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Pensiero

Buttiglione invoca il conte Kalergi: ecco la catastrofe dell’Europa democristiana

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Nel marasma del caso Ventotene, abbiamo trovato uno strascico significativo.

 

A reagire alla santificazione di Altiero Spinelli e compagni, blasfemati dalla Meloni e da quanti hanno osato leggerne lo scritto, è spuntato fuori un personaggio (speravamo, noi) dimenticato: Rocco Buttiglione.

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Qualcuno ricorderà di chi si tratta: è quel personaggio comparso a cavallo della Seconda Repubblica, dove apparse in ogni possibile partito biodegradabile post-democristiano: il Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli (indimenticabile, leader DC sconfittista: «siamo cenere e vento») , poi con il ciellissimo Roberto Formigoni nei Cristiani Democratici Uniti (CDU), poi nell’UDR del tandem Cossiga-Mastella (che oggi pare avere problemi con gli esorcisti), poi ancora con l’Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro (UDC – le lettere dell’alfabeto sono finite, si passa alla loro ricombinazione), a sua volta ottenuto dalla fusione tra CDU, CCD e Democrazia Europa (cos’era..?). C’era anche il mitico Pier Ferdinando Casini, oggi con il PD.

 

Il lettore davanti a questo quadro storico-metamorfico può essere preso dal disgusto anche estremo. Ma è ciò che discende dalla Democrazia Cristiana, forza di per sé contorta e fallimentare, a cui va assegnata, secondo chi scrive, la catastrofe attuale del nostro Paese, e non solo di quello.

 

I più si ricordano il Buttiglione per certi fuori onda finiti su Striscia la Notizia, ma in realtà giornali e TV ci hanno ripetuto per anni che si tratta di un filosofo, e ora ha pure una cattedra alla Pontificia Università Lateranense. È stato allievo del grande pensatore politologo Augusto Del Noce (1910-1989), sulla cui eredità tuttavia prima o poi qualcuno dovrà occuparsi: un altro allievo è considerato Roberto De Mattei, mentre il figlio Fabrizio e l’ex giornalista e dirigente RAI ora in pensione in Portogallo.

 

Le parole «Comunione e Liberazione» nella sua voce Wiki non compaiono mai, anche se il primo testo che si ritrova in bibliografia pare essergli stato stampato proprio dal giro di Don Giussani. È nato a Gallipoli, ma cresciuto a Torino, in teoria lontano dal Ciellistan lombardo e dalla piccola énclave giussanoide romagnola. In teoria.

 

Tutta questa introduzione, per dire che prendiamo seriamente quanto può aver da dire, perché elaborazione raziocinante di un mondo, quello dell’ossimoro democratico cristiano, il quale, ribadiamo, riteniamo essere la rovina per la cristianità e per l’umanità tutta.

Ecco quindi che ci precipitiamo a leggere l’intervista su tema Europa-Ventotene concessa da Buttiglione a La Verità, testata per qualche ragione sempre pronta a rivangare certa democristianeria residua.

 

«Le vere radici dell’unificazione sono cristiane, PCI e socialisti si opponevano» spiega il Buttiglione. «Poi Craxi diffuse l’ideale di Ventotene. Dove però si teorizzava una politica autoritaria».

 

 

Tutto giusto, tutto un po’ già scoperto in questi giorni. «Spinelli padre dell’Europa?! Ma quando mai. Le radici dell’Unione Europea le ha messe la Democrazia cristiana, le fondamenta ideologiche le hanno costruite De Gasperi, Adenauer, Schuman» assicura il politico filosofo post-democristiano. «Il mito di Spinelli è una costruzione di Craxi per far partecipare la sinistra, da sempre anti-europeista, alla costruzione del soggetto politico. Ecco la verità, ecco la storia».

 

Piano coi sassi, tuttavia. «Altiero Spinelli è una figura di grande rettitudine morale, un antifascista coerente, un combattente per la libertà, ci togliamo il cappello» dice Rocco, mentre noi ci si gratta la testa: dalla Resistenza ad Agnelli e il Club Bilderberg, è una linea retta morale? Forse per gli avanzi della DC sì.

