Pensiero
Angela, gli ebrei, i massoni, il mistero e Aurelio Peccei
È morto Piero Angela. I coccodrilli su TV, siti e giornali vi avranno già inzuppato il fazzoletto.
Rammentiamo le sue fiammate durante la pandemia. «L’esercito in campo per far rispettare le norme di sicurezza sanitaria? Secondo me è utile. Questo è un virus mortale. Non si può dover chiedere per favore, mettete le mascherine. Quelli che non le usano sono degli untori, sono stati informati che è estremamente rischioso, soprattutto se sono quelli asintomatici» avrebbe dichiarato nel 2020.
Con la mascherina sul mento, la voce gli tremava, ma la convinzione c’era tutta.
«Facciamo l’esempio dell’AIDS. Sapete che c’è gente che è stata condannata in tribunale perché sapendo di essere contagioso comunque ha avuto rapporti con altre persone. È un reato, tu porti in giro la malattia».
E ancora. «Non c’è abbastanza pressione sul pubblico perché rispetti queste regole (…) in attesa del famoso vaccino».
Questo per il Piero Angela pandemico, che da scientista è ovviamente vaccinista, del tipo mistico-fideistico che abbiamo imparato a conoscere.
Tuttavia ci sono un paio di altre cosette che vorremmo ricordare qui del potente divulgatore scientifico RAI, principe di un feudo TV altamente «laico» anche in era democristiana. Sono due robette che probabilmente non leggerete altrove – soprattutto una, molto più significativa delle altre, che sta scritta in fondo all’articolo.
Come sa il lettore di Renovatio 21, «laico» è una parola che può voler dire tante cose. Nel caso della famiglia Angela, la parola può significare l’aderenza ad una tradizione, diciamo così, «illuminista».
Il padre di Piero era Carlo Angela, un medico piemontese che viene ricordato per il suo impegno antifascista: «la dittatura lo confinò praticamente a Villa Turina, una casa di cure per malattie mentali, ma ciò non gli impedì di continuare a mantenere rapporti con la rete antifascista» ricorda un vecchio articolo di Repubblica, che virgoletta un testimone che riconosce che «Angela era una persona riservata, che parlava poco. Aveva la sacralità del silenzio, era un laico rigoroso».
Durante gli anni della Repubblica Sociale, il dottor Carlo Angela «salvò ebrei spacciandoli per ariani», nascondendoli nella clinica che dirigeva. Ciò gli valse, nel 2001, l’onorificenza israeliana di Giusto fra le Nazioni; il suo nome fu quindi nel Giardino dei giusti di Yad Vashem di Gerusalemme, luogo poi visitato dal figlio Piero con abbondanza di foto e resoconti mediatici. Una stele dedicata a Carlo Angela vi è anche nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova, un parco a tema genocidi del XX secolo.
Non vi è mistero attorno all’appartenenza del Carlo Angela alla Massoneria. Fu iniziato nel 1905, raggiungendo il 33º grado del rito scozzese antico ed accettato. Nel secondo dopoguerra ottenne la carica di Maestro Venerabile della Loggia Propaganda all’Oriente di Torino Presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della stessa città.
Un rito massonico funebre fu celebrato nel tempo della Loggia Propaganda l’8 giugno 1949, a cinque giorni dalla sua morte.
Carlo Angela è stato celebrato dalla RAI – dove lavorano suo figlio e suo nipote – con un lungometraggio documentario del 2017 intitolato Carlo Angela:un medico stratega.
Ora non c’è prova alcuna che la discendenza del Carlo abbia seguito le medesime iniziazioni.
Tuttavia l’impegno illuminista da parte del Piero c’era tutto.
Non stiamo parlando solo del modo gentile di spiegare la scienza a gambe conserte (mirabilmente canzonato dal Gianfranco D’Angelo di Drive In) con le sue ipnagogiche trasmissioni per lo più fatte di spezzoni di documentari importati (dai veri professionisti dei filmati naturalisti BBC, etc.) e doppiato da Claudio Capone, cioè la compianta voce di Ridge di Beautiful e del primo Luke Skywalker.
Ci riferiamo al CICAP, il «Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale», che ora avrebbe cambiato nome, non sappiamo bene perché, in «Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze». Il CICAP fu creato dopo iniziative di Piero Angela, che nel 2016 ne divenne «Presidente Onorario».
Su esempio di un ente di scettici USA, Angela voleva creare un comitato per la verifica dei presunti fenomeni paranormali – in pratica un fact-checking ante litteram, che però poteva sconfinare nella sfera del mistico: astromanzia, rabdomanzia, taumaturgia, ufologia, spiritismo… Niente sfugge alle verifiche degli in genere baffuti agenti del CICAP.
Essi finirono giocoforza per sconfinare nell’ambito religioso, occupandosi del sangue di San Gennaro e di Medjugorje.
Il riduzionismo scientista degli uomini CICAP è per alcuni davvero snervante. Chi scrive ricorda un’affollatissima conferenza di ufologia a San Marino, più di tre lustri fa, dove l’organizzatore al microfono sbottò tutta la sua rabbia contro un’apparizione TV di un tizio CICAP che, invitato ad esprimersi su video di UFO rilasciati dall’esercito messicano, dichiarò che quelle luci filmate dai piloti di caccia erano in realtà riflessi dei pozzi petroliferi di Cuba…
La superstizione, come la Fede (che è ritenuta superstizione), sono da sempre oggetto degli strali del noto club cui apparteneva il papà del Piero, dove si predica la superiorità della ragione sopra ogni cosa, soprattutto verso le credenze popolari e ciò che esce da una visione precisa (bianca o nera, a scacchi, come quel famoso pavimento).
