cattolici. Perché Cristo e Democrazia sono termini, se non lo si è capito, antitetici.
Cristo è venuto per il popolo, per gli esseri umani: non per il sistema di governo imposto dagli anglosassoni. Maritain e l’avvio della DC a questo servivano: a rendere digeribile la democrazia – cioè un’oligarchia burocratica eterodiretta – a popoli cristiani che mai l’avevano avuta, come quello italiano.
Abbiamo vissuto, quindi, nell’illusione della democrazia per decenni e decenni, e solo ora qualcuno inizia a svegliarsi: quale potere ha un popolo, se la sua sovranità è limitata, controllata a Washington, o Bruxelles, o Francoforte, o Londra…?
Ecco che dietro a questo ologramma, tuttavia, si cela qualcosa di più inquietante: lo ammettono loro stessi, gratta De Gasperi (che Pio XII mai volle ricevere), gratta Adenauer e ci puoi ritrovare… Kalergi? Davvero?
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La storia pare di dirci che è così: il democristianismo ha infettato, oltre che la Chiesa (dove ha contribuito a cagionare la sua disfatta tramite il Concilio Vaticano II) anche la società, distruggendo nel suo tessuto la virilità, l’eroismo: i modelli offerti dai politici sono quelli di individui flaccidi proni ad ogni compromesso, passando per la menzogna e traffici di ogni tipo.
Una società senza riferimenti forti, riferimenti umani, veri, è l’ideale perché l’invasione dell’immigrazione massiva entri e dilaghi, senza trovare resistenze di sorta, con gli ultimi uomini rimasti ridotti a berciare in riserve indiane micrologiche ed insignificanti.
E da lì all’inferno, non crediate che la strada sia lunga. Rileggiamo l’autore citato da Buttiglione.
«Nella misura in cui l’Europa è cristiana essa è giudea (…) Gli emissari principali della nobiltà cerebrale – sia essa corrotta o integra – del capitalismo, del giornalismo, della letteratura, sono degli ebrei (…) [il giudaismo] è il nocciolo intorno al quale si riunisce una nuova nobiltà di spirito. Una razza di dominatori» scriveva Kalergi nel suo Idealismo pratico.
«L’Europa tende consciamente al futuro (…) nella mitologia ebraica questo spirito europeo viene rappresentato da Lucifero…». Abbiamo visto abbastanza.
Sì. Dalla DC a Satana (lo aveva intuito, forse, anche Leonardo Sciascia con Todo modo) il passo è brevissimo. Da De Gasperi a Kalergi la linea sembra proprio essere stata dritta.
Se pensano che nessuno se ne sia accorto, e che ne abbiamo accettato tutti le conseguenze, tuttavia, si sbagliano.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it. 1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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