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Pensiero

Annulleranno il vostro voto. Con la scusa delle fake news

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È accaduto in Brasile. Tuttavia, il fenomeno è in preparazione in ogni parte del mondo, Italia compresa.

 

La narrativa implementata materialmente, anche a costo di annullare un’elezione – cioè fare un piccolo colpo di Stato.

 

È successo a Brasilia, perché lì sta l’ultimo Highlander dell’ondata populista di fine anni ’10, Jair Messias Bolsonaro, tra i pochi superstiti all’arrivo dell’antimateria pandemica, la sostanza aliena che ha spazzato via dal globo tante voglie sovraniste assicurando un ritorno all’ordine per l’establishment mondialista.

 

Ecco quindi presidente del Tribunale Elettorale Superiore del Brasile, Edison Fachin, ha sostenuto dinanzi ai corrispondenti esteri in Brasile (cioè: lo ha comunicato alla stampa internazionale) che la massima autorità elettorale del Paese – la sua –  dispone di strumenti che le consentono di privare della vittoria i vincitori delle elezioni: basta dimostrare che hanno distribuito notizie false.

 

Proprio così: annullamento della vittoria come punizione per aver mandato in giro fake news.

 

«Siamo estremamente preoccupati per la diffusione della disinformazione, soprattutto sui social network. La corte è attenta e abbiamo già adottato alcune misure preventive con l’idea che le informazioni distorte siano combattute con informazioni corrette».

 

Il capo della corte elettorale ha osservato che la legge elettorale caratterizza la diffusione di notizie false come un reato che può innescare la sanzione dei vincitori delle elezioni che la perpetrano spogliandoli delle cariche che hanno conquistato.

 

«Se è necessario arrivare al punto di sanzionare alcuni comportamenti, il tribunale non rifiuterà di esercitare la sua autorità punitiva».

 

Ovviamente, Fachin, che ridicolmente non ha fatto nomi, si riferisce ad un candidato specifico: Jair Messias Bolsonaro.

 

In pratica, si ripete quanto abbiamo già visto con Trump e le elezioni 2020: Bolsonaro ha sostenuto varie volte che il sistema di voto elettronico del Brasile è suscettibile di frode. Di per sé la cosa dovrebbe essere pacifica – ogni sistema informatico può essere violato – tuttavia ciò, nel mondo dove il senile Joe Biden prende 81 milioni di voti (10 milioni più di Obama!) ciò a quanto sembra non si può dire, è tabù.

 

Al punto che della cosa il Tribunale elettorale brasiliano ne sta parlando con Telegram.

 

«Stiamo discutendo le misure di integrità con il vicepresidente di Telegram. È stata una delle ultime piattaforme ad aderire, ma i risultati ottenuti fino ad oggi sono significativi», ha affermato il giudice, facendoci capire quanto infine possiamo fidarci del social di origine russo con i server negli Emirati.

 

Insomma, se il popolo voterà Bolsonaro invece che Lula, potranno tranquillamente dire che Bolsonaro ha diffuso fake news (magari impiantate dai loro stessi agents provocateurs) e quindi l’elezione sarà annullata, e con essa il voto di milioni e milioni di cittadini.

 

E a chi andrà quindi il potere?

 

Fate uno sforzo di immaginazione.

 

A questo punto abbiamo quindi la chiara comprensione di cosa sia servita in questi anni la montante isteria intorno a fake news e disinformazione, con comitati creati dai governi di tutto il mondo e ban a go-go sui social media (come accaduto a Renovatio 21, che ha portato Facebook in tribunale, e riottenuto account e pagina).

 

Il famoso «ministero della Verità» – chiamato Disinformation Board e facente parte dell’armatissimo Department for Homeland Security – istituito da Biden con a capo l’improbabile Nina Jankowitz, è stato spernacchiato fino a che il governo non lo ha messo «in pausa». Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo, e i più ci hanno riso sopra.

 

Lo stesso dipartimento della  Jankowitz aveva spiegato che nonostante certe idee saltate fuori (per esempio, quella di poter editare i post sui social i post ritenuti fake news) il fallito board mai ha avuto intenzione «di censurare o controllare il discorso».

 

Si trattava, questa, di una vera fake news: documenti che gole profonde hanno fatto pubblicare sul Washington Free Beacon hanno mostrato come il governo avesse in programma di «rendere operative partnership pubbliche-private tra il DHS e Twitter – cioè di lavorare direttamente con i social media. Con Twitter, il Disinformation Board ha avuto un meeting il 28 di aprile.

 

Oramai l’avete capito: fake news, teorie del complotto, disinformazione… sono solo espressioni per una cosa non grata alla narrativa dominante fatta dalla fusione di governi e megagruppi informatici.

 

Perché, a Brasilia come a Washington, chi definisce cosa è una fake news?

 

La Jankowitz (chiamata anche Scary Poppins) nell’ottobre 2020, poco prima delle elezioni, aveva definito la storia del laptop di Hunter Biden come una fake news, un’operazione di disinformazione venuta dalla Russia. Ora che anche New York Times e Washington Post ammettono che la storia del computer infernale del figlio del presidente è vera, chi è che ha diffuso fake news?

