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Spirito

Satana e i modernisti contro la Santissima Trinità. Omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Domenica della Santissima Trinità.

 

 

 

IN ILLO UNUM

Omelia nella Domenica della Santissima Trinità

 

Gratias tibi, Deus, gratias tibi,
vera et una Trinitas, una et summa Deitas,
sancta et una Unitas.

Ant. ad Magn.

 

La Santa Chiesa celebra oggi, con particolare solennità, uno dei principali Misteri della Fede Cattolica: la Santissima Trinità, l’unico vero Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Il Mistero – nell’accezione greca del termine μυστήριον – è ciò che la mente umana non riesce a conoscere se non mediante una Rivelazione divina. Nell’accogliere questa Rivelazione l’uomo accetta con umiltà il proprio stato di creatura bisognosa di un aiuto soprannaturale e gratuito, che vada al di là della razionale conoscenza di un unico Dio che premia i giusti e punisce i malvagi.

 

Ogni persona porta infatti in sé quell’impronta del Creatore che gli mostra i principi morali della Legge naturale; mentre la conoscenza dei divini Misteri quali appunto la Santissima Trinità e l’Incarnazione è possibile solo grazie alla Fede in ciò che l’autorità del Dio rivelante ci propone a credere mediante il Magistero della Chiesa.

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Questa visione implica due verità. La prima, che all’uomo corrotto dal peccato originale è teoricamente possibile salvarsi – laddove egli ignori totalmente il Vangelo – anche solo comportandosi rettamente e seguendo il lume della retta ragione. La seconda, che solo nell’unica vera Chiesa di Cristo, Cattolica Apostolica Romana, unica custode della Rivelazione divina e depositaria dei mezzi della Grazia santificante, l’uomo peccatore, purificato dal Battesimo, ha gli strumenti ordinari che gli permettono di fatto di salvarsi, professando la Fede Cattolica che Nostro Signore ha insegnato agli Apostoli e che la Santa Chiesa ci propone infallibilmente a credere.

 

Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me, ha detto il Signore (Gv 14, 6). Se crediamo che Gesù Cristo è Figlio unigenito del Padre, che Si è incarnato per noi uomini e per la nostra salvezza, che ha patito ed è morto per noi, che è risorto e che siede alla destra del Padre; e se conformiamo la nostra condotta di vita alla Sua santa Legge e a ciò che Nostro Signore ci ha comandato, saremo salvi.

 

E per credere questo, dobbiamo anche credere nella Santissima Trinità, che Egli ci ha fatto conoscere e di cui portiamo, in quanto Sue creature, l’impronta indelebile. È infatti la dimensione trinitaria della nostra natura umana che ci rende veramente ad immagine e somiglianza di Dio, del Dio Uno e Trino. Le nostre facoltà rimandano ai divini attributi: alla memoria del Padre, all’intelletto del Figlio, alla volontà dello Spirito Santo.

 

Chi crede che il Mistero della Santissima Trinità sia materia da teologi e che l’uomo comune possa ignorarlo compie un imperdonabile errore, anzitutto perché mette in discussione quella mirabile pedagogia che il Signore ha voluto adottare con noi, rendendoci partecipi non solo della conoscenza delle Tre divine Persone, ma anche della loro natura divina, nel momento in cui con la Sua Incarnazione Nostro Signore ha assunto la natura umana. Una bellissima preghiera dell’Offertorio, composta da San Leone Magno, recita:

 

«Deus, qui humanæ substantiæ dignitatem mirabiliter condidisti et mirabilius reformasti, da, per hujus aquæ et vini mysterium, ejus divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostræ fieri dignatus est particeps, Jesus Christus, Filius tuus, Dominus noster».

 

«O Dio, che in modo meraviglioso hai creato la nobile natura dell’uomo e ancor più meravigliosamente l’hai riformata, concedi, mediante il mistero di quest’acqua e questo vino, di essere consorti della divinità di Colui, che si è degnato di farSi partecipe della nostra umanità, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore».

 

Se non professiamo la nostra fede nella Santissima Trinità, non possiamo comprendere la ragione che rende la nostra Religione Cattolica unica e veramente divina, non solo credibile, ma da credersi (credenda): il miracolo inaudito dell’Incarnazione del Figlio Unigenito del Padre, con la cooperazione dello Spirito Santo, per redimerci e strapparci alla morte eterna che per nostra colpa abbiamo meritato in Adamo. Ed è sempre trinitaria la nostra vita: al Padre dobbiamo la nostra creazione, al Figlio la nostra redenzione, allo Spirito Santo la nostra santificazione.

