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L’élite ostracizza chi si non si converte all’ideologia infernale del globalismo: omelia di mons. Viganò nel Mercoledì delle Ceneri

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nel Mercoledì delle Sacre Ceneri «in capite jejuni».

 

 

Maledicta terra in opere tuo

Omelia nel Mercoledì delle Sacre Ceneri «in capite jejunii»

 

 

Maledicta terra in opere tuo:
in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitæ tuæ.
Spinas et tribulos germinabit tibi, et comedes herbam terræ.
In sudore vultus tui vesceris pane,
donec revertaris in terram de qua sumptus es:
quia pulvis es et in pulverem reverteris
.

Maledetta sia la terra per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai! 

Gen 3, 17-19

L’inizio del sacro tempo della Quaresima, che la Santa Chiesa inaugura con l’austerità delle cerimonie e dei paramenti in questo Mercoledì delle Ceneri, era anticamente segnato non solo dalla pratica del digiuno e della penitenza per tutti i fedeli, ma anche dal solenne rito dell’espulsione dei pubblici penitenti fino al Giovedì Santo.

 

I peccatori colpevoli di delitti particolarmente gravi venivano convocati in Cattedrale al cospetto del Vescovo, rivestiti del cilicio e a piedi scalzi, prima dell’inizio della Messa Pontificale. Il Penitenziere, dinanzi a tutto il popolo, elencava le colpe di ciascun penitente e gli imponeva le Ceneri dicendo: Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris: age pænitentiam, ut habeas vitam æternam. n Canonico li aspergeva con l’acqua benedetta e il Vescovo benediceva le vesti penitenziali – il cilicio, appunto – e tutto il Clero recitava i sette Salmi penitenziali e le Litanie.

 

Alla fine, dopo quattro orazioni, il Vescovo teneva un’omelia, ostendens qualiter Adam propter peccatum ejectus est de paradiso, et multa maledicta in eum congesta sunt; et qualiter ejus exemplo ipsi de Ecclesia ad tempus eijciendi sunt; mostrando in che modo Adamo, a causa del peccato, fu cacciato dal paradiso e su di lui furono riversate molte maledizioni; e in che modo, sul suo esempio, anch’essi [i penitenti] devono essere espulsi temporaneamente dalla Chiesa.

 

A questo punto, il Vescovo prendeva per mano uno dei penitenti, formando una catena di tutti coloro che venivano espulsi dalla chiesa. E mostrando la propria commozione cum lacrymis diceva: Ecce eijcimini vos hodie a liminibus sanctæ matris Ecclesiæ propter peccata vestra, et scelera vestra, sicut Adam primus homo ejectus est de paradiso propter transgressionem suam. Ecco, oggi siete espulsi dai confini di santa madre Chiesa a causa dei vostri peccati e delle vostre scelleratezze, così come Adamo, il primo uomo, fu cacciato dal paradiso a causa della sua trasgressione. Il coro nel frattempo cantava un’antifona che rievocava le parole del libro della Genesi (Gen 3, 16-19).

 

Ai penitenti rimasti in ginocchio e in lacrime davanti al portale della Cattedrale, il Vescovo diceva di non disperare della misericordia del Signore, dedicandosi al digiuno, pregando, compiendo pellegrinaggi, donando l’elemosina e facendo buone opere. Li invitava infine a ripresentarsi non prima della mattina del Giovedì Santo. Le porte della chiesa venivano quindi chiuse, prima che iniziasse la Messa. 

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Questo rito solenne e severo è rimasto a perpetua memoria nel Pontificale Romano fino all’ultima riforma del 1962, per poi essere cancellato – e non a caso – dalla cosiddetta riforma conciliare. Comprendiamo bene per quale motivo una chiesa che si vuole in dialogo con il mondo e che per questo apre le proprie porte, abbatte le proprie mura e abbassa i propri ponti levatoi, non abbia voluto conservare una cerimonia altamente simbolica e certamente pedagogica.

