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Bergoglio e il peronismo

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Un argentino che conosce particolarmente bene il Papa, suo connazionale e che si firma «Wanderer», gestisce un blog dal nome Caminante Wanderer in cui fornisce regolarmente notizie romane. Il 15 aprile 2024 ha scritto un articolo dal titolo accattivante, sul rapporto tra il pensiero del Papa regnante e il peronismo, associazione spesso invocata, ma descritta da un esperto. Ecco ampi estratti.

 

L’articolo, firmato Demostene, esordisce spiegando che «chi non vive in Argentina ha difficoltà a comprendere il fenomeno del peronismo. (…) Lo assimilano a un’altra realtà familiare: il socialismo, la democrazia cristiana, il movimento progressista o una variante non ben definita del populismo. D’altro canto è abbastanza comune descrivere l’attuale Papa come un peronista. La conclusione sembra semplice: ci si aspetta che il Papa si comporti come un socialista, un populista, etc.»

 

L’autore esordisce spiegando di cosa si sta parlando: «il peronismo è un fenomeno esclusivamente argentino, che non si identifica con le realtà di altri Paesi», spiega l’autore. «Non è un movimento basato sullo sviluppo concettuale, ma piuttosto un semplice strumento di potere. Una struttura per accedere, utilizzare, conservare e aumentare il potere. Ci sono peronisti di sinistra, di destra e di centro. Ci sono conservatori e rivoluzionari. Tutti hanno le loro ragioni per considerarsi peronisti (…)»

 

«È difficile trovare elementi comuni tra tutti coloro che si definiscono peronisti. Ci sono aspetti caratteristici di molti peronisti, come la protezione dei lavoratori, l’animosità verso gli Stati Uniti, il desiderio di favorire i poveri, la tendenza allo statalismo, etc. Tuttavia sottolineeremo alcuni elementi che si riferiscono (…) alla realtà del suo funzionamento in quasi tutti i suoi aspetti: 1. Il primato del potere; 2. Il disagio dell’eccellenza; 3. Priorità della tattica rispetto alla strategia. Questa è una semplificazione. Esaminiamo il riflesso di queste caratteristiche nella personalità di papa Francesco».

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1) Primato del potere

«A questo proposito, la traiettoria dell’attuale papa è lineare. La maggior parte delle sue azioni portano ad ottenere, utilizzare, mantenere o aumentare il potere».

 

«Vale la pena sottolinearlo, perché spesso si notano alcune contraddizioni concettuali che esso comporta. Per altre persone, questo potrebbe tradursi in profondi divisioni interiori o tradimenti calcolati. Nel caso di Bergoglio, però, la contraddizione teorica ha poca importanza. Può dire qualcosa oggi e sostenere, senza troppe difficoltà, un’idea incompatibile con quanto detto prima, a patto che tutto sia legato ad un unico obiettivo. (…) In realtà, per chi privilegia gli obiettivi pratici, questa contraddizione è evidente. Per Francesco non contano le idee, ma le decisioni e le azioni. Non è un teorico, ma un politico. Qui vale uno dei suoi famosi aforismi: “La realtà è superiore all’idea”. “L’unica verità è la realtà”, diceva Perón».

 

«In questa logica la legge è intesa come un semplice strumento nelle mani di chi detiene il potere. E questa visione spiega certi comportamenti che irritano il giurista o che rispondono a concezioni giuridiche contrarie: per esempio, cambiare le regole procedurali nel mezzo di un processo (ricordiamo cosa è accaduto durante il processo al cardinale Becciu). (…) Se il l’obiettivo desiderato non può essere raggiunto dalla legge, si farà appello alla clemenza o si agirà come se la norma non esistesse. (…) La legge, insomma, non può diventare un ostacolo, poiché è uno strumento di potere. Al punto da essere strumento di vendetta. Come ha detto Perón, “nessuna giustizia per il nemico”».

 

«Qualsiasi organizzazione intermediaria forte è anche una barriera per i detentori del potere supremo. Una fiorente associazione cattolica prende le sue decisioni interne con relativa autonomia, tanto che nella vita quotidiana ha sui suoi membri più influenza del Papa stesso. (…) In questo contesto, gli interventi istituzionali (visite fraterne ai vescovi, commissariati alle congregazioni religiose o ai movimenti laicali, ecc.) sono uno strumento importante per abbattere questa resistenza. Le decisioni papali non devono passare attraverso il filtro di un inquadramento intermediario. (…) Allo stesso modo, si deve comprendere il potere di dimissione dei vescovi e il rifiuto della leadership a vita delle associazioni cattoliche».

