Spirito
L’élite ostracizza chi si non si converte all’ideologia infernale del globalismo: omelia di mons. Viganò nel Mercoledì delle Ceneri
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nel Mercoledì delle Sacre Ceneri «in capite jejuni».

Maledicta terra in opere tuo
Omelia nel Mercoledì delle Sacre Ceneri «in capite jejunii»
Maledicta terra in opere tuo:
in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitæ tuæ.
Spinas et tribulos germinabit tibi, et comedes herbam terræ.
In sudore vultus tui vesceris pane,
donec revertaris in terram de qua sumptus es:
quia pulvis es et in pulverem reverteris.
Maledetta sia la terra per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!
Gen 3, 17-19
L’inizio del sacro tempo della Quaresima, che la Santa Chiesa inaugura con l’austerità delle cerimonie e dei paramenti in questo Mercoledì delle Ceneri, era anticamente segnato non solo dalla pratica del digiuno e della penitenza per tutti i fedeli, ma anche dal solenne rito dell’espulsione dei pubblici penitenti fino al Giovedì Santo.
I peccatori colpevoli di delitti particolarmente gravi venivano convocati in Cattedrale al cospetto del Vescovo, rivestiti del cilicio e a piedi scalzi, prima dell’inizio della Messa Pontificale. Il Penitenziere, dinanzi a tutto il popolo, elencava le colpe di ciascun penitente e gli imponeva le Ceneri dicendo: Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris: age pænitentiam, ut habeas vitam æternam. n Canonico li aspergeva con l’acqua benedetta e il Vescovo benediceva le vesti penitenziali – il cilicio, appunto – e tutto il Clero recitava i sette Salmi penitenziali e le Litanie.
Alla fine, dopo quattro orazioni, il Vescovo teneva un’omelia, ostendens qualiter Adam propter peccatum ejectus est de paradiso, et multa maledicta in eum congesta sunt; et qualiter ejus exemplo ipsi de Ecclesia ad tempus eijciendi sunt; mostrando in che modo Adamo, a causa del peccato, fu cacciato dal paradiso e su di lui furono riversate molte maledizioni; e in che modo, sul suo esempio, anch’essi [i penitenti] devono essere espulsi temporaneamente dalla Chiesa.
A questo punto, il Vescovo prendeva per mano uno dei penitenti, formando una catena di tutti coloro che venivano espulsi dalla chiesa. E mostrando la propria commozione cum lacrymis diceva: Ecce eijcimini vos hodie a liminibus sanctæ matris Ecclesiæ propter peccata vestra, et scelera vestra, sicut Adam primus homo ejectus est de paradiso propter transgressionem suam. Ecco, oggi siete espulsi dai confini di santa madre Chiesa a causa dei vostri peccati e delle vostre scelleratezze, così come Adamo, il primo uomo, fu cacciato dal paradiso a causa della sua trasgressione. Il coro nel frattempo cantava un’antifona che rievocava le parole del libro della Genesi (Gen 3, 16-19).
Ai penitenti rimasti in ginocchio e in lacrime davanti al portale della Cattedrale, il Vescovo diceva di non disperare della misericordia del Signore, dedicandosi al digiuno, pregando, compiendo pellegrinaggi, donando l’elemosina e facendo buone opere. Li invitava infine a ripresentarsi non prima della mattina del Giovedì Santo. Le porte della chiesa venivano quindi chiuse, prima che iniziasse la Messa.
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Questo rito solenne e severo è rimasto a perpetua memoria nel Pontificale Romano fino all’ultima riforma del 1962, per poi essere cancellato – e non a caso – dalla cosiddetta riforma conciliare. Comprendiamo bene per quale motivo una chiesa che si vuole in dialogo con il mondo e che per questo apre le proprie porte, abbatte le proprie mura e abbassa i propri ponti levatoi, non abbia voluto conservare una cerimonia altamente simbolica e certamente pedagogica.
