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Giusto Takayama Ukon, il samurai di Cristo

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L’interesse nei confronti della figura del samurai pare essere tornato a fiorire ultimamente, senza dubbio anche grazie alla serie televisiva Shogun. È quindi una buona occasione per portare l’attenzione su un guerriero giapponese che ha scelto di giurare fedeltà a Dio invece che a un uomo, e che ha saputo affrontare virilmente fino alla fine le sofferenze che la sua scelta gli ha causato.

 

Chi combatte la buona battaglia infatti accetta il martirio, non fugge nel suicidio ritualizzato del seppuku.

 

L’uomo che ora è conosciuto come Giusto Takayama Ukon nasce nel 1552 come Takayama Shigetomo, viene battezzato nel 1664 assieme al padre, daimyo (signore feudale) del castello di Sawa, nei pressi di Nara – quel posto dove i turisti vanno per i cervi e il grande buddha: forse lo avete visto su Instagram.

 

Takayama Ukon in armatura da samurai e lancia naginata in un’illustrazione del 1897, Biblioteca Metropolitana di Tokyo; immagine di pubblico dominio CC0

Il padre, Takayama Tomoteru, era un fervente buddista ma l’incontro il cantastorie (biwa-hoshi) semicieco Lorenzo Ryosai, convertito da San Francesco Saverio in persona ed entusiasta evangelizzatore, lo porterà alla conversione: diverrà un kirishitan, ossia un cristiano giapponese.

 

L’appartenenza per nascita all’aristocrazia militare del Giappone feudale lo porterà a esercitare la professione del samurai, in cui eccellerà al punto che Oda Nobunaga, il primo dei tre unificatori del Giappone, lo vorrà tra i suoi alleati

 

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Sarà in occasione del funerale di Nobunaga che la fede di Giusto Takayama lo farà cadere in disgrazia agli occhi del secondo degli unificatori del Giappone, Toyotomi Hideyoshi. Arrivato il suo turno durante la cerimonia, Takayama si rifiuterà di offrire l’incenso al defunto alla maniera buddista, guadagnandosi sospetti di scarsa fedeltà.

 

Tanto negli anni precedenti la fede di Giusto si era rafforzata, tanto con l’arrivo di Hideyoshi in una posizione di potere il clima di ostilità verso il cattolicesimo andava crescendo.

 

Il timore che con l’evangelizzazione si sviluppasse una crescente influenza straniera, che porterà alla chiusura delle frontiere per 250 anni, fece optare Hideyoshi per l’espulsione di tutti i missionari e la messa fuorilegge del proselitismo cattolico nel 1584. Giusto Takayama rifiutò di rinnegare la propria fede e preferì rinunciare al proprio titolo e ai propri possedimenti: era nel frattempo diventato signore del feudo di Akashi, nella prefettura di Hyogo.

 

Monumento a Giusto Takayama Ukon in piazza Dilao a Manila; immagine di Noel Gonong via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0

 

Ridotto a ronin (samurai senza padrone), troverà rifugio presso il clan Maeda, che regnava sul feudo di Kaga, l’attuale Kanazawa. Qui avrà modo di raffinare la sua conoscenza della cerimonia del tè, della quale era riconosciuto come una autorità (sotto l’influenza del maestro Sen No Rikyu, aveva sviluppato una serie di movimenti rituali che rendevano la sua cerimonia «simile a una Messa»), oltre che a mettere a frutto le sue conoscenze di architettura nei lavori di restauro del castello di Kanazawa.

 

Parallelamente a queste attività, la sua opera di evangelizzazione continuerà incessante, nonostante il crescente pericolo che essa comportava.

 

Statua di Giusto Takayama Ukon eretta in onore della sua beatificazione, immagine screenshot da YouTube

 

Sarà il terzo degli unificatori del Giappone, lo shogun Tokugawa Ieyasu, a vietare definitivamente il Cristianesimo nel 1614 e scatenare letteralmente la caccia al Cristiano nel paese del sol levante.