 

«Questa Europa non è figlia di Spinelli», continua il democristiano. «Non è l’Europa del Manifesto di Ventotene. Spinelli appartiene alla storia dell’europeismo ma non è paragonabili ai veri giganti che hanno costruito l’Europa, che sono Adenauer, De Gasperi, Schuman. La loro cultura non è certamente quella di Spinelli».

 

Può essere, tuttavia Renovatio 21 coltiva un’idea diversa: l’Europa, e ancora prima coloro che l’hanno avviata, è stata decisa, in segreto, fuori dall’Europa, con probabilità in qualche loggia dei servizi americani, che coltivarono, oltre che la guerra per saturation bombing contro Italia e Germania, anche il filosofo principe democristiano Jacques Maritain, recuperato da profugo francese nelle università statunitensi presiedute dalla massoneria, e spinto in gola a quella che doveva essere l’élite post-fascista dei vari De Gasperi e compagni.

 

La vera storia in Italia di Umanesimo integrale, il testo principale di Maritain e livre de chévet di proto-democristiani e primi-democristiani è solo questa. Dopo questo avvio sintetico eterodiretto, possiamo dire che la DC non ebbe più alcun ulteriore innesto ideologico. Cultura, filosofia: inesistenti. Ma di questo dovrebbe parlare Buttiglione, che è stato sia filosofo che democristiano, e della DC rivendica la supremazia pure su Bruxelles.

 

 

La questione è che a metà intervista, sempre negando il ruolo di Spinelli e compagnia nella creazione dell’Europa Unita, il Buttiglione sgancia qualcosa di interessante assai.

 

«L’Europa affonda le sue radici nella cultura di Coudenhove Kalergi, un nobile austroungarico che apparteneva al circolo degli amici dell’Imperatore Carlo».

 

Eh?

 

Massì, avete sentito bene: il Buttiglione cita il conte Kalergi – quello che aveva teorizzato la creazione dell’Europa tramite la riformulazione biologica degli europei, meticciati grazie a invasioni migratorie che sono ora sotto i nostri occhi. Il filosofo CDU-UDR-UDC namedroppa il Kalergi così, con indifferenza: anzi ci garantisce che era amico del vertice del Sacro Romano Impero. Una cosa forse non democratica, ma certamente cristiana, no?

 

Chi ha sentito un po’ del Conte Kalergi sa invece che circola questo aneddoto secondo cui il padre, aristocratico (e della loro famiglia, di origini greche, Palazzo Calergi a Venezia, dove un tempo morì Riccardo Wagner mentre ora ci giocano i cinesi al casinò) e diplomatico di spessore (non sappiamo se massone, come invece è considerato il figlio), lo portava sì a messa, ma non il venerdì santo, quando si faceva quella preghiera sulla conversione dei giudei… sapete, quella ripristinata da Ratzinger, prima della detronizzazione…

 

Ma il ragazzo è prodigo di informazioni. L’imperatore Carlo «quando vien incoronato nel 1916 pensa a una grande riforma, alla trasformazione dell’Impero austroungarico in una comunità di nazioni indipendenti nei propri affari interni ma unite nella politica della Difesa, dell’Economia e degli Esteri». Il sovrano, quindi, preconizzava le torri di Bruxelles, pare di capire: gli Asburgo in realtà volevano le Von der Leyen.

 

 

«La nuova costituzione non entrò mai in vigore» continua il Buttiglione. «Da essa trasse ispirazione Kalergi per un libro che si intitola Paneuropa, dal quale nacque un movimento che negli anni Venti raccolse il consenso di tanti dei migliori padri dell’Europa, da De Gasperi a Adenauer, da Freud a Einsten».

 

Eccoci: la citazione del conte degli immigrati invasori non era en passant, dunque. È proprio lui: quello della sostituzione etnica, quello dell’anarco-tirannia migratoria che vediamo nelle banlieue francesi come nei capodanni di Berlino e Colonia e Milano, o come nelle rivolte bay-ghenghe maranza di Peschiera del Garda o a Corvetto. Fa parte proprio di un retaggio politico che, a questo punto, i democristiani rivendicano.