Dietro la pretestuosa intenzione di accogliere tutti («todos, todos, todos») – un’inclusività che non ha nulla di cattolico – si cela la cancellazione del peccato originale, e con esso la necessità della Redenzione compiuta dal Verbo Incarnato e corrisposta dai fedeli con la penitenza, il digiuno e la preghiera. Secondo questa visione antropocentrica – palesemente ereticale – saremmo tutti salvi, non avremmo mai peccato né in Adamo né da noi stessi, e Dio perdonerebbe tutti, anzi ci amerebbe per come siamo e non ci chiederebbe di cambiare né tantomeno di pentirci o di riparare alle nostre colpe. Inutile dunque sarebbe l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità; inutile la Sua Passione e Morte; inutile la Chiesa, la Messa, i Sacramenti, il Sacerdozio.
Eritis sicut dii (Gen 2, 3), ci ripete la chiesa conciliare e sinodale: sarete come dèi, perché non avete bisogno di espiare nulla, non dovete chiedere perdono per nulla, non dovete essere riconoscenti di nulla a Dio, né grati alla Santa Chiesa per la sua opera di santificazione.
La chiesa conciliare e sinodale giunge a teorizzare, con l’ecumenismo sincretista, che anche adorando una falsa divinità o negando in tutto o in parte le verità della divina Rivelazione, l’uomo possa salvarsi e andare in paradiso. Gli unici che significativamente meritano le punizioni eterne e i rigori della Giustizia divina sarebbero quanti – dinanzi a tale apostasia – continuano a credere ciò che la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato. Ad essi si applica con severità la legge canonica che per tutti gli altri è considerata intollerante e obsoleta.
Santa Romana Chiesa, che è Madre e non matrigna, agisce secondo criteri pedagogici dimostratisi ampiamente efficaci. E come la madre saggia priva il figlio disobbediente dei doni che gratuitamente gli ha dato, affinché comprenda in cosa ha mancato e si corregga; così la Chiesa, sull’esempio di Dio con Adamo ed Eva, sapeva punire i pubblici peccatori allontanandoli temporaneamente dalle celebrazioni pubbliche, di cui si erano resi indegni dinanzi alla comunità dei fedeli. Non per abbandonarli a se stessi sulla via della perdizione, ma perché proprio quella privazione di un conforto tangibile ed esteriore li persuadesse a comprendere la gravità delle loro colpe e a ripararle con la preghiera, il digiuno, la penitenza, l’elemosina e le buone opere.
Per loro pregavano i fedeli, memori di quella Comunione dei Santi che unisce nella Carità reciproca le membra del Corpo Mistico al suo Capo. Non chiunque mi dice: «Signore, Signore!» entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21). Compiere la volontà del Padre è infatti ciò che ci rende meritevoli dell’eternità beata dopo la prova in questa vita terrena: Venga il Tuo regno; sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra (Mt 6, 10).
Il solenne e suggestivo rito quaresimale dell’espulsione dei pubblici penitenti richiama la cacciata dei nostri Progenitori dal Paradiso terrestre, ed è per questo estremamente eloquente e simbolico. Esso ci ricorda che la violazione della Legge di Dio comporta una pena commisurata alla sua gravità, ma ci mostra allo stesso tempo come la Giustizia divina si lasci temperare dalla divina Misericordia.
L’annuncio del Protoevangelo del libro della Genesi addirittura precede la maledizione del Signore: Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno (Gen 3, 15). Ritroveremo questa Donna, vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle, nel libro dell’Apocalisse (Ap 12, 1), a compimento della promessa della Santissima Trinità. La privazione del Paradiso terrestre – pena della consapevole e sciagurata disobbedienza di Adamo ed Eva che erano già, in qualche modo, simili a dèi grazie ai doni di Dio – non preclude loro né alla loro discendenza la via del ritorno alla Casa del Padre.