Il mistero, insomma, non esiste: esiste solo la «ragione», qui intesa come la possibilità di spiegare, con le sole conoscenze della scienza attuale, qualsiasi cosa.
Rivoli di questo razionalismo, che per forza di cose va a scontrarsi con il sentire religioso e talvolta la religione organizzata, si possono trovare nei movimenti scettici che vi sono in ogni Paese, dagli USA all’India.
Vi è una ulteriore storia che da anni faceva impazzire il sottobosco della rete: quella che passa per il videografo israeliano Ofer Eshed, già marito di Fiamma Nirenstein, ardente sionista già deputata berlusconiana poi proposta da Netanyahu in era Renzi come ambasciatrice d’Israele a Roma – ma della cosa non se ne fece nulla. La Nirenstein è stata la prima cittadina-parlamentare italiana residente nella colonia ebraica di Gilo, territorio annesso con la guerra dal 1967 e, secondo la comunità internazionale, occupato illegalmente. La cosa fu notata in un articolo del 2008 del quotidiano israeliano Haaretz intitolato «Il “colono” israeliano al servizio del parlamento italiano».
Ora, parrebbe da alcune clip su un canale YouTube che un Ofer Eshed potrebbe aver lavorato per Ulisse e Superquark, due programmi del Piero Angela. Sul perché vi possa essere stata questa collaborazione, non abbiamo idea alcuna. Come potrebbe essere vero il fatto che si tratti semplicemente di filmati venduti.
Niente di che, non sappiamo nemmeno se si tratti di un caso di omonimia. Comunque non lo reputiamo un segno importante, è una coincidenza da nulla.
Non è invece, una coincidenza da nulla l’intreccio tra Piero Angela e Aurelio Peccei, un personaggio di cui talvolta Renovatio 21 vi ha parlato.
Peccei, un altro torinese forse di tradizione «illuminista» che aveva fatto la resistenza antifascista, è uno dei personaggi più oscuri del Novecento. Non esitiamo a conferirgli il titolo di «signore della Necrocultura».
L’idea dei limiti dello sviluppo la dobbiamo a Peccei e alla sua creatura, il Club di Roma, un consesso di potentissimi uniti solo dall’agenda magica di Peccei, che per qualche motivo aveva buoni rapporti con i vertici di qualsiasi realtà globale – pensate ad un Kissinger, o ad uno Klaus Schwab, ma più tetro e più concentrato.
Il concetto che muoveva Peccei di fatto era uno solo: la riduzione della popolazione terrestre.
Fu Peccei a costruire la cultura della decrescita, del controsviluppo, della contrazione industriale, economica, necessaria per salvare il pianeta dalla supposta implosione demografica, che avrebbe portato devastazione, guerra e malattie, nonché la fame su tutto il globo terracqueo.
Quando sentite qualcuno dire «siamo troppi», dovete sapere che la sua lingua è stata caricata decenni fa dal lavoro di Aurelio Peccei.
La potenza del suo Club di Roma fu tale che si sostiene che la politica cinese del figlio unico sia stata indotta da lì: approcciarono un esperto aerospaziale del governo Deng, tale Song Jian, ad una conferenza missilistica a Helsinki, e gli dissero che avevano simulazioni che mostravano il collasso della Repubblica Popolare Cinese se la popolazione non sarebbe stata fermata… Deng, che forse con l’Europa aveva altre aderenze di club avendo studiato a Parigi, attivò la politica autogenocida costata la morte di centinaia di milioni di bambini, facendo diventare Pechino un mega-laboratorio della Cultura della Morte realizzata.
Il documento con cui iniziò tutto fu lo studio che il Club di Roma di Peccei commissionò nel 1972 al politecnico bostoniano MIT, The Limits to Growth («I limiti dello sviluppo»), una primitiva simulazione al computer che ripeteva con gergo scientifico coevo quanto già espresso dal reverendo Malthus, teorico delle atrocità dell’Impero britannico (lavorava per il Collegio della Compagnia delle Indie), secoli prima: fermate la crescita della popolazione e il consumo di risorse o sarà il disastro.
È una delle maschere della Necrocultura che abbiamo imparato a conoscere: quella ecologista.
Peccei non aveva paura di scrivere quello che pensava dell’umanità nei suoi libri, uno dei quali, Campanello d’allarme per il XX secolo, scritto con il vertice del potente gruppo buddista Soka Gakkai (quello di Baggio e della Sabina Guzzanti) Daisaku Ikeda.
È tuttavia in Cento pagine per l’avvenire, un libro che hanno sentito il bisogno di ristampare pochi anni fa, che il Peccei tocca vette di trasparenza antiumana:
«Ci siamo chiesti se tutto sommato, rispetto al maestoso fluire dell’evoluzione l’homo sapiens non rappresenti un fenomeno deviante. Se non sia un tentativo ambizioso andato male, un errore di fabbricazione che gli aggiustamenti che assicurano il rinnovarsi della vita si incaricheranno a tempo debito di eliminare o rettificare in qualche modo».
Avete capito da dove vengono quindi Greta Thunberg («la prima Greta Thunberg aveva i baffi e si chiamava Aurelio Peccei» ebbe a dire Angela) e i discorsi apocalittici sul «pianeta Gaia» dei vostri amici eco-vegetariani: da uno strano ricco e potente, già uomo FIAT e Olivetti, inspiegabilmente inserito nel livello decisionale più alto del pianeta.