 

«Anche all’interno della struttura ecclesiastica, le posizioni inferiori dovrebbero avere la minor autorità possibile. (…) Il capo di un dicastero può essere solo una figura decorativa, perché il contatto diretto con il Papa si fa con un subordinato del dicastero e non con il prefetto. Questo subordinato controlla il suo capo, che si ritrova quindi in una situazione delicata. Il risultato è che le autorità sub-papali tendono a decidere meno, a eseguire le risoluzioni papali o ad attuare solo politiche che sanno con certezza avere l’approvazione del superiore».

 

«Le procedure danno anche all’organizzazione la possibilità di gestire la situazione che può essere frustrante per i detentori del potere supremo. Se un papa deve scegliere un vescovo da una lista di nomi che riceve dalle nunziature, diventa ostaggio della struttura. Lo stesso vale per le beatificazioni e le canonizzazioni. Pertanto, mettere da parte procedure, segni esteriori di autorità o protocolli e cerimoniali dimostra che chi detiene il potere non si sottomette a nulla. E questo si maschera da efficienza, da assenza di segni del passato o da esenzione di forme inutili».

 

«Lo stesso vale per la ricompensa del merito. Non ci sono seggi cardinalizi, perché condizionerebbero l’elezione del Papa. Un vantaggio ricevuto dal Papa non deve basarsi su un diritto; al contrario, trova la sua origine nella volontà del sovrano. (…) Inoltre, nessuna situazione è definitiva. Chi oggi viene promosso cardinale può essere escluso dal Sacro Collegio. Tutto è provvisorio. La paura costante di perdere i propri benefici è un ottimo strumento di sottomissione».

 

«Quando la questione è difficile o complicata, la responsabilità viene trasferita a realtà o corpi impersonali. Il primo è l’insistenza di Francesco sul fatto che la politica da lui perseguita si limita a seguire quanto deciso dai cardinali in conclave. Commissioni successivamente nominate gli permettono di adottare o rinviare una decisione, trasferendo il costo politico su una realtà impersonale. Con un vantaggio in più: si è guadagnato la fama di democratico e di manager che ha la saggezza di seguire i consigli degli esperti».

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2) Disagio di fronte all’eccellenza

«La seconda caratteristica è il disagio rispetto all’eccellenza. In Francesco non c’è disprezzo per il denaro né desiderio di austerità. D’altro canto c’è resistenza o disagio verso tutto ciò che è di qualità».

 

«Le applicazioni sono diverse. Vive a Santa Marta, perché si troverebbe a disagio in un appartamento spazioso in Vaticano; inoltre non vuole essere isolato, il che implicherebbe una perdita di potere. (…) La sua liturgia costa poco. Usa paramenti liturgici brutti, perché in essi si trova a suo agio. (…) Non è andato al concerto in suo onore, perché non gli piace ascoltare quel tipo di musica».

 

«Anche se cerca di far sembrare questi come segni di austerità, è chiaro che non si tratta di soldi. (…) Ma non vi è alcuna difficoltà economica nel portare a Roma musicisti latinoamericani di scarsa qualità o conferenzieri mediocri. Anche per quanto riguarda le ingenti spese della Giornata Mondiale della Gioventù non ci sono problemi di denaro».

 

«Ma bisogna recuperare. Vivere a Santa Marta viene spiegato come esempio di austerità o come mezzo di equilibrio psicologico. Tutto il suo abbigliamento – compreso l’abito liturgico – è spiegato come una manifestazione di semplicità e povertà».

 

«Inoltre, il suo comportamento dimostra che il raggiungimento di obiettivi importanti non richiede strumenti di qualità. Un cambiamento significativo nella disciplina o nella liturgia della Chiesa può essere ottenuto con un testo privo di spessore teologico. Inoltre, è un segno di potere che intellettuali seri facciano analisi serie su dei documenti mediocri. Un trionfo ufficiale del volgare».