La condizione di questo ritorno è tuttavia vincolata alla loro volontà di riparare al peccato commesso, all’umiltà di riconoscersi peccatori e bisognosi di perdono. E questo è possibile non per i loro meriti, ovviamente impotenti dinanzi all’enormità della colpa, ma unendo il proprio pentimento all’opera divina della Redenzione, compiuta dal Nuovo Adamo, Nostro Signore Gesù Cristo, con la cooperazione della Nuova Eva, Maria Santissima, ossia della Semprevergine Madre Immacolata e della sua stirpe.
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Nel mondo contemporaneo – in particolare a decorrere dal Vaticano II – i pubblici peccatori di un tempo sono accolti e incoraggiati nelle loro deviazioni, anche dai papi, da indegnissimi prelati e membri del clero, le cui colpe sono altrettanto pubbliche e di scandalo per i fedeli, indotti a loro volta in peccato. Ma è proprio questo che costituisce l’estrema offesa alla Maestà divina: non tanto e non solo il male commesso, quanto piuttosto la sua negazione, anzi la sua legittimazione e al contempo la condanna del bene che gli si oppone.
Per questo motivo, carissimi fedeli, la terra è ancora oggi maledetta, né potrebbe essere altrimenti. Gli orrori e i crimini esecrandi portati alla luce in questi giorni con la pubblicazione dei files di Jeffrey Epstein gridano vendetta al Cielo, anche per il silenzio che li avvolge e per l’impunità che viene ostentatamente assicurata ai colpevoli.
I nostri cieli irrorati di veleni che si riversano sulle coltivazioni e nelle falde acquifere; le sostanze cancerogene negli alimenti; la distruzione dei raccolti e del bestiame a vantaggio della produzione intensiva delle multinazionali; le malattie provocate da pseudofarmaci volutamente dannosi e sterilizzanti; l’imposizione di «sacrifici» e «penitenze» per la cosiddetta tutela della «casa comune»; il controllo capillare di ogni nostra azione non più sotto lo sguardo di Dio ma sotto l’occhio delle telecamere di sorveglianza: tutti questi scempi la parodia infernale con cui un’élite inebriata di potere e letteralmente assetata di sangue umano vuole sostituirsi a Dio nel legiferare, nel decidere cosa è bene e cosa è male, nel dichiarare i suoi «santi» e i suoi «dannati», nel promulgare i suoi «riti» e le sue «scomuniche». Questa élite ha anche i suoi «pubblici penitenti», ostracizzati dal sistema finché non si convertono all’ideologia infernale del globalismo.
Torniamo al Signore, cari fedeli. Torniamo a Lui in cinere et cilicio, e con noi torni la Chiesa a condannare il peccato e incoraggiare la virtù, senza finzioni e ipocrisie, senza compromessi, senza indulgenze colpevoli che offendono la Giustizia divina e vanificano la divina Misericordia.
Questo è il senso dell’orazione che pronunciava il Vescovo dinanzi ai penitenti vestiti di sacco: Dómine Deus noster, qui offensiónem nostram non vínceris, sed satisfactióne placáris; réspice, quæsumus, ad hos fámulos tuos, qui se tibi peccásse gráviter confiténtur; tuum est enim absolutiónem críminum dare, et véniam præstáre peccántibus, qui dixísti te pœniténtiam malle peccatórum quam mortem: concéde ergo, Dómine, ut tibi pœniténtiæ excúbias célebrent, et corréctis áctibus suis conférri sibi a te sempitérna gáudia gratuléntur. Signore Dio nostro, tu che non sei vinto dalle nostre offese, ma sei placato dalla soddisfazione [penitenziale], guarda, ti preghiamo, a questi tuoi servi, che confessano di aver gravemente peccato contro di te; è tuo infatti donare l’assoluzione dai delitti e concedere il perdono ai peccatori, tu che hai detto di preferire la penitenza del peccatore alla sua morte: concedi dunque, Signore, che celebrino per te le veglie della penitenza e, con la correzione delle loro azioni, si rallegrino di ricevere da te le gioie eterne.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
18 Febbraio MMXXVI
Feria IV Cinerum
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Spirito
Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»
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Con stima,
Pietro Piciocchi
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Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Ts 2, 11-12
Caro Avvocato Piciocchi, ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile. La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro. La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno. Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede. Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato. Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 1 Ottobre 2026
S.Remigii Episcopi et Confessoris
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Spirito
Leone XIV rilancia la diplomazia vaticana a Mosca
A distanza di un mese l’uno dall’altro, due emissari di Papa Leone XIV furono ricevuti a Mosca. Dopo l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, giunto per ristabilire il dialogo con il Cremlino e il Patriarcato ortodosso russo, il cardinale Matteo Zuppi proseguì la sua delicata missione tra i prigionieri e le famiglie separate dalla guerra.