 

Nella chiesa di Tsukiji a Tokyo, è riprodotto un cartello con le taglie che venivano pagate per chi denunciasse alle autorità cristiani o, ancora peggio, prelati nascosti.

 

Giusto Takayama non sfuggirà alla repressione: verrà arrestato e tenuto prigioniero a Tokyo per sette mesi, prima di venire esiliato nelle Filippine assieme alla sua famiglia e a 350 altri cristiani.

 

La prigionia aveva però minato la sua salute, al punto che morirà a Manila dopo soli 44 giorni.

 

È stato riconosciuto Beato nel 2017.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 da Tokyo

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Papa Leone XIV definisce la moschea di Algeri «spazio proprio di Dio» e prega in silenzio con l’imam

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Papa Leone XIV ha visitato la terza moschea più grande del mondo ad Algeri, in Algeria, e si è fermato in preghiera silenziosa con l’imam. Durante il suo ultimo viaggio a Istanbul, non aveva pregato nella Moschea Blu.   Il 13 aprile, Papa Leone ha iniziato il suo viaggio apostolico in Africa, con la prima tappa in Algeria – la prima visita papale nella storia del Paese. Durante la sosta alla Moschea di Algeri, il Papa si è tolto le scarpe come previsto dal protocollo e si è fermato in preghiera silenziosa insieme all’Imam Mohamed Mamoun al Qasimi, mostrando un cambiamento di atteggiamento rispetto a quanto fatto nella Moschea Blu di Istanbul durante un precedente viaggio apostolico.   Il recente viaggio di Papa Leone è iniziato con una visita al luogo di culto islamico, che si classifica come la terza moschea più grande al mondo, dopo quelle della Mecca e di Medina in Arabia Saudita.   Secondo Vatican News, il Papa, dopo essersi tolto le scarpe per entrare, come previsto dal protocollo, è rimasto all’interno per poco meno di dieci minuti, alcuni dei quali trascorsi in «silenziosa riflessione» accanto all’imam e davanti al mihrab, la nicchia scavata nella parete che indica la direzione della Mecca. È verso questa direzione che i musulmani si orientano durante la preghiera. Secondo la tradizione islamica, il mihrab simboleggia la presenza di Dio e la centralità della preghiera.  

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  Ad accompagnare il Papa c’erano due cardinali: George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, e Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri.   Come riportato dalla stessa fonte vaticana, il Papa si è poi ritirato per un momento di dialogo privato con il rettore della moschea, durante il quale ha espresso «gratitudine per trovarsi in un luogo che rappresenta lo spazio proprio di Dio».   Sebbene il Papa, l’imam, i cameraman e gli altri operatori più vicini a lui si fossero tolti le scarpe, altre persone più lontane dalle telecamere erano visibilmente all’interno della moschea con le scarpe ai piedi, il che fa apparire la visita più come una messa in scena mediatica che come un sincero gesto di devozione religiosa.   Nel novembre 2025, durante il suo primo viaggio apostolico in Turchia, Papa Leone XIV visitò la Moschea Blu di Istanbul. Secondo diverse fonti, si tolse le scarpe come previsto dal protocollo, visitò la moschea in silenzio e con rispetto, ma declinò l’invito dell’imam a unirsi alla preghiera.   Il Vaticano aveva inizialmente annunciato un «breve momento di preghiera silenziosa» durante la visita a Istanbul, ma in seguito ha chiarito che il Pontefice aveva scelto di vivere la visita come un momento di ascolto e apprendimento, piuttosto che di preghiera formale. Successivamente, Leone XIV ha spiegato di preferire pregare in una chiesa cattolica, davanti al Santissimo Sacramento, e che il suo gesto non doveva essere interpretato come un segno di mancanza di rispetto verso l’Islam.

