Bioetica
L’amministrazione Trump revoca l’obbligo dell’era Biden che obbligava i medici a praticare aborti
L’amministrazione Trump ha ufficialmente revocato le linee guida dell’era Biden che utilizzavano la legge federale per costringere i medici del pronto soccorso a praticare aborti ai sensi dell’Emergency Medical Treatment and Labor Act (EMTALA). Lo riporta LifeSiteNews.
La mossa conferma le chiare parole della legge: l’EMTALA protegge sia la «donna incinta» che il «nascituro».
«I medici, soprattutto nei pronto soccorso, hanno il compito di preservare la vita. L’amministrazione Trump ha revocato un mandato dannoso dell’era Biden che costringeva i medici a porre fine alle vite dei nascituri, violando i loro principi più profondi», ha spiegato Matt Bowman, consulente senior di Alliance Defending Freedom (ADF), direttore della divisione Regulatory Practice.
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L’ADF rappresentava un gruppo di medici e operatori sanitari cattolici che avevano contestato l’obbligo.
«I medici del pronto soccorso possono curare e curano condizioni potenzialmente letali come le gravidanze ectopiche, e ogni stato consente ai medici di fare tutto il necessario per preservare la vita di una madre», ha affermato Bowman. «Ora, i medici potranno svolgere il loro compito di donatore di vita senza il timore che i funzionari governativi li costringano a porre fine alla vita e a violare le loro convinzioni».
L’EMTALA aveva lo scopo di garantire che gli ospedali non costringessero i pazienti a basso reddito o privi di assicurazione sanitaria a trasferirsi in altre strutture quando necessitavano di cure mediche «stabilizzanti», come previsto dalla legge. Garantisce inoltre alle donne in travaglio di poter partorire in qualsiasi ospedale, indipendentemente dalla loro situazione finanziaria.
Tuttavia, l’amministrazione Biden ha cercato di reinterpretare l’EMTALA per includere il diritto all’aborto in seguito all’annullamento della sentenza Roe v. Wade del giugno 2022. L’amministrazione ha regolarmente creato nuove regole e programmi per decreto esecutivo in seguito alla sentenza della Corte Suprema, tra cui un promemoria del Pentagono sui viaggi per l’aborto e ignorando una chiara legge federale che vieta la spedizione di farmaci abortivi.
Le linee guida del governo del luglio 2022 affermavano:
«Se un medico ritiene che una paziente incinta che si presenta al pronto soccorso stia vivendo una condizione medica di emergenza come definita dall’EMTALA e che l’aborto sia il trattamento stabilizzante necessario per risolvere tale condizione, il medico è tenuto a somministrare tale trattamento. Quando una legge statale proibisce l’aborto e non prevede un’eccezione per la vita della donna incinta – o definisce l’eccezione in modo più restrittivo rispetto alla definizione di condizione medica di emergenza dell’EMTALA – tale legge statale è preclusa».
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«Sotto la guida del dottor Oz, l’amministrazione Trump ha ottenuto un’altra vittoria per la vita e la verità, fermando l’attacco di Biden alle cure di emergenza sia per le donne incinte che per i loro bambini non ancora nati», ha affermato Marjorie Dannenfelser, presidente di SBA Pro-Life America, celebrando la vittoria.
Il dott. Mehmet Oz è l’amministratore dei Centers for Medicare & Medicaid Services (CMS).
«È un fatto inconfutabile che le donne incinte siano protette dalle leggi pro-life. Le donne possono ricevere assistenza in caso di aborto spontaneo, gravidanza extrauterina e qualsiasi emergenza medica in tutti i 50 Stati», ha affermato Dannenfelser. «I Democratici hanno creato confusione su questo fatto per giustificare il loro programma estremamente impopolare per l’aborto in tutti i trimestri. In situazioni in cui ogni minuto conta, le loro bugie portano a ritardi nelle cure e mettono le donne in un pericolo inutile e inaccettabile».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Bioetica
Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?
As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.
You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5 — Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026
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Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl
— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026
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Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
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