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3. Priorità della tattica rispetto alla strategia

«In altre parole, anteporre il breve termine al lungo termine. La vita è breve. Il lungo termine è lontano, e le decisioni i cui effetti influenzano davvero l’intensità del potere e la popolarità di un leader che arriva al potere in età avanzata sono quelle che vengono prese nel breve periodo».

 

«Queste sono le decisioni che il Papa preferisce. Sul piano tattico il Papa si sforzerà di non rinunciare a nessuna decisione. La nomina dei suoi veri collaboratori, l’influenza sui processi elettorali immediati, l’attuale consenso dei media, la gestione economica che ritiene decisiva, le operazioni politiche che lo interessano, ecc. gli sono riservati. In generale, il Papa deve avere la possibilità di intervenire, se lo desidera, in qualunque tipo di determinazione».

 

«Le consuete operazioni di stampa sostengono il racconto di un papa riformatore, che apporta cambiamenti irreversibili in tutti gli ambiti della Chiesa. E che coloro che gli si oppongono sono conservatori minoritari ma potenti, ancorati a strutture esterne, da cui beneficiano. (…) Il rinnovo permanente degli addetti stampa rientra nel breve periodo. Periodicamente devono emergere nuovi nemici, mosse sorprendenti e grandi cambiamenti attesi, la cui pubblicità mantiene l’importanza del leader».

 

«L’enfasi sulla tattica è anche un problema di limitazione, comune alla maggior parte degli esseri umani. Pochi uomini sono capaci di prendere decisioni che abbiano un impatto profondo e duraturo sulla mente delle persone. La maggior parte di noi è mediocre e agisce secondo le proprie capacità».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

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Immagine da FSSPX.News. Immagine 1 di dominio pubblico CC0 via Wikimedia; immagine 2 di Juantenaphoto via Wikimedia con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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«E voi, non abbiate paura!»

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Giungendo al sepolcro dove fu deposto il corpo di Gesù, le sante donne – Maria Maddalena e l’altra Maria – si sentono dire, la mattina di Pasqua e per ben due volte, prima dall’angelo che rotola via la pietra, poi da Cristo risorto: «Non abbiate paura!». Quella che segue è una riflessione dell’abate Louis-Marie Berthe.   L’espressione non è nuova nelle Scritture: al contrario, ricorre in tutto il testo sacro, tanto che alcuni l’hanno trovata fino a 365 volte! Ma assume il suo pieno significato a Pasqua, alla luce della Risurrezione: se Gesù Cristo ha vinto il peccato e la sua conseguenza, la morte, di cosa possono mai temere tutti coloro che hanno riposto in lui la loro fede e la loro speranza?   Più di quanto ci rendiamo conto, la paura – in tutte le sue forme, deboli o forti – determina, o quantomeno modifica, le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre reazioni e i nostri progetti. Come ogni altra emozione, la paura non va negata, né tantomeno respinta a priori: segnala a chi la prova una minaccia reale o immaginaria; spetta poi a ciascun individuo valutare la realtà, la gravità e l’imminenza del pericolo per capire fino a che punto sia importante permettere alla paura di prosperare nel proprio cuore.   Pertanto, il timore di essere separati da Dio o di vivere lontani da Lui è buono e benefico: mantiene l’uomo nella giustizia e nella verità e lo protegge dal vizio. Al contrario, il timore di essere abbandonati o rifiutati dal prossimo per ciò che si è o per ciò che si pensa è da evitare: intrappola l’uomo nella menzogna e nell’ipocrisia; lo uccide lentamente.