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La guerra in Iran divide la Chiesa e l’amministrazione USA

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Mentre il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Iran rimane inalterato, si è aperto un fronte inaspettato all’interno della stessa istituzione cattolica americana. Tra critiche teologiche e virulenti attacchi personali, il conflitto iraniano sta polarizzando la Chiesa e lo Stato come raramente si era visto nella storia moderna americana.

 

La dottrina della «guerra giusta» messa in discussione

Il segnale più forte è arrivato da mons. Timothy Broglio, arcivescovo militare e figura di spicco della gerarchia cattolica americana. In un’intervista alla CBS del 5 aprile 2026, il prelato ha espresso un giudizio inequivocabile: l’offensiva contro l’Iran non soddisfa i criteri morali di una «guerra giusta».

 

Secondo mons. Broglio, l’argomentazione centrale della Casa Bianca – la minaccia nucleare iraniana – rimane ipotetica e non può giustificare l’uso della forza armata secondo la dottrina cattolica. Questa posizione è tanto più significativa in quanto mons. Broglio supervisiona oltre 200 cappellani militari sul campo.

 

Non sta chiedendo ai soldati di disobbedire agli ordini, ma li sta esortando a esercitare l’obiezione di coscienza alla violenza, condannando al contempo l’uso di riferimenti cristiani da parte del Segretario alla Difesa Pete Hegseth per legittimare l’offensiva.

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Il duello Trump-Leone XIV: una guerra di parole

Questa disputa interna si svolge in un clima di estrema tensione tra Donald Trump e il Vaticano. Papa Leone XIV ha ripetutamente invocato la pace e si è dissociato da alcune dichiarazioni rilasciate dall’inquilino della Casa Bianca sulla questione iraniana. “Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con le guerre!”, ha dichiarato dalla Basilica di San Pietro.

 

La risposta di Donald Trump è stata immediata. Sul suo social network Truth, il presidente ha reagito sottolineando di non essere un «ammiratore» di un papa che considerava «molto liberale», accusandolo di «giocare con un Paese che vuole acquisire la potenza nucleare».

 

In una tipica dimostrazione di forza, il magnate americano ha persino condiviso un’immagine generata dall’Intelligenza Artificiale che lo ritraeva vestito da Cristo mentre guariva un malato. «Non ho paura dell’amministrazione Trump», ha replicato Leone XIV dall’aereo papale, ribadendo la sua indipendenza dalla politica estera di Washington.

 

Se Trump sta giocando con il fuoco militare in Iran attaccando il papa, si potrebbe pensare che stia giocando con il fuoco elettorale, rischiando di alienarsi l’elettorato cristiano che ha giocato un ruolo fondamentale nella sua vittoria presidenziale.

 

In realtà, mentre l’episcopato americano è diviso da anni tra i seguaci di papa Francesco e i conservatori (che sono chiaramente in maggioranza), Trump è riuscito negli ultimi mesi a unire i cattolici contro di sé. Ora sono estremamente critici, compresi quelli più vicini alla sfera MAGA, sia nei confronti della sua gestione dell’immigrazione che della sua politica estera.

 

Persino il conservatore Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester (Minnesota), ha dichiarato dopo il tweet di Trump che «deve delle scuse al Papa».

 

Un’istituzione militare in fermento

Ma le tensioni vanno oltre il solo cattolicesimo. Il Pentagono ha recentemente licenziato il generale William Green Jr., un pastore battista che era diventato capo dei cappellani, una posizione prestigiosa unica nell’esercito statunitense, che sovrintende ai cappellani di tutte le religioni rappresentate nelle forze armate.

 

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha licenziato William Green dopo che quest’ultimo aveva proposto una guida alla «salute spirituale» ritenuta – giustamente – troppo «laica».

