Intelligence
Bush e Blair hanno pianificato la guerra in Iraq molto prima di schierare gli ispettori delle armi: nuovo memorandum trapelato
La testata Middle East Eye ha pubblicato un secondo memorandum compilato dal principale consigliere di politica estera di Tony Blair, David Manning, scritto un giorno dopo l’incontro tra Blair e il presidente G.W. Bush al ranch Bush a Crawford, in Texas, il 6 aprile 2002. Il primo era un promemoria di Manning prima dell’incontro in Texas.
Il nuovo promemoria, trapelato per la prima volta al Daily Mail, conferma che la guerra era iniziata anche prima questo incontro, senza alcuna possibilità che qualche piccolo inconveniente (come la dimostrazione delle Nazioni Unite che l’Iraq non aveva alcun programma per sviluppare armi di distruzione di massa) lo avrebbe fermato.
Middle East Eye riporta che «il promemoria rivela anche come già nell’aprile 2002, più di otto mesi prima che gli ispettori delle armi delle Nazioni Unite entrassero in Iraq, Blair era consapevole che avrebbero potuto “adattare il loro approccio” se Saddam avesse dato loro [ispettori delle armi ] libertà di accesso. Si ritiene che questo sia il primo riferimento a una strategia che si è conclusa con la creazione del famigerato “losco dossier” di Intelligence inventata per sostenere la guerra, i cui dettagli chiave sono stati successivamente ammessi come falsi».
Manning scrive che Bush «Non sapeva chi avrebbe preso il posto di Saddam se e quando lo avessimo rovesciato. Ma non gli importava molto».
Manning e l’allora consigliere per la sicurezza nazionale Condi Rice hanno partecipato ad alcuni degli incontri tra Bush e Blair.
«Al momento Centcom non aveva un piano di guerra in quanto tale. Pensare al futuro fino a quel momento era a un livello ampio e centrale, sebbene una piccolissima cellula Centcom fosse stata recentemente istituita in condizioni di grande segretezza per esaminare la pianificazione militare dettagliata. Condi Rice ha affermato che il 99% di Centcom non ne era a conoscenza. Quando avesse svolto più lavoro, Bush sarebbe stato pronto ad accettare che i pianificatori del Regno Unito e degli Stati Uniti si sedessero insieme per esaminare le opzioni. Voleva che risolvessimo i problemi insieme. Qualunque piano emergesse, dovevamo assicurarci la vittoria. Non potevamo permetterci di fallire» scrive il Manning.
«Bush ha accettato che dovessimo gestire l’aspetto PR di tutto questo con grande cura. Ha accettato che dovessimo piazzare Saddam sul posto, davanti agli ispettori delle Nazioni Unite, che dovessimo dirgli che volevamo la prova della sua affermazione che non stava sviluppando armi di distruzione di massa. Questo potrebbe essere imminente solo se gli ispettori delle Nazioni Unite fossero ammessi sulla base del fatto che potevano andare ovunque all’interno dell’Iraq in qualsiasi momento».
«Ha detto che il tempismo di qualsiasi azione contro Saddam era molto importante. Non vorrebbe avviare alcuna operazione prima delle elezioni del Congresso degli Stati Uniti in autunno. In caso contrario sarebbe accusato di guerrafondaia a fini elettorali. In effetti, ciò significava che c’era una finestra di opportunità tra l’inizio di novembre e la fine di febbraio».
«Il Primo Ministro ha affermato che avevamo bisogno di una strategia di pubbliche relazioni di accompagnamento che mettesse in evidenza i rischi del programma di armi di distruzione di massa di Saddam e il suo terribile record in materia di diritti umani. Bush era fortemente d’accordo. Il Primo Ministro ha affermato che questo approccio sarebbe importante nella gestione dell’opinione pubblica europea e nell’aiutare il Presidente a costruire una coalizione internazionale. Il Primo Ministro sottolinea ai partner europei che a Saddam è stata data l’opportunità di collaborare. Se, come si aspettava, Saddam non riuscisse a farlo, gli europei troverebbero molto più difficile resistere alla logica secondo cui dobbiamo agire per affrontare un regime malvagio che ci minaccia con il suo programma di armi di distruzione di massa. Dovremmo ancora affrontare la domanda sul perché abbiamo deciso di agire ora, cosa è cambiato? La risposta doveva essere che dobbiamo pensare in anticipo, questa è stata una delle lezioni dell’11 settembre: non agire in tempo utile significava che i rischi sarebbero solo aumentati e avrebbero potuto costringerci a intraprendere azioni molto più costose in seguito. Il presidente era d’accordo con la linea di argomentazione di Blair».
Manning aggiunge alcuni suoi commenti al rapporto, tra cui:
«Il primo ministro in seguito mi ha commentato in privato di aver parlato di nuovo con Bush della questione degli ispettori delle Nazioni Unite. Bush aveva riconosciuto che c’era solo la possibilità che Saddam li lasciasse entrare e facesse i propri affari. Se ciò fosse accaduto, avremmo dovuto adattare il nostro approccio di conseguenza».
Intelligence
Gli USA temevano che Israele potesse ammazzare i negoziatori iraniani
Gli Stati Uniti temevano che Israele potesse eliminare i principali negoziatori iraniani nel tentativo di sabotare i colloqui di pace tra Washington e Teheran. Lo riporta il New York Times, citando funzionari americani.
Secondo un articolo pubblicato giovedì dal quotidiano neoeboraceno, i funzionari statunitensi paventavano che Israele avrebbe preso di mira il presidente del parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, compromettendo così qualsiasi possibilità di raggiungere un’intesa.