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Quando Gesù esorta i suoi discepoli a non avere paura, li invita a non lasciarsi intimorire e scoraggiare dai pericoli fisici e umani che li minacciano: la perdita dei beni materiali, lo sguardo di disapprovazione o la cattiva opinione degli altri, gli eventi sfortunati della vita, la malattia del corpo e persino la morte: «Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, e dopo ciò non possono fare nulla di più» (Lc 12,4).   Non bisogna temere le macchinazioni dei malvagi e le persecuzioni controla Chiesa, qualunque forma assumano: «Non temete, o piccolo gregge, perchè piacque al Padre vostro dare a voi il regno» (Lc 12,32).   Proprio nel giorno della sua vittoria a Pasqua, Gesù Cristo volle infondere nei suoi discepoli, più che mai, questo spirito di santa libertà, di audace fiducia e di incrollabile vittoria. Possa questo spirito essere ancora nostro, duemila anni dopo, in mezzo alle paure che le cattive notizie del mondo possono giustamente provocare.   Lo spirito cattolico, quello che lo Spirito Santo forma nei nostri cuori, non è fatto di pusillanimità, di preoccupazioni eccessive, di ansia generalizzata o di chiusura in se stessi!   Ciò che san Paolo ricorda a Timoteo può essere applicato a chiunque sia nato dall’acqua e dallo Spirito nel battesimo: «Poichè Iddio ci ha dato non uno spirito di viltà, ma di forza e di amore e di saggezza» (2Tim 1,7).   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine: Paolo Veronese (1528–1588),  La conversione di Maria di Magdala (circa 1548), National Gallery, Londra Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Il Pentagono minaccia il papato con la cattività di Avignone. Perché la notizia esce ora?

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Emergono i dettagli di un inedito, bizzarro incontro avvenuto lo scorso gennaio del nunzio apostolico convocato in Pentagono. La tempistica dello scoop potrebbe essere legata alla battaglia di potere tra cattolici da una parte ed ebrei e protestanti sionisti dall’altra per l’egemonia dell’amministrazione Trump, due fazioni più che mai divise oggi dalla guerra per Israele condotta daglI USA contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

 

La testata Free Press – fondata dalla lesbica sionista Bari Weiss, ora ricoperta di cariche e danari dagli ultramiliardari americano pro-Israele –ha pubblicato un articolo secondo il quale, nel gennaio 2026, si sarebbe tenuto un incontro privato tra il cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico della Santa Sede negli Stati Uniti, e Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono cattolico da cui, viste le precendenti posizioni, non ci si aspetterebbe nulla di questo.

 

L’incontro sarebbe stato molto teso e acceso, durante il quale Colby avrebbe esortato papa Leone a «allinearsi più chiaramente con gli Stati Uniti» e avrebbe affermato che gli Stati Uniti possono «fare quello che vogliono».

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«Gli Stati Uniti hanno la potenza militare per fare ciò che vogliono nel mondo. La Chiesa cattolica farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte», ha detto Colby durante l’incontro, secondo quanto riportato da funzionari citati da Free Press.

 

Secondo diverse fonti citate in forma anonima nel rapporto, l’incontro di gennaio ha segnato una svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Vaticano. Funzionari romani hanno descritto l’incontro come conflittuale, definendolo una «dura lezione» impartita al cardinale al Pentagono. Le stesse fonti hanno indicato che le osservazioni sono state percepite in Vaticano come un «esplicito avvertimento» legato alla potenza militare americana.

 

L’incontro si sarebbe svolto pochi giorni dopo il discorso pronunciato da papa Leone XIV il 9 gennaio 2026, in cui criticava il crescente ricorso alla forza nelle relazioni internazionali. «Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati» aveva detto il papa. «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».

 

«La guerra è tornata di moda e si sta diffondendo un fervore bellico. Il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato. La pace non è più ricercata come un dono e un bene desiderabile in sé… La pace viene perseguita attraverso le armi come condizione per affermare il proprio dominio».

 

Secondo quanto riportato da The Free Press, diversi alti funzionari della difesa statunitense, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno interpretato queste dichiarazioni come dirette alla politica estera degli Stati Uniti.

 

Ulteriori dettagli emersi durante l’incontro suggeriscono che almeno un funzionario statunitense abbia fatto riferimento al precedente storico del papato di Avignone, un periodo del XIV secolo durante il quale il papato era di fatto subordinato alla corona francese. Il riferimento includeva la menzione dell’attentato a papa Bonifacio VIII e del conseguente trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone, in Francia.

 

La Cattività avignonese (1309-1377) fu uno dei periodi più turbolenti nella storia dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il potere temprale, iniziato quando papa Clemente V, francese, nel 1309 decise di trasferire la sede papale da Roma ad Avignone, in Provenza, che allora non era territorio del Regno di Francia ma del Regno di Napoli, pure sotto forte influenza francese. La scelta fu dettata da pressioni del re di Francia Filippo IV il Bello e dal desiderio di sfuggire alle lotte tra fazioni romane e alla pericolosa instabilità dell’Italia.