 

Dietro la pretestuosa intenzione di accogliere tutti («todos, todos, todos») – un’inclusività che non ha nulla di cattolico – si cela la cancellazione del peccato originale, e con esso la necessità della Redenzione compiuta dal Verbo Incarnato e corrisposta dai fedeli con la penitenza, il digiuno e la preghiera. Secondo questa visione antropocentrica – palesemente ereticale – saremmo tutti salvi, non avremmo mai peccato né in Adamo né da noi stessi, e Dio perdonerebbe tutti, anzi ci amerebbe per come siamo e non ci chiederebbe di cambiare né tantomeno di pentirci o di riparare alle nostre colpe. Inutile dunque sarebbe l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità; inutile la Sua Passione e Morte; inutile la Chiesa, la Messa, i Sacramenti, il Sacerdozio. 

 

Eritis sicut dii (Gen 2, 3), ci ripete la chiesa conciliare e sinodale: sarete come dèi, perché non avete bisogno di espiare nulla, non dovete chiedere perdono per nulla, non dovete essere riconoscenti di nulla a Dio, né grati alla Santa Chiesa per la sua opera di santificazione.

 

La chiesa conciliare e sinodale giunge a teorizzare, con l’ecumenismo sincretista, che anche adorando una falsa divinità o negando in tutto o in parte le verità della divina Rivelazione, l’uomo possa salvarsi e andare in paradiso. Gli unici che significativamente meritano le punizioni eterne e i rigori della Giustizia divina sarebbero quanti – dinanzi a tale apostasia – continuano a credere ciò che la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato. Ad essi si applica con severità la legge canonica che per tutti gli altri è considerata intollerante e obsoleta. 

 

Santa Romana Chiesa, che è Madre e non matrigna, agisce secondo criteri pedagogici dimostratisi ampiamente efficaci. E come la madre saggia priva il figlio disobbediente dei doni che gratuitamente gli ha dato, affinché comprenda in cosa ha mancato e si corregga; così la Chiesa, sull’esempio di Dio con Adamo ed Eva, sapeva punire i pubblici peccatori allontanandoli temporaneamente dalle celebrazioni pubbliche, di cui si erano resi indegni dinanzi alla comunità dei fedeli. Non per abbandonarli a se stessi sulla via della perdizione, ma perché proprio quella privazione di un conforto tangibile ed esteriore li persuadesse a comprendere la gravità delle loro colpe e a ripararle con la preghiera, il digiuno, la penitenza, l’elemosina e le buone opere.

 

Per loro pregavano i fedeli, memori di quella Comunione dei Santi che unisce nella Carità reciproca le membra del Corpo Mistico al suo Capo. Non chiunque mi dice: «Signore, Signore!» entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21). Compiere la volontà del Padre è infatti ciò che ci rende meritevoli dell’eternità beata dopo la prova in questa vita terrena: Venga il Tuo regno; sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra (Mt 6, 10).

 

Il solenne e suggestivo rito quaresimale dell’espulsione dei pubblici penitenti richiama la cacciata dei nostri Progenitori dal Paradiso terrestre, ed è per questo estremamente eloquente e simbolico. Esso ci ricorda che la violazione della Legge di Dio comporta una pena commisurata alla sua gravità, ma ci mostra allo stesso tempo come la Giustizia divina si lasci temperare dalla divina Misericordia.

 

L’annuncio del Protoevangelo del libro della Genesi addirittura precede la maledizione del Signore: Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno (Gen 3, 15). Ritroveremo questa Donna, vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle, nel libro dell’Apocalisse (Ap 12, 1), a compimento della promessa della Santissima Trinità. La privazione del Paradiso terrestre – pena della consapevole e sciagurata disobbedienza di Adamo ed Eva che erano già, in qualche modo, simili a dèi grazie ai doni di Dio – non preclude loro né alla loro discendenza la via del ritorno alla Casa del Padre.