 

Questo licenziamento, percepito dagli oppositori progressisti dell’amministrazione Trump come una purga ideologica, si aggiunge alla grave carenza di sacerdoti cattolici nelle forze armate. Un segno di questa situazione precaria: per la prima volta, quest’anno non è stata celebrata alcuna liturgia cattolica al Pentagono per il Venerdì Santo.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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La vera questione in gioco nelle consacrazioni FSSPX secondo il cardinale Müller

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Il cardinale critica la Fraternità per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter risolvere le crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che imporrebbe la sua completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non è forse piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Concilio Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che imporrebbe una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale», convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?  

Il cardinale Müller, il prototipo del conservatore nella Chiesa?

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, nato a Magonza nel 1947, era un uomo molto caro a Benedetto XVI. Fu proprio Benedetto XVI, infatti, che il 2 luglio 2012 lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e, allo stesso tempo, gli affidò la Presidenza della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Due anni dopo, il 12 gennaio 2014 – dopo le dimissioni ad interim di Papa Benedetto – Papa Francesco lo creò cardinale.   Fu proprio questo nuovo cardinale Müller che, nell’autunno del 2014, cinque anni dopo le prime discussioni dottrinali del 2009-2011, riprese – in qualità di presidente della Commissione Ecclesia Dei – il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X e ricevette a Roma il vescovo Bernard Fellay, allora Superiore Generale della stessa. Il dialogo ha raggiunto un punto di non ritorno il 6 giugno 2017, quando il cardinale Müller, a nome della Santa Sede, ha inviato una lettera al vescovo Fellay chiedendo che, in caso di normalizzazione canonica della Fraternità, o di ripristino della «piena comunione», i membri della Fraternità «dichiarino esplicitamente la loro accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e di quelli del periodo post-conciliare, concedendo a tali affermazioni dottrinali il grado di adesione loro dovuto» e che riconoscano «non solo la validità, ma anche la legittimità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti, secondo i libri liturgici promulgati dopo il Concilio Vaticano II» (1).   Il resto è storia: incapace di accettare tali condizioni, il vescovo Fellay espresse nuovamente il suo rammarico a Roma, offrendo un’ulteriore spiegazione sulle cause profonde della crisi che affligge la Chiesa dal Concilio Vaticano II. Il 2018 vide l’elezione di padre Davide Pagliarani a capo della Compagnia di Gesù. Ma prima di ciò, appena un mese dopo l’invio della lettera al vescovo Fellay, il 1° luglio 2017, Papa Francesco rimosse il cardinale Müller dalla carica di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il suo successore, prefetto di quello che ora è diventato un dicastero, fu il gesuita Luis Ladaria Ferrer. Gerhard Müller si era già mostrato critico nei confronti degli orientamenti dottrinali e pastorali di Papa Francesco e proseguì su questa strada.   Il 20 dicembre 2023, il Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha denunciato, in una dichiarazione, la Dichiarazione Fiducia Suplicans , con la quale il Vaticano ha autorizzato la benedizione delle coppie in situazioni irregolari, delle coppie conviventi, dei divorziati risposati e persino delle coppie omosessuali. Secondo lui, questo documento dovrebbe essere considerato un «salto dottrinale» e un «rischio di blasfemia». Inoltre, durante una sessione di domande e risposte alla Conferenza «Call to Holiness 2025», tenutasi nel Michigan, il Cardinale Müller ha criticato l’attuazione del motu proprio Traditionis custodes, definendo «problematico» e «non pastorale» il fatto che alcuni vescovi stiano limitando la celebrazione del rito romano tradizionale secondo il Messale del 1962. In precedenza, il 20 maggio 2024, Gerhard Müller aveva celebrato, secondo l’antico rito del 1962, la messa pontificale del lunedì di Pentecoste al termine del pellegrinaggio di Chartres organizzato dall’Associazione Notre-Dame de Chrétienté, cosa che gli era valsa l’etichetta di «Amico dei tradizionalisti e nemico di Papa Francesco» sulla prima pagina del sito web del quotidiano Libération. (2)

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Le incoronazioni del 1° luglio: la conseguenza di una battaglia dottrinale