L’arcivescovo Gallagher incontra Lavrov, cinque anni dopo
Dal 24 al 28 agosto 2026, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, ha effettuato la sua prima visita in Russia dal novembre 2021. Durante quel precedente viaggio, la guerra non era ancora scoppiata su vasta scala e il diplomatico della Santa Sede aveva incontrato il primo ministro Mikhail Mishustin, il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il Metropolita Hilarion, allora responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Quasi cinque anni dopo, gli interlocutori politici sono in parte gli stessi, ma il contesto è radicalmente cambiato.
Il 25 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Sergey Lavrov per un lungo colloquio sulle relazioni bilaterali, la situazione internazionale e le prospettive di pace in Ucraina. In una conferenza stampa congiunta, il rappresentante della Santa Sede ha ribadito l’appello di Papa Leone XIV per porre fine alle ostilità e alle sofferenze dei civili. «La guerra deve finire», ha dichiarato, ricordando che il Vaticano resta pronto a offrire i suoi buoni uffici per facilitare i negoziati.
Il 26 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Yuri Ushakov, consigliere del presidente Vladimir Putin per gli affari esteri. Ex ambasciatore russo negli Stati Uniti, Ushakov ricopre una posizione di rilievo nelle relazioni internazionali del Cremlino dal 2012. Non era previsto alcun incontro con Vladimir Putin in persona. Questi incontri hanno comunque permesso all’arcivescovo Gallagher di ristabilire un contatto diretto con due figure chiave della diplomazia russa, poche settimane dopo un viaggio in Ucraina durante il quale aveva incontrato, tra l’altro, il presidente Volodymyr Zelens’kyj.
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Una proposta di mediazione rimasta senza risposta
Al suo ritorno da Mosca, l’arcivescovo Gallagher ha riconosciuto i limiti dell’azione di Roma. Interrogato sull’offerta di mediazione della Santa Sede, ha osservato che non aveva ricevuto alcuna risposta concreta: «non sembra che si desideri un coinvolgimento diretto dei nostri servizi diplomatici».
Il prelato ha inoltre chiarito che Roma non intende redigere direttamente i termini di un accordo. La Santa Sede resta a disposizione per facilitare le discussioni, ma la responsabilità dei negoziati spetta alle parti in conflitto. Nonostante i suoi contatti con entrambe le capitali, il Vaticano non ha quindi alcun mandato per condurre i negoziati di pace.
L’arcivescovo Gallagher ha tuttavia sottolineato che Leone XIV gli aveva chiesto personalmente di evidenziare la dimensione umanitaria del conflitto. Il Papa auspicava in particolare la prosecuzione della missione del cardinale Zuppi, il cui ritorno a Mosca era già in fase di valutazione.
Il Patriarcato di Mosca esprime le proprie rimostranze
Il viaggio dell’arcivescovo Gallagher ha avuto anche una significativa dimensione religiosa. Il 25 agosto, il rappresentante della Santa Sede ha incontrato il metropolita Antonio di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Il metropolita Antonio è succeduto al metropolita Ilarione, precedente interlocutore chiave di Roma, nel 2022.