 

La condizione di questo ritorno è tuttavia vincolata alla loro volontà di riparare al peccato commesso, all’umiltà di riconoscersi peccatori e bisognosi di perdono. E questo è possibile non per i loro meriti, ovviamente impotenti dinanzi all’enormità della colpa, ma unendo il proprio pentimento all’opera divina della Redenzione, compiuta dal Nuovo Adamo, Nostro Signore Gesù Cristo, con la cooperazione della Nuova Eva, Maria Santissima, ossia della Semprevergine Madre Immacolata e della sua stirpe.

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Nel mondo contemporaneo – in particolare a decorrere dal Vaticano II – i pubblici peccatori di un tempo sono accolti e incoraggiati nelle loro deviazioni, anche dai papi, da indegnissimi prelati e membri del clero, le cui colpe sono altrettanto pubbliche e di scandalo per i fedeli, indotti a loro volta in peccato. Ma è proprio questo che costituisce l’estrema offesa alla Maestà divina: non tanto e non solo il male commesso, quanto piuttosto la sua negazione, anzi la sua legittimazione e al contempo la condanna del bene che gli si oppone.

 

Per questo motivo, carissimi fedeli, la terra è ancora oggi maledetta, né potrebbe essere altrimenti. Gli orrori e i crimini esecrandi portati alla luce in questi giorni con la pubblicazione dei files di Jeffrey Epstein gridano vendetta al Cielo, anche per il silenzio che li avvolge e per l’impunità che viene ostentatamente assicurata ai colpevoli.

 

I nostri cieli irrorati di veleni che si riversano sulle coltivazioni e nelle falde acquifere; le sostanze cancerogene negli alimenti; la distruzione dei raccolti e del bestiame a vantaggio della produzione intensiva delle multinazionali; le malattie provocate da pseudofarmaci volutamente dannosi e sterilizzanti; l’imposizione di «sacrifici» e «penitenze» per la cosiddetta tutela della «casa comune»; il controllo capillare di ogni nostra azione non più sotto lo sguardo di Dio ma sotto l’occhio delle telecamere di sorveglianza: tutti questi scempi la parodia infernale con cui un’élite inebriata di potere e letteralmente assetata di sangue umano vuole sostituirsi a Dio nel legiferare, nel decidere cosa è bene e cosa è male, nel dichiarare i suoi «santi» e i suoi «dannati», nel promulgare i suoi «riti» e le sue «scomuniche». Questa élite ha anche i suoi «pubblici penitenti», ostracizzati dal sistema finché non si convertono all’ideologia infernale del globalismo. 

 

Torniamo al Signore, cari fedeli. Torniamo a Lui in cinere et cilicio, e con noi torni la Chiesa a condannare il peccato e incoraggiare la virtù, senza finzioni e ipocrisie, senza compromessi, senza indulgenze colpevoli che offendono la Giustizia divina e vanificano la divina Misericordia.

 

Questo è il senso dell’orazione che pronunciava il Vescovo dinanzi ai penitenti vestiti di sacco: Dómine Deus noster, qui offensiónem nostram non vínceris, sed satisfactióne placáris; réspice, quæsumus, ad hos fámulos tuos, qui se tibi peccásse gráviter confiténtur; tuum est enim absolutiónem críminum dare, et véniam præstáre peccántibus, qui dixísti te pœniténtiam malle peccatórum quam mortem: concéde ergo, Dómine, ut tibi pœniténtiæ excúbias célebrent, et corréctis áctibus suis conférri sibi a te sempitérna gáudia gratuléntur. Signore Dio nostro, tu che non sei vinto dalle nostre offese, ma sei placato dalla soddisfazione [penitenziale], guarda, ti preghiamo, a questi tuoi servi, che confessano di aver gravemente peccato contro di te; è tuo infatti donare l’assoluzione dai delitti e concedere il perdono ai peccatori, tu che hai detto di preferire la penitenza del peccatore alla sua morte: concedi dunque, Signore, che celebrino per te le veglie della penitenza e, con la correzione delle loro azioni, si rallegrino di ricevere da te le gioie eterne.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

18 Febbraio MMXXVI
Feria IV Cinerum

 

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Iran, il cardinale Mathieu evacuato d’urgenza

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Il Cardinale Dominique Joseph Mathieu, Arcivescovo latino di Teheran-Isfahan, è arrivato sano e salvo a Roma l’8 marzo, dopo una partenza d’emergenza dall’Iran. Questa partenza, che equivaleva a un’evacuazione su vasta scala, avviene nel contesto della guerra aperta che attanaglia la regione dal 28 febbraio 2026.   L’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna l’inizio di un conflitto di vasta portata in Medio Oriente. Di fronte a questa escalation, le autorità vaticane e italiane non hanno avuto altra scelta che organizzare la partenza dell’alto prelato, nonché di tutto il personale dell’ambasciata italiana a Teheran.