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Questo ci porta ad una visione teocentrica – anzi, più propriamente cristocentrica – del κόσμος divino, dell’ordine di tutte le cose, che trovano il proprio principio e il proprio fine in Cristo, secondo le parole dell’Apostolo: Instaurare omnia in Christo (Ef 1, 10). Perché è in virtù dell’unione ipostatica che l’Uomo-Dio, nuovo Adamo, restaura quell’ordine che Adamo aveva violato. Un ordine divino che si fonda su Dio Verità e Carità, portando anche noi a credere e ad amare, veritatem facientes in caritate (Ef 4, 15).

 

Ma chi si oppone, cari fratelli, a questa visione ordinata e perfettissima, che riflette le perfezioni della Santissima Trinità, se non colui che è mentitore e omicida sin dal principio (Gv 8, 44)? Satana non è capace di amore, ma solo di odio; non crea nulla, sa solo distruggere; e il suo odio non è rivolto solo a Dio, ma anche a noi uomini, perché il Verbo eterno del Padre ha scelto di farsi carne, di diventare uomo.

 

Se dunque la nostra salvezza dipende dal credere nella Santissima Trinità e nell’Incarnazione, è ovvio che Satana faccia di tutto per adulterare la purezza della Fede e cercare di vanificare così l’opera della Redenzione. Perché chi crederà sarà salvo; e chi non crederà sarà condannato (Mc 16, 16). L’invidia del Diavolo per il nostro destino soprannaturale, che nel suo orgoglio gli è stato negato, lo porta a scatenarsi proprio nel farci credere che possiamo salvarci senza credere nella Santissima Trinità e nell’Incarnazione. 

 

 

Lo scorso 13 settembre, in occasione di un viaggio a Singapore, Jorge Bergoglio aveva affermato che tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. ‘Ma il mio Dio è più importante del tuo!’. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio. Qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano, ma sono diversi cammini. Understood?

 

Queste parole blasfeme ci fanno inorridire per la loro intrinseca matrice satanica. Esse sovvertono la realtà oggettiva, relativizzandola e adattandola a come essa è percepita dal singolo. I modernisti dell’Ottocento attribuivano la molteplicità delle dottrine al «bisogno del sacro» nell’uomo, e questa esigenza immanente si tradusse prima nell’ecumenismo verso gli acattolici, per poi allargarsi alle false religioni e alle superstizioni idolatriche, e infine confluire nel panteismo, nel Cristo cosmico di Teilhard de Chardin, nella Pachamama.

 

La Rivelazione cristiana, per i modernisti, non consiste nell’azione del Dio vivo e vero che Si fa conoscere e Si rivela nei Suoi Misteri all’uomo, Sua creatura, ma nella proiezione di un immanente «sentimento religioso», in una chimera creata dall’uomo – un idolo, letteralmente – e quindi dipendente dalla sua cultura, dall’ambiente in cui è nato, dai condizionamenti esterni, dalla società.

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Nella visione cattolica, l’uomo creatura si inchina alla Maestà divina del Creatore che Si manifesta e Si rivela; nel delirio modernista, Dio è una creatura dell’uomo, che in ragione della sua infinita dignità è libero di scegliersi gli dèi da annettere al proprio pantheon. E cos’è questo, se non l’applicazione dell’idealismo hegeliano in ambito teologico, secondo cui la realtà è il prodotto della ragione o dello spirito? È su questa base filosofica che si fonda l’intero edificio ereticale dell’ecumenismo del Vaticano II, riassunto dalla visione sincretista della Casa della Famiglia Abramitica di Abu Dhabi.

 

Una tale visione antropocentrica e immanentista della religione è ovviamente in aperta contraddizione con il Credo cattolico, che si fonda invece sull’azione rivelatrice della Santissima Trinità mediante l’Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, con la cooperazione dello Spirito Santo. La nostra santa Religione non è il frutto di cervellotiche speculazioni, né la proiezione di un «bisogno del sacro» cui l’uomo dà una risposta parziale e incompleta, «qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano». Essa è invece l’insieme delle dottrine e dei precetti che Gesù Cristo – vero Dio e vero Uomo – ha insegnato agli Apostoli e comandato loro di trasmettere intatto a tutti gli uomini, perché possano salvarsi dalla dannazione eterna che hanno meritato peccando in Adamo.

 

La società moderna, impregnata di relativismo, è vittima di un grande, diabolico inganno. Essa non crede che esista una verità oggettiva, ma che ciascuno possa crearsi una propria realtà virtuale, che è vera e falsa allo stesso tempo. Che Dio sia trino o meno; che la Seconda Persona della Santissima Trinità Si sia incarnata o meno non è dunque importante, perché per i neomodernisti il fine della religione non è conoscere, adorare, amare e servire Dio e meritare la beatitudine eterna, bensì avere un comune e quanto più possibile generico concetto del divino che serva la causa della fraternità universale, senza alcuna prospettiva ultraterrena.