Quindi, eccovi che nel 1973, ad un anno dall’uscita del rapporto I Limiti dello Sviluppo voluto dal Club di Roma, «Piero Angela prende spunto da questo testo fondamentale in materia di sostenibilità ambientale del progresso tecnologico per realizzare “Dove va il mondo?”». Stiamo copincollando da RaiPlay, il sito della RAI.
«Il programma in quattro puntate intendeva verificare l’attendibilità delle drammatiche previsioni del rapporto, vagliando le posizioni pro e contro di esperti e scienziati. Il primo intervistato è Aurelio Peccei, fondatore del “Club di Roma”, l’ente non governativo che aveva commissionato lo studio del MIT».
«La nostra Terra che galleggia nello spazio con il suo sottilissimo strato di biosfera può accogliere uno sviluppo senza limiti? Oppure le sue stesse dimensioni creano inevitabilmente un limite fisico allo sviluppo» si chiede Angela nei primissimi secondi mentre scorrono immagini in bianco e nero del nostro pianeta. «E quanto siamo lontani, da questo limite? Queste domande se le sono poste in modo concreto un gruppo di scienziati, umanisti, dirigenti di organizzazioni internazionali preoccuparti sulle sorti del futuro riuniti in una associazione denominata Club di Roma».
Uno spottone.
Il lancio è straordinario. «La prima seduta [del Club di Roma] si era svolta qui a Roma, su iniziativa del dottor Aurelio Peccei». Parte l’intervista.
Date un’occhiata voi stessi. In pratica, un’intera serie dedicata al manifesto della decrescita, con lunga intervista a Peccei già al primo episodio.
La vicinanza tra Angela e Peccei è ricordata anche nel fresco necrologio del WWF: «Fu tra i primi infatti, già dagli anni 70, a dare risonanza agli allarmi sul futuro del Pianeta lanciati da Aurelio Peccei e dal Club di Roma fondato dallo stesso Peccei». Ricordiamo, en passant, che tra i personaggi fondatori del WWF c’è il principe Filippo di Edimburgo, quello che voleva reincarnarsi in un patogeno pandemico per decimare la popolazione. Un altro fondatore, il principe neerlandese Bernhard van Lippe-Biesterfeld è stato presidente del Gruppo Bilderberg fino a quando si dovette dimettere per lo scandalo della tangente da 1,1 milioni di dollari avuta dalla Lockheed.
Ma restiamo su Angela e Peccei. Tra i due non vi era un rapporto superficiale.
Con Peccei, disse Angela in un’intervista con il filosofo ateo Telmo Plevani su MicroMega, «mi incontrai poi tantissime volte. Con lui andai, nel 1972-73, ad Algeri, per la conferenza “Reshaping the International Order“, e, nel 1975, a Salisburgo, dove Peccei riuscì a riunire attorno a queste problematiche undici capi di Stato e di governo. Realizzai allora una serie di programmi televisivi su questi temi: Dove va il mondo, in cinque puntate; poi Nel buio degli anni luce, in otto puntate; e un libro, La vasca di Archimede, in cui spiegavo proprio come non ci sia un’azione che non abbia ripercussioni da qualche altra parte».
Diecine di produzioni del servizio pubblico per spiegare i principi del Club di Roma.
Rimirate ancora una volta Angela che intervista Peccei nello spezzone delle Teche RAI.
Guardatelo, parlando di una non meglio precisata «frenata», chiedere all’intervistato di questi mirabolanti «studi di previsioni tecnici su questo sviluppo»
«Nel giro di qualche generazione si va incontro a catastrofi perché superiamo le capacità della Terra» risponde Peccei.
Sappiamo tutti cosa vuol dire. Di lì a pochi anni sarebbe arrivata la legge sull’aborto, vi sarebbero stati interi movimenti che suggerivano la contraccezione e la sterilizzazione. La pillola, flagello steroideo che trasforma e fa ammalare le donne negando la loro stessa natura, era arrivata pochi anni prima.
«Quest’uomo si accresce in peso e in dinamica, e il filo si può spezzare».
Ora immaginate che questo era il canale unico RAI. Immaginate che a quel tempo la TV era considerata verità. «Lo ha detto la televisione» era il riferimento che zittiva tutti.
Capiamo quindi quale possa essere stato l’effetto del lavoro di Angela.
Non ci interessano tutte le cose di ebrei e massoni di cui si è scritto su Piero Angela. A noi basta mandare in play questo breve video.
Non c’è nessun mistero qui. Tutto ci sembra alla luce del sole, scientificamente spiegabile.
Noi sappiamo perfettamente cosa esso significhi.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine ritagliata e resa in bianco e nero.
Pensiero
Gli uomini invisibili di Crans-Montana
Giorni fa sono stato ad una partita di Hockey, un campionato internazionale europeo: prima della partita è stato chiesto un minuto di silenzio per il massacro di Crans-Montana, e tutti non solo hanno eseguito – compresi gli ultras facinorosi – ma si sono alzati tutti in piedi all’istante.
La maestra di cinese di mio figlio, che va al sabato in una classe fatta solo di bambini cinesi dove l’italiano lo si abbozza solo, ha parlato di Crans-Montana durante la lezione: neanche una donna cinese riesce a trattenere l’interesse, l’amarezza, forse perfino un cenno di lutto, dinanzi alla strage svizzera.