 

Per quasi settant’anni, sette papi (tutti francesi) risiedettero ad Avignone, trasformandola in una splendida corte rinascimentale, ricca e centralizzata. La Chiesa rafforzò la sua burocrazia e le finanze, ma perse prestigio: molti fedeli la accusavano di essere «prigioniera» dei re francesi, lontana dalla tomba di Pietro e troppo mondana.

 

Il ritorno a Roma avvenne solo nel 1377 grazie a Gregorio XI, spinto dalle preghiere di santa Caterina da Siena. Tuttavia, un anno dopo la sua morte scoppiò il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417), con papi rivali a Roma e Avignone. La Cattività avignonese segnò una grave crisi di autorità della Chiesa, aprendo la strada a divisioni e critiche che avrebbero influenzato il Rinascimento e la Riforma protestante.

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Secondo il consulente politico Christopher Hale, «molti in Vaticano hanno interpretato il riferimento del Pentagono a un papato ad Avignone come una minaccia di usare la forza militare contro la Santa Sede». L’avvertimento del Pentagono ha allarmato a tal punto il Vaticano che papa Leone ha annullato la sua prevista visita negli Stati Uniti entro la fine dell’anno.

 

Infatti, l’8 febbraio 2026, il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, ha dichiarato ufficialmente che «papa Leone XIV non si recherà negli Stati Uniti quest’anno», smentendo le voci di una possibile visita in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana.

 

Il papa ha invece programmato una visita a Lampedusa il 4 luglio, un’isola del Mediterraneo associata agli arrivi di migranti dal Nord Africa. Hale ha osservato che la scelta della data e del luogo difficilmente poteva essere casuale, dato il contrasto simbolico.

 

Il pontefice ha intensificato le sue condanne durante la Settimana Santa. Nelle sue parole culminate nella Domenica di Pasqua, ha esortato i leader mondiali ad abbandonare i conflitti armati e a respingere quello che ha definito il «desiderio di dominare gli altri». All’inizio della settimana, aveva condannato quella che ha chiamato «l’occupazione imperialista del mondo» e aveva ammonito che «Dio non accetta le preghiere di coloro che fanno la guerra».

 

È davvero difficile non interpretare le dichiarazioni di Leone come un giudizio immediato sulla seconda amministrazione di Donald Trump, che aveva bombardato gli impianti nucleari iraniani, rapito il leader venezuelano Nicolas Maduro, esercitato forti pressioni per lo scioglimento della NATO e minacciato diversi alleati degli Stati Uniti, arrivando persino a ipotizzare la possibilità che gli Stati Uniti potessero assumere il controllo del Canada e della Groenlandia.

 

Nei mesi successivi, l’amministrazione ha autorizzato anche un blocco navale di Cuba, impose sanzioni unilaterali a diversi Stati membri dell’UE e ventilò pubblicamente la possibilità di ritirare le garanzie di sicurezza a Corea del Sud e Giappone a meno che non avessero «riequilibrato» il loro allineamento strategico verso Washington.

 

In Ungheria per sostenere la campagna elettorale del premier Vittorio Orban, il vicepresidente JD Vance, convertito al cattolicesimo, ha detto di non sapere nulla dell’accaduto e di voler parlare de visu con il cardinale Pierre.

 

Va compresa anche la figura del Under Secretary of Defense for Policy (USDP). Elbridge Colby. Nipote dello storico direttore della CIA William Colby (1920-1996) sotto Nixon e Ford, dal 2017 al 2018, durante la prima amministrazione Trump, ha ricoperto la carica di vice assistente del segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze armate, svolgendo un ruolo chiave nello sviluppo della Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti del 2018, che, tra le altre cose, ha spostato l’attenzione del Dipartimento della Difesa statunitense sulla Cina.

 

Colby non è un falco neocon – è, anzi, il contrario, e si identifica come «realista», che ha chiesto apertamente la riduzione dell’aiuto militare all’Ucraina, un ripensamento del rapporto con la NATO («partnership», non dipendenza) e persino un «reset» nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Il Colby ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero «lasciare più spazio al giudizio di Israele su come gestire al meglio le sue sfide alla sicurezza», e che, sebbene gli Stati Uniti debbano essere pronti a fornire supporto materiale e politico a Israele, quest’ultimo dovrebbe comprendere che gli Stati Uniti, che «non possono permettersi di essere invischiati in un’altra guerra in Medio Oriente, assumeranno un ruolo di supporto».