C’è però spesso un confine sottile tra il dire e il fare, e sarebbe stato del tutto sbagliato aspettarsi che il cardinale Müller prendesse posizione, insieme al vescovo Schneider e al vescovo Strickland, per giustificare e difendere le consacrazioni del 1° luglio 2026. Purtroppo, è accaduto esattamente il contrario (3). In un’intervista pubblicata sul sito web tedesco della rivista internazionale Communio, e realizzata il 19 marzo, il cardinale risponde a lungo alle domande di Jan-Heiner Tück in modo tutt’altro che favorevole alla decisione presa da don Davide Pagliarani, denunciando invece «un atteggiamento scismatico» e un «falso appello allo stato di necessità».   Al di là dei rimproveri e delle accuse di «scisma», questa dichiarazione del cardinale Müller ha il grande merito di porre il problema che contrappone Roma alla Compagnia di San Pio X sul suo vero piano. Ben lontano dalle dichiarazioni impoverite di un cardinale Sarah (4) o di un monsignor Eleganti (5) , questo tipo di discorso ha il grande vantaggio della chiarezza.   Il cardinale indica fin da subito con precisione dove risiede il punto di contesa: «Il vero problema non sta nella liturgia, cioè nelle forme rituali classica (post-tridentina) e rinnovata (post-conciliare), ma nella dottrina della fede, che essi [i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X] considerano compromessa dalla liturgia rinnovata. Alcune formulazioni del Concilio Vaticano II si prestano a interpretazioni dubbie, come l’idea che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi». Il cardinale indica poi i punti dell’insegnamento del Concilio Vaticano II in cui la Fraternità denuncia una contraddizione che rende tale insegnamento incompatibile con i costanti insegnamenti del Magistero della Chiesa: la dottrina sul valore delle religioni non cristiane in Nostra aetate ; la dottrina dell’ecumenismo in Unitatis redintegratio ; la dottrina della libertà religiosa in Dignitatis humanae .   Il Cardinale lo aveva ben compreso: la Fraternità Sacerdotale San Pio X vede in questi punti fallaci, fonte avvelenata del relativismo dottrinale e morale all’interno della Chiesa, la ragione profonda dello stato di necessità della Chiesa stessa. La decisione di procedere con le consacrazioni episcopali è semplicemente il mezzo adottato per porre rimedio a questo relativismo, garantendo la continuità di una predicazione autenticamente cattolica, libera da tali errori. «Ecco perché», concluse il Cardinale, «ho insistito, durante i colloqui con la Fraternità, sul fatto che le loro critiche ad alcune dichiarazioni del Concilio Vaticano II sarebbero giustificate solo se il Concilio avesse effettivamente insegnato ciò che gli veniva attribuito». Tuttavia, secondo lui, gli insegnamenti del Vaticano II non sono la fonte avvelenata del relativismo, perché non contengono gli errori che la Fraternità ritiene di riscontrarvi. «Piuttosto», disse, «coloro che attribuiscono gravi errori di fede al legittimo Concilio Vaticano II si sbagliano, contrariamente alla comprovata ermeneutica cattolica».

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La questione della dottrina, alla base dello stato di necessità