Durante l’incontro, i rappresentanti della Chiesa ortodossa russa hanno denunciato le misure adottate dalle autorità ucraine contro la Chiesa ortodossa ucraina, storicamente legata al Patriarcato di Mosca. Hanno menzionato in particolare le restrizioni imposte alle sue istituzioni e i procedimenti legali avviati contro alcuni dei suoi funzionari.
La questione è entrata anche nella sfera politica. Dopo l’incontro con l’arcivescovo Gallagher, Sergej Lavrov ha dichiarato che il diplomatico vaticano aveva riconosciuto la natura preoccupante della situazione religiosa in Ucraina e aveva promesso di riferire tali preoccupazioni a Kiev. Questa versione dei fatti, resa pubblica dal ministro russo, non è stata tuttavia confermata in questi termini dalla Santa Sede.
Questa questione complica ulteriormente i rapporti tra Mosca e Kiev, in un contesto in cui le affiliazioni ecclesiastiche e le lealtà nazionali sono diventate un elemento centrale del conflitto. I rapporti tra Roma e il Patriarcato russo rimangono tesi da quando il Patriarca Kirill ha pubblicamente appoggiato l’intervento militare russo. Tuttavia, il continuo contatto con il Metropolita Antonio dimostra che la Santa Sede non intende interrompere il dialogo con Mosca.
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I cattolici di Russia, un altro tema in gioco nel viaggio
La missione del vescovo Gallagher non si è limitata ai colloqui diplomatici. Il 27 agosto, il prelato ha incontrato sacerdoti, monaci e suore provenienti dalla Russia, prima di celebrare la messa nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione a Mosca, alla presenza dei vescovi cattolici del Paese.
Egli trasmise ai fedeli l’incoraggiamento di Leone XIV, esortandoli a perseverare nella loro vita cristiana nonostante le difficoltà. La Chiesa cattolica rappresenta una piccola minoranza in questo vasto paese. È organizzata attorno all’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca e alle diocesi di Saratov, Novosibirsk e Irkutsk.
Il vescovo Gallagher ha inoltre discusso con le autorità russe delle esigenze pastorali delle comunità cattoliche e delle loro attività caritative.
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Zuppi ritorna a Mosca con una missione più concreta.
Un mese dopo l’arcivescovo Gallagher, il cardinale Matteo Zuppi è giunto a Mosca il 28 settembre per una visita di tre giorni. Si è trattato del suo terzo viaggio nella capitale russa, dopo quelli di giugno 2023 e ottobre 2024. L’arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, prosegue la missione umanitaria affidatagli da papa Francesco nel 2023 ed espressamente confermata dapapa Leone XIV.
Prima del suo arrivo, il cardinale aveva spiegato all’agenzia di stampa russa TASS che il suo mandato riguardava i bambini separati dalle loro famiglie, gli scambi di prigionieri e le questioni relative ai civili. Il cardinale aveva chiarito che la Santa Sede stava esaminando le richieste di entrambe le parti. Pertanto, non si trattava solo di garantire il ritorno dei cittadini ucraini, ma anche di agevolare alcune procedure riguardanti prigionieri o civili russi.
Migliaia di prigionieri in attesa
Durante un precedente viaggio in Ucraina, nel mese di luglio, il cardinale Zuppi ha incontrato i familiari di militari e civili detenuti in Russia. In particolare, gli hanno chiesto di adoperarsi per la liberazione di tutti i prigionieri di guerra detenuti da entrambe le parti, secondo il principio «tutti per tutti».
Secondo le stime presentate al cardinale e riportate da Vatican News, circa 7.000 ucraini sono detenuti in Russia, a fronte di circa 4.000 russi detenuti in Ucraina. Queste cifre, basate su informazioni raccolte durante la sua missione, non costituiscono un censimento indipendente ed esaustivo.