 

In passato il Colby aveva persino dichiarato, con grande scandalo di senatori repubblicani come Tom Cotton, che l’acquisizione di un’arma nucleare da parte dell’Iran non costituirebbe un rischio esistenziale per gli Stati Uniti e fiancheggiando il ritiro delle forze militari statunitensi dal Golfo Persico, sostenendo che gli Stati Uniti possono contrastare l’Iran «in modo più efficace» «rafforzando le capacità militari dei propri partner nella regione». All’epoca l’Elbridge si opponeva a un’azione militare diretta contro l’Iran, pur affermando che contenere un Iran dotato di armi nucleari «è un obiettivo del tutto plausibile e pratico».

 

Colby è cattolico. Il commento su Avignone sembrerebbe essere stato proferito da un altro funzionario presente all’incontro col nunzio apostolico.

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La tempistica con cui esce questo caso è interessante, e la testata di riferimento pure. La giornalista lesbica sionista Bari Weiss, ex opinionista del New York Times (dove si distinse per gli attacchi a Tulsi Gabbard, accusata di essere un pupazzo di Bashar al-Assad), aveva fondato The Free Press nel 2021 come piattaforma indipendente di notizie e commenti, critica verso l’ortodossia «woke» dei media mainstream, attraendo quindi un certo pubblico indipendente o di destra che oramai respingeva in toto il mainstream. Il sito crebbe rapidamente grazie a un modello di abbonamenti e attirò investitori come Marc Andreessen, David Sacks, Howard Schultz e altri, raccogliendo 15 milioni di dollari nel 2024 con una valutazione di circa 100 milioni.

 

Nell’ottobre 2025, Paramount Skydance (guidata da David Ellison, figlio del miliardario sionista di Oracle Larry Ellison ) ha acquistato The Free Press per 150 milioni di dollari, una cifra che è parsa a moltissimi come enigmaticamente sproporzionata. In seguito alla bizzarra operazione, Weiss è stata nominata editor-in-chief di CBS News, canale TV comprato pure quello dagli Ellisoni, la cui vicinanza allo Stato Israele, e persino all’IDF, è cosa nota.

 

Fare uscire ora, con Trump che tentenna sulla guerra in Iran, la notizia di uno screzio tra Washington e la Santa Sede aiuta decisamente a cementare la cintura sionista di matrice ebraico-protestante attorno al presidente – cioè lo stesso apparato che ha portato all’attuale, fallimentare guerra in Persia – contro la fazione «cattolica» che era dubbiosa o risolutamente contraria alla guerra: il segretario di Stato Marco Rubio, che pure ha origini neocon, si era lasciato scappare ad inizio conflitto che gli USA vi erano stati trascinati dentro da Israele, mentre il vicepresidente JD Vance (convertito al cattolicesimo che gli iraniani volevano come negoziatori al posto degli ebrei Steve Witkoff e Jared Kushner), è emerso, si era detto nettamente contrario all’intervento.

 

Anche la base dei sostenitori pare dividersi su base confessionale, come dimostra la battaglia antisionista portata innanzi con clamore pubblico dall’ex Miss California, e amica personale di Trump, Carrie Prejean Boller, cattolica convertita espulsa dalla Commissione per la libertà religiosa per aver fustigato l’influenza israeliana su politica e religione protestante, nonché il genocidio di Gaza.

 

Lo scontro in atto è stato descritto con lucidità dallo scrittore cattolico americano E. Michael Jones: «Il cessate il fuoco ha segnato un passaggio dal controllo sionista cristiano dell’amministrazione Trump a un controllo di fatto cattolico sotto JD Vance. Anche il papa ha avuto un ruolo in questo cambiamento».

 

«L’apice dell’influenza sionista cristiana è stato raggiunto con la funzione del Venerdì Santo al Pentagono, alla quale sono stati esclusi i cattolici» continua Jones, riferendosi ad una grottesca cerimonia condotta dalla «pastora» protestante sionista Paula White, nota per i video con Netanyahu e per essere, dice la Prejean Boller, dietro alla sua espulsione dalla Commissione. Durante l’evento la White ha paragonato Trump a Gesù Cristo. Il vescovo cattolico Barron, presente, non ha proferito verbo né durante né dopo.