Ci sono quantità di conoscenti che da giorni discutono di questo, e nel rabbit hole, come gli americani chiamano l’immersione in un argomento oscuro e complesso, ci sono un po’ s finito anche io, pronto a misurare centimetricamente le possibile inesattezze della narrazione sui giornali. Sapete, un po’ come al Bataclan, cominciano a notarsi racconti discrepanti, un po’ tendenti a far sembrare le vittime come eroi – la vittima, lo abbiamo spiegato in un articolo di qualche tempo fa, nella nostra società ha un potere fortissimo.
Tutto il mondo è sconvolto. E a ragione: sono diecine di vite giovani falciate d’un tratto, incenerite nella demenza del capodanno (la notte dove, più di ogni altra, mi impongo di andare a letto prestissimo), sacrificate al niente in una località per ricchi.
Ci sono vari filoni dell’interesse giornalistico ed umano per l’ecatombe. Ci sono quelli che, inevitabile, attaccano i soccorsi. Il famoso sito di notizie partenopeo intervista un tizio del posto che lamenta le mancanze dei soccorsi. Eppure, a quanto era stato detto, in poche ore gli svizzeri avevano tirato su un ospedale da campo, e smistato in elicottero immediatamente i feriti gravi in tutti gli ospedali del Paese, saturando le terapie intensive e mandandone qualcuno pure a Milano.
Ho parlato con un sacerdote che è originario di un paesino del San Bernardo non lontano. Mi ha detto che la sorella lavora nelle ambulanze, e che in pratiche tutte le ambulanze disponibili si erano concentrate immediatamente sulla discoteca in fiamme – certo, chi conosce i posti di montagna sa che dalle città più vicine non si arriva in dieci minuti.
🚨🇨🇭 Tragedy in the Alps: 47 DEAD AND 115 INJURED AFTER NIGHT CLUB CAUGHT ON FIRE AT NEW YEARS EVE
New Year’s celebration turned nightmare at Le Constellation nightclub in Crans-Montana.
A flaming sparkler on a champagne bottle—held too close to the wooden ceiling—sparked a… pic.twitter.com/C8Syteq0pH
— Svilen Georgiev (@siscostwo) January 2, 2026
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Ma allora, se la colpa non è dei soccoritori, è dei proprietari del locale. Ecco che ti spuntano articoli sul passato del proprietario, che però, è riconosciuto, ha pagato il conto con la giustizia ed è uscito dai giri criminali da 20 anni, mentre la proprietaria, non trovando nulla, deve essere ricordata per qualche ragione come figlia di pompiere.
Dicono: una discoteca in un seminterrato, impossibile. Ma nessuno ha presente la realtà dei locali di montagna? Dicono: c’era solo un’uscita su per le scale; anzi no, scusate, l’uscita di sicurezza c’era ma era chiusa (ultima che si è sentita, chissà). Dicono: non avevano la licenza per far ballare la gente, ma di gente che ballava nei video non ne ho vista tantissima, certo i trenini di capodanno, ma sembra più un bar con i tavolini per le bottiglie di champagne, compresa quella probabilmente fatale.
Dicono: non era a norma. Poi salta fuori che invece le autorità svizzere (quindi… precise, no?) lo avevano giudicato a norma. E allora: ma l’ultimo controllo è stato nel 2020. E quindi? I controlli vanno fatti ogni anno? E se non vengono fatti, non è per caso per decisione o mancanza dei controllori?
Insomma, io la croce non la butto né sui soccorsi, e – a differenza della nostra diplomazia – nemmeno sui proprietari di Le Constellation (perché al maschile non lo sappiamo, ma ammettiamo che fa chic). I quali magari hanno salvato la pelle ma avranno la vita segnata.
Concludiamo la carrelata citando brevemente l’ebetudine complottista di chi dice che è stato un sacrificio umano programmato dalla malvagia élite mondialista: un’idea idiota degna degli scappati di casa che invece che lavorare stanno su Telegram. E lo dice una testata che del ritorno del sacrificio umano ha fatto uno dei argomenti fondamentali. I domofugi telegrammari dovrebbero nell’ordine, vergognarsi, stare zitti ed andare a lavorare, o, se impossibilitati, leggere un libro.
No, abbiamo un altro colpevole in mente, ben più problematico, e mostruoso: gli uomini invisibili.
Proprio così: la strage è stata causata dal fatto che nella scena, almeno dai filmati che possiamo aver visto, non si vede un uomo. Non c’è qualcuno che, come un uomo, prende l’estintore e si avventa sulle fiammelle, che potevano sembrare, almeno all’inizio, contenibili.
Non c’è nemmeno, sempre nei filmati, un uomo che prende e dice agli amici – magari alla sua stessa fidanzatina – di scappare. Non un uomo che abbia presentito, o anche solo sentito, il pericolo esiziale che si avvicinava.
Voi dite: ma erano ragazzini, era un evento pensato per diciottenni, anzi minorenni, forse perfino per ragazzini piccoli. Il discorso, per quanto ci riguarda, non cambia: a 16 anni non si è in grado di percepire la minaccia? A 15 anni non si sente la necessità di mettersi in salvo con i propri pari? A 18 anni è normale riprendere un incendio col telefonino invece che scappare, chiedere aiuto, proteggere i propri cari?
Ecco come ha avuto inizio l’incendio…
Ci sono responsabilità evidenti.#Crans_Montana
— IL RISOLUTORE ®️🇮🇹 (@ilrisolutoreIT) January 1, 2026
🇨🇭 Around 40 Dead, 115 Injured in Deadly New Year’s Fire at Swiss Ski Resort Bar
A devastating fire broke out at Le Constellation bar in the Swiss ski resort of Crans-Montana during a crowded New Year’s Eve party on January 1, 2026, around 1:30 a.m.