Il cardinale aveva visitato anche un centro di detenzione nella regione di Leopoli, dove erano reclusi soldati russi. Le famiglie ucraine speravano che potesse fare lo stesso per i loro parenti detenuti in Russia.
Il 30 settembre, la loro richiesta è stata parzialmente accolta: il cardinale ha potuto visitare un centro di detenzione che ospita prigionieri di guerra ucraini. Ha parlato con alcuni di loro e ha trasmesso un messaggio di solidarietà da parte di Papa Leone XIV. Accompagnato dal Nunzio Apostolico in Russia, l’Arcivescovo Giovanni d’Aniello, ha espresso la speranza che questa visita possa favorire ulteriori scambi.
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Bambini, persone scomparse e civili di Kursk
A Mosca, il cardinale Zuppi ha incontrato Yuri Ushakov, nonché diversi funzionari russi responsabili di questioni umanitarie, tra cui Maria Lvova-Belova, commissaria presidenziale per i diritti dei minori, e Yana Lantratova, presentata come responsabile per i diritti umani.
Le discussioni si sono concentrate sui prigionieri militari e civili, sulla ricerca delle persone scomparse e sul ritorno dei minori separati dalle loro famiglie. Il cardinale ha chiesto l’accelerazione delle procedure di verifica per il ricongiungimento familiare. Tali procedure richiedono l’accertamento dell’esatta situazione dei minori coinvolti, del loro luogo di residenza e delle possibilità di un loro ritorno alle famiglie.
Durante i colloqui si è discusso anche della situazione dei civili russi sfollati a causa delle operazioni militari ucraine nella regione di Kursk. Mosca desidera in particolare verificare che le persone colpite siano riuscite a tornare a casa. L’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Ivan Soltanovsky, ha accolto con favore la visita del cardinale, pur sottolineando le difficoltà legali e pratiche che un eventuale scambio di prigionieri civili comporterebbe.
Al termine della missione, non è stato reso pubblico alcun nuovo accordo generale.
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Leone XIV si è confrontrato con i limiti della diplomazia papale
Quando papa Francesco ha affidato al cardinale Zuppi la sua prima missione nel maggio 2023, l’obiettivo era ancora quello di esplorare le vie per risolvere il conflitto. L’arcivescovo di Bologna si è recato successivamente a Kiev, Mosca, Washington e Pechino. Ma le posizioni delle parti in conflitto ridussero rapidamente le prospettive di mediazione. Volodymyr Zelens’kyj, in particolare, ha respinto qualsiasi iniziativa che non tenesse conto delle condizioni poste dall’Ucraina.
I colloqui hanno assunto quindi una piega più concreta. Nell’ottobre del 2024, durante il suo secondo viaggio a Mosca, Zuppi ha affrontato già i temi dello scambio di prigionieri, del rimpatrio dei soldati feriti, della restituzione delle salme e del ricongiungimento dei bambini con le loro famiglie. Le autorità russe avrebbero poi riconosciuto il ruolo svolto dalla Santa Sede in alcune operazioni umanitarie, in particolare nel rimpatrio dei soldati feriti.
Due anni dopo, Leone XIV ha cercato di ampliare questo margine di manovra ristabilendo contatti diplomatici di alto livello, senza tuttavia abbandonare le iniziative intraprese dal suo predecessore. Il contrasto tra l’accoglienza riservata all’arcivescovo Gallagher e al cardinale Zuppi e la mancata risposta all’offerta di mediazione di Roma è, tuttavia, rivelatore. Mosca ha accettato i buoni uffici del Vaticano su questioni specifiche, ma non riconobbe alcun ruolo per la definizione di una soluzione politica.
La diplomazia papale aveva ristabilito i contatti con i suoi interlocutori russi; era ancora in attesa che questi aprissero le porte ai negoziati.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Ruffec, 15 nuove postulanti presso le Suore della FSSPX
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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