 

È proprio questo che fa la Rivoluzione: essa muta il fine in mezzo e il mezzo in fine – ossia abbassa il Dio vivente a idolo tra i tanti, oppure erige un idolo al posto del Dio vivente. Ossia, negare la Verità per affermare ogni errore; non riconoscere il Dio Uno e Trino, per poter riconoscere tutti gli idoli. E questa è opera intrinsecamente diabolica.

 

Papa Leone ha scelto come proprio motto In illo uno unum, che riprende questo passo di Sant’Agostino tratto dalla Esposizione del Salmo 127:

 

Voi dunque siete molti e siete uno; noi siamo molti e siamo uno. In che modo, pur essendo molti, siamo uno? Perché ci teniamo strettamente uniti a Colui del Quale siamo membra, e se il nostro Capo è in cielo lassù Lo seguiranno anche le membra.

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Il Salmo 127 inizia con queste parole: Beati omnes qui timent Dominum, qui ambulant in viis ejus. Beati coloro che temono il Signore, che camminano nelle Sue vie. È in relazione a queste parole del Salmista che dobbiamo leggere e comprendere il commento del Santo Vescovo di Ippona.

 

Non nel perseverare sulla via di quel falso ecumenismo irenista che tace la Verità per compiacere lo spirito del mondo, ma nel ritornare al principio unico, ontologico della realtà trascendente e indefettibile del Dio Uno e Trino, tenendoci strettamente uniti a Colui del quale siamo membra, l’Uomo-Dio, il Verbo fatto carne, senza il Quale è impossibile venire al Padre.

 

Possa essere questo non un mero auspicio, ma la fiduciosa speranza di veder finalmente ricapitolate tutte le cose in Cristo, resa gloria alla Santissima Trinità, onore alla Santa Chiesa e al Papato, salvezza alle anime che il divino Pastore ha affidato al Suo Vicario in terra.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

15 Giugno MMXXV
Dominica I post Pentecostem, in festo Ss.mæ Trinitatis

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Immagine: Leandro Bassano (1557–1622), La Trinità, Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia, Cappella della Trinità.

Immagine di Didier Descouens via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

 

 

 

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Pensiero

Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è  di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI  □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti  verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Spirito

Mons. Eleganti contro le consacrazioni FSSPX

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Renovatio 21 pubblica la dichiarazione di monsignor Marian Eleganti, vescovo titolare della diocesi soppressa di Lamdia e già vescovo ausiliare della diocesi di Coira apparsa su LifeSite. Il prelato elvetico si è schierato spesse volte, in questi anni con quanti criticano lo stato in cui versa la Chiesa di Roma e l’opera devastante del Concilio Vaticano II. Qui attacca tuttavia chi ha fatto questo per decadi, cioè la Fraternità Sacerdotale San Pio X, nella quale il vescovo che lo ha ordinato, il vescovo di Coira Vitus Huonder, ha scelto di passare gli ultimi anni della sua vita, decidendo di venir sepolto proprio a Econe, sede del seminario della FSSPX. Di ben altro tenore è stata la reazione dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che ha espresso la sua solidarietà alla Fraternità dopo l’annuncio delle nuove consacrazioni il prossimo 1 luglio.

 

Il primato universale della giurisdizione del Papa (ex sese) su tutta la Chiesa è una verità infallibile e dogmatizzata fin dal Concilio Vaticano I. Pertanto, in questo articolo, non possiamo parlare di un fraintendimento legalistico dell’obbedienza ecclesiastica da parte nostra quando classifichiamo l’annunciata consacrazione di vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) senza l’espresso consenso del papa come un atto scismatico e, per la seconda volta, lo constatiamo con dolore e lo condanniamo con la massima fermezza.

 

Con «noi» intendo tutti i credenti che condividono la mia valutazione qui presentata. Sulla base del comunicato stampa della Fraternità San Pio X, presumo che i vescovi che saranno consacrati il ​​1° luglio 2026 non saranno nominati da Papa Leone XIV.

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L’argomento principale della Fraternità San Pio X, ovvero un’emergenza ecclesiastica storicamente unica e il suo riferimento alla priorità della salvezza delle anime – in particolare di quelle che hanno aderito alla Fraternità Sacerdotale San Pio X – non possono in alcun modo legittimare un passo così grave. Fin dalla mia giovinezza, mi sono sempre espresso contro una «Chiesa» accanto alla Chiesa o una «Chiesa» nella Chiesa – la prima sempre intesa come fedele e vera, la seconda (universale) come infedele, deviata dalla retta via.