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Un’evacuazione legata alla chiusura dell’ambasciata italiana

La sede dell’arcidiocesi cattolica latina, che comprende la Cattedrale della Consolata e la residenza arcivescovile, si trova infatti all’interno del complesso dell’ambasciata. Avendo l’Italia temporaneamente chiuso la sua missione diplomatica per motivi di sicurezza, il suo personale è stato trasferito in Azerbaigian.   In una dichiarazione al quotidiano belga Cathobel, il cardinale Mathieu ha espresso la sua profonda tristezza: «sono arrivato ieri a Roma, non senza rammarico e dolore per i nostri fratelli e sorelle in Iran, nell’ambito della completa evacuazione dell’ambasciata italiana, sede dell’arcidiocesi. Finché non potrò tornarvi, pregate per la conversione dei cuori verso la pace interiore».   Questa partenza, dettata dall’intensità dei bombardamenti, sottolinea la vulnerabilità delle minoranze religiose nel Paese. Con il moltiplicarsi dei raid aerei – che hanno portato alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei e innescato rappresaglie iraniane – la piccola comunità cattolica si ritrova ora senza una guida spirituale, esposta alle insidie ​​del conflitto.

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Un prelato isolato in un Paese in guerra

Nominato arcivescovo di Teheran-Isfahan nel 2021 da papa Francesco e creato cardinale nel dicembre 2024, Dominique Mathieu è stato il primo cardinale residente nella storia iraniana. A 62 anni, ha svolto il suo ministero in condizioni estremamente precarie. Secondo le statistiche vaticane, l’arcidiocesi aveva solo tre sacerdoti nel 2024 e il cardinale era l’unico responsabile del servizio alle cinque parrocchie di Teheran.   La comunità cattolica latina in Iran resta molto piccola: le stime più prudenti stimano il numero intorno ai 3.500 fedeli (di cui 1.300 di rito latino), mentre altre fonti parlano di un totale di 22.000 cristiani, pari allo 0,03% della popolazione.   In un Paese in cui i cristiani sono ufficialmente riconosciuti come minoranza religiosa, sono comunque sottoposti a stretta sorveglianza. La distribuzione di Bibbie in persiano e qualsiasi forma di evangelizzazione sono severamente vietate.   Le autorità effettuano regolarmente arresti per accuse come blasfemia, «inimicizia contro Dio» o mancato rispetto del codice di abbigliamento islamico. Storicamente, la presenza cattolica in Iran risale al XIII secolo, ma il loro numero è costantemente diminuito a causa dell’emigrazione e delle pressioni politiche. Oggi, la guerra minaccia direttamente la continuità della vita sacramentale per coloro che rimangono.   L’evacuazione del cardinale Mathieu mette in luce l’estrema vulnerabilità dei cristiani in un Medio Oriente dilaniato dalla guerra. In attesa del suo ritorno in diocesi, il prelato invita a pregare per la vera pace, quella che scaturisce dalla conversione dei cuori.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di Elmju via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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Libano: di fronte all’escalation del conflitto, i patriarchi lanciano l’allarme

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Riunita in sessione d’urgenza presso la sede patriarcale di Bkerké, mentre le truppe israeliane bombardano gli Hezbollah filo-iraniani nella periferia sud di Beirut, l’Assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in Libano (APECL) ha appena rilasciato una dichiarazione solenne: un appello per la sopravvivenza del Paese.