Authorities report… pic.twitter.com/b5dB8Rn8GT
— World In Last 24hrs (@world24x7hr) January 1, 2026
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C’è chi vuole farci credere questo. Leggiamo su Repubblica (giornale forse ora destinato alla rianimazione) un’intervista ad un importante «psicologo e psicoterapeuta» che dice che non bisogna criticare quelli che nel rogo filmavano invece che fuggire e far fuggire. «È una frase che fa male. Perché giudica senza capire. Perché arriva dopo, quando l’orrore è già accaduto, e cerca colpe dove servirebbe comprensione», spiega con generosità ed empatia l’esperto.
Poi ecco che, leggibile anche sui social, arriva lascienzah. È colpa del cervello, non di chi lo porta a spasso. «Fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è completamente sviluppata. È l’area che consente di valutare il rischio, pianificare una risposta efficace, controllare l’impulso» dice lo psico-specialista. «In una situazione di emergenza, fiamme, fumo, panico, un cervello adolescente non reagisce come quello di un adulto, non perché manchi la volontà, ma perché manca la piena maturazione delle funzioni di controllo».
Interessante: a questo punto, visto che i giovani insistono in assenza in cervello (almeno, non con il cervello sviluppato, secondo l’infallibile neuroscienzah), ma perché mai dovremmo farli votare? E ancora più importante: perché mai dovremmo farli guidare? Se non sono in grado di percepire il pericolo, non è che dobbiamo togliere a tutti gli under 25 la patente?
Ma il neurospiegone continua mutandosi in una struggente analisi di filosofia delle emozioni: «filmare può diventare un modo per creare una distanza emotiva da ciò che sta accadendo, uno schermo tra sé e l’evento traumatico. In psicologia questo è un meccanismo di difesa: aiuta a ridurre l’impatto emotivo, a non essere travolti, a reggere ciò che altrimenti sarebbe ingestibile».
Eccerto. Brutti voti, divorzio dei genitori, lutti in famiglia, cadute in bicicletta, rotture sentimentali, partite di basket perdute malamente: il ragazzino (ragazzino a 18-20 anni) filma sempre per schermarsi, ce lo insegna la psicologia. Quindi il video che abbiamo visto con i tizi che sghizzavano, musica rap in sottofondo, mentre il soffitto prendeva fuoco è un meccanismo di difesa psicologico. Grazie dottore. (Gli psicologi sono dottori?)
CRAS-MONTANA ROGO DEL LOCALE: 6 VITTIME TUTTE IDENTIFICATE
Sono Sofia Prosperi, 15 anni, e Riccardo Minghetti di 16, le ultime vittime italiane accertate della strage di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, durante il rogo nella festa del locale Le Constellation. Deceduti… pic.twitter.com/ssgFvMgOQ6
— Claudia Sani 🍉 (@cla_sani0521) January 5, 2026
Minga è finita: ad una certa neurologia e psicologia, biologia neuronale ed emozione adolescienziale si danno la mano nel finale capolavoro di quest’analisi: «quando un ragazzo riprende invece di fuggire, non sempre sta facendo una scelta consapevole. Spesso sta cercando, nel modo che conosce, di proteggersi da un’esperienza che il suo sistema emotivo non è pronto a elaborare».
In pratica sono innocenti al punto che ci chiediamo se possiamo parlare di libero arbitrio dei minori – e certi lettori sanno dove questo discorso può andare a parare.
«La sicurezza non è una responsabilità dei ragazzi» tuona lo psicologo. «La sicurezza dei minori è un compito degli adulti, delle strutture, delle organizzazioni, delle istituzioni».
Ora, è proprio qui che saltano fuori gli uomini invisibili, e i loro danni mortali. Dire che un ragazzo non è responsabile di nulla significa lasciarlo in un limbo da cui non gli sarà mai possibile uscire, significa renderlo incapace di qualsiasi cosa – significa metterlo in pericolo.
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Sappiamo che questa è esattamente lo schema del mondo moderno, per cui si diviene adulti automaticamente, anagraficamente, a 18 anni, e che tanto ha fatto per distruggere ogni possibile passaggio dell’individuo all’era adulta. Parliamo della fine dell’«iniziazione», della mancanza di un momento in cui il padre prende il figlio e lo rende uomo facendogli vivere un’avventura unica, facendolo passare per un rito anche pericoloso (le favole, come quelle di Pollicino, sono in sé racconti di iniziazione), di modo da certificare la fine della sua infanzia e l’inizio dell’era adulta.
Sappiamo pure che l’iniziazione nel mondo moderno è impossibile anche e soprattutto per la distruzione sistematica della figura che la guida: il padre. La Necrocultura, su tutti i piani – dalla sociologia, alla teologia, ai costumi, ai cartoni – lavora per la disintegrazione della figura paterna. In assenza del padre, per il ragazzo diviene impossibile completare il suo ciclo esistenziale.
Di qui si ha quello che è chiamata come «società degli eterni adolescenti». Perché l’assenza di iniziazione porta alla catastrofe di questa adolescenza prolungata che vediamo nei cosiddetti adulti: divorziano perché si innamorano della collega, e pazienza per i figli a casa; buttano i soldi nel SUV o nella vacanza all’estero; nei casi peggiori si drogano, non solo con gli stupefacenti proibiti, ma anche con quelli presi in farmacia, come gli SSRI, o l’alcol, la TV, la dopamina dei social, i videogiochi.