 

Esiste una sola Chiesa: la Chiesa universale, una, santa, apostolica e cattolica, fondata da Gesù Cristo su Pietro, la roccia. Essa si realizza visibilmente nell’unità con il Papa: questa unità non va intesa in senso ideale (come riconoscimento generale del papato o del Papa regnante nella preghiera), ma deve essere realizzata di fatto e canonicamente, astenendosi da evidenti atti di disobbedienza canonica. Non includo in quest’ultima categoria la critica al papa, sempre legittima, che distingue chiaramente tra affermazioni e atti fallibili e infallibili del Papa e che generalmente riguarda giudizi prudenziali o dichiarazioni spontanee in interviste, o, nel peggiore dei casi, affermazioni non infallibili del magistero ordinario.

 

I papi aderiscono alla tradizione e non contraddicono i loro predecessori sulla Cattedra di San Pietro. Il cosiddetto «magistero di Francesco» (2013-2025) è un fenomeno sui generis in termini di retorica.

 

Tuttavia, ciò che la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha annunciato il 2 febbraio 2026, ovvero l’ordinazione di ulteriori vescovi il 1° luglio 2026, è, a mio avviso, un atto chiaramente scismatico, consistente nell’istituire o ampliare una gerarchia accanto a quella che è in piena, visibile e canonica unità con l’attuale Papa ed è formata da migliaia di vescovi e sacerdoti in tutto il mondo. Ciò significherebbe che avremmo – come ho detto – una «Chiesa» accanto alla Chiesa o nella Chiesa con sacramenti validi, che pretende di essere quella vera. In questo, è un errore.

 

Ciò che si intende qui è l’immagine stessa della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ciò che conta qui non è la comunione nella preghiera e nelle restanti intersezioni tra fede comune e sacramenti comuni, ma l’unità canonica con il papa, che non esiste se i vescovi vengono ordinati senza la sua volontà. I ​​santi non sono caduti in scisma in simili processi, mentre gli scismatici hanno sempre addotto ragioni apparentemente valide e presumibilmente serie per giustificare la loro azione.

 

Il IV secolo è spesso citato come un’analoga situazione di emergenza nella storia della Chiesa. Papa Giulio I (337-352) sostenne Atanasio, lo accolse a Roma, lo riabilitò e condannò la sua deposizione. La condanna di Atanasio da parte di Papa Liberio (352-366) avvenne solo sotto tortura e non fu considerata legittima da Atanasio perché pronunciata sotto costrizione. Pertanto, non vi si conformarono. In seguito, Liberio modificò la sua posizione. Atanasio lo difese nei suoi scritti. Papa Damaso I (366-384) sostenne Atanasio. Basilio (insieme agli altri Cappadoci) si adoperò intensamente per ottenere il sostegno dell’Occidente contro l’arianesimo e le pressioni imperiali (Valente). Scrisse più volte a Papa Damaso I, chiedendo un chiaro sostegno e riconoscimento dei vescovi orientali ortodossi (in particolare Melezio di Antiochia).

 

Basilio era in qualche modo frustrato perché Roma non sempre comprendeva le sottigliezze teologiche dell’Oriente (discussione sull’ipostasi), reagiva troppo lentamente ed esitante e sosteneva chiaramente Paolino nello scisma di Antiochia, mentre Basilio riponeva la sua fiducia in Melezio. Sorsero tensioni e Basilio si rifiutò di firmare una formula richiesta da Roma. Per quanto ne so, la sua resistenza fu più di natura ecclesiastico-politica e tattica che dogmatica. Tuttavia, Atanasio e Basilio non assunsero mai una posizione eretica o scismatica nei confronti del papa, sebbene il sostegno pratico di Roma a volte li deludesse. L’idea che fossero «disobbedienti» deriva da successive polemiche confessionali. Questo mi riporta ai giorni nostri:

 

Anche se ritengo che: 1) alcuni passaggi di alcuni documenti conciliari (di varia importanza) siano certamente degni di critica; 2) la riforma liturgica sia andata oltre la volontà e le idee dei Padri conciliari e abbia introdotto o abolito cose che non rientravano nemmeno nell’orizzonte del loro pensiero e della loro immaginazione e probabilmente non corrispondevano alle loro intenzioni, ritengo che l’ordinazione di ulteriori vescovi da parte della Fraternità San Pio X senza espressa legittimazione papale (nomina) sia un atto definitivamente scismatico che non può essere giustificato dalle suddette carenze.