 

Curiosa coincidenza: il meeting tra il Disinformation Board e Twitter si è svolto alla presenza di Yoel Roth, un dirigente di Twitter che con il team di Twitter «Fiducia e Sicurezza» aveva preso la decisione di censurare la storia del laptop di Hunter Biden. Il livello di censura fu tale che tolsero al New York Post (giornale più antico d’america, fondato da Alexander Hamilton, quarto per diffusione») il profilo Twitter.

 

Era solo un assaggio di quello che sarebbe accaduto – ricordando che allora al potere, in teoria, c’era Trump…

 

Ora, con questo push da parte della Casa Bianca bideniana è trattato, quindi, di una campagna di sollecitazione segreta da parte del governo americano, coperta da bugie immani, con offerte reali da parte del governo di offrire al social dati per la creazione di un regime di controllo delle informazioni che la Casa Bianca ritiene «cattive».

 

A tutti gli effetti, questa è pura distopia à la 1984.

 

Neanche qui, niente di nuovo. Chi segue la questione, ricorderà le incredibili dichiarazioni dell’ex portavoce di Biden, la rossa Jen Psaki, durante la campagna di vaccinazione mRNA 2021. Il governo USA stava etichettando quello che riteneva «disinformazione» per fornirlo a Facebook affinché quest’ultimo potesse censurare contenuti contrari alla volontà del potere.

 

Non era l’unica follia orwelliana sparata tranquillamente dalla Psaki. La portavoce della Casa Bianca disse quindi qualcosa di ancora più scioccante: se una persona viene bandita da una piattaforma di social media, dovrebbe essere bandita su tutte le piattaforme di social media.

 


C’è da non crederci, ma in realtà tutto questo ha perfettamente senso: non colpiscono l’utente dei social. Colpiscono un elettore.

 

È la fusione dello Stato securitario con Big Tech, che avanza da anni – cioè: sin dall’inizio, perché nessuno deve dimenticare le origini militari della Silicon Valley, e i finanziamenti di Pentagono e CIA che ancora aleggiano tra startup e mega-multinazionali informatiche.

 

È la creazione della base per il regime si sorveglianza che si prepara, e che è già diretto verso metà (e più) della popolazione, cioè contro tutti coloro che non hanno votato per il pupazzo senile del Deep State, sempre più assimilati, sin dai primissimi giorni della sua presidenza, a «terroristi domestici».

 

Non è solo la fine della libertà di espressione: è la caccia contro il singolo, colpevole di appartenere ad una dissidenza, concetto non più possibile nelle cosiddette democrazie occidentali.

 

Il dissidente va non solo zittito, ma controllato, se serve arrestato ed esposto al pubblico ludibrio, come i personaggi della protesta al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

 

Non c’è politico che vuole difendere il diritto ad un’opinione diversa; non c’è giornale che farà battaglie sulla libertà di espressione: perché oramai si tratta solo di consorterie già stabilite, che vogliono mantenere lo stipendio nel momento in cui, questo l’anno capito, un terremoto può far loro mancare la terra sotto i piedi.

 

Ciò che stiamo scrivendo è valido non solo per gli USA e per il Brasile, ma per tantissimi Stati occidentali. Pensate alla Germania che valutava di chiudere Telegram. Pensate ai progetti dell’OMS per ascoltare le conversazioni online e «contrastare le fake news». Pensate agli investimenti di Soros per combattere le fake news. Pensate a Google che demonetizza i siti che sull’Ucraina non si adattano alla narrativa ufficiale, mentre in rete le balle di Kiev impazzano.

 

L’obbiettivo di questa immane operazione dello Stato profondo mondiale e delle multinazionali trilionarie – allineati perfettamente, come da Vangelo del Grande Reset – non sono le fake news.  Siete voi.

 

Perché vogliono togliervi la parola e il pensiero, ma più ancora, il potere residuale che avete 0 magari anche, per quello che può valere, il vostro diritto di voto. In Brasile sarà così.

 

È a suo modo, un processo di pulizia etnica, formato XXI secolo.

 

Voi ne siete le vittime.

 

Ogni volta che dicono «fake news», stanno tirando un colpo per disintegrarvi, per rimuovervi dall’equazione del mondo moderno.

 

Perché siete un pericolo, siete qualcosa che va controllato e possibilmente neutralizzato, eliminato: alla fine, dovrà restare solo la massa vaccina, quella che, docile docile, si accontenta di brucare un po’ di erbetta e soprattutto accetta di essere portata al macello quasi senza muggire.

 

La pandemia, i social media: tutto questo è stato solo un grande test per dividere la società separando la popolazione in base ad obbedienza, creduloneria, inclinazione ad essere sottomessa.

 

Di una cosa siate felici: se state leggendo questo sito, con estrema probabilità siete finiti nella categoria giusta: coloro che sono liberi, perché sono rimasti umani.

 

Voi siete tra coloro che non si curano delle fake news, perché credono con il cuore nella Verità e nel suo trionfo finale.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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 Immagine generata artificialmente

 

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