Gli «eterni adolescenti» non riescono a mantenere la parola, non riescono a fungere da genitori, perché non sono diventati mai adulti (non gli è stato, di fatto, permesso di farlo). E quindi non siamo sicuri che se la festa al Le Constellation fosse stata per 30-40-50enni l’esito sarebbe stato troppo diverso.
I lettori di Renovatio 21 conoscono la questione, descritta magnificamente da un poeta americano, Robert Bly, scomparso qualche anno fa. Secondo il poeta, la modernità ha indebolito l’essenza stessa della mascolinità, erodendo l’autostima degli uomini e rendendoli incapaci di trasmettersi reciprocamente forza e solidità. Questo fenomeno risulta particolarmente evidente, e soprattutto tragico, nella relazione tra padri e figli, dove la trasmissione di valori e autorità viene interrotta.
Bly attribuiva questo problema alla Rivoluzione Industriale, che aveva separato i padri dalla famiglia, trasferendoli dal contesto domestico a quello del lavoro esterno. L’assenza prolungata dei padri produceva una società instabile, priva di modelli autentici di comportamento maschile; di conseguenza, si diffondeva un profondo senso di inadeguatezza. «L’esperienza primaria dell’uomo americano è di essere inadeguato», aveva dichiarato Bly in un’intervista con il giornalista televisivo Bill Moyers.
La sparizione della figura paterna comporta anche la scomparsa dei riti di passaggio tradizionali: il giovane maschio non sa più riconoscere il momento in cui diventa adulto e, spesso, non desidera neppure diventarlo. Senza l’iniziazione guidata dal padre, gli individui rimangono bloccati in una condizione liminale, che inevitabilmente genera caos individuale e collettivo.
Droga, depressione, delinquenza, omosessualità, suicidio e vari disturbi maschili deriverebbero, secondo Bly, dall’estinzione della linea di trasmissione padre-figlio e dall’affermarsi di una società «orizzontale», che egli definiva «società fraterna», priva di gerarchie e di guide autorevoli. Noi, a differenza del poeta americano, possiamo pure azzardare che senza padre, questa società orizzontale più che fraterna è una società matriarcale. (Colpisce il racconto, pure ancora un po’ confuso, di madri che sono entrate nel locale per cercare i ragazzi: i padri dove erano?)
Dalla distruzione dell’iniziazione – dalla distruzione del padre – vengono quindi tanti mali della società, come la violenza: non è sbagliato, a questo punto, ipotizzare che l’ingrediente di certe stragi sia questa assenza della maschilità formata. In ogni massacro, cioè, c’è probabilmente di mezzo un eterno adolescente (di tutte le età) e quindi un uomo mancato, un uomo invisibile.
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Ora, se vogliamo dire che questo è un ulteriore programma dei padroni del mondo, vi dico: certo. Questo sito lo sostiene da anni: il mondo moderno, lo Stato moderno, operano per la depatriarcalizzazione, e per obbiettivi specifici. Togli il padre, hai tolto l’uomo, hai tolto la protezione alla popolazione, specialmente dei più piccoli: e questo vale per tutti i lupi che vi sono là fuori, dai pedofili ai criminali agli enti rapitori dei bambini ai lupi veri e propri, che per qualche ragione abbondano sempre di più nelle nostre terre. Togli il padre, e quello che ottieni è l’inferno, e le immagini parlano chiaro.
J’accuse Jessica et Jacques Moretti, propriétaires et gérants du bar “Le Constellation” à Crans-Montana de meurtre de masse et d’avoir le 1er Janvier 2026 mis volontairement la vie en danger d’autrui et faits aggravants, en l’espèce, de mineurs !#cransmontana #leconstellation pic.twitter.com/8kELRFA9bZ
— catsnmouse (@catsnmouse) January 2, 2026
Togli gli uomini, e quello che ottiene è il controllo assoluto sul genere umano: ecco che le persone si fanno pascolare e portare al macello come bovini, e qui abbiamo parlato appunto di massa vaccina.
Sembra ridicolo, ma quello che dobbiamo chiedere ai ragazzi è di non esserlo più. Dobbiamo chiedere ai bambini di essere uomini. Dobbiamo portarli, per mano, a divenirlo.
Dobbiamo farlo per il loro bene. E per il nostro. Perché questo è ciò che serve per la continuazione dell’umano. È la prima tradizione che serve.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Natale, abbondanza, guerra, sterminio, sacrificio
L’anno scorso abbiamo pubblicato un panegirico della mangiata domenicale, indicando quanto sia sublime, e giusto – perché, spiegavamo, in linea con la Legge naturale – riempirsi di cibo al pranzo della domenica con la famiglia sino a stordirsi ed addormirsi.
È quella sensazione di sazietà che molti, come me, provano nel momento in cui scrivo, reduci dal pranzo di Natale 2025: si è sazi, satolli, olfi, secondo un termine della lingua veneta che indica l’essere rimpinzato sino a non poterne più.
Di fatto, non è solo di cibarie che ci si sente colmi. Il periodo che viene prima del Natale è di per sé un lungo pasto rituale, con tutte le sue preparazioni, da eseguirsi trattenendo il fiato tra le gioie (sempre) e le fatiche della programmazione. Suppongo che questo sia il raggiungimento di un modo adulto di sentire il Natale, quel sentimento che avevamo tutti da piccoli, e che chissà dove si è perso.