Ma è chiaro che è il cardinale a sbagliarsi quando tenta di scagionare i testi del Concilio dalle accuse mosse dalla Fraternità . «L’idea», afferma, «che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi» dovrebbe essere intesa nel testo della Nostra Aetate in conformità con «l’insegnamento cattolico classico secondo il quale la ragione umana è, in linea di principio, capace di riconoscere l’esistenza e l’unità di Dio, mentre i misteri della Trinità e dell’Incarnazione si rivelano solo attraverso la fede soprannaturale». È indubbiamente vero che la ragione naturale rimane capace, in ogni persona e indipendentemente dalla sua religione, di giungere alla conoscenza di un Dio Creatore.   Tuttavia, va notato che il testo della dichiarazione Nostra aetate va oltre, poiché, secondo esso, non è solo la ragione umana, ma anche le stesse «regole e dottrine» di queste false religioni che, «pur differendo per molti aspetti da ciò che [la Chiesa] stessa sostiene e propone, nondimeno spesso riflettono un raggio di verità che illumina tutti gli uomini» (§ 2). C’è una differenza tra dire che il raggio di verità che illumina tutti gli uomini è la luce della ragione naturale, presente in ogni persona, e dire che questo stesso raggio trova il suo riflesso nelle regole e dottrine delle false religioni. Nostra aetate non parla di ragione naturale, ma di regole e dottrine religiose. Il § 3 parla specificamente della «fede islamica». La sezione 4 genera confusione a livello del popolo ebraico, senza fare distinzione tra il popolo eletto dell’Antico Testamento e il popolo decaduto da questa elezione e infedele a Dio nel Nuovo Testamento; confusione che emerge quando si afferma che “«gli ebrei restano ancora, per via dei loro padri, molto cari a Dio, i cui doni e la cui chiamata sono irrevocabili» e quando il testo evoca la «grande eredità spirituale, comune a cristiani ed ebrei», mentre gli ebrei contemporanei continuano a rifiutarsi di riconoscere Gesù di Nazareth come il Messia annunciato nelle Scritture e come il Figlio stesso di Dio.   «Riguardo all’ecumenismo con i cristiani non cattolici, le comunità cristiane e le Chiese ortodosse», afferma il cardinale, «il Concilio non ha in alcun modo messo in discussione la necessità della Chiesa cattolica per la salvezza o la sua piena identità con la Chiesa degli Apostoli». Indubbiamente, e non è questo che la Fraternità critica nel decreto Unitatis redintegratio for . Ciò che critica è che ha oscurato, fino al punto di negare, l’idea che la Chiesa cattolica sia necessaria come unico mezzo di salvezza, escludendo tutte le comunità cristiane non cattoliche. Ciò che la Fraternità  critica anche in questo decreto, così come nella costituzione Lumen gentium e nei successivi documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, è l’affermazione che, se la Chiesa cattolica è pienamente identica alla Chiesa degli Apostoli, le comunità cristiane non cattoliche le sono parzialmente identiche nella misura in cui vi sono «elementi di santificazione e di verità» (Lumen gentium n. 8) e nella misura in cui questa Chiesa di Cristo è ancora «presente e attiva» in quei luoghi (Dichiarazione Dominus Jesus del 6 agosto 2000, n. 17).   «E per quanto riguarda la libertà religiosa», ha continuato il cardinale, «la dichiarazione Dignitatis humanae insegna niente meno che il «diritto di ogni essere umano – naturalmente radicato nello spirito e nella libertà della persona – di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», vale a dire, «il diritto di ogni persona di scegliere e praticare la propria religione libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna, secondo la propria coscienza». Il cardinale Müller qui non coglie alcune distinzioni fondamentali. Una cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per indurre le persone a professare la vera religione, tutt’altra cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per impedire alle persone di professare una falsa religione. La dottrina sociale della Chiesa richiede che lo Stato eserciti la sua autorità a favore della vera religione, usando la coercizione nel foro pubblico per prevenire o dissuadere la professione dell’errore. La Chiesa ha condannato solo l’uso della coercizione per imporre la vera religione.   Ciò che la Fraternità  contesta al paragrafo 2 della Dignitatis humanae non è che affermi che «ogni essere umano ha il diritto di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», né che affermi che «una persona ha il diritto di scegliere la propria religione, libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna». La Chiesa ha sempre insegnato questo, nel senso che ha sempre affermato che nessuna autorità può esercitare coercizione per indurre le persone ad abbracciare e professare la vera religione. Ma la Chiesa ha anche insegnato (questo è il significato della dottrina esposta da Pio IX nella Quanta cura) che le autorità hanno il dovere di impedire, nel foro pubblico, la pratica di una falsa religione. È quindi necessario distinguere qui tra «il diritto di scegliere» e «il diritto di praticare» la propria religione, liberi da ogni costrizione esterna. Secondo la dottrina della Chiesa, la scelta dovrebbe essere libera da ogni costrizione, ma la pratica, se si tratta di una falsa religione, non dovrebbe essere libera, bensì dovrebbe essere impedita da qualche costrizione, ed è sulla negazione di questo secondo punto che la Dignitatis humanae pone un vero problema.   Come dimostreremo ora, queste difficoltà poste dai testi del Concilio sono talmente gravi da creare un vero e proprio stato di necessità nella Chiesa, perché mettono a repentaglio la salvezza delle anime.