 

«Questo movimento però si è scontrato nel 1932 con la scelta britannica, colpita dalla crisi del 1929, delle preferenze imperiali, cioè con il tentativo di costruire con il proprio impero, un blocco economico autonomo». Confessiamo che qui il discorso diventa un po’ oscuro, forse anche un po’ buttato là. «La stessa scelta fatta dalla Francia e dalla Germania. Blocchi economici autonomi diventano blocchi imperialisti, per contendersi i mercati di sbocco e le materie prime e lì l’Europa precipita verso la Guerra Mondiale».

 

Un po’ di vertigini: quindi, sotto i nazionalismi che soffiavano in tutti i Paesi Europei in quegli anni, c’era una spiccata voglia di Europa? Sotto quei Paesi che di lì a poco si sarebbero massacrati a vicenda, c’era in realtà una inarrestabile volontà di unione? La mitologia democristiani, apprendiamo, pare pensarlo. È una storia molto, molto diversa da quella che pensavamo noi, o anche solo quella dei libri di testo normaloidi.

 

La guerra è arrivata perché questa voglia matta di Europa era stata frustrata: tuttavia, «dalla fine di questo conflitto sanguinoso, il movimento europeista rinasce ed è un movimento democratico cristiano».

 

La DC erede di Kalergi. È un’idea forte, ma a questo punto diciamo pure che ci piace: ci si chiariscono, ora tante cose. Bene così: scandalizziamoci per i discorsi di Ventotente, su autoritarismo elitista e abolizione della proprietà privata, ma non sui discorsi riguardo la Herrenrasse (tedesco per «razza padrona») nei testi del Kalergi, che Buttiglione sembra conoscere.

 

Gli abitanti dei futuri «Stati Uniti d’Europa non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale» scriveva il conte citato da Buttiglione. «È necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere. L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità»

 

Ma attenzione, la storia alternativa, al limite dell’allucinatorio, del filosofo DC-UDC-CDU va oltre: «l’Europa rinasce con Kohl e dalla predicazione di Giovanni Paolo II. È dal papa che nasce l’energia morale e da quelli che hanno lottato per la libertà contro il comunismo. Kohl, attingendo a quella energia morale, spinge per una ripresa dell’europeismo che ci porta al trattato di Maastrich, all’unificazione tedesca, all’allargamento a Est, alla moneta unica».

 

C’è tanta carne al fuoco. Il democristiano Kohl, quello che ha pagato i debiti della riunificazione con la DDR (che gli è caduta addosso perché la Guerra Fredda l’ha vinta Reagan, non per altro) scaricandoli sull’Italia con l’euro, è quindi il vero padre di Bruxelles con le sue leggi sui cookie web, sui passaporti vaccinali e sulla forma delle banane?

 

E Giovanni Paolo II? È chiaro che ad una certa saltasse fuori. Sapete, Buttiglione si imparò il polacco, poteva parlare con Wojtyla nella sua lingua – cosa che ci ha sempre colpito, visto che non solo il papa parlava perfettamente l’italiano, ma si dilettava persino in certe espressioni romanesche. Ma cosa c’entra il papa dell’Est con l’Europa? Beh, qui è una questione di archeologia e amarezza, nel puro stile martinazzoliano, vien da dire.

 

«Il punto d’arrivo doveva essere la Costituzione Europea, invece nella battaglia siamo stati sconfitti» ammette nell’intervista Buttiglione. Ora si rammenta meglio: il Vaticano wojtyliano, e tutta la ridda di politici ed intellettuali al seguito, ad una certa altezza aveva deciso che c’era un’unica cosa a cui teneva molto: l’aborto? No. L’eutanasia? No. La pace? nemmeno. Volevano solo che nel preambolo della Costituzione dell’Europa Unita fossero ricordate le «radici cristiane dell’Europa».