Perché mi sono oramai abituato, al piccolo calendario di metà dicembre, con la sua accelerazione di eventi. Non parlo delle cene aziendali e dei club sportivi: quelle pure ci sono, ma, no, non fanno sentire il Natale, anzi: spesso mi sembrano tentativi falliti di tornare a quel sentimento perduto, a quella bontà che le aziende e le associazioni sanno di non poter praticare.
Parlo, invece, di ciò che concerne il Natale dei bambini. Il Natale in purezza, vissuto attraverso tante microtradizioni acquisite.
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La sequela è fittissima: c’è il saggio di danza della bambina. C’è l’ultima partita di basket del bambino. C’è la festa di fine anno della scuola. C’è la corsa per i regali (con pianificazioni vertiginose, calcoli logistici, code chilometriche).
C’è la visione dei film natalizi: Mamma ho perso l’aereo anche quest’anno ha esercitato la sua potenza magnetica al limite dell’inspiegabile.
C’è la tradizioncina stabilita di mandare mamma e figlia, o anche tutta la famiglia, a teatro per il balletto: vedere lo Schiaccianoci prima di Natale è usanza diffussissima in tanta parte di Europa come in America. Quest’anno, per qualche ragione, è toccato un altro Tchaikovsky, La bella addormentata, ma va bene lo stesso.
C’è la cena della vigilia, che si consuma solo con un pezzo di salmone, del pancarré tostato e riccioli di burro – un lascito di quando vivevo a Milano e prima di Natale sgomitavo dal Peck (antica e prestigiosissima gastronomia vicino al Duomo) nel mezzo di una selva dei clienti inferociti per portarmi a casa una fetta di salmone a 66 euro, e consumare solo quella con i miei cari, in un unico atto di lusso poverissimo ma tanto appagante.
C’è la Messa di mezzanotte, che oramai facciamo da anni, con tutte le fatiche della sua organizzazione. Poi eccoti una massa di bambini che dorme abbracciata ai genitori o nascosti sotto i legni del coro. Si torna tardissimo, i bambini sono già crollati in auto, il genitore deve star sveglio ancora per posizionare i regali sotto l’albero e piazzare il Bambin Gesù nella sua culla nel presepe.
C’è il mattino del 25, dove si viene per forza destati dai bambini che vogliono aprire i regali, e inizia tutto questo rituale della felicità, i nomi sui pacchetti, la sorpresa, l’irrazionalità di quello preferito rispetto a quello che si immaginava il regalo principale (il più gradito quest’anno: un paradenti, prontamente attivato con tutta la procedura di acqua bollente, acqua fredda, morsi, etc.)
Allegria, soddisfazione, amore. Innocenza. Voi capite che uno è già sazio così, uno non ha bisogno di nient’altro. Specie se ci si ritiene proletari nel vero senso della parola: io ho solo la prole, io vivo per essa, in essa trovo la mia ragione, la mia pienezza. Non ho bisogno di altro: né cene costose, né belle automobili, né abiti firmati, né viaggi nel mondo – non ho bisogno, soprattutto, del giudizio degli altri, perché quanto vivo con la mia famiglia non lascia posto ad altro, è la plenitudine definitiva, e ci dispiace per gli altri.
Tante cose. Tanta abbondanza. Non si può non essere grati di tutto questo.
Al contempo, dentro di me, e fuori di me, c’è una certezza altrettanto enorme: che tutto questo può esserci tolto.
Non parleremo, ora, della questione dello Stato distruttore delle famiglie: stiamo vedendo in questi giorni cose agghiaccianti, bambini sottratti con una violenza istituzionale persino maggiore di quella di cui si occupò Renovatio 21, i primissimi fans se lo ricorderanno, oramai più di un lustro fa…
No, parliamo di qualcosa di più radicale. Parliamo della fine della felicità natalizia, la fine della piccola grande abbondanza delle nostre famiglie, la fine dell’innocenza dei bambini che una guerra può portare.
La guerra potrebbe partire ed arrivarci in casa d’improvviso. Ci dispiace per coloro che non lo comprendono – e sappiamo pure che costoro costituiscono un problema reale, perché sono, o alimentano, coloro che in guerra ci vogliono portare.
Un uomo vero, una donna vera, un padre di famiglia, una madre non possono non pensarci più volte al giorno: viviamo la situazione di tensione bellica più grave della storia umana. I vertici non eletti dell’Europa, ma spesso pure quelli eletti, ci hanno portato ad un duello con la più grande potenza termonucleare del pianeta, la Nazione immensa che ha sconfitto Napoleone e Hitler (due che volevano l’Europa unita…) e pagato l’ultima guerra mondiale con 26 milioni di morti.
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Ci vogliono portare allo scontro con un Paese che ha mostrato in TV che i suoi missili ipersonici – non intercettabili da nessuna tecnologia contraerea esistente – possono raggiungere qualsiasi capitale europea in meno di quindici minuti dal lancio. E, come ricordiamo spesso su Renovatio 21, ci sono armi ancora più allucinanti, come il drone Poseidon, in grado di creare tsunami radioattivi in grado di sommergere l’intero arcipelago britannico, e per la penisola italiana ci pensiamo anche.
Ci vogliono mandare in guerra con la Russia che, tra droni e battaglie urbane e boschive, in Ucraina ha ridefinito la guerra moderna.