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Dov’è lo scisma?

Contrariamente a quanto affermato dal Cardinale Müller, le argomentazioni presentate dalla Fraternità  non sono «argomentazioni fallaci volte a evitare di sottomettersi pienamente all’autorità del Papa». Esiste infatti una contraddizione, una rottura, se vogliamo, tra gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sui punti sollevati e la costante Tradizione del Magistero della Chiesa. A questa evidenza, imposta dal principio di non contraddizione, qual è la risposta del Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede? «Ammettere ciò non solo sarebbe fondamentalmente errato, ma costituirebbe anche l’autodistruzione ermeneutica della Chiesa, colonna e fondamento della verità (1Tim 3,15)».   Dobbiamo dunque ammettere che la Tradizione della Chiesa si riduce al solo Concilio Vaticano II e che la Chiesa stessa si riduce ai Papi post-conciliari? Dobbiamo ammettere che la Chiesa, pilastro e fondamento della verità, pratica una corretta ermeneutica predicando a volte sì e a volte no? Il Cardinale critica la Fraternità  per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter porre rimedio alle crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che vorrebbe imporne la completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non dovrebbe essere piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che vorrebbe imporre una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale» convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?   Potremmo dunque scagliarci a vicenda, all’infinito, l’accusa di autocefalia, o di scisma. Ma il criterio della vera comunione, quello dell’unità e dell’apostolicità della Chiesa, non è quello della maggioranza: il gruppo più piccolo non è necessariamente la roccaforte scismatica. Questo criterio ci è stato dato da San Vincenzo di Lérins: è il criterio della costanza e dell’universalità della professione di fede nel tempo. E questo criterio positivo è a sua volta accompagnato da uno negativo: ciò che attualmente contraddice l’esplicita professione di fede della Chiesa non può rappresentare il principio di unità e apostolicità. Ora, su tutti i punti sollevati, i documenti del Concilio citati dal Cardinale rappresentano ed esprimono questa contraddizione. Non è dunque la Fraternità che si allontana dall’unità della Chiesa rifiutando di ammettere questi punti dottrinali, bensì tutti coloro che vogliono imporli contro la costante Tradizione del Magistero cattolico.

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Quale dialogo?