 

Di fronte a un’escalation senza precedenti del conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran e le sue milizie satelliti, i leader delle diverse Chiese cattoliche presenti in Libano hanno deciso di rompere il silenzio.

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Prevenire la conflagrazione totale

Il testo, firmato il 5 marzo 2026 dai quattro Grandi Patriarchi – il cardinale maronita Béchara Boutros Raï, il patriarca melchita Youssef Absi, il patriarca siriaco Ignatius Joseph III Jonas e il patriarca armeno Raphael Benit XXI – denuncia fermamente la logica della forza che sembra prevalere su quella del diritto. «La giustizia è la via sicura per una pace stabile e duratura», insiste il documento.

 

Per i vescovi, il Libano non deve tornare a essere un campo di battaglia per potenze straniere. Invitano le autorità libanesi e la comunità internazionale a compiere ogni sforzo per impedire una conflagrazione totale, ribadendo che la tutela della dignità umana deve avere la precedenza su tutte le considerazioni geopolitiche.

 

Questa presa di posizione avviene in un clima di estrema tensione. I vescovi sottolineano i «blocchi interni» e le «influenze esterne» che stanno soffocando il Paese, già indebolito da anni di crisi finanziaria. Esortano i leader politici a superare le divisioni per garantire l’unità nazionale, unico scudo contro la minaccia del collasso.

 

Solidarietà con gli sfollati libanesi

Uno dei punti chiave della dichiarazione riguarda la crisi umanitaria dei civili sfollati a causa dei recenti bombardamenti a sud di Beirut. Per i presuli, accogliere questi «fratelli e sorelle sfollati» è essenziale affinché «la testimonianza dell’amore resti più forte della logica della violenza», sottolinea il testo.

 

Sulle orme di Papa Leone XIV

Questo appello fa seguito alla storica visita di papa Leone XIV in Libano lo scorso dicembre. Durante la sua visita ad Harissa nel 2025, il Santo Padre esortò i libanesi a non cedere alla disperazione e a rimanere nella loro patria. Questa nuova dichiarazione dei vescovi rafforza questo messaggio, aggiungendo al contempo una dimensione di urgenti preoccupazioni per la sicurezza.

 

Il testo si conclude con questa preghiera: «Mettiamo il Libano, la nostra regione e il mondo intero sotto la protezione della Provvidenza, chiedendo a Dio di concedere al nostro mondo travagliato una pace giusta e duratura, di condurre i cuori alla riconciliazione e di confermare i passi del nostro popolo libanese sui sentieri della fraternità e dell’armonia in uno spirito di sincero patriottismo, per intercessione della Vergine Maria, Regina della Pace».

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Supporto internazionale praticamente assente

Mentre il Libano attraversa una delle fasi più critiche della sua storia moderna, la voce della Chiesa rimane uno dei pochi pilastri di stabilità in un paese dilaniato dalla corruzione e le cui autorità non sono state in grado di disarmare gli Hezbollah filo-iraniani, ricevendo scarso aiuto in questa impresa dall’Occidente, in particolare dalla Francia, il cui sostegno è ben lungi dai legami secolari che uniscono i due Paesi.

 

Ma non c’è dubbio che questa terra profondamente cristiana, un tempo conosciuta come la Francia del Levante, troverà i mezzi per rialzarsi da questa dura prova, mentre la Francia dell’Occidente, l’Esagono, fa onore al suo nome, apparendo ben lontana da qualsiasi risveglio religioso, morale o politico.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Kocsis Fülöp, Hajdúdorogi Főegyházmegye via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata


 

 

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Mons. Schneider afferma che la scomunica della FSSPX sarebbe invalida

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Il vescovo Athanasius Schneider ha dichiarato che qualsiasi scomunica eventualmente imposta alla Fraternità San Pio X in relazione alle sue programmate consacrazioni episcopali non sarebbe valida secondo il diritto canonico. Lo riporta LifeSite.   Monsignor Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ed ex visitatore apostolico della Santa Sede presso la Fraternità San Pio X, ha affermato lunedì che un’eventuale scomunica della Fraternità a seguito delle consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio risulterebbe invalida, poiché la dirigenza della FSSPX non ha intenzione di compiere un atto scismatico.   «Penso che, se la scomunica venisse applicata, sarebbe in qualche modo non valida perché non c’è alcuna intenzione di compiere un atto scismatico da parte della Fraternità San Pio X, e non si può essere puniti quando non si ha l’intenzione di farlo, secondo il diritto canonico», ha detto Schneider.