Ci vogliono in conflitto con una potenza militare immensa pure quando i nostri protettori, gli Stati Uniti, si sono chiamati fuori – e le ragioni di questa ostinazione suicida non sono sufficientemente chiare, si può scomodare l’odio massonico, Nostra Signora di Fatima o pure la sola demenza ideologica dei nostri corrotti funzionari di vertice.
Ci vogliono far combattere contro un colosso, e magari anche col suo alleato cinese, quando – questo è chiaro a tutti – i russi non ci odiavano, anzi. E non parliamo solo degli affari del gas e dell’import-export: alzi la mano chi non ha testimoniato, nell’ultimo quarto di secolo, il ritorno dei russi nella scena europea, che sia la cultura o il turismo, che sia la danza classica o il matrimonio.
La mia non è un geremiade che parte solo da un ragionamento razionale, storico, geopolitico. È la somma di sensazioni che ho, in continuazione.
Oggi, durante il pranzo di Natale dai suoceri, è mancata la luce due volte. Niente di che, è tornata, chissà cos’era, forse riguardava solo la casa. Tuttavia, se avete letto fin qui capite quanto l’immagine calzi a pennello: l’abbondanza familiare delle nostre vite interrotta improvvisamente al suo apice, perché quale credete sarà uno dei primi segni del conflitto iniziato?
Ieri un momento ancora più preoccupante. Un boato fuori dalla finestra, mentre stavo lavorando al sito. C’è un caccia che vola bassissimo. Dove va? C’è una grande base militare americana qui vicino (diverse, in realtà), ma è raro vedere un aereo da combattimento che vola da solo a quest’altezza.
Pensi: perché lo fa? Lo sa che decine, centinaia di migliaia di persone sotto, nella serie infinita di case e condomini della città che sorvola, lo stanno vedendo, allertati dal suono del suo passaggio? Questa mancanza di riguardo per i civili indica qualcosa? È iniziato il momento in cui i riguardi dei militari nei confronti della popolazione sono finiti?
Anche questo, statene certi, sarà un segno: vedrete aerei armati che improvvisamente traversano il cielo vicino a voi. I primi saranno quelli vostri, o dei «Paesi alleati», che si spostano in fretta, perché sta succedendo qualcosa in direzione del nemico. Se non lo avete visto in qualche film di Hollywood, consiglio un titolo cinéphile che di questo segno degli aerei che sfrecciano in cielo come uccelli dell’apocalisse aveva fatto una poesia insuperabile. Offret del maestro Andrej Tarkovskij, che in italiano si chiama Sacrificio (1986).
Ambientato in Isvezia – dove credo il regista sovietico aveva trovato i fondi per il suo ultimo film, dopo essere stato in esilio in Italia – il film racconta, con lo stile opaco e suggestivo tipico tarkovskiano – di un vecchio intellettuale che presagisce la fine del mondo nella sua casa nel bosco, dove incontra una strega, recita il pater noster e infine decide che il sacrificio della sua stessa esistenza è quello che può dare per scongiurare l’apocalissi, qui fatta solo intuire dal geniale cineasta solo con il rombo degli aerei che scuote la terra e il cielo.
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Nel film il protagonista, dinanzi all’immane enigma della distruzione, si risolve a dar fuoco alla propria casa: quella che sembra una psicosi è in realtà una reazione che potremmo vedere nella gamma dei nostri politici, che ci vogliono portare a morire.
Noi, con le nostre famiglie, siamo molto più vicini alla devastazione atomica di quanto non lo siano stati i protagonisti di tanti film. E lo siamo ora.
È una realtà spaventosa, che non credevamo che ci sarebbe toccato di vivere, non dopo la fine della Guerra Fredda, non dopo decadi di pace – e ci rendiamo conto che in molti non lo hanno ancora capito, così come non hanno capito che la guerra questi la vogliono far sul serio, perché non solo possono, senza poesia né mistica, dar fuoco alla propria casa, ma perché vogliono, soprattutto, incenerire gli esseri umani e tutto il loro mondo.
Sì: chi vuole la guerra oggi lo fa perché odia il genere umano. Lo fa perché vuole lo sterminio. È questo che non entra in testa a tantissimi: non ci sono più, al comando, persone che hanno a cuore il prossimo, e temono l’inferno. Ci sono, in cima alla piramide, uomini e donne che lavorano per la morte, e all’Inferno non credono (pur essendone gli agenti diretti).
Non si è compreso che a comandare in questo momento c’è, in una parola, la Necrocultura. Che il fine del sistema, adesso, è la morte, è il genocidio, è la prospettiva pantoclastica, la distruzione ulteriore, la devastazione apocalittica in odio dell’Imago Dei. È il dolore e la cancellazione della dignità umana.
Il sistema che promuove l’aborto, l’eutanasia, la predazione degli organi, gli psicofarmaci, le mutilazioni pediatriche, i vaccini e la nuova guerra i vostri alberi di Natale li vuole bruciare con il fuoco atomico. E con essi, voi e i vostri bambini.
Provate a pensarci: non potrebbe essere altrimenti.
Resto, al termine di questa riflessione, con un pensiero tremendo: la nostra abbondanza non vale nulla, perché non è al sicuro. La nostra prole è in pericolo, e nel momento in cui la vediamo felice dobbiamo esserne più consapevoli che mai.
Quale sia il sacrificio che ci è chiesto per riportare l’equilibrio del mondo ora non lo dirò. Ma, statene certi, prima o poi ci verrà richiesto, e dobbiamo pregare perché non sia troppo tardi.
Buon Natale a tutti.
Roberto Dal Bosco
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