Inoltre, il cardinale Müller presenta tutti questi punti dottrinali, chiaramente in contrasto con gli insegnamenti del Magistero della Chiesa, come aventi forza assolutamente vincolante, seppur in misura variabile (6). Pertanto, non si possono usare le parole di Giovanni XXIII, che presentò il presunto «Magistero» del Concilio come «un Magistero di tipo pastorale», per sminuire o addirittura negare la forza vincolante degli insegnamenti del Vaticano II. «L’idea di un cosiddetto concilio pastorale», afferma, «è più una questione di sensazionalismo mediatico e non ha alcun significato dogmatico. Un concilio ecumenico è la massima autorità nella Chiesa cattolica in materia di fede e disciplina». […] «Esiste, naturalmente», chiarisce, «una gerarchia di verità, che va dalla fede nella Trinità e nell’Incarnazione – necessaria per la salvezza – alla legittimità della venerazione delle immagini, che, pur non essendo necessaria per la salvezza, favorisce la pietà». Ciò che la Chiesa propone di credere deve essere determinato, nella sua autorità graduale, dal contesto dottrinale e dall’intenzione dei vescovi e del papa.   Resta però vero che il contesto impone sempre un certo grado di autorità. «Sebbene Nostra Aetate », aggiunge il cardinale a titolo di esempio, «sia, dal punto di vista letterario, una semplice dichiarazione, le sue affermazioni sono vincolanti come dogmi, ad esempio, quando afferma che tutti gli uomini formano un’unica comunità e hanno la loro origine e il loro fine in Dio (NA 1). Che cristiani ed ebrei adorino lo stesso Dio è un dogma vincolante della fede». E conclude in modo molto categorico: «Il Concilio deve essere accolto nella sua interezza da ogni cattolico, ciascuno secondo l’intenzione delle affermazioni: spiegazione dottrinale, insegnamento morale o indicazione di misure oggi necessarie, come il dialogo interreligioso o il confronto con la modernità».   Lo stato di necessità appare tanto più evidente. Da un lato, perché questi gravi errori, che rappresentano il principale ostacolo alla salvezza delle anime, sono innegabilmente presentati come oggetto di un insegnamento il cui valore è vincolante. Dall’altro lato, e soprattutto, perché non si può parlare di correggere nulla: lo scrisse il cardinale Müller nella sua lettera del 6 giugno 2017 al vescovo Fellay, in cui esigeva dalla Compagnia di Gesù l’adesione incondizionata ai testi del Concilio e del periodo post-conciliare.   Si chiarisce anche il significato del «dialogo teologico» recentemente proposto a padre Davide Pagliarani dal cardinale Fernandez durante il loro incontro del 12 febbraio. Questo dialogo aveva lo scopo di stabilire «i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione». Il cardinale Fernandez ha chiarito che, pur essendo possibile un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti. Ciò si allinea perfettamente con le osservazioni del cardinale Müller. L’intenzione della Santa Sede è di proseguire con noi questo stesso dialogo, già intrapreso tra il 2009 e il 2011 su richiesta di Papa Benedetto XVI. Tale dialogo mirava a far sì che la Fraternità  accogliesse la ben nota ermeneutica del «rinnovamento nella continuità», secondo la quale la rottura dei testi conciliari con la Tradizione della Chiesa è solo apparente, mentre la continuità è reale.   Un dialogo inutile e futile. Il suo unico scopo, se mai ce ne fosse uno, sarebbe quello di confermare l’urgenza dello stato di necessità e di giustificare l’iniziativa delle incoronazioni del 1° luglio 2026.   Padre Jean-Michel Gleize   NOTE   1) https://fsspx.news/fr/news/lettre-du-cardinal-muller-mgr-fellay-du-6-juin-2017-57307 2) https://www.liberation.fr/societe/le-cardinal-muller-ami-des-tradis-et-ennemi-du-pape-francois-20240520_UF3PDEDLU5HQ5DXZD2ZLM4LCIU/ 3) https://www.herder.de/communio/theologie/kardinal-mueller-ueber-den-konflikt-mit-der-piusbruderschaft-die-rede-von-einer-abgestuften-zustimmung-zum-konzil-ist-problematisch-/ 4) https://fsspx.news/fr/news/deja-trop-tard-57584 ; https://fsspx.news/fr/news/reponse-au-cardinal-sarah-57576 5) Si veda l’articolo «Monsignor Schneider e Monsignor Eleganti» in questo numero del Courrier de Rome. 6) Non si tratta di una novità e corrisponde a quanto già affermato dal vescovo Pozzo negli anni 2010. Si veda l’articolo “Niente di veramente nuovo” nel numero di aprile 2016 del Courrier de Rome. (Fonte: Courrier de Rome n. 695, marzo 2026 – FSSPX News)   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Jolanta Dyr via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported 
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