Secondo fonti del NYT, Washington sarebbe arrivata a chiedere ai suoi alleati nella regione di avvertire Teheran del possibile complotto ordito dallo Stato ebraico.
Ghalibaf e Araghchi avevano assunto la guida dei negoziati per conto dell’Iran dopo che Israele aveva già ucciso il principale consigliere per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, e l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, entrambi coinvolti nei colloqui con gli americani. I primi attacchi israelo-americani contro la Repubblica islamica, alla fine di febbraio, avevano ucciso la Guida Suprema iraniana, l’aiatollà Ali Khamenei, e altri alti funzionari iraniani.
L’articolo rileva che gli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele «si sono rapidamente differenziati in modo radicale», con Washington alla ricerca di un accordo e lo Stato di Israele che insisteva sulla prosecuzione dei combattimenti.
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Il Ghalibaffo e l’Araghchi hanno dapprima raggiunto una tregua temporanea con gli Stati Uniti in aprile e poi concordato un memorandum d’intesa (MoU) il 17 giugno, che ha aperto un periodo di negoziati di 60 giorni per elaborare una soluzione definitiva al conflitto. I colloqui tra le parti sono in corso nonostante uno scambio di colpi d’arma da fuoco la scorsa settimana a causa di disaccordi sullo Stretto di Ormuzzo.
A giugno, lo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato Ghalibaf e Araghchi dopo che Teheran aveva avvertito che avrebbe chiuso lo stretto se Israele avesse continuato la sua operazione militare in Libano. Durante un’intervista telefonica con Fox News, Trump ha affermato di aver detto ai funzionari iraniani: «Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto paese».
Lunedì il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che anche la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «condannata a morte». Araghchi ha replicato dicendo che Teheran avrebbe dato una risposta immediata e decisa a qualsiasi minaccia contro il suo popolo o la sua leadership.
Le processioni funebri per Ali Khamenei si svolgeranno in Iran tra sabato e giovedì, e Teheran ha avvertito che qualsiasi attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele durante questo periodo sarebbe un grave «errore di valutazione».
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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 InternationalÂ
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L’AI è «a pochi mesi di distanza» dal rovesciare i governi: parlano le agenzie di Intelligence
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Rapporto dell’Intelligence USA: Netanyahu intensificherà le pressioni per rimanere in carica
Agenzie di intelligence statunitensi hanno avvertito l’amministrazione Trump che Netanyahu cercherà di minare l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto da Trump. Lo riporta il Washington Post, che cita funzionari statunitensi attuali ed ex.
Sebbene ciò possa sembrare ovvio, nel bizzarro clima di Washington, è significativo che un rapporto del genere venga diffuso.
Il rapporto dell’Intelligence, secondo un funzionario statunitense a conoscenza del documento, afferma che la sopravvivenza politica di Netanyahu nelle prossime elezioni è legata alla dimostrazione, da parte dell’opinione pubblica interna, che non ritirerà le truppe dal Libano e che intende intensificare i combattimenti con Hezbollah.
Il WaPo afferma che i funzionari dell’amministrazione Trump «insistono sul fatto che le preoccupazioni di Netanyahu impallidiscono rispetto alla necessità di concludere un accordo e riaprire lo Stretto di Hormuz per scongiurare una crisi economica globale».
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Un altro funzionario avrebbe dichiarato: «Continuare a occupare parte del Libano è una ricetta per il disastro. Senza un ritiro completo di Israele, la probabilità di una ripresa delle ostilità tra l’esercito israeliano e Hezbollah è pressoché certa».
Harrison Mann, ex ufficiale dell’esercito statunitense e analista presso la Defense Intelligence Agency, ha dichiarato al Washington Post che i rapporti dell’Intelligence statunitense hanno individuato un fattore chiave alla base delle decisioni politiche di Netanyahu. «La guerra permanente e l’espansione territoriale sono state le forze trainanti della politica israeliana per anni» ha spiegato. «Non sorprende che, con le elezioni alle porte, Netanyahu debba dimostrare di poterle attuare meglio del suo avversario».
«Gli Stati Uniti possono interrompere le forniture di munizioni, carburante per aerei e supporto logistico, limitando la portata di qualsiasi offensiva israeliana, congelare la condivisione di informazioni cruciali o ritirare le forze statunitensi attualmente schierate a protezione dello spazio aereo israeliano, aumentando il costo di qualsiasi guerra israeliana».
Come riportato da Renovatio 21, l’intero arco costitituzionale israeliano, dall’opposizione ai partiti di governo, si dichiara insoddisfatto dal Memorandum di Intesa tra Trump e gli iraniani e chiedono quindi l’estromissione di Netanyahu dal governo.
Netanyahu, fuori dalla carica di primo ministro, potrebbe rischiare condanne per le accuse di corruzione mossegli dalla magistratura israeliana. La questione è mostrata in tutta la sua crudezza nel documentario Bibi Files, recentemente rimesso in distribuzione sul sito di Tucker Carlson.
Come riportato da Renovatio 21, Trump si è speso più volte chiedendo pubblicamente la grazia per Bibi (che parrebbe averlo spinto in questo senso). Tuttavia, negli ultimi tempi, gli ha rinfacciato il suo ruolo per averlo tenuto fuori di galera.
«Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo», avrebbe urlato Trump a Netanyahu durante un confronto telefonico recente finito sui giornali. Secondo quanto riportato, un Trump «furioso» avrebbe pure gridato al Netanyahu: «Che cazzo stai facendo?».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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