 

 

«Ora, le persone più mature e responsabili sono cattolici come Joe Kent, che afferma che gli Stati Uniti devono frenare Israele se vogliono che il cessate il fuoco regga» conclude Jones. Il Kent, veterano delle Forze Speciali dimessosi poche settimane fa dal suo incarico di capo dell’antiterrorismo in protesta alla guerra iraniana e alla soverchiante influenza israeliana sulla politica americana, è stato visto alla conferenza di Washington Catholics For Catholics assieme alla Prejean Boller e a Candace Owens. Notevole anche la presenza sullo stesso palco di un altro cattolico un tempo vicinissimo a Trump, il generale Michael Flynn.

 

Trump pare però aver fatto una scelta di campo, visto l’incredibile messaggio lanciato su Truth nelle ultime ore, in cui accusa i suoi sostenitori critici della guerra in Iran (e del rapporto con Israele…) Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones e la stessa Owens di essere dei «perdenti» con «basso IQ». Trattandosi di alcuni dei maggiori podcaster al mondo (in termini assoluti di ascolto, perfino), messaggio segna una frattura decisa nella base MAGA, una ferita che non sappiamo se possa essere sanabile.

 

Un nodo immenso della Repubblica americana, forse già presente al momento della sua fondazione, sta ora venendo al pettine.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia


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Il vescovo Strickland critica duramente Trump per la minaccia di Pasqua contro l’Iran

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’ex vescovo di Tyler, Texas, Joseph Strickland apparso su X.  

Un appello al rispetto e alla Verità

Negli ultimi giorni, un messaggio di Pasqua del presidente Donald Trump ha attirato l’attenzione, non per la chiarezza con cui ha proclamato la Resurrezione di Gesù Cristo, ma per il linguaggio sconsiderato, irriverente e teologicamente confuso.   Questo problema va affrontato, non per ragioni politiche, ma per ragioni di verità.   La domenica di Pasqua è il giorno più sacro del calendario cristiano. È il giorno in cui la Chiesa proclama con incrollabile certezza che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è risorto dai morti. La morte è stata vinta. Il peccato è stato sconfitto. Le porte del Cielo si sono aperte.   Questo non è un giorno per discorsi superficiali. Non è un giorno per volgarità. E non è un giorno per confusione su chi sia Dio.   Quando si usa un linguaggio volgare o profano in riferimento a un mistero così sacro, ciò rivela qualcosa di più profondo di una momentanea mancanza di sensibilità: riflette una perdita del senso del sacro. E quando il linguaggio religioso viene mescolato con noncuranza, come se tutte le espressioni di fede fossero intercambiabili, oscura la verità che ci è stata affidata.  

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La Chiesa cattolica insegna che esiste un solo Dio. Ma proclama anche che questo unico Dio si è rivelato pienamente e definitivamente in Gesù Cristo. La Pasqua non è una generica celebrazione di «Dio», bensì la proclamazione della risurrezione di Gesù Cristo.   Sostituire la chiarezza con l’ambiguità, anche involontariamente, significa sminuire la forza di tale affermazione.   In quanto cattolici, la nostra fedeltà non è rivolta ad alcuna figura politica, partito o movimento. La nostra fedeltà è rivolta a Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Pertanto, dobbiamo essere disposti a parlare con onestà e carità quando qualcosa non è conforme a questa verità, a prescindere da chi lo dica.   Non si tratta di condannare. Si tratta di invitare tutte le persone – specialmente quelle in posizioni di influenza – a uno standard più elevato, degno del nome di Cristo.   Se ci lamentiamo della perdita della fede nel mondo, dobbiamo anche riconoscere la perdita della riverenza. Se soffriamo per la confusione, dobbiamo rinnovare il nostro impegno verso la chiarezza. E se desideriamo un rinnovamento, questo deve cominciare con un ritorno al sacro.   La Pasqua esige di più. Esige che parliamo di Dio con riverenza. Esige che proclamiamo Cristo con chiarezza. E esige che viviamo come testimoni della verità che la tomba è vuota e che Gesù Cristo è il Signore.   Non abbassiamo questo standard. Innalziamoci al suo livello.   Dio Onnipotente vi benedica, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.   + Joseph E. Strickland, Vescovo emerito

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