Pensiero
Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione
La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.
Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.
Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.
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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.
La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.
Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.
A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).
Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.
Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.
Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.
Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.
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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.
La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.
A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.
Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.
Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.
Taro Negishi
Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone
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Eutanasia
La festa della morte in Veneto
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.
Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.
Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.
Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.
Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.
Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.
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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.
Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.
Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.
È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.
Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.
E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.
Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.
Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!
Nessuna meraviglia anche in questo caso.
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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.
Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.
Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.
Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.
Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.
Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.
Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.
Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.
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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?
È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».
Questo vi basta? Siete dei poveracci.
Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.
Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.
Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.
Anche questo non sorprende.
Avv. Renzo Magalozzi
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Immagine di Bruno via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Civiltà
Chi sono i fabiani?
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3 — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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