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Le osservazioni di Schneider sono state espresse durante un recente incontro privato della Confraternita di Nostra Signora di Fatima. I commenti sono stati in seguito pubblicati dal vaticanista Michael Haynes con il permesso del vescovo.   Secondo il prelato kazako, l’elemento decisivo per valutare la situazione canonica delle consacrazioni previste riguarda l’intenzione dei vescovi coinvolti. «Non c’è alcuna intenzione da parte dei vertici della FSSPX di separarsi da Roma», ha affermato Schneider.   A suo parere, un’approvazione papale potrebbe favorire una maggiore collaborazione tra la Società e il resto della Chiesa e facilitare le discussioni teologiche sulle questioni dottrinali emerse negli ultimi decenni.   Schneider ha anche commentato la partecipazione dei fedeli alle liturgie della FSSPX. Ha rilevato che le Messe della Fraternità includono preghiere per il Papa e per il vescovo ordinario locale, presentandolo come prova del fatto che la Fraternità continua a riconoscere l’autorità della Santa Sede.   «Durante la Messa pregano per il papa», ha detto Schneider. «Se non pregassero per il Papa, allora non dovrebbero partecipare, ma pregano sempre per il Papa, e persino per il vescovo locale dove si celebra la Messa».   Nei commenti scritti inviati via e-mail a Haynes, Schneider ha inoltre sostenuto che alcuni alti prelati si oppongono con forza all’integrazione della Società nella vita più ampia della Chiesa.   «Non è un segreto che ai nostri giorni ci siano membri del clero di alto rango molto influenti, che semplicemente odiano tutto ciò che è autentica tradizione cattolica nella dottrina e nella liturgia», ha scritto, e queste persone «sarebbero felici se la FSSPX potesse essere semplicemente scomunicata, mentre allo stesso tempo mostrano la massima tolleranza possibile verso tutto ciò che è ambiguo ed eretico nella dottrina e nella liturgia, come nel caso del cosiddetto Cammino sinodale tedesco».   Monsignor Schneider ha sottolineato che per i cardinali e i vescovi neo-modernisti attualmente al potere – che, a suo avviso, sostengono «sacrilegi ed eresie» – anche una «minima integrazione ecclesiale della FSSPX sarebbe inaccettabile», poiché sono «codardi collaboratori dell’agenda delle élite ideologiche mondiali». Qualsiasi accordo con la Fraternità, ha sostenuto, «smaschererebbe il loro tradimento di Cristo e alimenterebbe una riconquista della vera cattolicità nella vita della Chiesa ai nostri giorni».

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La FSSPX ha giustificato le consacrazioni previste invocando l’attuale stato di emergenza nella Chiesa. Padre Gerald Murray ha di recente contestato tale argomentazione, sostenendo che l’esistenza di altre comunità sacerdotali che celebrano la Messa tradizionale latina implica che tale stato di emergenza non sussista più.   Monsignor Schneider ha respinto tale valutazione. «Siamo ancora in una situazione di emergenza e di crisi straordinaria nella Chiesa», ha affermato, «dove purtroppo anche a Roma – Roma promuove ancora in qualche modo questa tendenza al modernismo, al relativismo e alla mancanza di chiarezza, e questa è la situazione».   Monsignor Schneider ha avuto un coinvolgimento diretto con la Società in passato, avendo ricoperto il ruolo di Visitatore Apostolico ufficiale della Santa Sede presso i due seminari della FSSPX a Ecône (Svizzera) e Zaitzkofen (Germania) durante il pontificato di Papa Francesco nel 2015. La sua esperienza in tale ruolo lo ha reso uno dei vescovi più competenti riguardo alla vita interna della Fraternità.

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