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Rimane consigliabile quanto segue:

 

1. Un esame onesto della riforma liturgica e di alcune affermazioni del Concilio Vaticano II.

 

2. Un giusto ordine dei riti nella Chiesa che non proibisca né marginalizzi il venerabile rito latino, ma piuttosto lo veda come un’ispirazione per compensare l’unilateralità e le carenze del Novus Ordo.

 

Come ho già sottolineato, ciò richiede competenza. Le critiche devono essere prese sul serio. I verbali delle sessioni conciliari sono molto utili per fornire un parere imparziale e dovrebbero essere trasmessi al prossimo concistoro che si occuperà della questione liturgica.

 

I fedeli che – per dirla in modo un po’ semplicistico – criticano l’orizzontalità e l’antropocentrismo del Novus Ordo devono essere presi sul serio. Tuttavia, la soluzione non è la Fraternità San Pio X o un ritorno al Messale del 1962, bensì una «riforma della riforma» (Benedetto XVI) di qualche tipo che sana le evidenti fratture che si sono verificate. Mi interessa la questione in sé, non il termine provocatorio (riforma della riforma).

 

Marian Eleganti

Vescovo

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Spirito

Un uomo di Bergoglio nominato in una posizione chiave

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Nominando mons. Carlo Roberto Maria Radaelli Segretario del Dicastero per il Clero, il Papa ha posto un prelato in una posizione chiave, noto sia per la sua competenza canonica e la sua efficienza amministrativa, sia per la sua opposizione alla Messa tradizionale.   Il 22 gennaio 2026 è stato annunciato ufficialmente: mons. Carlo Radaelli è stato nominato Segretario del Dicastero per il Clero. Questo segna un passo importante: il Dicastero per il Clero è infatti uno degli organi più delicati della Curia, poiché gestisce la vita, la formazione e la disciplina dei sacerdoti in tutto il mondo, nonché l’amministrazione dei beni ecclesiastici.   Ed è importante ricordare che il ruolo di segretario di un dicastero lo rende una figura di spicco all’interno della Curia. mons. Redaelli non è estraneo a questo ruolo. Ordinato nel 1980 e consacrato vescovo nel 2004, ha ricoperto inizialmente l’incarico di vescovo ausiliare di Milano prima di essere nominato arcivescovo di Gorizia, diocesi situata al confine tra Italia e Slovenia.   La sua esperienza come canonista suggerisce inizialmente il desiderio di professionalizzare l’amministrazione centrale. Come segretario, il prelato avrà il gravoso compito di tradurre la guida spirituale del Papa in direttive amministrative e canoniche concrete.   Questa nomina giunge in un momento in cui il clero di tutto il mondo si trova ad affrontare sfide importanti, che vanno dalla crisi vocazionale alla necessaria riforma della formazione seminaristica.

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Del nuovo con del vecchio?

La domanda scottante che tutti si pongono è se monsignor Redaelli si limiterà a proseguire le politiche della precedente amministrazione o se incarnerà il nuovo «metodo dell’ascolto» che, secondo il saggista Andrea Gagliarducci, ha caratterizzato il pontificato di Leone XIV.   Mentre Gagliarducci vede nel nuovo Segretario del Clero una forma di stabilità, la cui nomina appare incentrata sull’efficienza amministrativa e sulla profonda comprensione delle problematiche, un’analisi più approfondita della biografia del prelato rivela che egli rappresenta comunque una linea decisamente progressista all’interno della Curia Romana.   Le inclinazioni ideologiche di monsignor Redaelli sono evidenziate innanzitutto dal suo background pastorale: ex presidente di Caritas Italia (2019-2026), è percepito come vicino al cardinale Luis Antonio Tagle, figura di spicco dell’ala riformista. Le critiche dottrinali e liturgiche provenienti dagli ambienti conservatori confermano questa posizione.   Il sito web Rorate Caeli lo descrive come un «nemico di lunga data della Messa tradizionale», ricordando che già nel 2018 aveva guidato l’opposizione di diversi vescovi italiani al motu proprio Summorum Pontificum. Inoltre, molti osservatori ne denunciano la nomina, definendolo un arcivescovo «ambiguo» sulle questioni LGBT.   La domanda chiave è se i suoi stretti legami con l’eredità di Papa Francesco e la sua dichiarata ostilità al tradizionalismo renderanno davvero il nuovo Segretario del Dicastero per il Clero un attore chiave nella «rivoluzione di velluto» di Papa Leone XIV. È ragionevole dubitarne.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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