 

Ripetiamo: è archeologia. In pochi possono riportare alla mente questo immane sforzo politico-teologico, certo utilissimo. Uno dei più attivi poteva essere il cardinale Ratzinger, allora noto come «panzer della Curia», il quale, quando era ancora un semplice porporato, si batteva contro l’ingresso della Turchia in Europa proprio per questo motivo. La cosa europea, si pensava, poteva essere cristianizzata. Poi, da papa, cambiò per qualche motivo idea, visitò Istanbul (non Costantinopoli…) e si disse favorevole all’inclusione di Ankara nel gruppo di Bruxelles.

 

Volevano rendere cristiana un homunculus nato in oscuri antri massonici, e progettato per continuare ad essere tale. Sognavano di domare il lupo, come San Francesco – invece si sono trovati papa Francesco… Pensavano di mettere il cappello su questo mostro sovietico in gestazione, invece di combatterlo sin dal primo vagito. Volevano la UE cristiana, più che lo Stato cristiano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

 

È una storia che insegna molto. È la storia ciclica del democristianismo, ora finalmente alle sue battute finali. Non è possibile reggere nulla su forze che si dichiarano democratiche e cristiane, nemmeno in Paesi totalmente cattolici. Perché Cristo e Democrazia sono termini, se non lo si è capito, antitetici.

 

Cristo è venuto per il popolo, per gli esseri umani: non per il sistema di governo imposto dagli anglosassoni. Maritain e l’avvio della DC a questo servivano: a rendere digeribile la democrazia – cioè un’oligarchia burocratica eterodiretta – a popoli cristiani che mai l’avevano avuta, come quello italiano.

 

Abbiamo vissuto, quindi, nell’illusione della democrazia per decenni e decenni, e solo ora qualcuno inizia a svegliarsi: quale potere ha un popolo, se la sua sovranità è limitata, controllata a Washington, o Bruxelles, o Francoforte, o Londra…?

 

Ecco che dietro a questo ologramma, tuttavia, si cela qualcosa di più inquietante: lo ammettono loro stessi, gratta De Gasperi (che Pio XII mai volle ricevere), gratta Adenauer e ci puoi ritrovare… Kalergi? Davvero?

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La storia pare di dirci che è così: il democristianismo ha infettato, oltre che la Chiesa (dove ha contribuito a cagionare la sua disfatta tramite il Concilio Vaticano II) anche la società, distruggendo nel suo tessuto la virilità, l’eroismo: i modelli offerti dai politici sono quelli di individui flaccidi proni ad ogni compromesso, passando per la menzogna e traffici di ogni tipo.

 

Una società senza riferimenti forti, riferimenti umani, veri, è l’ideale perché l’invasione dell’immigrazione massiva entri e dilaghi, senza trovare resistenze di sorta, con gli ultimi uomini rimasti ridotti a berciare in riserve indiane micrologiche ed insignificanti.

 

E da lì all’inferno, non crediate che la strada sia lunga. Rileggiamo l’autore citato da Buttiglione.

 

«Nella misura in cui l’Europa è cristiana essa è giudea (…) Gli emissari principali della nobiltà cerebrale – sia essa corrotta o integra – del capitalismo, del giornalismo, della letteratura, sono degli ebrei (…) [il giudaismo] è il nocciolo intorno al quale si riunisce una nuova nobiltà di spirito. Una razza di dominatori» scriveva Kalergi nel suo Idealismo pratico.

 

«L’Europa tende consciamente al futuro (…) nella mitologia ebraica questo spirito europeo viene rappresentato da Lucifero…». Abbiamo visto abbastanza.

 

Sì. Dalla DC a Satana (lo aveva intuito, forse, anche Leonardo Sciascia con Todo modo) il passo è brevissimo. Da De Gasperi a Kalergi la linea sembra proprio essere stata dritta.

 

Se pensano che nessuno se ne sia accorto, e che ne abbiamo accettato tutti le conseguenze, tuttavia, si sbagliano.

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News
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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele

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Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.   «Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».   Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.

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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».   Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.   Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.   Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.   Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.   Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.   La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».

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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.   Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.   Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)   È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.   E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».   Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).   Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.   Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.

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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.   Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.   L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.   Roberto Dal Bosco

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
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